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24/11/16

Uno stagno ai limiti del Tempo e dello Spazio

divagazioni di Cristina Taliento

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(Illustration by Alexander Jansson)

Chissà se esiste davvero uno stagno ai limiti del Tempo e dello Spazio. Ai limiti, vuol dire semplicemente che la sua posizione non sarebbe influenzata da nessuno dei due. O meglio, un po' lo sarebbe, ma al limite, così e così.
Uno stagno, per esempio, mica tanto grande. Affiancato da un vecchio olmo. Anche se, al momento, un olmo non riesco a immaginarmelo. Beh... uno stagno, un olmo, la nebbia. Proprio questa nebbia qui che c'è a novembre che dopotutto è bella e semplice, senza troppi fronzoli.  Poi ci sarebbero, se vogliamo davvero rimanere al limite del Tempo e dello Spazio, tanto dentro quanto fuori, delle bancarelle. Per l'esattezza, due. La prima sarebbe una bancarella di grammofoni, se non ricordo male il termine. I venditori sarebbero due anziani gemelli con una barba lunga e la giacca a scacchi verdi e bianchi. Un gemello starebbe in piedi a rigirarsi le mani nelle tasche esclamando: "che freddo, che freddo". L'altro gemello, più riflessivo, pulirebbe tutto il tempo i grammofoni con un panno celeste, un panno morbido, morbidissimo. La musica si inoltrerebbe sullo stagno, attraverso la nebbia, tra i rami dell'olmo, nel condotto uditivo esterno, facendo vibrare la mia membrana timpanica e quella di tutti i presenti e i non presenti.
La seconda bancarella sarebbe invece una bancarella di biscotti di proprietà di un bambino sovrappeso che, in realtà, nel momento in cui fa per consegnarti il biscotto, ritira la mano e dice: "Non vorresti meglio un quadro?"
"No, bambino, vorrei un biscotto"
"Sei sicura?"
"Si, però non voglio un biscotto fatto di materia, bensì l'essenza pura del biscotto, ossia la felicità che mi procura il fatto di pensare ad esso"
"L'essenza pura di biscotto è un dipinto che non abbiamo" direbbe il bambino.
"Va bene. Compro il quadro blu allora"
"Quello blu è stato già prenotato" 
"Oh" mi dispiacerebbe.
"Ci sono tante persone che amano il blu e appendono il Blu a un muro" mi informerebbe il bambino dall'alto della sua esperienza nella vendita di quadri e biscotti.
"Che strano, in effetti, appendere il sommo Blu a un muro... è molto strano, è un controsenso" penserei.

E il Tempo passerebbe così, a discutere con un bambino guardando intensamente le radici di un olmo. Quanto allo Spazio, non saprei. La mia immaginazione non riesce dettagliatamente a definire uno Spazio al limite, un posto che c'è e invece no.
 Forse, ci riuscerei soltanto pensando a uno Spazio in cui incontrerei le persone che fino ad ora sono entrate e poi uscite nella mia Storia, persone che tra di loro non si conoscono e, magari lì,  nel maestoso Limite, sarebbero quasi amici.
E certe volte m'immagino di trovarci tutti insieme a tirare i sassi nello stagno. Loro mi insegnerebbero a farli rimbalzare sull'acqua dato che io non ne sarei capace. Un circolo di amici e parenti, stretti, lontani, dove io non sarei nient'altro che l'ultima ruota del carro, la ragazza da non lasciar parlare troppo, le cui minchiate zittire con un silenzio. Per cui, io non dovrei fare altro che guardarvi facendo finta che m'importi davvero qualcosa del sasso. Perché, nel Limite, le cose che ci importano, in realtà, non contano poi così tanto. Magari conta il Momento, solo quello, chissà. Proverei a tirare. Il sasso affonderebbe senza rimbalzare.
Il bambino, comunque, alle mie spalle direbbe: "Per quanto mi riguarda e per ciò che la nebbia mi consente di vedere, quel sasso potrebbe star rimbalzando in direzione di molteplici galassie".

Il gemmello Grammofono direbbe: "Bambino, parla come mangi". 
Ma io, ripeterei annuendo: "In direzione di molteplici galassie".

16/11/16

Le ore libere del giovedì

divagazioni di Cristina Taliento

Io penso che noi tutti avremmo diritto a delle ore libere il giovedì, ore da passare in compagnia o in assenza di noi stessi, tipo seduti, qualora fossimo sempre in piedi, oppure in piedi, se di solito, usiamo stare seduti. Ore, per esempio, appoggiati a una ringhiera qualsiasi a pensare a cose diverse, lontane, vicine, cose per cui non si ha tempo durante il resto della settimana. Ore libere, immaginate, in cui andare incontro al proprio destino oppure fuggire da esso; Tempo, nient'altro che tempo in più. Una tasca temporale, in modo da vivere il tutto con meno fretta, lasciando che i ragionamenti diventino pensieri e i pensieri, farfalle. Ad esempio, le ore libere del giovedì potrebbero essere impiegate per la realizzazione di piccoli eventi irrisori, cose che di norma non siamo tenuti a fare.
 Siccome oggi è martedì, io potrei pensare di impiegare le ore libere di dopodomani a rincorrere quella paziente di oggi per ripeterle un'altra volta quello che il medico le ha già detto in modo chiaro, perché anche se non sono un pappagallo, penso che qualcuno le debba ripetere ancora che non si deve spaventare se deve fare un' altra risonanza, che è una cisti, è solo muco, non è una recidiva del tumore che ha già avuto, non c'entra, è un'altra cosa. E siccome oggi è martedì, mi toccherà correre oppure fare un bel passo veloce per tutta la città per beccare la signora che chissà dove sarà arrivata. Lei dirà con la paura ancora negli occhi: "Ma veramente questo mi era stato già spiegato; il medico due giorni fa mi ha detto di star tranquilla". Lo so, lo so. Volevo solo ripeterglielo perché,  sa, io non avevo mai visto cosa fosse davvero la paura prima di vedere le sue lacrime scendere di colpo alla parola risonanza e io volevo dirle ancora che deve stare tranquilla, che non è quello che pensa lei, insomma, ha capito.
"Chi è lei?" allora mi chiederà la paziente.
Potrei rispondere, studente, ma chi cacchio vuoi che sia io, per davvero.
"Nessuno" quindi dirò. 
"E che cosa ci fa qui nelle sue ore libere di giovedì?".
Potrei rispondere, approccio al paziente nel post operatorio, ma che diavolo sto facendo, in realtà.
"Niente" quindi dirò. 
Così, poi me ne andrò, magari prendendo una di quelle vie che portano ai campi da calcio del vecchio convento. Magari mi fermerò dietro la rete a guardare i ragazzini giocare, fino a quando qualche vecchio scorbutico in camicia azzurrina mi urlerà, dal finestrino della macchina, che le ore libere sono finite e che è il momento di pensare allo stato metabolico delle cellule, ovvero preparare la cena, concentrarsi, vivere. E mica pensare a ste cose qua!

25/09/16

Cannella

divagazioni di Cristina Taliento 

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(Brooklyn back yard, Robert Lafond, oil on canvas, 2012)


Figure, libri, sguardi, luci che si sussegono veloci, luci dalla strada, lungo la strada, mentre tutto può essere e potenzialmente nulla può accadere. Musiche arabe dalle finestre e un ragazzo indiano mi chiede se voglio comprare un accendino. Sono confusa, sono miope; dico: "io non fumo". E mi accorgo del tenero suono che fa quest' io mormorato nella notte, tra le stelle di settembre, dove esistere è una cosa leggera e se vuoi fumi, se vuoi non fumi, se hai freddo metti il maglione, quello in cotone, color panna, oppure resta qui a sentire sulle braccia questo primo freddo ancora un po', prima che diventi un'abitudine. Le azioni stasera contano sui giornali, le decisioni politico-economiche vengono comunicate nella disattenzione di tutti in un televisore a muro, appeso in alto, in un angolo lontano di una piadineria suburbana. Gli avventori mangiano, il proprietario del locale chiama: "di chi è rucola, crudo e grana?". Qualcuno alza la mano, qualcuno, dall' altra parte del mondo, si chiede tra le bombe se potrà innamorarsi ancora. Segnaletiche luminose, una farmacia, una dinamo. Noi seguiamo le luci. Con le mani in tasca, sorridenti, borbottanti, disperati, seguiamo stregati le lanterne della notte, ovvero le nostre emozioni, totalmente concentrati su di esse. Ignoriamo l'Istat, il Pil, le percentuali d'incidenza delle malattie. Perché non sappiamo chi accidenti siamo, non sappiamo dove andremo, come facciamo a fingere che ci importi davvero qualcosa di Marte. Ci piace pensare alle cose piccole, certe, tipo il caffè, la fatica con cui accettiamo e comprendiamo e qualifichiamo la nostra esistenza, un amico, la famiglia. Siamo divi, ci piace mormorare "io", "io", "io" perché non c'è altro. Siamo solo noi in questo momento, con la nostra nuova passione per il decoupage, il nostro vecchio sogno di costruire una casa sull' albero... Noi innamorati, sfiduciati, noi magnifici, noi poveri stronzi che attendiamo sotto la pioggia, noi a cui non importa e invece si, noi che non abbiamo tempo e che poi lo troviamo sempre se c'è da correre, da sperare, da lottare. Parliamo di noi, ci piace lasciare un discreto segno nello sconfinato vuoto spaziale e temporale.

Una volta ero al parco, sottolineavo righe di scienza in una domenica pomeriggio col cielo annuvolato. Sulla mia panchina si sono sedute una signora anziana e la sua badante.
La signora anziana ha detto: "Eeh la vita, com'è dura, come si fa con la tristezza...".
La badante ha detto: "Per la fredezza interiore io uso la canela, siniora. Un cuchiaio de canella nel cafè".

Noi siamo fatti così. Un cucchiaio di cannella e a nessuno importa chi siamo, un cucchiaio di cannella e vorrei prenderti la mano, un cucchiaio di cannella e va bene ragazzo, dammi quest'accendino. "Io non fumo, sai, è che faccio braccialetti di cotone e brucio le estremità, così poi non si sfilano".
"Ok".


31/01/16

L'assuefazione

di Cristina Taliento


So che se ti mettono una valvola meccanica nel cuore per i primi giorni è come se ti avessero infilato un orologio dentro che fa tic-tic. Lo so perchè una volta la dottoressa che stavo affiancando visitò un paziente e senza sapere nulla di lui invitò noi studenti ad avvicinarci al letto per vedere se notavamo qualcosa. Come per la maggior parte delle volte, nessuno di noi notò niente presi com'eravamo a scannerizzare con la vista quello che solo l'orecchio avrebbe colto: un suono, due suoni, un ticchettare inarrestabile dentro il torace di quell'uomo. Era come una bomba pronta ad esplodere, una roba dannatamente continua da sopportare mentre vegli nel letto, mentre giri la minestra, mentre aspetti che gli altri ridano a una tua battuta. Tic tic tic per qualche giorno e se per caso sei già un po' matto finisci per perdere completamente il senno, senza scampo.




Ma poi accade una cosa strana. Il cervello silenzia quel rumore. Così ripetitivo, lo esclude. Non credo che ci sia un momento netto in cui smetti di sentirlo, quel ticchettio. Penso che sbiadisca dolcemente, il quarto giorno più del terzo, fino a quando è come se avessi ancora la tua valvola di carne e non fosse successo niente, non fosse successo il rumore, la paura, lo schizzo di sangue sul lenzuolo al risveglio, lo stordimento, la cicatrice, il dolore. Gli altri continueranno a sentirlo ma la persona che ce l'ha non è che non senta proprio niente, ma sente silenzio che, in alcuni momenti, è quasi la stessa cosa. E' curioso che qualcosa di così evidente, fastidioso, punzecchiante sparisca per sempre, curioso pensare a qualcosa che c'è, ma i nostri sensi non arrivano a sentirlo. No?
Per incantare per giorni gli stupidi come me bastano pensieri come questo, catene di derivazioni logiche dove  il risultato non è detto, potrebbe, ma si, però.
Allora ho chiesto a Giada: "A quante cose ci abituiamo quando nasciamo? E quando cresciamo?". Magari i bambini piangono sempre non solo per via delle coliche o perchè non sanno esprimersi. Magari piangono perchè sentono tutto, sono bombardati da miliardi di segnali, amplificano al massimo e poi piano piano sottilizzano queste capacità, per sopravvivere, per non soccombere alla totalità affinano, limano, tolgono, fino a quando modulano così tanto da stabilizzarsi intorno ad una realtà dove le cose sono così come le conosciamo. E quando arrivano all'età della parola e della memoria, dopo che hanno già escluso un sacco di informazioni, descrivono solo quello che vedono al momento. Il giallo, il verde, il blu, il rumore del vento, le note musicali, il silenzio. Ma se ci fosse dell'altro? Non so, magari qualcosa che alla nascita sentono e che quando iniziano a parlare non c'è più. Anzi c'è, ma il cervello, i nostri recettori semplicemente non lo captano. Magari dei rumori in sottofondo dell'universo. Rumori continui a cui ci si abitua. Tipo la storia della valvola cardiaca. So che a volte sono matta, ma come si fa a dimostrare l'esistenza di qualcosa che c'è ma non si sente?".

Giada masticava  Big Babol e faceva palloncini rosa che distrattamente scoppiava prima che temevi potessero esplonderle sulla faccia. "hai provato a leggere sui forum? C'è un sacco di roba lì sulla sofferenza. Tutta gratis poi. Giò ne è uscito così, quando la Silviona l'ha lasciato". Lei era convinta che stessi ancora sanguinando. 

Allora provai a spostare il mio discorso pseudoscientifico su qualcosa che catturasse la sua attenzione: "Chissà, forse è la spiegazione alla crescita. Quando sei piccolo le cose sembrano tutte giganti, poi dopo un po' ti stanchi. Quando sei piccolo ti batte sempre il cuore per tutto e con le mani è un disastro, la voce ti trema anche per chiedere alla maestra di andare in bagno. Poi inizi a fregartene, mi segui? Anzi, ti insegnano a fregartene. Già. E finisce che dopo qualche anno dici ti amo e non senti niente oppure senti silenzio che, in certi casi, sono la stessa cosa".

"Anche Youtube. Anche su Youtube ci sono dei video che aiutano a superarlo". Poi prese la borsa, borbottò qualcosa a proposito di una gelateria, e mi lasciò con i miei inutili, frivoli dilemmi.


30/09/15

Seicento parole en passant sul Tempo

di Cristina Taliento


(Joy Williams)

 Perchè il Tempo, che cos'è. Il Tempo e la tenacia. Una volta conoscevo un signore di nome Osvaldo che aveva scritto un libro intitolato Il Tempo e La Tenacia. Non l'ho mai letto, ma credo parlasse della fatica di vivere o cose così. Lui non faceva altro che lamentarsi, anche se era un lamento piacevole, abbastanza ventilato. Quel genere di lamenti che iniziano dopo un lungo silenzio e finiscono con un'alzata di spalle e un anello di fumo. Io non ho mai capito come facesse quell'Osv a fare quei cerchi con la bocca. Aveva anche i baffi,come faceva? Ad ogni modo, è bello quando qualcuno si lamenta di cose che non si possono risolvere perchè se qualcuno si scalda per faccende come la tassa sulla seconda casa, anche se tu non ci pensi nemmeno all'idea di possedere un bene immobile, finisce che dopo un po', vuoi o non vuoi, ti senti un po' indignato anche tu e inizi a parlare per slogan che iniziano più o meno cosi: "Giù le mani da x, giù le mani da y". 
Invece -e volevo dire appunto questo- invece, quando un tipo come Osv viene nel giardino di tua nonna per salutarla e bere un bicchiere di succo all'ananas e si lamenta, a colpi di bronchite cronica, del Tempo e delle Cose Perdute, io mi rilasso. Mi prendo dal cassetto della cucina una di queste cannucce colorate che non so perchè in questa casa non mancano mai, così il drink mi dura per tutto il suo monologo. E ci sguazzo ad ascoltare questi punti di vista malinconici. Il che forse potrebbe dipingermi come una collezionista di drammatiche prese di coscienza. Mah, non lo so. Non è che mi diverta terribilmente, ma mi fa sentire più a mio agio, più all'interno della Vita. Sapete com'è ultimamente... con tutta questa gente che scappa dalla guerra per la vita e tutta quell'altra gente che risponde con le Banche. E' come se ci fosse un'incomprensione di fondo. Tra Vita e Soldi, mi pare. Un'incomprensione talmente grossa da autorizzare qualsiasi rispettoso alunno ad alzare il dito e chiedere: "Mi scusi signora maestra, ma di cosa cazzo stiamo parlando?". Cioè, sono due cose troppe diverse. La paura di morire non è razionale, la società occidentale si.

L'uomo messo di fronte all'orologio mi fa diventare seria e non smetterei mai di guardarlo, nè di scriverne. L'uomo messo di fronte al Tempo non è meschino, bugiardo, è più umano perchè contro il Tempo non c'è slogan che tenga. "Giù le mani dal mio corpo, da questi assi, da questa casa, vattene via o' salsedine maledetta che sbiadisti la bandiera della mia santa nazione". 
Quando il signor Osv inizia ad affrontare l'argomento si vede sempre che è un po' teso, sembra che provi quasi rancore contro un avversario solenne e sconosciuto; poi, come al solito, si pacifica, anche la sua tosse pare che si plachi, inizia a incantarsi con lo sguardo, a fissare la punta del pino. Non ci può fare niente nessuno contro il Tempo: si tolga la mascherina il chirurgo, chiuda l'agenda il banchiere, spenga il fornello il cuoco, si guardino i palmi i governanti. E io annuisco e dico "eh già" dall'alto della mia saccenza, dato che mi dispiace non dire proprio niente. 
Trattiene il riso e dice con l'aria incasinata: "Che palle però questo tempo che passa".
Poi, suona la Mirella con la storia che la sua torta di mele non è più la stessa da quando sua figlia compra il lievito biologico.
"Il lievito biologico" ripete Osv ai suoi baffi.
"Certo, Osvaldo. Il lievito biologico fa parte degli ingredienti naturali altamente selezionati senza fosfati".
Il vecchio allora prende il bastone e il cappello e fa per andarsene; poi dice a bassa voce perchè possa sentirlo solo io: "E giù a parlare di stronzate". Faccio un cenno con la mano. L'istinto mi dice, meglio così. Molto meglio così.

13/09/14

Note appuntate in settembre

di Cristina Taliento




Sul treno

Ieri ho preso il treno per tornare a casa. Passavo le ore del viaggio tra paragrafi di Batteriologia, crakers, auricolari, un romanzo giallo di serie B, quando i signori che mi sedevano davanti, il loro figlio e altri due signori che sedevano a lato si sono messi a parlare del Sud, del Nord, dell'estero, del mondo, del Sistema Solare, dell'Universo e poi dell'immigrazione. La signora seduta accanto al finestrino raccontava di quella sua collega commessa che mangiava solo cavolfiori per riuscire a pagare l'asilo ai figli mentre la famiglia di egiziani veniva esentata dalle tasse. Io ascoltavo, a tratti annuivo. Il figlio dei signori che invece mi sedevano davanti rimaneva muto con la mascella contratta e buttava occhiate lontane all'Italia che scorreva oltre i binari. I suoi genitori mi avevano detto di averlo accompagnato a Bologna per l'immatricolazione all'università. Quanto alla conversazione, sembrava che tutti avessero qualcosa da dire. Il padre del ragazzo ha tirato fuori la storia del crocifisso nelle aule di scuola. La commessa ha risposto elencando le sue esperienze da italiana nel Terzo Mondo e di quanto fossero stati inospitali con lei. 
Ad un certo punto, il ragazzo ha sbottato dicendo che siamo stati noi ad aver ridotto quei popoli così, che, senza offesa per la commessa non rispettata in Libia, ma noi italiani, lì, non avevamo lasciato un bel ricordo, che bisognava considerare la storia prima di prendere delle posizioni, che il petrolio, il colonialismo, il neocolonialismo, lo schiavismo, dovevano come minimo entrare nella coscienza di chi sbuffa nel sentire di gente, che anche questa volta, l'ha fatta franca sbarcando a Lampedusa. Aveva la voce pulita degli ideali, l'indignazione sana verso quei discorsi fatti in un treno dove ci si lamentava dell'aria condizionata troppo alta. I genitori lo contrastavano, facevano esempi. Lui rispondeva con il tono di chi sa di essere nel giusto, di chi crede di dire cose ovvie e si meraviglia del perchè gli altri non capiscano. Poi il ragazzo mi ha guardata e cercando forse una complicità che poteva nascere dal nostro essere quasi coetanei, ha detto: "O mi sbaglio?".
Io che ancora non avevo detto niente, io piena di dubbi, io che pensavo alla commessa che mangiava solo cavolfiori ho detto "no" e basta ed è stato esattamente allora che mi sono sentita, per la prima volta, merda e, se non vecchia, coinvolta e poco giovane. 

L'amore

Ogni tanto, quando posso, vado ad offrire la mia vogliosa incompetenza come volontaria in ambulanza. A volte si tratta di prendere i pazienti dall'ospedale e portarli in casa di riposo dove vivono oppure dalle loro case portarli a fare qualche radiografia o accompagnarli nei reparti. In un turno di cinque ore spesso mi accade di tornare a casa e aver dimenticato i visi sulle barelle che ho spinto. Ma l'ultima volta c'erano questi due coniugi da sballo su cui ci sarebbe davvero da scrivere un libro o, semplicemente, rifletterci su. Lui da 22 anni steso su un letto con il catetere, lei al suo fianco. Non c'è molto da dire, a parte che flirtavano come ragazzini. Il fatto è solo che l'amore non convenzionale, quello che c'è dove non ti aspetti, è un segno evidente di qualcosa che mi sfugge.

L'ombra

Curioso vedere come ad ogni tentativo di avvicinarti, tu ti allontani di tot metri proporzionali a quelli che ho fatto io per venirti incontro. A volte è curioso, a volte divertente. Ma come ogni gioco è bello se dura poco e siccome non è da poco che va avanti, si rallenta tristi come quella volta in treno, trentacinque gradi e passa nel sole di agosto a ripetersi la prossima volta non ci casco, la prossima volta cambia tutto.

11/09/14

Li hai visti

di Cristina Taliento


Li hai visti, si che li hai visti, i guerrieri disarmati della vita. Certo che li hai visti, così belli nel traffico, stanchi dal lavoro, con quelle loro mani parlanti ferme sul volante, quelle facce così vere e pulite, ingenue e sfrontate. Le persone forti dentro, le rocce dell'umanità. Una volta, almeno una, le hai viste e hai capito, hai smesso di replicare e le hai ascoltate; volevi giudicarle, invece le hai comprese. Per un attimo hai pensato di imitarle, ma eri così abbagliato da quell'esplosione di luce che sei rimasto lì a contemplare i loro sorrisi di purissimo diamante e non hai fatto niente. Allora sappi che erano quelle le persone grandi perché grandi erano le loro sensibilità e quella che a te è sembrata una cometa veloce, nata per caso, in realtà è una scia che si allunga nel tempo; quel tempo fatto da tutte le cadute e le camminate sulle ginocchia e le volte in cui si sono rialzati, il tempo a desiderare, credere, costruire, lavorare e poi, cambiare rotta per seguire il cuore. Si, perché tu li hai visti ed erano uomini, non cervelli sviscerati, non macchine, non eroi da scrivania. Hai capito che erano loro perché con loro ti sentivi diverso, come se fossi davanti al mare o davanti a qualche altro spettacolo pazzesco della natura. Ti sei fermato a guardarlo e hai fatto bene, ma ancora una volta sappi che quelle persone non si sono costruite, ma si sono formate. Nelle stanze delle loro adolescenze, nei loro perdoni, nel tempo passato a dare bellezza a ciò che l'occhio poteva soltanto rimpicciolire e capovolgere. Belle tra loro rughe o acne giovanili, quelle persone tu le hai viste e ti sei emozionato, un po' brillo hai barcollato sulla strada del ritorno.

05/08/14

Spettacolare dentro

di Cristina Taliento



Ho guardato per giorni interi persone stagliarsi nel sole, sagome ridenti controluce. Forse è l'estate e allora calda l'anima e caldo fuori, salvo il cuore e liberi tutti. Salento, vecchio mio, mi sei mancato, tu spettinato dal vento, abbracciato dai mari.  Sei così vero nella tua musica di cicale e tramontana e voci che, dalla strada, salgono come edera fino alle finestre.  Parlaci con il tuo, il mio, dialetto sincero, illuminando le nostre menti di teneri arcaismi, raccontaci le storie che si mormorano gli ulivi tra loro, verdi argento sull'argenteo azzurro mare.
Ho guardato per giorni interi persone salire sulle scogliere, camminare nell'arte e c'eravamo tutti e con noi le nostre paure. Le solite paure dell'uomo. Se sei sensibile e sai osservare, esse le leggi chiare sui volti di chi è vivo; paura di non essere felice, paura di essere felice, paura di non essere il migliore e paura di esserlo. Vestiti, maschere e maschere di dignità, aspetto esteriore, fondotinta, fazzoletti per asciugare le lacrime, creme per combattere il sole, il nostro lavoro sempre pronto a uscire nei nostri discorsi, sempre pronto a qualificarci. E poi il mare. E che se ne frega il mare della tua quattordicesima? Il mare, come dire il nostro dentro. Niente, non se ne frega niente.
La Gente Davvero è diversa... Non vuole tutto quello che le propinano. Alla Gente Davvero non servono cinquemila amici virtuali, ventimila giga di memoria, tremila ore di palestra scontate del sessanta per cento. Dovremmo mostrare le nostre debolezze. Dovremmo respirare davvero, essere davvero, spogliarci di noi in modo da restare soltanto vivi, in piedi su una scogliera a guardare oltre l'orizzonte magnifico, nel nostro dentro spettacolare.

29/08/13

Le cause e il contesto

di Cristina Taliento


(L'Annunciazione, Leonardo da Vinci, oil on wood, 1472, Galleria degli Uffizi, Firenze)

"Il contesto! Le cause stanno nel contesto. Il nostro agire, amare, sognare non è frutto di un solo grande atto, amore, sogno, ma del tempo, del contrasto luce-ombra, del ragazzino cinese che ci fissava mentre prendevamo, affrettati e sconvolti, quella decisione. L'intorno, l'ambiente! Credete davvero che L'Annunciazione di Leonardo sarebbe altrettanto bella se fosse appesa tutta storta in un incasinato spogliatoio di liceali ubriachi in Florida?".
Il professore Antonio Genda squadrava gli allievi, pur non riuscendo a distinguerli affatto. In piedi, sul palco, smascherava le illusioni dei maghi e della società.
"Si- rispose una voce, dopo un attimo di silenzio- è bella lo stesso".
"Così mi sta dicendo, chiunque lei sia, che le cause non sono nel contesto?" chiese nel buio Genda, con i fari puntati sugli occhi.
"Si, è esatto"
"E dove si trovano, di grazia, le cause?"
"Nella Bellezza che scatena le emozioni e, quindi, l'agire umano". Gli altri allievi, nel buio, mossero un muscolo. Chi il buccinatore, chi l'orbicolare dell'occhio. Genda si avvicinò al banco del tè. Se ne versò una tazza tenendo la testa piegata fissa di lato. Pensava, prendeva tempo.
"E il contesto?" domandò prima di dare un sorso.
"Non conta davvero. Il ragazzino cinese è solo una macchia di colore al centro del quadro, la luce che ricordiamo è quella che vuole vedere la mente. La nostra volontà o le cause, come dice lei, non rispondono al contesto. Esso influisce soltanto quando non vogliamo, quando non desideriamo. Pensiamo di seguire mille sentieri contemporaneamente e, in realtà, ne inseguiamo solo uno, lo puntiamo con impaziente calma e non cediamo finchè non saremo arrivati alla fine".
"Non le pare, questa, una visione semplicistica della realtà, una visione miope o,di più, una cataratta?"
"No" negò la voce.
"E quindi?"
"E quindi, niente, è così. Siamo belve apparentemente distratte dal contesto, con le zampe trattenute dai rovi, gli occhi arrossati dalla polvere, ma corriamo con tutte le nostre intenzioni verso la Bellezza e poi la chiamiamo felicità, realizzazione dell'Io, viaggio, piacere. Ma è Bellezza e noi ne siamo ossessionati"
Genda incrociò le braccia, anche se, come lui stesso diceva, non bisognava mai incrociare le braccia quando si stava sul palco.
"Mmm- nascose la bocca sotto il baffo- e che mi dice dei liceali ubriachi dello spogliatoio con L'Annunciazione di Leonardo?"
"Si sarebbero sentiti..."
"Inadeguati?"
"No"
"Confusi? Avanti, come si sarebbero sentiti?" esortò Genda piegandosi in avanti, davanti al buio in cui erano immersi gli allievi.
"Si sarebbero sentiti bene". E la voce sorrise.


22/08/13

I muri

di Cristina Taliento

A volte penso che la mia scrittura abbia muri alti sei metri e io, invece di sfidarli, mi metto a giocare nell'ombra che fanno. I miei personaggi sono codardi e si nascondono, amano e dicono di non amare, vogliono essere tutto l'infinito afferrabile, ma poi finisce che se ne vanno sempre e io li vedo allontanarsi di spalle. Che cosa ci sia dietro quelle spalle, non lo so e una cosa che non posso immaginare, è una cosa che sto guardando controluce, come se non potessi vederla mai nitida o, nel mio caso, descrivibile.
Le storie sono, per me, allergie di primavera. Mi arrossano gli occhi, mi corteggiano il naso con uno starnuto che non viene, un pianto che rimane lì attaccato. Mancanza di talento, Taliento. In questi casi c'è poco da fare. 
Forse dovrei davvero andare in una tabaccheria. Comprarmi un pacchetto di sigarette. Fumarmele una ad una come gli scrittori di New York. Dimenticare gli effetti della nicotina. Forse dovrei smetterla di rompermi le palle da sola. 
Il mio stile di scrittura è quello di una ragazza seduta sui gradini della casa di sua nonna mentre guarda gli altri passare. Dovrei fischiarli da dietro quei passanti, gridare a pieni polmoni "ehi tu senza la maglietta!". 
Ah-ah-ah, ehi tu, si tu, senza la maglietta, dico a te! 
Ma lo stile, qualcuno ha detto, è la verità che uno si porta dietro. Nella mia verità, nessuno gira a torso nudo. Io, forse, scrivo come se non volessi togliere la maglietta a nessuno. E cullare le coscienze con quello che tutti già sanno.

18/05/13

Santa voglia di vivere

di Cristina Taliento


(Untitled 39, Ben Olson, oil on canvas)

Ci hanno detto che le cime sono destinate a rimanere in solitudine, in mezzo alla gente eppure sempre un po' tristi e sole nelle loro magnifiche auree, spalle intoccabili, lunghi sguardi. Ci hanno detto che il nostro posto nel mondo non era il mondo, in fondo, ma le stelle e l'infinito perché eravamo troppo sensibili, brillavamo, perché vedevamo molto, ci stupivamo, perché ci innamoravamo delle mani degli altri dietro i nostri elmi di guerrieri smarriti. E poi siamo scappati da questo destino, ci siamo lavati di dosso la dannata grandezza, abbiamo battuto il pugno sulle porte che avevamo chiuso, abbiamo guardato arrabbiati per ore il piedistallo su cui siamo stati per anni e l'abbiamo odiato. Ci siamo abbassati, ricoperti di fango e pioggia nella sera respirando affannosamente ai semafori, respirando come iene senza correre, senza nemmeno alzare il passo, soltanto stando fermi. Abbiamo finalmente smesso di sentire così forte, di vedere così dentro. Volevamo solo ballare nella folla ed essere folla, essere passanti sui marciapiedi, nient'alto che signori passeggeri, signori telespettatori, cari ragazzi facenti parte della categoria studenti del primo anno, lettori, cavie da esperimenti, numeri, lettere, codici a barre. All'improvviso gli scrigni segreti riempiti di nostri sentimenti, di ricordi preziosi e poesie, di delicati centrini fatti a mano, di fiori lasciati insecchire tra le pagine dei libri, all'improvviso, tutti questi vecchi tesori ci sono sembrati gioielleria di plastica, inutili patacche del mercato delle pulci. Seduti al tavolo della cucina, soli, all'ora di cena, abbiamo pianto davanti i nostri piatti di pasta, osservando da fuori il nostro sgomento, incapaci di trovare una diagnosi o tutt'al più strafottenti nel sentire le ragioni, nauseati dalla nostra filosofia. Ci siamo alzati, ma in realtà, volevamo farci piccoli, confondere le nostre voci, smettere di stupire, di ingannare. Volevamo parlare la lingua degli altri facendo cadere in disuso la nostra antica lingua dell'immaginazione perchè volevamo, io credo, vivere con l'umanità, con loro e dire le loro frasi al posto di quelle che non potevano essere capite e ancora, bere le loro birre, accarezzare i loro capelli, cantare le canzoni che passavano i dj della radio e muoversi su questo ritmo, su questo tempo, dimenticando il nostro, giurando 'questa volta per sempre'. E quando noi abbiamo urlato a pieni polmoni, quando abbiamo scritto parole brevi su lenzuoli smessi, ci hanno risposto tutto normale, che erano i vent'anni, gli istinti, l'inquietudine, la santa voglia di afferrare tutto, di vivere tutto. Ci dissero, e qui sbagliavano, che volevamo fermare il Tempo perché ne eravamo spaventati; terrorizzati, dissero. Ma il fatto era che noi- noi che lasciavamo passare i treni senza ostacolare le estinzioni delle specie, noi che amavamo  la breve vita di un fiore o quella di una farfalla- proprio come treni, volevamo passare, passare una volta sola, ma passare bene e passare fino in fondo, fischiando come matti a luci accese nella notte. 

04/02/13

Le vostre Norvegie psicosomatiche

di Cristina Taliento


(Storgarten, Haral Sohlberg, 1904) 


Il matto Genda, dopo mesi di assenza e di verande solitarie, tornò da quelli allievi che, nel frattempo, avevano colonizzato i sogni, galassie immaginarie, finendo per secernere le astratte tele di ragno in cui si erano ancora una volta avvolti. Disse "Basta, smettetela, cazzo, come fate a non accorgervi che sono solo Norvegie psicosomatiche che vi fanno bruciare lo stomaco per quanto sono lontane  e per quanto le volete."
Gli allievi, alti, magri, indaffarati nell'ozio, smisero di star distesi e si alzarono. Muti, ascoltarono.
"Non siete sognatori, non siete idealisti. Siete degli illusi che parlate  dei vostri austeri Mr Darcy e delle vostre irraggiungibili Eve Kant giocherellando con i lobi delle orecchie e massaggiandovi il collo.  Ogni volta a tirare in ballo questi benedetti fiordi scandinavi, metafora delle seghe mentali che vi fate senza soluzione di continuità . Vi ho detto: Andate piuttosto a Casalabate dove il mare fa schifo e  i granchi abusivi si sono mangiati le dune, ma non era per tagliarvi le ali, né per tapparvi la bocca, ma era per ridimensionare le vostre Norvegie, per placare i vostri mal di testa, era per dire, aprite gli occhi, guardate quegli alberi laggiù, non saranno mai tenebrose conifere nordiche, però guardate che belli che sono… sono gli ulivi. Vivete adesso, fatevi una corsa fino al palo della luce e poi tornate, lavatevi la faccia con la neve oppure compratevi un Calippo alla menta, prendete il sole sulle piattaforme petrolifere alla faccia delle Hawaii e di tutte le Galapagos, spegnete Internet, staccate i fili che vi inguainano il cervello o, se proprio insistete, fatevi un biglietto per Oslo e tornate a giugno, state via per cinque mesi, amicatevi un falco, un pinguino, poi tornate. E così potrete raccontare di lande sconfinate e vere, non nebbiose nazioni che magari non esistono nemmeno".

"Ma noi siamo cuori sentimentali che ci muoviamo come le alghe con la corrente, basta un ormone e noi non siamo più noi. Eh no, siete voi eccome. Voi non siete fantasia a comando, voi siete proprio testosterone, serotonina, siete enzimi, siete piogge di sinapsi, cascate di potenziali d’azione. Siete cespugli di cellule mezze buone, mezze marce. Voi avete frainteso il tramonto. Avete idealizzato l’alba, avete trasformato la letteratura nelle anguste cantine in cui vi siete defilati. E per questo amate chiamarvi scrittori, animi introversi certamente diversi da quella che definite “massa”, “gentaglia”, ma non siete scrittori proprio per niente perché siete lontanissimi dall’universale, perché fingete di guardare lontano, affacciati al balcone, rivolti verso le vostre mille Norvegie psicosomatiche, ma la verità è che non sapete niente  né di quello che vi circonda, né di voi stessi. Dite che non siete superficiali, che non guardate l’apparenza e poi, alla fine, siete così lontani dalla vostra umanità, però anche dalla spiritualità. Cosa siete? Non una poltiglia, ma un brodino di snaturati esuli mentali, un succo di contraddizioni disperse insieme ai pezzetti di frutta. Vi siete elevati troppo da quello che siete davvero e avete finito per abbassarvi ancora di più, finendo nel profondo, inconsistente limbo dei fantasmi con le occhiaie scure e catene di rimpianti, tasche piene di paracetamolo e auricolari nelle orecchie. Spero che al prossimo acquazzone abbiate il coraggio di allontanarvi dai vostri specchi interiori, gettare il pettine a terra e uscire in strada a bagnarvi i capelli, il naso, tutto. Di certo non vi cambierà la vita qualche litro di acqua piovana sulla lingua. Sicuramente rimarrete sempre degli illusi, dei sognatori snob poco consapevoli del metabolismo dell’intestino, ma forse vi verrà in mente che l’acqua della Norvegia non è poi tanto diversa e bagna allo stesso modo, ma soprattutto voi sarete gli stessi identici idioti senza ombrello". E così concluse il discorso, arrabbiato, la guancia segnata dalla linea dritta del disappunto. Se ne andò prendendo a calci qualche lattina rimasta accartocciata tra il marciapiede e l'asfalto. 

05/01/13

Supermercato delle 4 p.m.

di Cristina Taliento

(It's all good, Tom Martin, acrylic on panel, 2009, 120 x 120 cm, Plus One Gallery, London) 

Mi disse che dovevo, qualche volta, guardarmi da fuori. Intanto un invecchiato Robbie Williams, dall'altoparlante in alto a destra, si giocava gli ultimi avanzi di una brillante carriera. "E che significa, scusa?- chiesi io smettendo di pensare un attimo a Robbie Williams- Chi è Fuori? Lo conosci, è amico tuo? Eh no, scusa, perchè tu non puoi dirmi una cosa del genere senza analizzare tutti i dati del problema... E se Fuori ha bevuto? E se Fuori fuma marijuana tutto il tempo oppure ha un trauma infantile? Ci pensi a questo? E poi magari mettersi nelle mani di questo  Fuori, annullarsi completamente nel nome di questo Fuori perdendo ogni identità e dignità per poi scoprire che Fuori non è altro che un umano confuso che fa finta di controllare il cellulare quando non sa che dire, che si lega le scarpe facendo prima le orecchiette ai lacci invece di passare il filo intorno al dito, che magari è un frustrato negazionista della Shoah oppure un pallone gonfiato che non ha letto mai nemmeno un libro. Il fatto di vedersi da fuori è un po' una bufala pazzesca inventata da non so chi, perchè noi, vedi, siamo individui unici e l'umanità esiste soltanto in un contesto di approssimazione. Tu non puoi pensare che la verità su te stesso sia fuori, negli sguardi sfuggenti di chi incroci in questo supermercato perchè la verità sta dentro di te e lì soltanto. Lo sai cosa sei per quella signora laggiù, quella vicino al banco della frutta? Se ti guardasse ora, proprio ora, tu saresti un'arancia perchè è a quello che lei sta pensando ora. Lei guarda te, ma guarda un'arancia. E tu non devi spaventarti per questo, non devi ragionare per forza su cosa si abbina all'arancione perchè tu non sei  e mai sarai un'arancia. Però se non sai queste cose, rischi di comprare un sacco di sciarpe sul beige poichè, pensi, beh se sono un'arancia meglio evitare i colori come viola o verde, contrasterebbero troppo. Il punto è che, nel profondo, tu ami il verde! E che peccato ripudiare il verde per una signora che di sfuggita, ti ha guardato da fuori e, presa dai fatti suoi, ha pensato arancia!".
"Hai finito?" disse mettendo una scatola di cereali nel carrello.
Da qualche parte i R.E.M. iniziavano a cantare. Forse si chiamava Überlin quella canzone. Mi piaceva il ragazzo del video.

26/12/12

Descrizioni del suono per non udenti


di Cristina Taliento

QUARTO: GREENSLEEVES (Piano)



Occhi arrossati dal vento e fiati accorciati da corse spietate fino all'ultimo albero di tiglio. Io arriverò in cima alla montagna, arrabbiata coi miei anni e la mia innocenza, alzerò la testa e, poi, mi accorgerò che oltre il mio ego c'è una casa. Sarà la casa di un vecchio sordo di vita e io busserò, ma non mi risponderà nessuno. Continuerò a bussare soltanto per non pensare più a niente, poi spingerò giù la maniglia e la porta, lentamente, si aprirà. La poltrona sarà lì, vicino al camino e lui seduto, mi guarderà per un attimo e poi tornerà a guardare il fuoco. Intanto, fuori, i lupi smetteranno di ululare all'amore e, chinato il muso, si allontaneranno verso una nuova libertà. "Proprio così che finisce la vita, allora?" vorrò gridare io al vecchio. "Che schifo mi fai! Sei solo un vecchio moribondo che pensa di essere già morto e la vita è questa, dunque? Soltanto illusioni? Guardami negli occhi, voglio sapere. Questo, nient'altro che questo?". Non mi guarderai e io piangerò per te; me ne andrò sbattendo la porta.
Poi, in silenzio, come un gatto, ritornerò da te per cercare nelle tue rughe il senso della vita e catturare dalla vecchiaia ciò che resta, oltre la chimica e la cellula, e, nel nome di questi miei studi, ti chiederò da lontano cosa ci fosse prima di quelle stanze buie e di quella poltrona, prima della solitudine e delle aritmie. Seduto con le mani sulle ginocchia, nascosto da una sciarpa, tu non mi risponderai.
 Il giorno dopo tornerò a trovarti e ti chiederò in piedi, sulla porta, se c'è abbastanza legna o se i cani hanno mangiato. Poi appoggerò le camice stirate e i medicinali sul tavolo e ti chiederò che cosa ne sia stato della tua voglia di vivere. Ancora una volta, tu non mi risponderai. E così sarà per altro tempo. Ma se un giorno io dovessi avvicinarmi alla tua poltrona e se un giorno io volessi sedermi accanto a te, ti chiederò di raccontarmi le cose che furono prima dei tuoi polmoni neri  e delle tende calate, dei tuoi modi burberi. E tu vorrai tacere un'altra volta, ma poi le parole usciranno da sole e batteranno come pioggia, scriveranno poesia. Così mi dirai che c'erano pianure estese fino al mare e campagne allagate e biciclette dentro l'acqua e amori dietro, mi dirai che c'erano cancelli dorati oltre i quali i boschi si aprivano in assolate radure di ginepro, campi di papaveri imprigionati da fucili tedeschi  e sorgenti fresche in cui specchiarsi. I tuoi occhi si tingeranno del colore di altri mondi e, piano, mi dirai che c'erano geografie sulle pareti e sconfinate Russie tanto grandi da potersi calare per sempre e sparire, climi freddi e bambini in braccio. Io mi alzerò lasciandoti parlare. Andrò al piano e suonerò una melodia antica. E le note copriranno l'emozione della tua voce e suonerò più forte tutte le volte che parlerai del tuo cuore. Ancora, mi dirai che c'erano ragazzini che si rincorrevano ridendo lungo spiagge straniere e un amore vestito con morbide maniche verdi, mosse dal vento, scogliere e incontri di due mari, c'erano balli d'estate e musica e fughe.
Mi dirai che c'era Greensleeves.

10/12/12

Necessità del maestro

di Cristina Taliento


(Max Ernst, Engel der Feuerstätte, 1937 ? )
  

Ho cercato a lungo un maestro; un Guglielmo da Baskerville in piedi vicino a qualche fermata dell’autobus, un Gandalf il Grigio del nuovo millennio seduto dietro un giornale; qualcuno che, in sostanza, fosse per me quello che Aristotele era stato per Alessandro Magno. Ho cercato nel mondo, nei libri e nella televisione il mio Virgilio contemporaneo e non l’ho trovato. In un periodo della storia italiana in cui l'istruzione è stata progressivamente depotenziata, dequalificata, privata in parte dei suoi compiti e delle sue virtù, io, tra risate carnevalesche e maschere di botox, ho cercato un maestro perchè non mi sembrava che ci fosse nient'altro di più necessario e importante. Ma non l'ho trovato. Mi sono incolpata di cecità e pregiudizi, quindi, per vedere meglio , ho allontanato il più possibile quelle reti di cui parlava Joyce, religione, lingua e nazionalità. Poi, mi sono messa all'ascolto. Sono salita sulla montagna più alta e ho sentito tutto il rumore del mondo, dopo sono scesa e all'orecchio mi è arrivato un brusio, ma della voce del mio mentore nemmeno una nota. Tutti laggiù a parlare. All'inizio ho pensato che dovesse avere qualcosa di rassicurante e di quasi poetico sentire quelle voci, le voci del mondo, dei miei simili, e ho pensato che, con quelle voci accanto, non fosse mai possibile sentirsi solo, ma poi mi sono detta: "Questo è solo un brusio che cresce, s'infittisce e non produce". Una conclusione arrogante, ho concluso, ma poi pensavo "o forse no". Anche per questo ho cercato un maestro: affinchè mi insegnasse a capire in che modo afferrare e con mano d'artiglio catturare, tra tutte le galassie di pensieri, quello giusto e, da qui, elaborarlo, perfezionarlo, potenziarlo fino a farlo volare da solo come un modellino d'aereoplano sulle teste stupite e sconvolte di una nuova umanità. Si... qualcosa di questo genere.
Sono andata a chiedere al poster di Dylan, non avendo altri nomi della lista che non fossero seguiti da epitaffi.
"Sii il mio maestro" ho detto.
"Non posso. Io sono solo un menestrello stonato che canta della vita" ha risposto.
"Ti prego, Bobby, mi puoi insegnare un sacco di cose"
"Non posso, mi dispiace. Sono un artista, non ho le risposte che cerchi"
"Va bene, non fa niente".
"Aspetta…Quanti anni hai?"
"Diciannove"
"Oh be', nessuno è perfetto. E perché vuoi un maestro?"
"Per parlare dei dubbi che ho, parlare del più o del meno e imparare le cose che credo di sapere e che, invece, non so"
"Uhm. Che genere di dubbi?"
"Su questa società, quello che c’è e quello che non c’è. Facebook, la Palestina, la democrazia…"
"Mi spiace"
"Già, grazie lo stesso, scusami se ti ho disturbato. Continuerò a cercare".

Se ci fosse stato un fiume e non l'asfalto, probabilmente avrei lanciato qualche sasso sconsolato prima di andarmene. E se ci fosse stato un maestro vicino a me e non un ragazzino con gli auricolari nelle orecchie forse avrei parlato così: "Maestro. Non mi riesco a togliere dalla testa quel brusio di voci, semiminime e biscrome". E il Maestro avrebbe detto: "Parla più chiaramente, allieva". "Si, Maestro. Quello che voglio dire è che ognuno ha le sue idee e questo è un bene, perchè l' uomo dopo anni di rivoluzioni, ha raggiunto la sua libertà di parola, la sua libertà di pensiero. Ma a me pare che tutta questa libertà di pensiero ci sia scoppiata in mano come una penna che sporca d'inchiostro il collo della camicia e le guance e i polpastrelli. Siamo diventati i carcerieri delle nostre idee e dei nostri discorsi, i carcerieri del nostro libero pensare. Sosteniamo i nostri pensieri solo perchè ci appartengono e li chiudiamo in singole, isolate, torri d'avorio tutte uguali chiamate "profili Facebook" "Twitter Twoosh"... Non so se sto dicendo bene" avrei detto a quel punto. "Finisci il discorso, i dubbi alla fine..." mi avrebbe risposto il Maestro con lo sguardo chino sulle mani intrecciate.
"Dicevo... Il continuo, sistematico, cieco contraddire è diventato libertà d'espressione, la presunzione nei discorsi, invece, un atto di coraggio. Infiniti decibel di rumore sociale. Tunz tunz. Non c'entra il rumore della città, dei clacson giù per le strade! Io non me la prendo con il frastuono delle fabbriche come facevano Dickens e Parini. Nemmeno con la musica da discoteca, Maestro. A me spaventa il rumore di questo sottofondo di pensieri spezzati, un mormorare di sillabe brulicanti e frettolose, di ingranaggi che fluttuano in gel privi di sostanza. Temo, più dell'inquinamento e delle neoplasie, più dello scioglimento dei ghiacciai e della crisi energetica, la meccanizzazione della mente umana, lo svilimento dell'ascolto e il voler ridurre il pensiero a un pasto fugace imbustato come un Happy Meal, o peggio, un pranzo di pastiglie pseudo-proteiche e sali minerali. Perchè è proprio questo l'equivalente di tre righe scritte su Facebook per un limite massimo di otto. Circa...non so. Ad ogni modo, condividere un link non è appoggiare un'opinione; premere il tasto "Like" non è esprimere reale apprezzamento; dichiarare apertamente a "duemila" amici quali siano le tue paure, i tuoi desideri, non è mandare al diavolo il subconscio e liberarsi di esso. La nostra psiche è solo apparentemente compatibile con queste nuove forme di comunicazione, con i social networks, perchè si tratta di inscatolare metri e metri di un tessuto complesso dentro pagine bianche e blu che, sebbene siano chiamate Home, mai e poi mai potranno essere la nostra casa in quanto, prima di tutto, incorporee. A lungo andare si creerà come una "lettura sfalsata dell'immagine", ovvero quello che ci offre la connessione e quello di cui abbiamo veramente bisogno. E quando il sistema va in tilt, nascono i problemi, le dipendenze, gli attacchi di panico, i costanti mal di testa. Si parla a gran voce di droghe pesanti, delle droghe leggere eccetera e mai nessuno che gridi in tv, in uno di quei seguitissimi programmi del pomeriggio, che noi, signori, signore e signorine, curiamo lo stress a botta di paracetamolo, che siamo tutti drogati e nevrotici come i nostri discorsi e i nostri tic, che non dormiamo più la notte e che chiediamo a Google: chi sono io. Risposta: Babbo Natale".

   Se questi pensieri li avesse letti un Maestro e non un lettore capitato quaggiù per via di Max Ernst, probabilmente mi sarei sentita dire: "Non posso credere che tu abbia chiuso questa riflessione con Babbo Natale. Hai annullato in due parole tutto il pathos, che, presumo, volevi ottenere". "Figo, eh?" avrei esclamato io. No... non è vero, non avrei detto nulla e non per paura o per umiltà, ma perchè mi sarei trovata stanca di sentire la mia voce. Anche adesso, mentre scrivo, non vorrei sentire la mia voce, nè le vostre voci, ma quella del Maestro.
Voglio che tacciano i risonanti tamburi e che il Maestro parli.

23/10/12

Descrizioni del suono per non udenti


TERZO: IL TEMPORALE

di Cristina Taliento

      (Kenneth Noland, acrylic on canvas)


Diciannove schiaffi piatti al muro, tap tap tap... tap, al ventesimo ti giri e cadi a terra. Morto. No, ti alzi. Sette    passi, quaranta giri, apri le braccia, di più. Respira forte. Tosse nelle mani e nausea dappertutto, una fitta, è la milza, respira, di fermarti  non ti fermi. Adesso esci, scendi le scale correndo, perché vivi? Che vuoi? Prendi la strada, a sinistra. Più veloce. Inspira con il naso, butta via con la bocca. Non muori, corri. Fari d'auto negli occhi, moscerini sulla lingua, il buio dei vicoli entra nei capelli e nelle rughe. Il tuo passo, la pioggia. La gola ti sta bruciando, lo so, l'aria fredda. Il semaforo è rosso. Reggiti al palo, prendi fiato, uno, due, tre, uno, due, tre, uno, due. Macchine nere, alcune sono grigie, ma le vedi rosse e poi bianche. Tre, respira. Verde, vai adesso. Corri tra la gente, urta le spalle degli altri, non ti girare, non chiedere scusa, veloce. Attraversa i binari, sbrigati.  Che vuoi, ah? Dove stai andando? Non ti sto guidando io, che ne so dove stai andando. Questa strada qui, questa a destra, prendila. Non c'è nessuno. Tosse. Il sudore si gela, le lacrime si gelano, le mani, i polsi, la fronte a zero. Non ti fermare, attento al gradino. Un crampo ti afferra il muscolo, veloce come l'attacco di un ragno o di uno squalo. Cadi. Stendi la gamba, prendi il piede, tira. Respira, non è niente, respira. Stai piangendo? Hai paura? Tira, ma che piangi e piangi... Il cuore si sta aprendo: è un'impressione. Mettiti seduto, stendi la gamba. Piano, ora. Bevi. La pioggia. I denti bianchi risplendono nel buio di una strada a mezzanotte, mordono il labbro inferiore che trema. Con chi te la vuoi prendere? Con me? E chi sono io... una voce. Solo una voce che scivola e che tu puoi sentire, che non ha rumore, che se ne va... Urli e c'è il tuono. Ti addormenti e il tuono scompare, se mai c'era stato. Gli ultimi lampi annegano nell'alba. Sei salvo. 

04/10/12

Di alcuni gladiatori nell' East End

di Cristina Taliento

Prima stesura

(TSBC3, Jordan Eagles, 2011, blood, copper preserved on plexiglas, UV resin, Collection of University of Michigan Museum of Art)

5.000 parole sull'uomo moderno, dalla caduta di Hitler al Progetto Genoma. Moderno, dunque: aerei, social networks, stress, telescopio spaziale Hubble, mentine senza zucchero, Obama, polmoni artificiali, tunnel della Manica, AIDS, Coca Cola light, Pistorius, floroclorocarburi, bosone di Higgs, Torri Gemelle, auricolari, lol, :-), : D, XD, -.-, :-p, questione adolescenziale, teoria delle stringhe, questione morale, teoria dei giochi, caramelle scoppiettanti, teoria del complotto, Super Mario, teoria dell'azione ragionata, Harry Potter.   Nelle strade affollate incede-passo largo, postura eretta- l'uomo moderno, gioioso per la confortante illusione di essere non l'ultimo, ma il più lontano dal buio. Tu es, tu sei, homo novus, uomo moderno, eppure così inconsapevole e fragile e smemorato, tanto leggero, ma così pesante nel tuo costante, comodo, caparbio, ignorare. "Cosa?". "Come cosa?". "Ignorare che cosa?". Rise e poi, serio: "La morte". Per questo accorrevano. Parcheggi sotterranei nell'East End di Londra brulicanti di uomini, insetti, armi trafugate negli anni dai Musei Vaticani. Dicevano che il lavoro cieco e smodato aveva allontanato l'uomo dal buio e dalla ragione. Dicevano che c'erano luci al neon dappertutto e la notte quasi aveva finito d'esistere  e che le persone si erano dimenticate di interrogarsi sul senso della vita per potenziare così una super paura, la paura della morte.  Gli uffici erano pieni di insicuri, uomini chini sui loro computer, pugni sotto menti rassegnati, occhi stanchi appesi a bocche morte, oppure si trattava del contrario e allora vi erano canini che mordevano 170 volte al minuto la parte interna della guancia, ginocchia vibranti sotto la scrivania. "Perché lo fai?". "Cosa?". "Far vibrare la gamba". "Ah, non me ne accorgo. Un tic". Eccellenti, straordinari, pregevoli lavoratori che ignoravano quale destino gravasse sui loro colli di camicie, che rifiutavano di ammettere che non è tanto quanto lavori, quanto produci, ad attestare che sei in vita. Magnifici, assidui lavoratori che amavano così tanto il loro lavoro da prendere il venerdì sera e il sabato sera come gli ingloriosi momenti della sbornia in cui tutto veniva dimenticato e perso e confuso ad altri ricordi e... sbiadito... allontanato. Era il modo, si, Seymour, il capo dei gladiatori, diceva sempre che era il modo in cui si aggiustavano gli occhiali sul naso che smascherava le loro paure. Il modo in cui fissavano il muro la sera una volta tornati a casa. Per questo accorrevano e urlavano nei parcheggi dell'East End e si tagliavano il petto a vicenda come i gladiatori di Ottaviano Augusto. "Loro erano schiavi, non avevano scelta". "Noi l'abbiamo?". "Si, voi l'avete". "Non è vero". Un uomo aveva due lingue o una divisa a metà. "Che ti è successo?". "La lingua?". "Si". "Me l'hanno intagliata. Tre anni fa". Avevano paura della morte. Qui non insegniamo a vincere la paura della morte, qui la facciamo ricordare. Perché è giusto che un uomo ricordi dove deve andare, è giusto che se lo ricordi, sempre. "Ma, mio Dio, è violenza questa. Voi ferite la carne". No, è comprendere l'uomo.  Per noi l'insicurezza e le guerre nascono dalla falsa interpretazione che gli uomini danno alla definizione di interiorità. Pensano che sia la psiche, tutto quel girotondo emotivo, i sentimenti. Balle. Interiorità è quello che sta dentro. "Quello cosa?". Ossa e viscere, per Bacco! Gli uomini pensano a loro stessi in termini di capelli e denti bianchi quando dovrebbero vedere con i loro occhi la persistente forza del loro cuore o  l'aspetto dei loro reni. "Che cosa c'è, avanti dimmi, dietro quella tua pelle liscia?" Le mani, le braccia, le vene come ricami blu sulla tela. I gladiatori gridavano. Un rumore assordante rinchiuso tra muri e muri di cemento armato metri sotto terra e sopra le loro teste si sentivano passi di tacchi veloci, tacchi alti e neri, tacchi con la suola rossa, tacchetti artigianali, a spillo, di pelle, aperti davanti, con il laccetto, di alto design, con brillanti applicati, rivestiti di seta, sneakers frettolose con i lacci, senza lacci, colorate, solo bianche, con la gomma bianca sulla punta. Erano i passi di chi andava e andava nelle strade della vita. Era strano e così vero, allo stesso tempo, che negli stessi metri quadrati di spazio, quello stesso spazio venisse diviso in due: sopra chi non ha mai tempo, chi compra il caffè e scappa via, chissà dove, chi guarda nelle vetrine e, per qualche attimo, non riconosce (ricorda) il riflesso di se stesso; sotto, invece, c'è chi, appoggiato al muro fumoso di un sotterraneo, aspetta il suo turno per colpire, lacerare, dilaniare, mordere, tirare via, vedere dentro la macchina di tutto, la chiave della sveglia e spegnerla, sbatterla a terra e sentire che è così, in fondo, è così che si muore e il sangue scivola via e si potrebbe ridere adesso. Ridi, adesso! Si... ridi, adesso...
"Alla gente e anche a me sono odiosi quei gladiatori che combattono per salvare a tutti i costi la loro vita. Infatti facciamo tutti il tifo per quelli che già nel volto portano scritta l'indifferenza per la morte". Seneca. De tranquillitate animi. "Posso?". "Prego". "Se mi lasciate spiegare, io non sarei d'accordo. Voi, gladiatori moderni dell'East End, siete dei viziati! Qual è la vostra rabbia? Voi siete arrabbiati sul serio per l'alienazione dell'uomo contemporaneo, per la frenesia delle metropoli, il vuoto d'emozione, la distorsione dell'identità umana? Mi viene da ridere. La verità è che siete i figli di chi ha vissuto il boom economico, di chi se l'è spassata a Woodstock, ma al contrario dei vostri genitori, voi non sapete un cazzo della guerra, perché se la fate, non la fate a casa vostra, no, ma la cosa più ripugnante è che avete preso a cercare l'adrenalina calpestando il rispetto per chi è stato ucciso e speculando sulla morte".

Ma la mia voce non era che una voce nella bufera e sebbene parlassi così duramente contro di loro, in nome dei miei valori e del mio carattere, comprendevo troppo bene le ragioni che avevano avuto e continuavano ad avere.

                     FINE

25/09/12

Descrizioni del suono per non udenti

SECONDO: ARMONICA A BOCCA

di Cristina Taliento


(The adventure of Hum  by Alexander Jansson)


Forse... forse questo suono è come quando un cervo ti investe per sbaglio e mentre cerchi di tamponare le ferite sulle ginocchia con la mano, vedi camminare sul muretto di fronte una linea di insetti di un verde metallico seguiti da una specie di funambolo ballerino che chiude la fila. Una scena insolita, non l'avevi mai vista, però non smetti di pensare al cervo, se si è fatto male pure lui o se l'hai spaventato con quel grido, e allora ti alzi per rincorrerlo trascinando la caviglia ferita e stringi gli occhi per vedere meglio tra gli alberi e non vedi bene, no, perché sei molto miope e nella caduta gli occhiali sono finiti nell'erba e che cosa pazza pensare di trovarli. Quasi inciampi in un ramo ricurvo, barcolli, ti fermi, sbuffi, continui. E' una foresta di betulle e saranno foglie quelle oppure farfalle, ma il cervo dove sta... dove sta... Non lo sai, forse è laggiù. Vai a controllare e intanto il sangue ha macchiato i jeans. Per questa macchia tua madre ti uccide, ma adesso non fa niente. Potresti rimanere ucciso per sempre in quel bosco o morire per un ginocchio sbucciato e non sentire dolore, perché è così triste, in fondo, essersi scontrati con un cervo scomparso. Così ti siedi sul primo masso che trovi, però il masso si muove. Oh caspita, ma è il cervo questo! Eh si, il cervo è il ritornello e quando vedi che sta bene, gli chiedi scusa per non aver mantenuto la destra. Stupido, stupido pedone sono, dici. Non ti preoccupare, colpa mia, ero distratto, risponde il cervo con fare sportivo. Forse questo suono è come quando ti accerti che il cervo sta bene e puoi tornare a fare le cose che stavi facendo, anche se, tornando a casa, ti accorgi di alcuni graffi sulle braccia che prima non avevi notato. E sospiri.

07/09/12

Discorsi di un falco in volo

di Cristina Taliento

(Albrecht Durer, Wing of a Roller, Watercolor and gouache on vellum 20 x 20 cm. Graphische Sammlung Albertina, Vienna )


"Io lascio nei cieli che scopro un senso di magnifico infinito e invisibile solco, ombre delle mie ali sui meravigliati volti di chi mi guarda e correnti eterne, dovunque io voli. Maestose montagne si alzano nel sole come file di elefanti schierati alla battaglia, superbe mi guardano mentre le sorvolo; io più piccolo, è vero, ma più in alto e più giovane. Si irradiano lontano e ancora oltre pianure azzurre e oceani verdi, anfiteatri romani mai ritrovati perché nascosti dai rovi e dagli incantesimi degli alberi. Allora io penso durante questo destrogiro a Est delle Alpi  che noi, rapaci, montagne, uomini, siamo esattamente quello che vogliamo essere, come vogliamo essere, in ogni momento del giorno, in ogni spazio, sempre, e che tutte quelle storie d'insoddisfazione, in realtà, non contano niente, che io potrei sentirmi adulato nel veder gli occhi altrui così desiderosi posarsi sulle mie piume, ma so che ognuno è l'esatta espressione del suo essere e quando guardano me essi  imparano a volere; nel desiderio di imitarmi incontrano loro stessi. Per questo, non m'inganno e seguendo il sole, nel sole, mi allontano. "

17/08/12

Descrizioni del suono per non udenti

PRIMO: IL SILENZIO


di Cristina Taliento

(Turnsole, Kenneth Noland, 1961, Moma)

Sospesi e ancora vivi per gioco a due metri dal sole. Si sente, lo senti? Il rumore segreto, il rumore del sole. Come un terrificante tuono continuo, una tempesta di idrogeno e tutt'intorno fuoco, esplosioni e scoppi violenti e grida, miliardi di bombe atomiche che scoppiano nello stesso istante e onde sonore come colpi di frusta rovente dappertutto. Allora questo gigantesco rumore sferico annega nel vuoto: silenzio. Eccoci precipitare  verso la Terra e cadere in un oceano qualunque. Giù giù, ancora più in basso. L'acqua non oppone resistenza, scivola sulla nostra pelle, sulle nostre branchie. Che cosa siamo? Squali, guarda in alto. Ci sono delle linee di luce sulla superficie, delle ragnatele lucenti che disegnano cerchi e talvolta un raggio ha le sembianze di una spada incandescente annebbiata dal tempo. Toccala. La pinna sfiora il raggio di luce, poi lo taglia senza spezzarlo. Ora guarda il movimento della pinna di quel pesce laggiù, quello rosso. Sembrano veli di seta mossi dal vento. Ma come lo spieghi, è questo il suono del silenzio? E' solenne come neve che cade attraverso l'aurora boreale, è una pianta che si allunga intorno alle colonne marmoree di un tempio pagano e non puoi dire che si stia muovendo finché non ne vedi gli effetti dopo mesi e anni. Il silenzio... è l'aria che lentamente condensa, l'albero più alto del giardino, la brezza che fa muovere il lenzuolo, un foglio di giornale che vola tra i palazzi come un gabbiano metropolitano, la mano dell'addio premuta contro il vetro del treno di mezzanotte. No, non è lava, ma una candela che ondeggia nel buio di una stanza e pare che si stia spegnendo, ondeggia, trema, si spegne. E che odore ha il silenzio, poi? L'odore che ha il cielo certi giorni al crepuscolo quando le nuvole si tingono del color del vino.