25/04/16

Dal mio posto nell'ultima fila


Una specie di racconto di Cristina Taliento


(by Helene Delmaire)


Una volta io e il matto Genda (pittore e scrittore) andammo a un concerto del signor Effe. Genda passava quel periodo in cui non parlava molto. Mio nonno, suo amico da una vita, mi aveva chiesto di andarlo a trovare, per portargli le stecche di cioccolata, le sigarette, i calzini nuovi e la Gazzetta dello Sport. Così ogni volta mi sedevo accanto al suo camino spento a fissare la calce bianca, la bianca calce bianca senza wifi, senza niente, senza nemmeno una cicca da masticare. 
"Ehi" diceva ogni tanto.
"Ehi" rispondevo io dall'oltretomba.
"E insomma" faceva girando la pagina del giornale. Quel fruscio risuonava fino al soffitto, alto soffitto.
"E insomma" sbuffavo con statica aria 
antipatica poco poetica molto patetica.
"Il gatto ti ha mangiato la lingua?". 
"Si, è così" e se non fosse stato anziano, avrei detto è dannatamente così.
Però poi lo dicevo: "è davvero dannatamente così" dicevo. E il gatto, il più delle volte, era proprio a un metro da me, vicino la porta che mi guardava immobile. Gli facevo un cenno col capo.

Quelle strane conversazioni duravano poco, in fondo, poiché erano intervallate da lunghi silenzi in cui entrambi pensavamo a delle soluzioni per problemi semi-esistenziali sulla realtà delle cose. Problemi comunque abbastanza diversi dato che io, a quanto sembrava, avevo tutta la vita davanti e lui, al contrario, stava morendo. Inoltre, non potevamo parlare perché ascoltavamo con una certa attenzione gli stupefacenti discorsi della signora russa del piano di sopra. Era come una specie di telenovela che seguivamo con finto disinteresse sorridendo di tanto intanto ad ogni "oh Manuel occhi dolci te prego". 

Lo trascinai al concerto del signor Effe dopo aver cercato di spiegargli in modo semplice cosa volesse significare "paziente affetto da BPCO".  E siccome non ero stata brava con la lezioncina e nemmeno volevo tirare in ballo il sistema immunitario davanti a quegli occhi stanchi e incacchiati, decisi che ci avrei riprovato dopo il concerto. 

Il signor Effe era stato un cantautore di carattere riservato soprattutto fino al compimento dei Sessanta anni, superati i quali aveva deciso di vendersi l'anima al Diavolo con la contentezza di tutti i suoi più giovani fans che ora potevano seguirlo nei salotti tv, nelle radio, in streaming e in tutti quei posti divano-dotati dove egli amava sedersi a discutere con distacco del suo distaccato distacco verso questo mondo distante. È chiaro che io l'avevo frainteso, presa com'ero a fraintendere sempre tutto e tutti. D'altronde ciascuno aveva una propria interpretazione delle sue canzoni e io avevo la mia. In realtà il motivo era solo uno sciocco risentimento per quella volta che gli gridai: "Lei è semplicemente il mio idolo". E lui non si girò. Mi sentì e non si girò. Me la presi, com'era poi giusto che fosse, evitando di ascoltare altre sue canzoni, costatando con una certa delusione il successo che stava accumulando negli ultimi anni di suo, con permesso, sputtanamento. 
Erano gli anni in cui crescevo e il signor Effe si perdeva nella nebbia della sua peggiore parte di sé, quella autoreferenziale, principesca e acclamata dai più. Negli stessi anni Genda vedeva avanzare la sua broncopneumopatia cronica ostruttiva, anno con anno, sigaretta dopo sigaretta. Io prendevo l'autobus tutte le mattine, mi divincolavo tra la folla della mia generazione. Genda, le mattine, leggeva il suo giornale fino alle undici e trenta, poi usciva a dar da mangiare a tutti i cani randagi della zona. Nel frattempo, il signor Effe partecipava a qualche varietà radiofonico dei miei stivali dove discuteva amabilmente del suo nuovo disco e io che, a ricreazione, ascoltavo contrariata ogni sua parola con attenzione, storcevo la bocca delusa e arrabbiata e così faceva pure Genda che arrivava alle mie stesse conclusioni sentendo quelle idiozie dalla radio del bar in cui era entrato per prendere un bicchiere di gin.

Io, Genda e il signor Effe non avevamo niente in comune, a parte il caratteraccio. Però ci ritrovammo tutti e tre in quel vecchio teatro comunale dove si teneva il suo trecentomilionesimo concerto. 
Sul biglietto non c'era il numero del posto e io volli sedermi nell'ultima fila. Per ripicca.

Arrivò un ragazzo della mia età. Ci salutò. Mi disse che era un assaggiatore d'aceto. "D'aceto?" risi. Io dissi che scrivevo canzoni e poi mi spiegò che assaggiare l'aceto era una cosa importante per la qualità del prodotto, che c'era in ballo una roba tipo duecentomila assaggi all' anno e che la garanzia, il tutto era molto importante. Perbacco. E io che scrivevo canzoni... lascia stare.

"È il miglior aceto balsamico del mondo" disse. 
"Nessuno lo mette in dubbio, ragazzo" disse Genda da vero anziano.

La stanza si riempì, ma era come se fosse ancora vuota. I fari illuminarono il signor Effe che, con quella nuova astuzia, aveva messo in scaletta la mia canzone preferita. Ex canzone preferita. Genda lo sentivo muoversi sulla sedia in cerca di una posizione comoda. Comunque, presto, silenziai anche quel rumore. 
Le persone attorno a me si stavano dissolvendo. Effe cantava e tutto spariva. Io dall'ultima fila al buio, con una rosa in mano, stavo ferma al mio posto. Piangere non era possibile. Morire meno che mai e poi mai. 
Ero andata volontariamente nella tana del drago pagando per giunta il biglietto per sentirmi cantare canzoni che mi spiattellavano in faccia me stessa. 
"Mi conosci solo da cinque minuti" avrei voluto dire. "Che cosa ne sai".
Mi alzai. Era troppo. Genda anche non vedeva l'ora di andarsene. Lascia stare.
Tieni, eccoti il biglietto. Ti lascio tutto qui su questa poltroncina a forma di fiore. Ce ne andiamo. Lascia stare.

23/04/16

Appunti per un racconto di fantascienza


di Cristina Taliento


G-protein


Certe sere sono fatte per lasciarsi, voltarsi e prendere la Via dei Pub, percorrerla tutta senza però entrare in nessun cacchio di posto dalle luci blu. Camminare perché è così che si va avanti. Senza giri di parole, uno prende e va. Magari con un passo un po' silenzioso e indifferente. Poi, accorgersi per sbaglio che la luna è orizzontale e allora per paura degli dei e della loro ira, iniziare a correre. Correre in modo alquanto normale come se ti stesse soltanto per scadere il ticket del parcheggio. Normale corsa, così. E invece, avere il cuore in gola e tutta la dannata adrenalina in circolo e l'arteria temporale che tra poco ti sfonda la cute e se ne va. No no, resta qui. Resta qui e gira l'angolo, depista questa cazzo di luna orizzontale, non è successo niente, gira l'angolo, appoggia la schiena contro il muro e respira. Respira. 
Guardarsi le spalle e accorgersi che non c'è finalmente nessuno. Nessun gatto tigrato un po' minaccioso, nessuna ombra e nemmeno la luna. Menomale, menomale. Allora, controlli che i lacci siano ben stretti. Non deve essere uno stupido laccio a farti inciampare, no? Va bene dai, stai bene, riprendi il tuo cammino fino al bar di Aldo. 
"Ehi Aldo come va" dici con aria confusa.
"Bene, te" dice Aldo guardandoti con il canovaccio messo sulla spalla come se fosse un asciugamano da palestra. 
"Dammi, dammi..." fai tu mentre cerchi di decidere cosa bere. La miopia non ti permettere di vedere, ma poi finisce che alla fine vedi tutto. 
"Vuoi un bicchiere di vino?"
"No non mi va"
"Non ti va?"
"Non mi va niente. Senti, anzi, fammi un panino"
"Ma io non ho panini"
"Che posto inutile" dici. 
"Se vuoi ho un cono gelato" dice Aldo.
"Un cono gelato" ripeti guardandolo dritto negli occhi. Dritto negli occhi.
"Si".
I coni gelato non ti sono mai piaciuti, ma là fuori è buio con una luna assassina e tu hai caldo, hai freddo, no hai caldo. Non vuoi, non puoi uscire. La cosa che vuoi di più in questo momento è raccontare una storia di fantascienza.
"E allora Aldo prendo questo gelato e poi voglio una bottiglietta d'acqua frizzante. E un tè bollente, se ce l'hai alla vaniglia, altrimenti tè verde". Quanta solerzia.
Aldo è vecchio, sovrappeso, avrà un fegato enorme. Se parla troppo, dopo un po' gli manca il fiato.
"Okay" dice ed è abbastanza.
Non per te. Non per te. Tu devi raccontare la tua storia, la tua idea. Parlare poco è una cosa che ti è andata bene durante l'adolescenza, fino a quando tutte le parole, tutte le parole, non ti sono esplose nel cervello chiedendo di uscire come lava, come liquido di luna che nel cielo notturno cola come crema sui profili dei palazzi. E già.
Quindi ti guardi intorno. Alcuni avventori ti rivolgono la parola sorridenti.
"Bei capelli" dicono. "Begli occhi" dicono.
A te queste chiacchiere non interessano stasera. Tutto ciò che vuoi è raccontare la storia. E quindi inizi così:
"Sarò breve. E anche ignorante. 
C'è una città piena di fumo, di gente, di impermeabili che svolazzano da una parte all'altra, di cani randagi, facce imbronciate, facce losche. Si, lo so che gli impermeabili sono passati di moda, ma sapete, aggiungono fascino a queste storie tanto per. C'è uno scienziato, un tizio in gamba, uno amico di tutti, di quei tipi che battono sempre il cinque e sembrano tutto muscolo e niente cervello e invece sono pure brillanti. E infatti, è talmente un fuoriclasse che scopre un siero dell' Eternità. "
Aldo ti conosce, in fondo. È abituato a queste minchiate. Ti lascia finire.  Eccoti servito il tè. Ora ti porta anche il gelato.
"Cheppalle penserete, ma vi giuro che c'è dell'altro, questo siero mi serve solo per dare il La. Allora, le persone che fino all'invenzione del siero sono invecchiate sono gli Adulti. Bene, mi seguite? I bambini che nascono dopo la scoperta del siero, nascono, punto. Ovviamente è un siero che blocca le mitosi, le divisioni cellulari, iberna i processi biologici, okay? Okay! Quindi se io do il siero al bambino, quello rimane bambino per Sempre! Quindi in questa città il siero lo danno a una certa età prestabilita. Mettiamo, ventidue anni, l'età dove le persone sono fisicamente il meglio di loro stesse. Diciamo."
Gli avventori annuiscono. Dicono "ahn ahn". Ma tu lo sai che non ti seguono, ma che importanza ha in questo mondo dove l'importante è dire la propria cazzata.

"Benissimo. Dunque in breve tempo si formano due schiere: gli Adulti e i Bambini. Ben presto la città si riempie di Umani, le case vengono vendute a prezzi altissimi, le file dei bagni pubblici diventano lunghe come autostrade. Un vero macello. Gli Adulti realizzano che i veri nemici sono i Bambini e iniziano a trovare dei modi per farli sparire. Questo non significa che li uccidano. Mi inventerò qualcosa tipo una prigione virtuale in cui vengono rinchiusi. Brividi di esaltazione. 
I bambini iniziano a reagire, a combattere contro gli Adulti che li vorrebbero fuori dai piedi. D'altronde i bambini sono "biologicamente attivi", mica come gli Adulti, che oramai hanno solo specie cellulari perenni. Eh eh!"
A quel punto inizi ad avere sonno.
Aldo ha ascoltato la tua storia e ora è giusto lasciarlo in pace. Rispetto. Rispetto per Aldo su. Non vorrai tediarlo ancora con tutti i problemi che ha. Quegli altri avventori invece che se ne andassero al loro destino. Non ti sembrano per niente sinceri.

"Saluti" dici alzando le spalle davanti al gelato sciolto che hai ignorato.
Paghi. Te ne vai.
Esci. Sguardo basso per ignorare la luna orizzontale. Tu non hai fatto niente. Se è una Luna Assassina che ammazzasse qualcun'altro, pensi. Tipo quello che imita Renato Zero. Ridi al pensiero. È chiaro che scherzi.


19/04/16

Il suo maglione

Un lavoro di fantasia di Cristina Taliento 


Questo è un testo descrittivo su un maglione a strisce. Niente di particolare, ad eccezione del colore delle strisce che, beh, quello si, a volerci pensare era particolare e buffo e che non l'avresti mai detto. Più che altro perchè c'erano strisce celesti e blu e rosse e gialle, un vero casino di colori che ricordavano un po' i Power Rangers oppure, a voler fare i colti, quel pittore famoso, come si chiama... quel pittore che dipinge dei riquadri con questi colori e ciascun riquadro è circondato da una linea bella nera. Mi sono scordata. 
Non era questo granchè di maglione, alla fine. Voglio dire, non che io ci abbia avuto direttamente a che fare dato che, si, non era mio. Ma sicuramente non era cashmire. Sarà stato quel genere di maglioni che vanno in lavatrice perchè non importa, ma si, figurati se per un maglione così vai a fare un lavaggio delicato. Era un maglione da usare tutti i giorni,  ecco. Uno di quelli che vanno bene per pescare, per studiare o per raccogliere cicorie in campagna, se sapete cosa intendo. Però era anche uno di quei maglioni che prima di andare a raccogliere le cicorie in campagna, ti fermavi un attimo e magari decidevi di cambiarti, di metterti addosso un'altra cosa più vecchia, magari senza tutte quelle strisce che spaventano i passeri. Perché comunque era peccato, comunque, sulla persona, faceva un bell'effetto e aveva lo strano potere di rendere simpatico chi lo indossava.  Se per esempio la persona entrava nella stanza mentre tu eri lì imbronciata, seduta a fare cose particolarmente contraddittorie tipo guardare con aria serissima il videoclip di Girls just want to have fun, il maglione di colpo aggiungeva colori e vita e accenni di sorrisi e quei sani valori che trasmette un bel maglione di lana seppur di lana solo al trenta percento. Il maglione era fatto così. A volte, quando lo vedevo, mi sembrava di conoscerlo da sempre, tipo la giacca di mio nonno, le mie robe di bambina, insomma come quei vestiti che uno non fa che vedere anni dopo anni e a ritrovarseli nell'armadio e a sbuffarci dietro ripromettendosi di buttarli e rimandando sempre. Lui invece lo vidi per la prima volta una domenica d'autunno, risi tantissimo e l'indossatore se la prese a morte e io, ridendo, cercavo di spiegare che non c'era niente di comico, ci mancherebbe, niente di buffo, spaventoso meno che mai, ma solo di strano e familiare... ah, non importa.

Ce l'ho ancora. È sullo scaffale più alto, quello che per raggiungerlo devo prendere la scala. Sta bene lì quello stupido maglione e spero un giorno di regalarlo alla Caritas o farci un falò insieme a tutte le altre cose. 

Lo studio delle lesioni patologiche del SNC



E studiavamo complici della nostra memoria 
 pagine 
Che presto avremmo dimenticato.
Il vento ripeteva il mio nome.
Non chiamarmi, sto dormendo.
Le pagine mi urlavano contro!
Non lo so, non ricordo
Lasciami dormire
Dormire su questo libro
Cinque minuti.
Tanto sonno.

(C.Taliento)