25/09/16

Cannella

divagazioni di Cristina Taliento 

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(Brooklyn back yard, Robert Lafond, oil on canvas, 2012)


Figure, libri, sguardi, luci che si sussegono veloci, luci dalla strada, lungo la strada, mentre tutto può essere e potenzialmente nulla può accadere. Musiche arabe dalle finestre e un ragazzo indiano mi chiede se voglio comprare un accendino. Sono confusa, sono miope; dico: "io non fumo". E mi accorgo del tenero suono che fa quest' io mormorato nella notte, tra le stelle di settembre, dove esistere è una cosa leggera e se vuoi fumi, se vuoi non fumi, se hai freddo metti il maglione, quello in cotone, color panna, oppure resta qui a sentire sulle braccia questo primo freddo ancora un po', prima che diventi un'abitudine. Le azioni stasera contano sui giornali, le decisioni politico-economiche vengono comunicate nella disattenzione di tutti in un televisore a muro, appeso in alto, in un angolo lontano di una piadineria suburbana. Gli avventori mangiano, il proprietario del locale chiama: "di chi è rucola, crudo e grana?". Qualcuno alza la mano, qualcuno, dall' altra parte del mondo, si chiede tra le bombe se potrà innamorarsi ancora. Segnaletiche luminose, una farmacia, una dinamo. Noi seguiamo le luci. Con le mani in tasca, sorridenti, borbottanti, disperati, seguiamo stregati le lanterne della notte, ovvero le nostre emozioni, totalmente concentrati su di esse. Ignoriamo l'Istat, il Pil, le percentuali d'incidenza delle malattie. Perché non sappiamo chi accidenti siamo, non sappiamo dove andremo, come facciamo a fingere che ci importi davvero qualcosa di Marte. Ci piace pensare alle cose piccole, certe, tipo il caffè, la fatica con cui accettiamo e comprendiamo e qualifichiamo la nostra esistenza, un amico, la famiglia. Siamo divi, ci piace mormorare "io", "io", "io" perché non c'è altro. Siamo solo noi in questo momento, con la nostra nuova passione per il decoupage, il nostro vecchio sogno di costruire una casa sull' albero... Noi innamorati, sfiduciati, noi magnifici, noi poveri stronzi che attendiamo sotto la pioggia, noi a cui non importa e invece si, noi che non abbiamo tempo e che poi lo troviamo sempre se c'è da correre, da sperare, da lottare. Parliamo di noi, ci piace lasciare un discreto segno nello sconfinato vuoto spaziale e temporale.

Una volta ero al parco, sottolineavo righe di scienza in una domenica pomeriggio col cielo annuvolato. Sulla mia panchina si sono sedute una signora anziana e la sua badante.
La signora anziana ha detto: "Eeh la vita, com'è dura, come si fa con la tristezza...".
La badante ha detto: "Per la fredezza interiore io uso la canela, siniora. Un cuchiaio de canella nel cafè".

Noi siamo fatti così. Un cucchiaio di cannella e a nessuno importa chi siamo, un cucchiaio di cannella e vorrei prenderti la mano, un cucchiaio di cannella e va bene ragazzo, dammi quest'accendino. "Io non fumo, sai, è che faccio braccialetti di cotone e brucio le estremità, così poi non si sfilano".
"Ok".


13/09/16

Egli scomparve con la sua andatura verso l'oblio

di Cristina Taliento


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Tutte le volte che la Parola finiva, tutte le volte che essa bruciava piano come una scatola di latte sull'asfalto, andavo inutilmente da Genda, un vecchio affetto da una certa specie di mutismo sentimentale, a tratti psicologico, a suo parere neoplastico. 
"Eh?"
"Sono muto perchè ho un tumore delle corde vocali" mi spiegava ogni volta con una mano sul collo. Ridevo. Ma non c'era niente da ridere. E finiva sempre così: ad ascoltare l'eco di quella risata per tutta la stanza finchè poi io non mi inventavo qualcosa di sciocco per farlo brontolare di nuovo. 
"Un fulmine ha ucciso trecento renne in Islanda due settimane fa"
"Umh" faceva frugando in tasca tra i suoi spiccioli. Era sempre impegnato in qualcosa.
"Trecento" ripetevo guardandolo dritto negli occhi, studiando ogni sua reazione, battendo col piede il ritmo ticchettante dell'enormemente giallo plastico orologio da cucina che era appeso al muro.

Non avevamo niente da dirci. Entrambi faticavamo a pensare una renna vera che non fosse una di quelle renne col naso rosso e i calzini a strisce.

In realtà, lui era il mio Personaggio e lo stavo perdendo. Genda era stato per anni un ribelle, uno smascheratore di bugie, illusioni novecentesche, un povero cristo, non lo nego, ma pur sempre il miglior prodotto della mia mente. Egli era quanto di più lontanamente autobiografico potessi creare e per questo mi piaceva; poichè era un ex giocatore  di calcio, ingrassato, ultrasessantenne che leggeva manuali di nuova filosofia sul divano. Mentre io... io studiavo e basta. Inoltre, in quanto ragazza e figlia del mio tempo, ero cresciuta tra tutte quelle convenzioni sociali che mi portavano ad escludere calcio, grasso e filosofia, nonchè il divano, soppiantato dalla modaiola arte del running in solitaria, a cui mi dedicavo ormai da tempo con una certa solerzia.
"Forza, fa' qualcosa. Balla, se credi. Pensati come un dannato musicista, autore di canzoni, un saltimbanco da sfracello. Meravigliami" lo mettevo alla prova.
"Ma che diavolo ne so, ragazzina. Mica puoi incolpare me delle tue mancanze immaginarie, dei tuoi vuoti d'inventiva" diceva accendendosi una sigaretta.
"Bravo, fuma! Fuma! Non sai fare altro. Non un gesto meno banale di questo! Trovami un Personaggio nella storia della letteratura di serie B che non fumi. Trovamene uno!"
"Disse mentre si accendeva una sigaretta" esclamò con tono solenne, imitando la mia narrazione, o meglio, prendendosi gioco del mio essere Narratore.
"Lascia stare- dicevo per farlo spaventare- è ovvio che tu, Genda, non aspetti che un gran finale".
"Un gran finale?"
"Ma si, un'uscita di scena prima che la tua svogliatezza faccia sbiadire le vecchie glorie. Un'uscita indolore, per carità, ma mai e poi mai una vigliaccata come farti partire per sempre per un lungo viaggio".
Quando udiva questa solfa, Genda si animava di un'energica ironia a cui non ero abituata. Con un largo gesto e tono teatrale, recitava cercando di riprodurre il mio accento: "E se ne andò nel buio della notte, con la sua andatura falciante emiparetica, scomparendo tra i fumi della stazione verso il più perenne oblio".
"Sii serio per una volta, vecchio! Un finale così non lo scriverei mai!"
"Cosa posso dirti?" chiedeva allora con la bocca aperta sospirante.
"Niente! Non dirmi niente!"
"Posso dirti forse che ti sei stancata di me? Posso dirti che un freddo bisturi ha tagliato i fili che collegavano la tua fantasia con le mie braccia?"
"Cosa c'entra il bisturi!" esclamavo tutte le sante volte finalmente arrabbiata, per il suo divertimento.
Ma lui se la rideva in un angolo, mentre io continuavo a mormorare "cosa c'entra il bisturi", "cosa accidente c'entra il bisturi". 

Non avevamo più niente da dirci. Tra noi c'era solo l'affetto che lo collegava alle sere della mia adolescenza quando calarmi nei panni di un vecchio matto era quanto di più rivoluzionario potessi fare. Chi lo sa perchè ora la sua voce si fosse spenta. Chissà come mai quel tumore alle corde vocali che non lo faceva più parlare.

"Forse sei solo cresciuta un po'" mi disse una volta, durante uno di quei litigi in cui non riuscivamo a comunicare. Lo disse con lealtà, senza quel disprezzo verso la vita adulta che io stessa per anni gli avevo inculcato.
"Forse sei solo un po' cambiata" disse, guardandomi con austeri occhi di falco.
"Talvolta accade" risposi da vera stronza adulta occidentale stacanovista priva di immaginazione.
"Già" disse il mio bel Personaggio a cui avevo insegnato a incassare una delusione con onore.
"Mi mancherai Genda" dissi poi.
"Metti un po' di me nel prossimo personaggio del cacchio che ti capiterà di torturare".

E se ne andò nel buio della notte, con la sua andatura falciante emiparetica, scomparendo tra i fumi della stazione verso il più perenne oblio. 


03/09/16

La fine dell'estate

di Cristina Taliento

La fine dell'estate, anche se lascia un po' di malinconia, in fondo non è mai stata una cosa veramente seria. A me sembra simile alla fine di un concerto, dove è stato tutto molto bello e i veri fans hanno ancora gli occhi innamorati mentre il ragazzo delle luci inizia già a smontare, ma il camioncino degli hamburger non se n'è ancora andato e se vuoi ti puoi fare un panino senza fare la fila, perché sono tipo le due di notte e chi lo vuole un panino alle due di notte.
"Io" fa Luca.
"Io" dico.
"Io" fa quell'altra.
"Ieu"
"Maiali"
Però c'è in giro un certo grado di calma. E ricominciano a vedersi le ombre dei gatti lungo i muri. E ricominciano a sentirsi i grilli che per le onde sonore che emettono dovrebbero mettere ansia e invece sono peggio della camomilla. Quindi, siamo qui, un gruppo di amici sbadiglianti alla fine dell'estate che, se vi va, ci facciamo una partita a briscola. Ho il liquore della zia. Metto su il cd di Bob Dylan. Va be, dai, ti sei messo la felpa, che esagerato, manco fosse natale.

29/08/16

Descrizioni del suono per non udenti

IL SUONO DELLE DITA CHE STRISCIANO SULLE CORDE DI UNA CHITARRA

di Cristina Taliento


Questo suono non c'entra con il suono prodotto dall' accordo. È come un seme di pomodoro nel tiramisù. Non è musica, né melodia, non è neanche armonico. È soltanto attrito. Sapete, un corpo che sfrega su un altro. Però è energia. Voglio dire, le dita dovranno spostarsi in qualche modo sul manico per suonare una canzone; e nel farlo si sente questo suono che è tipo un rametto che si spezza. Come prendere un rametto e spezzarlo in due. Oppure come un tramonto attraversato da un uccellaccio nero che quasi quasi speri che ripassi davanti perché una cosa che vola contro la luce arancione è davvero una cosa che vorresti rivedere. In questo caso, risentire. Però beh, le piccole cose messe lì a cacchio, che per certi versi rovinano il quadro, la melodia, certe volte rendono il tutto più di questo mondo. E un suono che potrebbe essere paragonato a un sandalo rotto, ci ricorda di quanto in fin dei conti sia semplice ogni nota che sentiamo.