Ad ogni modo mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. Lo so che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

(J. D. Salinger, Il giovane Holden, cap. XXII)

venerdì 4 aprile 2014

Arterie di Luca, arterie di Sally

di Cristina Taliento

(Cose nascoste, Filippo Robboni, 2011, oil on canvas)


Ieri Sally e Luca hanno mangiato da  noi. Non so come sia iniziata, ma a un certo punto, tra la frutta e il caffè, si sono messi a litigare. Sally ha detto, tamburellando le dita: "I sentimenti o ce li hai o non ce li hai". E io ho alzato le sopracciglia annuendo, frenandomi in tempo dall'esclamare un piuttosto assente 'eh beh si beh'. Masticavamo quasi tutti noccioline. Era domenica. Ho appoggiato la testa allo schienale della sedia. Domenica come quelle domeniche in stile finestra aperta sul giardino, tende mosse dal vento, cielo azzurrino, sorrisi lontani di vecchi che guardano i giovani essere giovani; come quelle domeniche in cui si interrompe l'argomento della conversazione per alzare il volume del televisore e ascoltare i ricordi malinconici di Albano sull'amore passato con Romina.
"Chi vuole il caffè?" ha chiesto mia madre alzandosi in piedi. Sally si guardava gli anelli, aprendo e chiudendo le dita. Sally e Luca hanno un dalmata, un gran bel figliolo di cane. Si chiama Ernesto.  
"Io no, grazie" ha detto Luca mostrando il palmo della mano. L'avambraccio svelava vene superficiali bene in vista. Notai il giro della vena cefalica sulla faccia posteriore. 
"Ora nessuno beve più il caffè!" ha esclamato qualcuno.
"Hai ragione, quando è moda è moda- ha continuato qualcun'altro- E tutti non fanno che dire di non guardare la televisione. Ma dico io, Santo Cielo, se state tutto il tempo su quelle X-Bos, Twitter..!"
"Si dice X-Box".
Domenica, come quelle domeniche in cui si cita Gaber e le persone sono "tutti" e l'Io è Accidente di Niente, purissimo Fico Secco, emerito Nada de Nada. Pur tuttavia, si diventa quasi stanchi di questa intelligenza che ce la trova sempre su ogni frase triste e felice e quindi, si sorride, si piega la testa di lato e si risponde citando, magari, Guccini, anche se queste domeniche, per forza di cose, non possono essere sempre di settembre

E poi è avvenuto il miracolo anatomico dell'immaginazione. Mentre parlavano di mode, li ho sezionato i tegumenti e i muscoli pellicciai, bloccandomi a un pelo dal recidere qualcuna delle loro arterie. I soggetti, o meglio, i modelli erano Sally e Luca, appunto, coppia di professori in pensione, padroni di un dalmata di nome Ernesto, amanti della pesca e della psicologia, principalmente Freud, di cui hanno una fotografia appesa nel salotto. Quieta quieta, li ho spogliati delle meningi, asportando lobi di encefalo qua e là. 
"Non ti ho mai chiesto per cosa stia Sally" ho detto per far voltare il modello verso di me, con le sue orbite rivolte verso la mia finta ingenuità.
"Sallustia!" ha esclamato Luca ridendo e tossendo. Fumava. Riuscivo a vedere i suoi polmoni neri dentro la gabbia toracica. 
"Ah... sul serio?" ho chiesto mentre seguivo con la mente il decorso dell'arteria mascellare interna e delle sue collaterali.
"Salvatrice" ha concesso mentre le anastomosi facciali si vasodilatavano un po'. 

Così, mi è venuta in mente una poesia dell'insieme 'Spazzatura' sul divertente andante perchè appartenente al sottoinsieme 'Romantico/macabro'. Una poesia-tipo-così: 

"Amo te e il tuo arco venoso del giugulo,
 il tuo sorriso e le tue arterie alveolari.
Posso sposare, per cortesia, la tua arteria cerebrale anteriore 
che porta nutrimento al tuo encefalo a cui sono sì affezionata?
La tua aorta mi apparterrà. Tu prendi la mia.
Anzi, anastomizziamoci! 
Diventiamo unico sistema cardiocircolatorio,
a due cuori."

A questa idea, ho detto ridendo: "Se vabbè!"
"Non ti piace il nome Salvatrice?". Le cavità orbitarie dei presenti si sono di colpo riempite di occhi integri, normalissimi occhi che avevano iniziato a fissarmi. L'incanto chirurgico era finito.
"E' il nome del Signore- ho detto su due piedi e poi ho aggiunto- al femminile". Il che era, come dire... vabbè.




domenica 9 marzo 2014

Domande dentro borse smesse mai messe

di Cristina Taliento

(Solitaire, Yelena Brysenkova, 2013, pen, watercolor, white ink on paper)



31) Se dozzine di film dell'orrore ispirano i loro soggetti a clown e bambole dagli occhi fissi perchè le case produttrici di giocattoli fabbricano bambole che, addirittura, roteano gli occhi?

32) Quanto ci vuole perchè i giorni passati maturino abbastanza per diventare i Miei Tempi?

33) Le impronte dei raggi se le ricorda il crepuscolo?

34) La sublimazione beffarda della selezione naturale di Darwin può, in qualche modo, rispecchiarsi nell'autoreferenza moderna degli autoscatti, nel puntare l'obiettivo sempre su sé stessi come a voler affermare la propria immagine sulle altre aumentando la probabilità di trasmettere con la prole il proprio patrimonio genetico? Quando abbiamo smesso di fotografare i tramonti?

35) Perchè in compagnia dei vecchi è più facile rimanere in silenzio e con gli adulti non molto vecchi si cercano con tanta solerzia gli argomenti? 

36) Chi ha paura del silenzio?

37) Come hanno fatto gli inventori dei proverbi a diffonderli in tempi in cui non c'era il web?

38) Perchè le principesse bacia-rospi volevano gli inesistenti unicorni e mettevano il broncio al sentirsi rispondere "l'erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re" quando, invece, avrebbero potuto richiedere un carico di rinoceronti, parimenti corno dotati?

39) Considerato che l'Universo si sta espandendo e la Terra fa parte dell'Universo, per la proprietà transitiva, non dovremmo espanderci anche noi?

40) Che cosa accade al pulviscolo atmosferico quando rispondiamo con ingenuità a una domanda che era retorica?

41) Perchè la memoria olfattiva evoca, quasi tutte le volte, sensazioni tristi anche se noi potremmo giurare di essere stati, in quel periodo, felici?

42) Se è vero che l'azzurro rende calmi, allora il Cielo la sapeva lunga sulll'ansia bestiale dei viventi?

43) La superficialità di alcune relazioni verrebbe approfondita se iniziasse davanti una minestra fumante invece che davanti un caffè?

44) Se fossimo stati un po' più giovani, l'avremmo distrutto con la fantasia, l'avremmo stracciato con la fantasia?

45) Il modo migliore per assassinare l'amico immaginario di un bambino è chiedergli con aria professionale e un bicchiere di scotch in mano quale sia la sua polizza assicurativa?


mercoledì 5 marzo 2014

Certi giovani - Ritratti dei seri

di Cristina Taliento

(Busto di bambina di profilo, Giovanni Fattori, 1875-77, Galleria d'Arte Moderna, Torino)


Una delle tante professioni del matto del Genda era quella d'inventarsi avvocato. Non di essere avvocato, ma d'inventarsi. Il che era diverso, ma lui lo faceva con la stessa passione. Per questo, Certi Giovani andarono da lui affinchè venissero difesi contro l'accusa di Vita Non Vissuta da parte di alcuni loro coetanei. 
Il matto Genda si disse onorato di prendere la causa in mano, alzò il cappello in segno di saluto e se ne andò senza, tuttavia, andarsene mai. Di nascosto, infatti, osservava i movimenti dei giovani, dividendo il foglio in due colonne, nominandone una "Grandi movimenti generali del corpo" e l'altra "Piccoli movimenti dello sguardo e dei muscoli facciali". Per intere settimane li spiò con l'intento di argomentare in modo convincente davanti al giudice. Già immaginava l'incipit del discorso. ("Signor giudice, ritengo che l'accusa sia improntata su una definizione di Vita estremamente soggettiva"). Ad ogni modo, soggettiva o non soggettiva, per essere preparato a eventuali attacchi della controparte, voleva capire se i suoi assistiti fossero innocenti o in qualche modo coinvolti nella Non Vita. Li seguiva dietro un giornale, seguendo il loro tragitto nascosto dalle macchine parcheggiate. Occhiali da sole. Si, aveva grandi occhiali da sole graduati. E il bavero della giacca alzato, anche quello, si. 
Nella prima colonna del foglio scrisse: "Camminata composta da ampi passi controllati, spalle e collo rigidi e addominali contratti, pugni chiusi, schiena dritta. Muscoli pronti all'attacco". E più si allungava l'inchiostro sulla prima colonna, più la seconda rimaneva bianca. C'era qualcosa di impenetrabile nei loro volti, come un doppio strato di cellophane che sfumava le loro espressioni. "O forse- si disse il matto Genda mentre proseguiva in incognito- forse è il mio timore nei loro confronti che mi impedisce di intrappolare la loro essenza e assenza vitale". Quindi, per lunghe settimane, la seconda colonna rimase vuota. "Non può essere. Ma dove guardano questi? Ma che vogliono? Che diavolo bramano? Niente davvero?". Di colpo capì che non avrebbe potuto difendere dei colpevoli. Non per un fatto di onestà, ma per una questione di fantasia e di voglia. "No, non c'ho voglia di parlare a casaccio!" dichiarò all'ora di pranzo con la bocca piena. 
Alle sette, li chiamò per avvisarli della sua decisione.
"Buonasera, sedetevi. Volevo discutere con voi sull'incarico che mi avete assegnato. Vedete, ho fatto le mie ricerche e io, ecco... non sono sicuro che voi vogliate essere davvero difesi dall'accusa di non star vivendo".
"Lo sapevamo che ci avrebbe abbandonati" risero amari.
"Niente di personale, eh! Ma non c'ho voglia di parlare a casaccio davanti al giudice! Voglio dire, se ci credo in una cosa, sono molto bravo, altrimenti rischio di diventare davvero mediocre in tutto". 
Si fermò, tentò per l'ultima volta di afferrare il loro sguardo, poi continuò con le mani intrecciate sulla scrivania: "Secondo me il mondo si divide in chi vive e in chi non vive affatto! E sempre secondo me, voi non state vivendo".
"La dura verità, caro signore, è che il mondo si divide in chi vuole dividere il mondo a tutti i costi e in chi ha capito da tempo che i contorni sono talmente labili e cangianti che proprio mentre si sta operando il taglio essi possono muoversi e perdere traccia di loro stessi. Chi ha capito questo va avanti con la consapevolezza che i giudizi non potranno mai essere netti, che non ci siano strade più giuste da seguire o modi affermati di vivere o di non vivere".
E poi accadde il movimento. Il giovane che aveva parlato guardò il muro che il matto Genda aveva alle sue spalle. Il muro su cui era incorniciata la pergamena di laurea. Allora, capì. Prese il foglio, la seconda colonna su cui non c'era scritto niente e, cerchiando la parola, scrisse: "Lontano". Perchè lontano e raro era il loro sguardo.

"Signor giudice, ritengo che l'accusa sia improntata su una definizione di Vita estremamente soggettiva, nonché ingannevole e limitata. Di cosa sono accusati i miei assistiti? Leggo testuali parole: rifiuto del divertimento, rifiuto del sogno, rifiuto dell'amore, rifiuto del futuro inteso come pianificazione di vita, rifiuto delle parole vane, rifiuto di trovare il senso della vita, rifiuto di partecipare alla vita politica, rifiuto di accettare la tecnologia, rifiuto di iscrizione ai social networks..."
"Tutte balle!" gridarono Certi Giovani dai posti a sedere.
"Si contenga il linguaggio" ricordò il giudice condiscendente alle obiezioni.
"... rifiuto di accettare l'educazione impartita dalle scuole, rifiuto di lottare contro le estinzioni delle specie, rifiuto di prendere analgesici e antinfiammatori, rifiuto del Cinema, rifiuto della musica..."-
Il matto Genda abbassò il foglio e guardò il giudice da sopra gli occhiali da lettura. 
"Queste accuse sono forzate, signor giudice. Sono rigide e riduttive. I miei assistiti non oppongono alcun rifiuto a queste cose. Essi, piuttosto, ne sono indifferenti".
"Peggio! Peggio!" urlò l'avvocato della controparte- "L'indifferenza è carente persino di quella carica vitale che distingue il rifiuto! Questi giovani non stanno vivendo, si prendano provvedimenti urgenti e duraturi".
Il matto Genda arricciò le labbra, preoccupato dalla piega che stava prendendo il processo. La sua incertezza momentanea venne colta dal giudice che alzò un sopracciglio e prese a fissarlo. Sotto quello sguardo inquisitorio sentì all'improvviso caldo, come se fosse a due metri dal sole. Le guance divennero rosse, i vestiti sembravano essersi ristretti di due taglie. Stava per scoppiare. Così, nello scoppio, esordì:
"Certi giovani!"
"Come prego, avvocato? Si sente bene?" chiese il giudice sporgendosi in avanti.
"Certi giovani!"
"Un bicchiere d'acqua per il signor Genda, per favore" disse, poi, alla segretaria.
"Certi giovani, che cavolo, nemmeno le vogliono tutte quelle robe! Nemmeno ci pensano!" riuscì a proferire Genda in uno strillo incravattato. Tossì. Due respiri profondi. Mise una mano sul fianco. Poi continuò dato che gli altri erano stati ammutoliti.
"Certi giovani guardano lontano. Più lontano della sociologia, più lontano del progresso, ma che nessuno si azzardi a chiamarli sognatori. Non vi permettete a licenziarli così alla buona, con un buffetto sulle guance e un carillon per conciliare il sogno del caro bambino! Inutili definizioni giornalistiche. Hanno le mani nella terra loro, tra le radici, accidenti! Certi giovani non parlano e se parlano lo fanno davvero e dicono cose vere, che diavolo! Perché può darsi che non vi rispondano subito, ma quando aprono bocca, sono semplici come colombe. E se si arrabbiano, è perché sono sensibili e la loro rabbia è sincera e pura, sofferta. Quindi se ne stanno là, seduti sui massi, con quell'espressione seria e voi, pronti a incolparli di rifiuto, di distacco e alienazione, ma come fate a non accorgervi che sono preoccupati e vivono nel dubbio di ciò che accade e si tormentano ogni volta che ascoltano il modo in cui ingannano le vostre menti spacciandovi tutte queste diagnosi per maledette cure. Perchè vi ostinate a volerli vedere pronti e scattanti nell'afferrare lo stupido fazzoletto dell'azione sociale? Meditate sul perchè stanno fermi, invece. C'è più senso nella staticità che in questo continuo correre in mutande con il fiato corto e le mani sudate. Guardateli meglio, io vi dico! Io l'ho fatto, guardateli meglio prima di accusare. Perchè mai vi ingegnate a ingigantirvi le menti e gli amici e i fisici e le competenze, le capacità? Affinate, io vi dico. Certi giovani tagliano i rami! Non si chiudono in loro stessi, nossignore, no, per Giove!  Soltanto non si impicciano delle cose che non amano!".
Genda si chiese se avesse reso il concetto. Chinò il capo pensando che probabilmente non ci era riuscito.
"Ha concluso?" chiese il giudice.
"Già" disse Genda sconsolato.
"Anche noi, anche noi..." ripetè il giudice alzandosi in piedi. E mentre se ne andava mormorò: "Non ne posso più di queste pagliacciate. Che mi assegnino vere udienze d'ora in poi"

venerdì 28 febbraio 2014

Descrizioni del suono per non udenti

di Cristina Taliento

SESTO: Flauto traverso, prima ottava




Questa prima ottava la potete immaginare come un gatto in inverno, con il pelo folto, color lavanda. Occhi affilati, blu notte; occhi che diventano verdi quando passate all'ottava superiore. Il gatto entra nella stanza, fluttuante, morbido. Questa nota è il Do grave. Attraversa la stanza e più si avvicina più la sua grandezza aumenta. Non è questione di prospettiva. L'intensità, il volume del gatto aumentano davvero. E' difficile dire quali siano le sue intenzioni, se, ad esempio, vuole delle carezze o se, al contrario, lo state infastidendo. Lui è là. C'è. La sua presenza ha cambiato la stanza, il mobilio appare mutato. Nonostante il pelo caldo e soffice, l'istinto vi impedisce di abbracciarlo. Preferite rimanere immobili, vicino alla finestra, con il mento basso, alzando talvolta lo sguardo per vedere se si è mosso. E ora si è mosso! Questo è il Re. Ha girato la testa verso di voi. Vi guarda. Siete leggermente intimoriti. Sapete che si tratta di un innocuo gatto domestico, ma il pericolo, questa volta, non sta nell'essere attaccati. Provate una strana riverenza per il gatto, come se qualcosa più grande di voi e del vostro giudizio lottasse con fermezza per insinuarsi nelle vostro respiro. Deglutite, siete in equilibrio tra il non abbassate la guardia e il cedere completamente al fascino del gatto. Quello che non vi fa rilassare del tutto è il sentore che sta accadendo qualcosa di diverso; la consapevolezza che un incantesimo con le sembianze di un felino ha sfiorato una parte di voi a cui, di solito, non avete accesso. Quindi, aspettate. Confidate nella svolta. Confidate nell'arrivo del Mi perchè non reggereste ancora lo sguardo di quel Re di un gatto. E il Mi arriva con un movimento della coda. Lunga, sembra un gambo di sedano flessibile. Questa proprio non ve l'aspettavate. Vi sentite spiazzati e, dopotutto, calmi. Impressionante e inoffensivo. Non è una minaccia, lo sapete, ma vi sta cambiando. Poi il gatto si siede simulando un Fa ben eseguito, sostenuto. Il Re si è seduto, come a voler familiarizzare con voi. Così, respirate, stupiti da quel nuovo tratto di sensibilità dopo l'iniziale autorevolezza. Tuttavia, proprio mentre vorreste mormorare un controllato "micio micio", il gatto fa un Sol pazzesco mettendosi a girare per la stanza. Perciò restate taciturni, lo ammirate in tutta la sua bellezza senza scopo nè desiderio; una bellezza armonica che non vi chiede niente e a cui, peraltro, non potreste dare niente, soltanto ascoltare. 
Il gatto si avvicina a voi e vi guarda dal basso, ma la vostra sensazione è ancora quella che vi stia guardando dall'alto. Questa nota è il La. Di colpo vorreste curvarvi per accarezzarlo. Ma il gatto spalanca le fauci colpito da un gigantesco sbadiglio, mostrandovi la grandezza del Si e, soprattutto, della vostra meraviglia nei confronti del Si. 
E se leggete al contrario, ottenete la scala in decrescendo: Si, La, Sol, Fa, Mi, Re, Do! Il gatto, in questo caso, esce dalla stanza e scompare nel silenzio. Per la descrizione del Silenzio consultare il primo punto delle "Descrizioni del suono per non udenti". 
Arrivederci! Au revoir! Sayonara! Hasta la vista! Sampai Jumpa! Feri bethaula! Do zobaczenia! Ta-ta!

martedì 25 febbraio 2014

Essi desiderano l'argenteo Tempo

di Cristina Taliento


(Codice sul volo degli uccelli, Leonardo da Vinci, 1505, Biblioteca Reale, Torino)


Essi desiderano l'argenteo Tempo; li ho visti non chiedere altro che questo. Il presente soffuso, la luce del giorno che tesse il crepuscolo mentre i loro occhi sopportano le accoltellate della bellezza alla loro sensibilità.
Io, nel 1998, ero una bambina, ma loro erano cigni sull'acqua. Questo, da lontano, mi sconvolgeva. Avevano la fragilità delle cose che si ha paura di perdere; come una musica antica che scende misteriosa insieme alla nebbia, avvolgendo le campagne e le città di un ipnotico sollievo e tuttavia resta accompagnata dal terrore che da un momento all'altro i suoi tentacoli possano ritirarsi e scomparire nel silenzio. 
Loro desiderano l'argenteo Tempo, mi disse un vecchio, al mio fianco, quand'ero bambina, mentre io, muta, li osservavo rincorrersi sulla spiaggia in inverno, tutti loro; avranno avuto vent'anni e magliette dei Ramones. L'argenteo Tempo. Io non l'avevo mai sentito, non pensavo, fino ad allora, che la Vita potesse ballare così leggera e delicata con sullo sfondo il mare. Pioveva con il sole. Un'emozione nel Tempo. La prima presa di coscienza che gli eventi evolvono nella vertigine circolare di un orologio da polso rosa fucsia, che poi diventa un orologio dal cinturino blu, modello Swatch e, poi, questo si rompe e viene sostituito da un orologio digitale che segna i giorni e l'altitudine. E, nel frattempo, il polso si allarga e le dita si allungano come rami di alberi in foreste di arti. La metamorfosi degli esseri viventi. La poesia solenne che descrive l'adolescenza di un'anima. Una rondine che per loro era, anche se non lo era, una rondine selvatica. Una rondine selvatica, si. Come per sottolineare la sua scelta di libertà in mezzo alle altre innumerevoli scelte. Il bisogno di affermare il proprio Tempo e scrivere di questo e viverlo e parlarne e ascoltare le sue canzoni, ballare sulle sue canzoni, impararle a memoria. 
Essi desiderano l'argenteo Tempo, ho ripetuto, quella volta, quand'ero bambina e scendeva la sera e seguivo le danze di quei ragazzi e i loro movimenti che nella mia testa erano già ombre eterne e ricordi. 


venerdì 21 febbraio 2014

Fantascienza per cuori freddi e solitari


Questa storia ha dell’incredibile, è una bomba, giuro. Me la sono inventata mentre studiavo biochimica ed ero agitata dalla caffeina, rattristata da un lutto che aveva colpito una mia amica, distratta da una frase finale di Bud Spencer e dal desiderio di imparare a suonare il flauto traverso; pensate che razza di labirinti mentali. E poi ho continuato a pensare solo a lei- alla storia, intendo- a pensarla mentre andavo a casa, dato che prima, quando la storia ha preso a scoppiettarmi in testa, ero in biblioteca e allora, niente, me ne sono andata, alzata di botto dalla sedia, scale di corsa, fuggita,  perché era dura starsene lì a fissare la DNA polimerasi nel silenzio, quando, caspita, io dovevo pensare vivamente, io dovevo scrivere, respirare rumorosamente, pestare i piedi sui fogli, gesticolare nell’aria affinché la storia, questa storia, fosse potuta, avesse, fosse, mio Dio, potesse essere, in qualche modo, seppur nel peggiore dei modi, scritta.

Però, una volta a casa, tastiera sotto le dita, schiena raddrizzata dall'entusiasmo, occhi squillanti, all'improvviso mi sono ingobbita, curvata, con tristezza rimpicciolita e quasi me ne stavo scivolando sotto il tavolo per la delusione se non  fosse per l'aver fatto prontamente leva sulla sedia e mezza salva e mezza paralizzata, con in faccia la rassegnazione del guerriero che si accorge in un attimo di aver perso tutto, sbadabam, su questa stessa faccia, sopra l’avambraccio, sono crollata. La storia. L’avevo persa. Andata. Schuuum. Sparita. Chi poteva testimoniare l’esistenza di una storia inventata? Inventare di aver inventato una storia. Che situazione scomoda. I Giocatori di Carte di Cezanne, appesi al muro, si sono messi a mormorare sulla mia presunta, ridicola, insanità mentale da eccesso di studio. Non che avessi dimenticato l’idea o l’ispirazione, soltanto non mi sembrava più tanto grandiosa. Eh già. Non era la storia che mi volevo raccontare la sera. Non era la storia che dovevo prendermi la briga di scrivere da sola perché a nessuno scrittore era ancora venuta in mente. E quindi, imbronciata, spettinata e indispettita, ho alzato la testa dal braccio e mi sono detta: tanto meglio. Tanto meglio per la DNA polimerasi. Così ho riaperto il libro da 10 chilogrammi e mezzo e ho continuato a studiare.
Poi, vedete un po’ come sono le cose, come una fiammella che si riaccende, proprio mentre sfogliavo questo libro da 10 chilogrammi e mezzo e mi scorrevano tra le dita le immagini cristallografiche di proteine bellissime, lentamente, facendo più piano possibile per non svegliare il cosiddetto Blocco dello Scrittore, ho allungato cauta la mano verso la penna e piano piano l’ho puntata sul foglio e ho scritto: Fantascienza per cuori freddi e solitari. Perché così mi andava sul momento.

Questa storia ha dell’incredibile, è una bomba, giuro. Me la sono scritta per me, ma se volete leggerla anche voi e riuscite a stare al passo, favorite. Prende spunto da una domanda che mi faccio sempre. Più che una domanda, è un paradosso su cui mi piace ragionare. Ed è questo: se dovessimo costruire l’uomo dal nulla con le conoscenze che abbiamo, disponendo di un laboratorio con tutta la materia prima già fabbricata, se bastasse nominare i componenti per montare quest’individuo, nominarli e basta, che ne verrebbe fuori?
Per esempio, si dovrebbe partire dalla Tavola Periodica degli Elementi, metterli nel database e toc, registrati, risposta esatta. Step numero uno completato con successo. Dopodiché, molecole semplici, prima fra tutte H20. Step numero due, ottimo lavoro! E così fino ad arrivare a mettere in questo computer tutta la lista degli enzimi e delle macromolecole riunite. Più si sale di livello, più il sacchetto amorfo di elementi prende forma. Infine, dopo aver schedato nozioni di biochimica, fisica, si passa a rifinire il tutto con l’anatomia e dopo un lavoraccio generale, ecco che, sotto il faro del nostro ipotetico laboratorio, abbiamo l’Uomo.
Nell'anno in cui si scrive (2014), se anche esistesse un computer capace di montare tasselli in questo modo con il solo requisito di conoscerli e saperli descrivere, il risultato non sarebbe molto diverso da quello del sacchetto amorfo perché gran parte delle cose che esistono, esistono senza che noi ci siamo accorti della loro presenza. Per esempio. Esempio lampo: avete mai sentito parlare dei Recettori Orfani? Un vero insegnamento di umiltà. Sono dei recettori la cui esistenza è stata ben dimostrata, ma ahimè non si conosce la proteina, l'ormone, che si potrebbe legare a essi, ovvero sono recettori che ricevono non si sa bene chi, se ne stanno là seduti al tavolo del ristorante e per quel che ne sappiamo noi, potrebbero ricevere più che un ospite, uno spam-spam bidon bidone, ma questo, voi sapete, nella cellula non accade. Le molecole sono tutte così educate e fredde e organizzate, così tranquille. Quindi, a voler indagare chi si lega al recettore, si rischia di perdere la testa, in effetti, ma a volte le cose vanno talmente bene per la ricerca che si scopre il ligando (ovvero, colui che si lega) e si parla di Recettore Adottato. Quante se ne inventano, questi scienziati. E, insomma, adotta di qua, adotta di là, immaginate che nel 9999 molte delle cose orfane e abbandonate di noi, potranno trovare qualcuno o qualcosa a cui legarsi per mano perché, si sa, ce lo insegnano fin dalla scuola elementare che l'ordine è stare in fila per due, perché appaiare significa dimezzare le categorie, schedarle senza dimenticare l'identità che le distingue. Così, se disponessimo di questa fantomatica macchina capace di montare i pezzi biologici, con l'unico inconveniente di dover ricordare noi alla macchina il nome dei suddetti pezzi, beh, secondo voi che ne verrebbe fuori? "Un accidente di niente!" mi risponderebbe, giustamente, qualsiasi matricola che abbia passato Biologia al primo anno. Infatti, a dover comunicare al computer solo ciò che conosciamo, salterebbe fuori un vivente vegetale, un mostro che è meno di un mostro, dove alcuni meccanismi funzionerebbero, mentre altri, quelli a noi sconosciuti, peserebbero con la loro mancanza su quell’ammasso stupido di materia che abbiamo creato o meglio, che non siamo stati capaci di creare. 

Ma nell’anno 9999, quando questa storia ha inizio, si saprà tutto. Tutte le conoscenze accumulate, i millenni di ricerca, avranno tolto alla fantascienza ogni approdo immaginario e sarà tutto scienza pura, possibilità immediata. Non per tutte le cose che riguardano l’Universo ci saranno risposte, ma per ciò che concerne l’Uomo, ogni singolo gene sarà ricollegato alla sua proteina, ogni singola proteina sarà seguita nel suo sentiero d’azione, ogni evento spontaneo diventerà un evento, un tempo, soltanto un tempo, definito spontaneo. Il codice genetico, decriptato codon per codon, potrà essere usato per costruire un corpo umano a partire da una manciata di Elementi.
Una macchina. Serve una macchina in grado di farlo. Abbiamo la macchina! Ebbene, nel 9999 questa macchina è stata inventata già da 5 secoli, pensate. Il nome dell'inventore è Tibetano Argenteuil. Nazionalità... dunque, no, nel 9444 non possiamo parlare in termini di Nazione. Concetto superato. Poi, insomma, vi spiegherò.
La macchina, giusto. Essa è l'espressione massima dell'intelligenza umana, il cavallo di battaglia del Terzo Pianeta del Sistema Solare partendo dal Sole, l'orgoglio massimo dei figli nei confronti dei padri della Scienza, la sfida che intimidisce eventuali extraterrestri di passaggio facendoli chinare il capo (o eventuali numerosi capi se i soggetti sono pluricefali) di fronte a tanta superiorità d'ingegno.

Ma. E qui, attenti, arriva la svolta. Nel 9999, l'ultimo trimestre dell'anno, qualcosa cambia. Succede un casino, ecco. Un vero casino: la macchina diventa desiderio di Occhi Indiscreti che Scrutano nel Cosmo. Senz'altro avete capito (proprio gli extraterrestri, sempre loro, chi altri). Eh già. E dove c'è desiderio e brama, lì c'è la guerra. Il fine, anche nel 9999, giustifica il mezzo. Così, colonie di altri viventi attaccano gli Umani e il sangue si spiaccica sui finestrini, insieme a polpette di reni mentre tagliatelle di visceri pendono dalle chiome degli alberi.
Tuttavia, come avrete notato, siccome sono una narratrice in tempo di pace poco incline a descrivere lo splatter senza inciampare in patetici humor, ho pensato di saltare direttamente alla parte dei fumi, ovvero quella classica e stereotipata parte alla Valle della Morte et similia dove, nei film, il regista fa lavorare alla grande la macchina del fumo per sottolineare il profondo senso di desolazione e annientamento che lascia una guerra tra umani e extraterrestri.
In questa parte dei fumi, dicevo, il superstite è uno studente di medicina. Un altro stereotipo che entra in gioco quando nell'aria c'è un certo non so che- un je ne sais quoi- di Sfiga. Di Sfiga, certamente, dato che lui è l'unico superstite. Comunque di stereotipi se ne incontreranno a bizzeffe in questa Fantascienza e sono sicura che comprenderete perchè se state leggendo significa che avete accettato (e superato) il fatto che questa è Bassa Letteratura di Serie C, dove si fa un uso improprio e snervante delle Maiuscole. Non ci posso fare niente. Ultimamente queste maiuscole stanno proprio diventando una droga, un bisogno emotivo di far saltare all'occhio qualcosa che è solo una parola. Triste. Andiamo avanti.

Lo studente è quindi da solo sulla faccia del pianeta, nel vero senso di questo luogo comune non così comune, dopotutto. Niente sembra andare nel verso giusto. Gli extraterrestri girano in mutande con sguardi minacciosi e armi che assomigliano ai fucili degli sbiaditi secoli 2000. Lui passa le giornate a nascondersi e ci riesce perchè si è allenato per anni. Quand'era bambino immaginava, chissà per quale trauma subito, di doversi nascondere per via di una guerra improvvisa. Così, senza annotarselo, ma tenendolo bene in testa, aveva iniziato a pensare morbosamente ai luoghi in cui passare inosservato, come, per esempio, la sala costumi del Teatro Planetario, nello specifico dentro il costume delle antiche dame. Oppure, nel frigo dopo averlo spento. Sotto il divano letto con le gambe rannicchiate (un classico intramontabile per ogni bambino che accenni a diventare un adulto con un minimo di sale in zucca). Nel bagno della metropolitana intercontinentale. Nel copertone di una ruota per tir spaziali, anche se la posizione curvata non è il massimo per la schiena. Ma Gimmy Tilli, per ora chiamiamolo così, a vent'anni ha un'accennata cifosi dorsale e il copertone gli si adatta a perfezione.
Allora, non fa che nascondersi il ragazzo. Lui è molto ansioso. Soffre di attacchi di panico, inoltre è erotomane. L'erotomania- dice il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, edizione 9999- è un tipo di costante illusione in cui l'individuo affetto crede che, ovunque, sempre, le persone si innamorino di lui. Così, trovandosi, di colpo solo, Gimmy Tilli non può tollerare più di non poter piacere. La solitudine è, infatti, l'unica che può smascherare la sua illusione. La sua ansia cresce a dismisura. Si chiede che diavolo di scherzo sia quello di ritrovarsi come ultimo superstite. Trascorre, dunque, le giornate nascosto a mordersi le unghie mormorando: "Porca puttana, porca puttana". Nonostante ciò, non ha il coraggio di buttarsi nel fumo e rendersi visibile ai nemici per essere eliminato. Questo perché Gimmy Tilli vive spesso senza prendere serie iniziative, senza dire quello che pensa e senza nemmeno pensare di fare altre di queste cose coraggiose. Lui, niente. Preferisce che gli eventi lo travolgano, che l'amore lo travolga costantemente senza mai scalfirlo. Lui, cifotico e perennemente raffreddato, ha costruito intorno a sé una vera città castello piena di gente che lo desidera e dove lui può rifiutare con gentilezza i loro inviti. In questo modo, egli si erige sovrano della Vita e delle Scelte. In quanto Sovrano, ha infinite possibilità. Il rifiuto, quindi, non è vigliaccheria, bensì ricerca del Meglio. Un grandissimo bugiardo, insomma, questo Gimmy Tilli, non c'è male. Ma lui non lo fa apposta, ci crede per davvero. Come io con le maiuscole. Ci sono cose più forti di noi. E al diavolo, certe volte, ostinarsi per correggerle. Tanto per la cronaca. Tanto per avvertire che questo non è una specie di romanzo di formazione dove Gimmy Tilli si libera da se stesso y todo el mundo una mano arriba y vamos a la izquierda y derecha, izquierda, derecha, vale, vale. No, non credo. Io non conosco il finale di questa storia, ma ho letto che non si guarisce da certe illusioni. Quindi se mi invento un personaggio che già per tre quarti è uno stereotipo, cerco di evitare di farlo "maturare" per non peggiorare le cose. Vedete, io penso che la Scrittura di Serie C come questa possa campare discretamente bene anche solo con l'evitare di peggiorare le cose. Anni e anni di esercizio per questo, ragazzi. Non sottovalutate.

Comunque.

Il fatto è questo: a un certo punto si scopre che questi extraterrestri non lasciano la Terra perchè, pur avendo fatto il diavolo a quattro con gli umani e sparato un bel po' di solenne fumo sulle diverse valli del pianeta, nonostante la loro palese vittoria e il loro bel celato compiacimento, essi non hanno ancora trovato la macchina. Si, la super Macchina, l'escamotage su cui si aggrappa questa intera Fantascienza. Essi pensano: "mah, magari queste talpe di umani l'hanno seppellita". Così iniziano a scavare dappertutto. Pfff, che casino totale... un maremoto in collina, mai accaduto niente di simile in millenni e millenni. Il solo che può testimoniare è un ragazzo dal nome clownesco che, per quanto lo riguarda, non ha nessuna voglia di immischiarsi. Però, si annoia. E la noia, per uno che studia medicina, può divenire, alle volte, una spinta pazzesca per agire. Prende la giacca, esce dal copertone di tir spaziale in cui si era nascosto e decide che se trova la Macchina, può costruire una serie di Umani. Ragione numero uno, per non essere "l'unico superstite del cazzo", come spesso si ripete tra sé e sé. Ragione numero due, per diminuire le possibilità di estinzione della razza umana per la quale ci sono voluti, comunque, tanti sforzi per farla progredire eccetera. Ragione numero tre, per mettersi alla prova con le sue conoscenze nel campo scientifico e vedere se con esse è in grado di suggerire alla Macchina le giuste informazioni capaci di assemblare nuovi umani. Basta una volta, un solo umano e il resto è un ordinario processo di copia-incolla. E questa è la Sfida. Gimmy Tilli, ansioso, avente cifosi dorsale, raffreddato, avente cifosi psicologica, erotomane ed egoista, alla fine, si scopre che è anche competitivo fino alla schifezza. Quindi, nascondendosi di angolo in angolo in punti davvero divertenti (che penserò io a inventarmi per benino), zitto zitto, ce la fa. Eh si! Eh per forza! Ce la fa perchè questa è una Fantascienza per cuori che devono distrarsi con qualche emozione del genere. Ma non è detto niente, si stiano tranquilli coloro che amano i finali tristi. Ho scritto che ce la fa, non ho scritto che si ricorda le informazioni. Potrebbe anche accadere che questo Gimmy Tilli si dimentichi tutto sul più bello. Poi, è solo uno studente di medicina. Mica un professore di biochimica. Mica un dottore.

E come disse Dio a Mosè sul Monte Sinai, millenni e millenni prima: questo è quanto.

(Anche se questo non è davvero quanto. Ci devo investire ancora un po' di potenziale creativo).


giovedì 20 febbraio 2014

Momenti di lode e gioia

Istantanea di una corsa sotto la pioggia. 20 febbraio 2014. 

di Cristina Taliento


Quell'esame che era stato
biochimica,
inverno e poca neve,
ch'era stato pane e risate,
minuti immobili,
Gioventù e Tempo,
ch'era stato fine di Berlusconi,
guerre in parlamento,
sudore,
Winston Churchill e le sue
lacrime,
quell'esame,
biochimica,
che era stato amore,
medicina,
conoscenza,
ch'era stato una GRAN FIGATA PAZZESCA,
una diavolata oltre i limiti dell'umano,

era andato.

E brilla la lacrima
della gioia sulle prime
ali della mia
nuova primavera.