23/05/16

Il cielo infiammato



Per far sì che il cielo sfiammi
Che si calmino i macrofagi
E che poi ce ne possiamo andare pure a casa,

occorre somministrare
una sedia all' Osservatore,
una sedia dinanzi alla finestra
per far sì che non il cielo sfiammi
non il cielo,
ma l'Osservatore
(che è sempre più agitato del diavolo)
affinché possa calmarsi
calmarsi
guardando come spiove.
E piano piano diminuire...
diminuire il dosaggio della sedia
e del Tempo alla finestra
per aiutarlo a recuperare la parola
o, al più, un silenzio meno vuoto.


(C. Taliento)

22/05/16

Un posto al confine

divagazioni di Cristina Taliento



(Rain, steam and speed, William Turner, 1844, oil on canvas, National Gallery, London)


Quella domenica mattina presi la giacca a vento rossa, un ombrello, la mia dispensa di Neurogeografia e partii per un grande volo di fantasia. Pensai se prendere l'autobus oppure no. Durante i giorni festivi ne passava uno ogni ora e io mi rigiravo tra le mani il blister vuoto di Travel Gum contro il mal d'auto. Guardavo la strada, il blister, la strada vuota, il blister vuoto, un bambino su una bicicletta con la catena che schioccava a ogni pedalata. Così mi alzai dal bordo del marciapiede dove mi ero seduta e decisi di farmi la strada a piedi per riempire con i miei passi quell'inconcludente deserto domenicale, per incontrare, cammin facendo, un cestino in cui buttare il blister, la dispensa, l'ombrello e me stessa. Infatti, è così che andò. Dopo nemmeno tre minuti di cammino in direzione Ovest trovai un cestino. Mi ci buttai. E dopo tre minuti ero arrivata in quel posto al confine... Al confine di cosa non lo sapevo, non l'avrei scoperto mai.

Arrivavo lì, su quella scogliera, insieme a uno stormo di uccelli migratori. Ero un uccello migratorio anch'io, in fondo. 
Mi pioveva in testa l'acqua del mare che si infrangeva sulla roccia. Aprii l'ombrello non volendo fare nessun passo che mi allontanasse da quegli schizzi di Paradiso. Era così che io mi immaginavo da sempre l'Idrogeno.
Il cielo grigio balena era sbrindellato qua e là da lame affilate di luce boreale, verde, rosa. Non erano le mie latitudini e non sapevo che ora fosse. D'altronde la domenica non poteva che essere così. 
E mi ritrovai all'improvviso felice, sorridente in quella specie di fiordo normanno, sull'oceano, tra tutti quegli scambi di elettroni. C'erano delle foche sulla spiaggia, file e file di foche ridenti che a turno si lanciavano tra le onde. Avevo messo il costume? Potevo andare a nuotare con loro?
Il vento disegnava nell'atmosfera il ritratto di una ragazza dai capelli lunghi castani. Ero io, mi sorrisi. 
Dove fosse finita quella strada deserta da cui ero venuta non me lo ricordavo più e, lì, in quel momento nel Tempo, dove l'importanza delle cose svaniva nelle sfumature di quel cielo che mutava, capii che c'ero ancora e forse non me ne ero mai andata. C'era l'immensità dello Spazio e le campagne dell'entroterra, c'era l'eterna fragilità del mio essere giovane. I miei sogni, le mie paure e il terzo meridiano dopo quello di Greenwich.
Chiusi l'ombrello in segno di gentilezza e rispetto per quel posto al confine poichè non mi sembrava più giusto difendermi e proteggermi dall'acqua con un oggetto impermeabile inventato da chicchessia mentre l'Infinito si mostrava davanti ai miei occhi. Senza meritarlo, mi lasciai avvicinare, addomesticare dalla vastità dell'Oceano. Ero un pesce anch'io, in fondo.
Mi fu chiaro,  forse più chiaro di quanto già mi era sembravo lo fosse in passato, che noi siamo esattamente quello che vogliamo essere, in ogni momento del giorno, in ogni istante, sempre. Siamo noi e non ce ne andiamo mai per davvero anche se alle volte ci sembra di non riuscire più a ritrovarci, a vederci. Mi fu chiaro, mentre il vento mi diceva di buttarmi in acqua e io gioivo, mentre mi toglievo le scarpe e correvo, correvo libera verso il blu in tempesta, che le nostre energie più profonde sono radici forti come cavi d'acciaio e che le nostre debolezze ci rendono belli, di una bellezza complicata, simile al pianto. I nostri posti al confine dormono dentro di noi; è da lì che veniamo davvero. Ed è lì che rideremo, che ci ci ritroveremo, più pazzi e spettinati e più invecchiati e belli dell'ultima volta che c'eravamo stati. Nei nostri luoghi interiori ci sono tutte le albe e i tramonti di cui abbiamo bisogno,  i giochi di luce e i venti come li vorremmo e c'è sempre la voce di qualcuno che ci parla mentre noi sorridiamo senza capire... di qualcuno che ci dice: "io credo di essermi innamorato di te". 

14/05/16

La chewingum - Ritratti di re e regine


 di Cristina Taliento


E scriveva, scriveva, sotto le diverse sfumature luminose del giorno, con il buio, sotto la luce accecante del primo pomeriggio, con e senza ispirazioni, soffiandosi il naso, sbuffando, ridendo, piangendo, alzandosi di tanto in tanto per controllare il cellulare, prendere l'antistaminico o per mangiare cereali a secco perche il latte si era finito. Le cose che accadevano nella sua Testa erano confinate al Collo e al Foglio. Masticava confusamente chewing-gum di una marca tedesca che le ricordava la Volkswagen di sua zia tanti anni prima. All'ora di pranzo accendeva la radio e ascoltava per un po' le persone mentre la pasta si cuoceva e, nel frattempo, ripensava a quello che aveva scritto e avrebbe strappato tutto, tutto. Era uno stridente lavoro pesante quello di inventare le storie, dissanguarsi per trovarne un senso, una trama, un finale dimenticando il volto dell' Editore e facendo come se sotto non ci fosse che talento e passione.
"Prendi qualcosa dalla vita di ogni giorno" le aveva detto Cechov nei suoi sogni.
"Okay, Tony. Passami la penna e l'acqua" aveva risposto nei suoi sogni.
"Avanti... qualcosa dalla vita di ogni giorno, senza trama e senza finale".
"Non lo so, ora vedo".

Un giorno si accorse di non avere talento.
Se ne accorse da sola al centro di una pista da ballo. Erano balli latinoamericani, la gente si muoveva da ogni parte, lei rideva con il bicchiere in mano, il dj era laggiù, i ventilatori soffiavano aria nei suoi capelli. E lì, come quella volta tra gli scaffali del supermercato, intuì di non essere abbastanza brava. C'era che avrebbe voluto smettere di pensare, di scrivere, per una volta liberarsi di quel vociare, continuo vociare di api che trasformavano la sua vita, i suoi attimi, in una narrazione. Voleva ballare, lentamente nella musica incalzante. Voltarsi piano, sparire all' occorrenza, smettere di tergiversare, per una volta sputare la chewingum e piantarla di innervosire i muscoli facciali e guardare dritto negli occhi l'orizzonte, il dolore, guardare senza più nessuna difesa il cuore. E, giacché, cadere, se è tempo di cadere, alzare le mani e raccontare la storia in sincerità, anche se è invenzione, non fa niente. Tu devi dire le cose come stanno. Quello era il coraggio della vulnerabilità. Era lì che stava il talento, era lì che in lei mancava. Forse, i veri scrittori erano quelli che davanti all' agitazione non si agitavano mai. 

11/05/16

Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti

 di Cristina Taliento



Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti aveva avuto fin dall' infanzia problemi con la vista. Ipermetrope da bambino, divenne miope durante l'adolescenza.  Questo l'aveva portato fin da subito ad avvicinarsi agli oggetti, ai fenomeni naturali e innaturali che da lontano gli apparivano come ombre. Ben presto si accorse che in quel mondo sfocato si sentiva a suo agio, lontano dagli sguardi che lo intimorivano e vicino, qualora l'avesse voluto, al dettaglio delle cose. Quando l'oculista gli prescrisse gli occhiali, egli notò che quel vedere bene da lontano lo impigriva. Gli piaceva chinarsi sugli oggetti, vederne i particolari. Pensò che forse quel difetto nei suoi occhi era la sua spiaggia interiore. Senza nessuna bravura, né curiosità che fosse superiore alla media, il ragazzo, preso dalla sola voglia di compensare la miopia, aveva messo in atto un meccanismo d'abitudine che lo portava continuamente a fermarsi davanti alle cose, delineando i contorni di quello che altrimenti non avrebbe mai visto. Si fermava a respirare sugli insetti, sulla trama di un tessuto, sulle parole che una a fianco all' altra formavano una frase. E per un bizzarro paradosso, i limiti dei suoi occhi gli permisero di scoprire ciò che forse solo da una breve distanza si poteva osservare.
Quel modo di adattarsi finì ben presto per condizionare, al di là della capacità visiva, il suo pensiero. Osservare da vicino, pensò, era come riflettere, collegando i punti, accomodando con gli occhi e con la mente. Occhi e mente. Come in un valzer.
Cresceva osservando, scordandosi di sé.
Era infatti uno di quei ragazzi che non si sentono mai particolarmente depressi poiché si prendono troppo poco sul serio per dare importanza alle cose che li vedono protagonisti, uno di quei ragazzi semplici un po' bambini che salgono sui tetti a respirare il tramonto. Ma senza idealizzare il tramonto, senza fraintendere o caricare di significato l'arancione. Soltanto vedere il sole che si abbassa. Perché il sole è il sole ed è bello e non c'è bisogno di dire nient'altro. Quel ragazzo era fatto così.