09/09/18

Io e Genda

di Cristina Taliento

Alcune sere, quando non sono impegnata a vivere, mi ricordo di quando scrivevo, dei miei personaggi e di tutto quello che la Tana significava per me, quando di parlare non mi andava e tutto quello che avevo era la mia fantasia. Non vivevo in un mondo parallelo, nè tutto ciò che inventavo era davvero vivido, ma una frase che mi suonava bene in testa mi bastava per passare un bel weekend e una bella settimana. Io, i biscotti, i miei personaggi.
Genda era uno di loro, un personaggio, un matto scorbutico, vecchio poeta in esilio, zoppicante, si trascinava dietro la sua gamba e la sua malinconia. Lo odiavo. Gli volevo bene.
Genda era uno degli ultimi, un emarginato, anche se troppo orgoglioso per ammetterlo; e allora si metteva davanti a tutti, arrabbiato per i telegiornali e le idee politiche dei gatti che passeggiavano  sui muri.
Non litigavamo, io all’epoca ero piuttosto incline all’apprendimento e Genda mi elargiva con
caritatevole perseveranza le sue lezioni di vita.
Dicevo: “ Noi siamo cuori sentimentali, ci muoviamo come alghe con la corrente. Basta un ormone e noi non siamo più noi”
Diceva: “Eh no! Siete voi eccome. Voi non siete fantasia a comando, voi siete proprio testosterone, serotonina, siete enzimi, siete piogge di sinapsi, cascate di potenziali d’azione. Siete cespugli di cellule mezze buone, mezze marce. Voi non fate altro che fraintendere il tramonto, idealizzare l’alba”.

Non riuscendo a ribattere, me ne uscivo con frasi come “ma questa è un’ovvietà“, anche se chiaramente, influenzata da quella solfa, divenni ben presto un pomodoro positivista di stampo liberale.

Ora non lo saprei più imitare, però quella sua rabbia era la cosa che mi piaceva di più e anche ciò che lo distingueva da altri miei personaggi come, ad esempio,  Jack Pavimento, l’Adolescente, Flacco Squidegno o il Cane Sentimentale. Genda aveva il Mondo sullo stomaco e anch’io, in fondo, ce l’avevo. A volte, seduti sul braccio di una gru, di notte, io e lui guardavamo il paese e la luna e tutto ci sembrava impossibile, ci sembrava che non ci avrebbero mai preso a Medicina, che Berlusconi avrebbe governato per sempre e che nessuno ci avrebbe mai davvero capiti, non così, giusto per, ma capiti, sul serio, veramente, anche se stanchi e in silenzio. Dubbiosi guardavamo il cielo, spogli dei nostri quotidiani modi di fare, ci abbandonavamo ai sogni -ognuno ai suoi- con gli occhi grandi di chi ha fame. Poche cose ci piacevano in fondo e parlare del futuro non era per noi.
Io avevo diciassette anni più o meno e lui di sicuro ottanta. Non lo so perché me l’ero immaginato anziano, forse perché volevo attribuire  una certa fragilità alla rabbia o, al contrario, accendere di fuoco la fragilità.

Ad ogni modo, crescendo, quel Genda via via si trasformò, sempre più razionale, più comprensivo. E la rabbia, che poi era simile alla mia di rabbia -alla rabbia di una ragazzina che da fuori non lo diresti mai- nel giro di pochi anni, svanì. Genda capiva e scusava, s’indignava ma poi si calava nei panni e perdonava. Quel matto, finalmente, si era dato una calmata. Per anni non l’ho più rivisto.

Eppure, m’immagino ad un tratto di salire sul braccio della gru una sera di queste, una di queste belle sere di settembre dove i grilli fanno gli arpeggi coi loro baffi e l’aria che arriva dai campi mi racconta come l’uva diventa vino. M’immagino io con la corona d’alloro in testa e un bel fiocco rosso, giacca e pantalone e un bicchiere di spumante in mano.
“Tieni” dico porgendo il bicchiere al Buio.
“Grazie” dice il Buio che, alla fine, non è altri che Genda.
“Ti sei laureata allora”
“Si, ma la strada è lunga, lo sai”. E rimaniamo in silenzio per un quarto d’ora. Nessuno dice niente e nessuno pensa niente. Non siamo più arrabbiati, anche se ogni tanto viene ancora ad entrambi la voglia di scappare di casa, zaino in spalla, fino alla montagna più alta.

Mi dispiace di aver abbandonato i personaggi, ma più di tutti mi dispiace per Genda, per aver smesso di dargli una voce.
A volte, un pensiero semplice è che il tempo porti assuefazione, faccia svanire i famosi ardori giovanili e, più in generale, ci faccia dimenticare chi siamo stati, quello che abbiamo provato, inventato. A volte sembra quasi come se sulla gru ci siano tante me di età diverse, una per ogni fase di vita, tendenti ad aumentare in numero a mano mano che invecchio. Ma come dicevo è un pensiero semplice, facile ma mica vero, perché in fondo è sempre e solo tutto dentro. Tutto quanto.
E, anche se il tempo per scrivere e quello per vivere attingono da spazi, dimensioni e sensazioni diverse, anche se la fantasia è un posto dove ci piove dentro e io corro a ripararmi sotto tutte le tettoie che mi capitano a tiro, mi sentirei di dire a Genda, qualora fosse preoccupato per il cambiamento della vera Cristina,  che quella ancor più vera è sempre stata su questa gru, a occhi chiusi , sulle stelle.




24/03/18

Legno per barche

di Cristina Taliento


Un titolo compatto come “legno per barche” toglie la paura ad ogni narratore indeciso che vorrebbe, ma non sa, accidenti, potrebbe, forse, scrivere qualcosa, per esempio stasera.
Qualcosa di descrittivo o soltanto poetico come un vecchio capannone a due chilometri dal mare con scarabocchiata a lato la scritta “legno per barche”. E non so nemmeno perché la mia mente mi abbia portato qui. Non lo so, mi immagino soltanto questo posto, pieno fino al soffitto di assi di legno, colorate, un po’ sbiadite, dove tutto è ancora da costruire, da inventare.
Il legname ha un odore che ti fa sentire stranamente a casa. E chissà perché.

Libera e miope
guido poco e male,
ma, inforcati di fretta gli occhiali
e ridotti gli occhi a fessure,
a tutto gas
per questa benedetta pianura nell’entroterra,
cercherò un posto
che venda legno per barche.
Seppur di polso molle,
porterò in spalla i miei quattro assi,
i miei quattro assi, fino al mare,
proteggendoli da chi mi dice che son marci,
difendendoli da me,
tutte le volte in cui vorrò farli a pezzi.
E una volta sulla spiaggia,
in mezzo alle nubi e a fantasmi di gabbiani,
in mezzo ai dubbi e alle paure,
butterò tutto sulla sabbia,
pensando che non deve essere facile,
ma nemmeno così difficile, puntare dei chiodi
e costruire una barca.




26/02/18

Angeli sparsi

di Cristina Taliento


E per quei quattro angeli sparsi
i loro sorrisi e i loro occhi
che anche stanotte
saliremo sui tetti
solitari e gaudenti
a brindare al Mondo.

Angeli sparsi, sogni, a volte sono soltanto la stessa cosa. Ci vengono incontro, sempre più stropicciati, sempre più stanchi e in mano hanno le buste della spesa ed è tardi. Accidenti se è tardi. Sono le ventitré e quarantotto e stiamo tutti morendo di sonno. Si, sono andati in quel supermercato aperto acca 24, hanno smesso di studiare alle dieci, mangiato di fretta, quello che hanno trovato, un panino con il pomodoro.
E gli angeli sono però lì, con un bel paio di occhiaie e un audace mal di testa, i capelli di pioggia e la giacca pesante ancora addosso, ti siedono piano a fianco e ti danno una pacca sulla schiena. Amano chiamarti “vecchia mia”, amano dirti che non si sa come, ma in qualche modo fa alba ogni giorno, anche domani.


22/02/18

Un anziano

di C. Taliento

(Evocation of butterflies, Odilon Redon, 1912)


Un anziano signore - avrà avuto qualcosa in più dei miei anni- era disteso nel letto a guardare la televisione, buttando lo sguardo di tanto in tanto alla finestra per controllare a che punto fosse quella sua vita che passava. E io passavo di lì, in quel momento passavo nella sua storia, estranea come tanti altri, ma non più estranea di lui, che era dentro ed era altrove.  Così ho detto guardando fuori anch’io, in quella stanza dove eravamo io e lui, in quella stanza piena di gente che non ne sapeva niente: “Però! Che bella finestra la sua vita, tante persone intorno e un bel da fare”.
E lui ha imprecato mentre cercava di raddrizzare la schiena, poi in un sorriso, scuotendo il capo,  ha detto: “Mi sembra tutto ieri”.

“Beh sono passati ottantaquattro anni” ho sentenziato ostentando un certo sicuro pragmatismo, come se fosse un benedetto dovere quello di essere onesti con il tempo di cui si è goduto. Ma non ci credevo nemmeno io.
“E mi sembra tutto ieri...”

Ha preso il telecomando e ha cambiato sul primo canale dove stavano dando Pomeriggio Qualcosa. Pensierosi abbiamo visto un servizio sulle tendenze del 2018 in fatto di capelli. Avrei pagato perchè un giocoliere avesse tagliato il silenzio con un energico misto di lanci e riprese di coltelli capaci, una volta in aria, di tramutarsi in farfalle.