Ad ogni modo mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. Lo so che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

(J. D. Salinger, Il giovane Holden, cap. XXII)

sabato 26 luglio 2014

Note di fine luglio

di Cristina Taliento


(I giocatori di carte, Paul Cézanne, fine '800, Musèe d'Orsay, Paris)



Vita adulta
Una cosa positiva della vita adulta è che per la maggior parte del tempo dovunque tu sia, con chiunque tu sia, ti senti a casa perchè la tua testa è casa, un posto che ormai conosci bene, armadi, tappeti, librerie e tutto il resto. Quel gradino che ti faceva inciampare quand'eri adolescente, adesso lo scendi di corsa o lo sali in un balzo senza nemmeno guardare. 

Chitarra. 
Appunti, libri, fogli dappertutto, appesi per la stanza , in strada, ai fili elettrici, stesi sugli spicchi degli ombrelli, sui giri cerebrali, mentali, fisici. E c'è sempre qualcuno- qualcuno- che -che- suona la chitarra. A immaginare, saranno ragazzi. Con i loro oceani solitari e scatole di chocopops. 

Nonno.
Non era tanto il fatto, come amava ripetere la prozia, che lui si fosse circondato di persone vere. Io credo che lui avesse attirato, come un magnete puro e senza molte parole, il lato più vero delle persone. 

Cezanne.
I Giocatori di Carte di Cezanne, stampati a colori e fissati al muro un po' storti con quattro strisce di scotch, mormorano, sopra i loro sigari fumanti, cose come: "lo passerà, ha studiato, ha fibra". "Dice che ha paura". "Ah-ah, è un samurai a cui piace lagnarsi, versami dell'altro whisky". "Basta così?". "Un altro dito, non essere timido". "Alla tua salute, ragazza. E anche alla mia. Ecco per te, invece, vecchio amico, una scala reale". "Eh bravo". 

Pioggia.
Dopo vent'anni inizi a preferire i sapori amari, il mare agitato, la tempesta. Il sole va bene, è sempre andato bene. Però la pioggia la capisci benissimo. Possiedi il senso della pioggia di tamburi battenti sull'asfalto. E sorridi. 

Anatomia.
E' la stessa spiaggia di sempre, ma gli altri anni c'erano soltanto corpi che prendevano il sole, che parlavano sulla battigia. Ora vedo mesogastri e peritonei in contro luce, mediastini, arti superiori che impugnano racchette, vene cefaliche, deltoidi, sternocleidi, punti di Murphy, di McBurney, di... passerà.

venerdì 13 giugno 2014

Ritratto neurofisiologico di gangster in azione

di Cristina Taliento

(non che ci metta la mano sul fuoco)


Ci sono questi tre gangster paranoici in bicicletta. Allora, Jack Pavimento è il primo. Fa: “Tu sei morto, Capodoglio, sei morto, ho detto”. Capodoglio è il secondo. “Accidenti, piantala di dire ho detto dopo la fine di ogni stramaledetta frase. Mannaggia!”. E il terzo è Carlo Julio Cesare, il quale dice: “No entiendo esta palabra, man-nag-gia.  Puedes traducir?”.
“Mal ne abbia” risponde calmo Jack Pavimento mentre solleva Capodoglio per il colletto della camicia.
“Mal ne abia? Es italiano?”
“Senti, bello…”.
 E avrebbe voluto dire: senti bello, smettila di crederti chissà chi per aver giocato due mesi in serie A, il tempo giusto per gonfiarti il petto come un tacchino e toccarti i capelli in campo per un milione di volte più altre minchiate del genere. La fortuna ti ha aiutato, ma poi sei stato scoperto per la schiappa che eri, che sei e che sarai sempre. Altrimenti, una volta fuori dal giro, non avresti preso trecento chili davanti al televisore, guardando e riguardando con occhi fieri e sognanti le partite in cui, poi, a dirla tutta, ti insegnavano invano a tenere palla come si deve.

Invece, la sua corteccia cerebrale ci ripensa. Si ricorda di quando anche lui era il Gallo di quell’enorme pollaio di Little Wing. Si ricorda, all’improvviso, di quanto fosse stata dura rinunciare a quegli agi offerti per un errore di valutazione ritrovandosi a covare uova e rancori come una chioccia alcolizzata. Ma lui, comunque, aveva smesso di bere e si era iscritto a uno di quei corsi serali per imparare l’alfabeto dei segni. Così aveva trovato un lavoro con i sordomuti, sposando Nora, vedente soltanto, e facendo con lei due bambini, vedenti, parlanti e, se non del tutto, per una buona parte del tempo, persino udenti.

“La differenza tra me e te, caro ragazzo- si limita a dire alla fine, anche se non c’entra niente- la sostanziale differenza tra te e me è che tu piangi quando le cose vanno male e io piango quando le cose vanno bene”. La solennità della frase giustifica il gesto di lasciar cadere Capodoglio per terra. Non è questione di pietà, certe volte, bensì di stile estemporaneo, improvvisato.

“Non sapevo piangessi, Jack” dice Tracy Goldmaster da dietro il balcone. C’è sempre una Tracy Goldmaster o Goldberg che versa alcol in questo genere di racconti. Figuarsi se non ce la mettevo in questo capoverso. Ciò che, però, la distingue dalle altre Tracy monocolor sono i capelli: mezzi biondi e mezzi castani. Grazie a questo vezzo la sua piatta e sterile personalità passa, invece, per una personalità eccentrica. Ma Capodoglio vedrà per sempre in lei anche altre doti più nobili e rare da sposare e servire per il resto della vita. In realtà, non è amore; è l’ossitocina.

“Perché a te, Tracy, tanto per sapere, piacciono gli uomini che piangono?” chiede con disinvoltura Capo massaggiandosi il collo sul punto in cui Jack Pavimento l’ha stretto. Con il massaggio, vengono stimolate le fibre di grosso calibro A beta che eccitano i piccoli neuroni della sostanza gelatinosa di Rolando, nella lamina II del midollo spinale. Questi neuroni liberano encefaline che vanno a inibire i neuroni interconnessi, bloccando la trasmissione delle vie dolorifiche.

“Mah, non saprei” biascica lei con la voce acuta, la chewing-gum in bocca e lo sguardo perennemente perso e annoiato. Così, vaghezza su dubbio, Tracy ha costruito intorno a sé l’immagine di una vera donna del mistero, ma la verità è che non sa mai niente, nemmeno di lei stessa, né della sintassi o del mondo. E se lo sa, non riesce tanto a parlarne. La sua aree cerebrali 44 e 45 di Brodmann che afferiscono al linguaggio sono un vero disastro.

“Los chicos no lloran. Hay una canciòn de los Clash...”
“Eh? Ma che sta dicendo?- chiede Jack andando verso il bancone- Gli uomini che…?”
“Non ho sentito” mormora Capodoglio alzando le spalle.
 “Boys don’t cry, es una canciòn de los Clash”
“Eh?”
“Non capisco”
“Senti, bello…”

E avrebbe voluto dire: senti bello, vivi in Italia da dieci anni, ma sei talmente pieno di te che pretendi che siano gli altri, gli altri che non hanno mai viaggiato, a decifrare la tua lingua che, poi, non è tanto diversa dalla nostra. Ma che ti costa imparare le parole più comuni e risparmiarci questo stancante gioco dell’ “io parlo e tu traduci”, questo snervante gioco dell’ “io sono forte e tu chi sei”, dell’ “io ho avuto la gloria e tu che hai”. La verità è che pratichi giochi che non sai giocare. Ti hanno messo in panchina e non fai che lucidarti le scarpe con i migliori lucida-scarpe e te ne vai in giro dicendo: “oh guardatemi, mi lucido ben ben le scarpe perché tra poco giocherò e li farò secchissimi”.
Intanto, la proprietaria del bar, vecchio medico in pensione –ottanta anni e seduta da venti nell’angolo a destra- chiama con la voce roca: “Jack, Jack! Da bravo, la rabbia è un sentimento che ottenebra l’anima. Ti leggo dagli occhi che ti stai facendo uno dei tuoi pensieracci. Non fare l’insicuro. Respira. Non vorrai esplodere ora come quella volta”.

“Quale volta?”
“Chiedilo a quei ragazzotti là fuori cosa dicono degli uomini che piangono”
“Nessuna volta, niente, dimentica”
“I ragazzotti non san mica un cazzo, il sistema limbico se ne sbatte delle leggi sulla virilità imposte da Leonida e da tutte quelle bistecche spartane”.
“Di quella volta in cui Jack ruppe tre setti nasali, sette costole, una clavicola, due metacarpi, una mandibola…”
“In medicina si dice coste”
“In questo bar diciamo costole”
“Due clavicole. Erano due clavicole”
“Non ci sto capendo niente. Tutti che parlano”
“Vecchia, piantala, ti prego. Capodoglio,  diglielo”
“Ha detto Pavimento di smetterla”
“Di’ a Pavimento, ah-ah-ah” dice la proprietaria del bar, seduta con le mani sul pomello del bastone.

Questa bizzarra confusione, chissà per quale circuito cerebrale, sta divertendo anche Tracy che, giusto per dire qualcosa, esclama: “Ragazzi, sono le sette e cinque!”
“Ehi ragazza, non puoi combattere il Tempo!” risponde Capodoglio con un occhiolino. Lei alza le spalle e poi cinguetta ridendo:
“Guai a te se mi tratti come a una delle tue femminucce, Capo”. La proprietaria del bar alza gli occhi al cielo.
“Non potrei. Sei uno squalo, bambina”.

Ma a quel punto, un gesto, un leggero gesto di mano tra i capelli, fa bloccare le lancette, il polline nell’aria, le gocce di brandy che colano dal bicchiere.

Jack Pavimento odia quando Carlo Julio Cesare si tocca i capelli.

“Ti avevo detto di non farlo” dice lentamente e vorrebbe mantenere il controllo, vorrebbe respirare con calma, con il ritmo di lenzuola che si muovono nel vento, ma la sua arteria temporale inizia a pulsare così insistentemente, il sistema simpatico lavora per il combattimento.
“Estàs hablando conmigo?”
“Si, contigo”.

Carlo Julio Cesare inarca il sopracciglio destro. Jack Pavimento sorride, ma è un sorriso strano, sinistro. Il muscolo zigomatico si contrae, sposta l’angolo della bocca in alto e in fuori e le guance si increspano, ma il muscolo orbicolare dell’occhio non viene contagiato da nessun sentimento. È un sorriso falso mosso soltanto dalla neocorteccia. Nessun coinvolgimento da parte dei gangli della base, del giro del cingolo o della corteccia limbica.

La padrona del bar raddrizza la testa per vedere meglio e mormora: “Oh Gesù, ci risiamo con il sorriso piramidale”.  Venne chiamato così dal neurologo Geschwind dell’università di Harvard per sottolineare la risposta volontaria esercitata dai fasci piramidali sui muscoli coinvolti.  

Poi, di colpo, cambio: assenza di espressione. E, ancora, cambio: rabbia. Segue: ripensamento, silenzio. Continua il silenzio. Un gatto entra nel bar e trova silenzio. Miao. Infine: rabbia.

“Senti bello, smettila. Mi stai facendo arrabbiare. Smettila di fissare quel cellulare, smettila di toccarti i capelli. Smettila, ho detto, smettila! Sei vanità e spazzatura. Smettila di metterti in posa e parlare con quel ghigno che si vuole credere affascinante. Tu mi hai rotto! Mi hai rotto, ho detto! Tu, ragazzo, devi vivere la vita come se non ti stesse guardando nessuno, come se non esistesse nessun ‘mi piace’ su cui cliccare sotto la tua faccia da schiaffi! Tu devi andare a confessarti! A confessarti, ho detto! Da un prete, esatto! Non sto parlando di peccati, per carità. Quelli li facciamo tutti. Si tratta, invece, di andare, sedersi nel buio, trovare dall’altra parte un orecchio che non sia uno stupido monitor, farsi il segno della croce e iniziare a cercare in quella tua coscienza avvolta da ragnatele una cosa profonda da dire, una cosa che non suoni come una stronzata preceduta da qualche cancelletto del cazzo”

“Jack, avanti, dai. Ti stai scaldando inutilmente. Lascia stare il ragazzo. Non ha fatto niente di male. Bevi un po’ d’acqua, forza- dice il medico in pensione indicando con la mano il bancone del bar- Tracy dai un po’ d’acqua a Pavimento. E fate uscire quel gatto, per favore. Questo non è un bar per gatti”.

“È  un idiota. Un vero idiota. Devo smetterla, si può smettere. Bisogna che qualcuno glielo dica. La vita non è questo campo da calcio che c’ha in testa. Questo mare di gente pronta a batterti le mani. Che poi, cheppalle, sarebbe, dico io, poter sapere sempre cosa ne pensino gli altri di ciò che ti riguarda! Che cosa ci vedi in un mondo di consensi! Prima lo capisce e meglio è. Lui crede che le persone si possano prendere e rinchiudere in queste celle sovietiche tutte uguali note anche come Profili Online e complimenti davvero a chi te l’ha fatto credere. E complimentoni –oni –oni a te che sei un gran pollo che ci sei cascato e che mentre eri in caduta libera, come un gran pollo, hai cantato: chicchirichì,  ho tutto sotto controllo”.

“Suvvia, Jack. Lo puoi capire da te che stai un po’ perdendo il filo del discorso. Abbassa un po’ la voce, dai. Ti guardano tutti”

“Nonna, che non  mi si dica quello che devo e non devo fare. Adesso sento che devo tirargli uno schiaffo”. Jack Pavimento  guarda il soffitto per calmarsi. Aspetta che quello schiaffo si verifichi come il destino, come le sette e cinque che diventano, di colpo, le sette e dieci, come le nuvole che diventano, da un momento all’altro, pioggia sui vetri del bar.

“Uno schiafo?- chiede Carlo Julio Cesare portandosi, di nuovo, i capelli indietro.

“Vedi! L’ha rifatto! Me lo fa apposta! Me lo fa apposta!”. Così, accade. In uno scoppio di sinapsi, accade. Jack Pavimento si fionda sicuro su Carlo Julio Cesare. Il programma motorio prevede che il braccio destro venga ampiamente, teatralmente, esteso con lo scopo di intimorire l’avversario e, soprattutto, aumentare l’intensità del tiro. Il cervelletto e i nuclei della base correggono, controllano l’azione affinché l’annunciato schiaffo si realizzi. Nello stesso istante, grazie al riflesso vestiboloculare, per mantenere la fissità dello sguardo, i bulbi oculari di Carlo Julio Cesare si girano nella direzione opposta a quella della testa che, saggiamente, si piega per schivare il colpo. Ma non c’è inclinazione che tenga per sfuggire ai circuiti riverberanti di Jack Pavimento, medaglia d’oro 1988 alle olimpiadi del Salone del Boxe di Via Kennedy, numero 8, scala A.
Intanto, cocktail di ormoni vengono sparati in circolo come polvere rosa in litri di  vino rosso.

Loro due sono lo spettacolo. Le menti di tutti sono catturate per intero dai loro movimenti. Il resto svanisce, non viene colto dalla loro attenzione, semplicemente sfuma: c’è, eppure potrebbe anche smettere di esserci. Quindi, nessuno si accorge del coltello che, sfuggito dalla mano di una ancora più distratta Tracy Goldmaster, cade a picco dal balcone, infilzandosi tra il collo e il tronco di quel povero gatto che era entrato nel bar quando c’era silenzio.

(No, dai, vabbè, questa è brutta. Non dovevo scriverla così cruenta. Un cadavere di gatto, poi. Infilzato, per giunta. Oh no, dovrei cancellare. Oppure aggiungere: c’è, eppure potrebbe non averlo visto nessuno. E voi? Vi fidereste dell’esistenza di qualcosa che nemmeno il personaggio più arido di fantasia possa testimoniare d’aver visto?)



(continua)

domenica 20 aprile 2014

Ortensie celesti



(Poplars on the banks of the river Epte, Claude Monet, 1891)

Per altri quei giorni erano -giovani rose-,
gridi di rondini silvestri,
fiori in bocca
dentro cappelli sull'erba...
mentre per noi erano ortensie celesti
e jeans, camicie celesti
su cieli celesti
e riflessi d'acqua su flauti argentati,
perchè noi credevamo,
noi volevamo;

avevamo, io credo,
un sogno leggero,
più delicato del vostro.


(C. Taliento)

venerdì 18 aprile 2014

Attitudini dei guerrieri

di Cristina Taliento


Ho iniziato a frequentare il Gruppo perchè volevo scrivere di loro, consegnare l'articolo all'editore e darmi alla macchia per tutta la primavera e, possibilmente, l'estate, chiudermi poi in una di quelle spiagge deserte dove la scogliera scende a lama sul mare e fare in pace il mio freddo, tranquillo, organizzato, lavoro dalla mattina alla sera, lanciando l'osso al pastore tedesco per cinque minuti ogni due ore, guardare le stelle, suonare il flauto ai granchi, infine dormire. 

Loro erano queste specie di guerrieri contemporanei che dopo un po' finisce che vuoi assomigliarli. Facevano tutti gli specializzandi in medicina per cominciare. Tranne Gianna; lei era una fisica, ventitré anni, laurea magna cum laude, le Converse strappate, gli orecchini di perla, english humor, un vocabolario arguto, innamoramenti frequenti, l'iride sensibile. 

Erano consapevoli della loro bellezza, intelligenza e giovinezza. Parlavano un lessico che li divertiva molto, che avrebbe fatto ridere soltanto loro e che, per un certo tempo, comunque, è rimasto anche nelle mie orecchie. Per esempio, usavano frasi come: "Non fare il cutaneo". Mi chiamavano, poi, Piccolo Omento. 
Avevano tutti la risata sicura dei grandi cavalieri senza paura. Bevevano birra e nessuno fingeva, nessuno voleva impressionare. 

Il pomeriggio di marzo in cui ho varcato la porta della loro veranda al sole, cespugli e cespugli di lavanda mi sono entrati negli occhi e nelle narici. Francesca stava leggendo ad alta voce qualcosa dalla Settimana Enigmistica.
"Mio Dio, è meraviglioso" gli faceva eco Marco.
"Avreste dovuto essere lì, giuro. Marta che risolve 'sto Quesito con La Susi, ritira il premio e lo rispedisce con il biglietto: questa merda rimettetevela nel culo. Ho riso fino al prolasso dell'utero". 
"Ah-ah certo" ha detto il Dottore premendosi il pugno sulla bocca come per trattenere un rutto. 

Io me ne stavo accanto alla lavanda con quel fare taciturno da sorella minore capitata per caso tra gli amici dei fratelli più grandi e annotavo sul telefono alcune delle uscite che sentivo da laggiù.
"Ehi, piccolo omento" mi hanno chiamata d'un tratto.
"Che fai?" ha chiesto Daniele.
"Niente"
"Come niente? Hai idea di quanti sforzi filosofici e tribolazioni fisiche, quante apnee, infarti, ci vogliano per ricreare anche un solo abbozzo di Niente?".
Ho riso. Avrei voluto avere con me la mia lista di domande. Quei guerrieri forse non avevano risposte, ma pacche virtuali sulle spalle a volontà. Così, li ho messi alla prova.
"In realtà, scrivo di voi. Sul cellulare. Devo scrivere un articolo per una rivista letteraria. Voi mi incuriosite".
"Più degli unicorni gay?" mi ha chiesto Riccardo.
"Come?"
"Lascialo stare-ha sospirato Angela- sta attraversando il periodo in cui formula battute sulla presunta omosessualità di animali mai esistiti per depistare l'ascoltatore. Conta i millisecondi del verificarsi della tua reazione per capire qualcosa della tua personalità".
"Tutti mi dicono che sono un libro aperto"
"Oh... - Gianna ha scosso la testa si rigirava una sigaretta tra le dita  - nessuno è un libro aperto. Chi dice di esserlo lo è meno di chi si proclama complicato".
"Voi siete libri aperti?" ho chiesto trattenendo il respiro.
"Siamo libri in volo, squadernati dal vento" ha risposto Angela appoggiando una mano sulla spalla di Marco. 

Così ho pensato che avrei potuto dare il meglio di me stessa per diventare loro amica, ma poi mi sono detta che chi è in volo, sosta da solo, per qualche attimo e poi riparte nel sole. Erano campioni del Pensiero e ci avrei scommesso che avevano avuto adolescenze solitarie e defilate nelle tane delle loro menti. Dovevano essere lettori di classici.  C'era un po' di Tolstoj nelle loro larghe spalle. Avevano nello sguardo la sicurezza infusa dall'alba il giorno dopo la battaglia e i movimenti dei coraggiosi che hanno esplorato emozioni e lande sconosciute, addii e nostalgie così forti da toglierti il respiro. Ma loro invece di uscirne abituati, immunizzati, secondo me, piangevano tutte le volte nel buio, digrignando i pugni nella carne per poi scendere le scale di corsa e sperimentare il nuovo e rivivere il vecchio come la prima volta. Si, ciò che mi metteva quasi a disagio non era la nudità del loro animo, ma la padronanza con cui maneggiavano quei loro grandi sentimenti, trattandoli come se fossero la cosa più importante, piantandola di archiviare e andare avanti nello stile prediletto da uomini e donne definitesi 'in carriera'. E li intuivo capaci, tuttavia, di dimenticare, con la stessa forza rapace, per una decisione più alta, sempre in memoria di loro, anni di battaglie cosiddette personali, guerre civili del proprio orgoglio e scommesse col destino. Vivevano nel lusso di essere consapevoli della vita e dei suoi giochi di luce. Tutte le montature, i trucchi della regia, erano stati svelati, dissezionati sui tavoli operatori, studiati sotto la lampada delle loro scrivanie, presi come soggetto delle loro battute e, intorno a un tavolo di birre, sinceramente derisi. Forse erano così perchè lavoravano di fianco alla Morte, sostando insieme a lei ai lati di letti d'ospedale, con in mano cartelle cliniche e fonendoscopi o, forse, il loro lavoro non c'entrava, ma c'entravo i motivi che li avevano mossi ad agire, le ragioni che li avevano asciugato le lacrime, fatto battere il cuore. 


"Ti unirai a noi domenica prossima?"
"Non lo so" ho detto strizzando gli occhi per il sole.
"Ti abbiamo già stancata?"
"No, è che vi preferirei da vecchi, ultrasessantenni". Ho portato la mano sulla fronte per farmi ombra.
"Perchè?"
"Siete guerrieri, anime immense, ma siete consapevoli e pieni di voi come sirene che si compiacciono del loro canto. Mi piacete molto, la vecchiaia vi renderà tutto quello con cui avrei piacere di trascorrere del tempo" ho mentito. In realtà, dovevo darmi alla macchia, suonare il flauto ai granchi. Quelle cose lì. 
"L'avevo detto, Francesca, che non era  un piccolo omento, ma un grande omento"
"Magari ti puoi unire a noi tra mezzo secolo"
"Chissà..."

Così me ne sono andata e avevo un articolo e tre soldi di dubbio e due di coraggio, tanto per dirla alla De Gregori maniera. 

venerdì 4 aprile 2014

Arterie di Luca, arterie di Sally

di Cristina Taliento

(Cose nascoste, Filippo Robboni, 2011, oil on canvas)


Ieri Sally e Luca hanno mangiato da  noi. Non so come sia iniziata, ma a un certo punto, tra la frutta e il caffè, si sono messi a litigare. Sally ha detto, tamburellando le dita: "I sentimenti o ce li hai o non ce li hai". E io ho alzato le sopracciglia annuendo, frenandomi in tempo dall'esclamare un piuttosto assente 'eh beh si beh'. Masticavamo quasi tutti noccioline. Era domenica. Ho appoggiato la testa allo schienale della sedia. Domenica come quelle domeniche in stile finestra aperta sul giardino, tende mosse dal vento, cielo azzurrino, sorrisi lontani di vecchi che guardano i giovani essere giovani; come quelle domeniche in cui si interrompe l'argomento della conversazione per alzare il volume del televisore e ascoltare i ricordi malinconici di Albano sull'amore passato con Romina.
"Chi vuole il caffè?" ha chiesto mia madre alzandosi in piedi. Sally si guardava gli anelli, aprendo e chiudendo le dita. Sally e Luca hanno un dalmata, un gran bel figliolo di cane. Si chiama Ernesto.  
"Io no, grazie" ha detto Luca mostrando il palmo della mano. L'avambraccio svelava vene superficiali bene in vista. Notai il giro della vena cefalica sulla faccia posteriore. 
"Ora nessuno beve più il caffè!" ha esclamato qualcuno.
"Hai ragione, quando è moda è moda- ha continuato qualcun'altro- E tutti non fanno che dire di non guardare la televisione. Ma dico io, Santo Cielo, se state tutto il tempo su quelle X-Bos, Twitter..!"
"Si dice X-Box".
Domenica, come quelle domeniche in cui si cita Gaber e le persone sono "tutti" e l'Io è Accidente di Niente, purissimo Fico Secco, emerito Nada de Nada. Pur tuttavia, si diventa quasi stanchi di questa intelligenza che ce la trova sempre su ogni frase triste e felice e quindi, si sorride, si piega la testa di lato e si risponde citando, magari, Guccini, anche se queste domeniche, per forza di cose, non possono essere sempre di settembre

E poi è avvenuto il miracolo anatomico dell'immaginazione. Mentre parlavano di mode, li ho sezionato i tegumenti e i muscoli pellicciai, bloccandomi a un pelo dal recidere qualcuna delle loro arterie. I soggetti, o meglio, i modelli erano Sally e Luca, appunto, coppia di professori in pensione, padroni di un dalmata di nome Ernesto, amanti della pesca e della psicologia, principalmente Freud, di cui hanno una fotografia appesa nel salotto. Quieta quieta, li ho spogliati delle meningi, asportando lobi di encefalo qua e là. 
"Non ti ho mai chiesto per cosa stia Sally" ho detto per far voltare il modello verso di me, con le sue orbite rivolte verso la mia finta ingenuità.
"Sallustia!" ha esclamato Luca ridendo e tossendo. Fumava. Riuscivo a vedere i suoi polmoni neri dentro la gabbia toracica. 
"Ah... sul serio?" ho chiesto mentre seguivo con la mente il decorso dell'arteria mascellare interna e delle sue collaterali.
"Salvatrice" ha concesso mentre le anastomosi facciali si vasodilatavano un po'. 

Così, mi è venuta in mente una poesia dell'insieme 'Spazzatura' sul divertente andante perchè appartenente al sottoinsieme 'Romantico/macabro'. Una poesia-tipo-così: 

"Amo te e il tuo arco venoso del giugulo,
 il tuo sorriso e le tue arterie alveolari.
Posso sposare, per cortesia, la tua arteria cerebrale anteriore 
che porta nutrimento al tuo encefalo a cui sono sì affezionata?
La tua aorta mi apparterrà. Tu prendi la mia.
Anzi, anastomizziamoci! 
Diventiamo unico sistema cardiocircolatorio,
a due cuori."

A questa idea, ho detto ridendo: "Se vabbè!"
"Non ti piace il nome Salvatrice?". Le cavità orbitarie dei presenti si sono di colpo riempite di occhi integri, normalissimi occhi che avevano iniziato a fissarmi. L'incanto chirurgico era finito.
"E' il nome del Signore- ho detto su due piedi e poi ho aggiunto- al femminile". Il che era, come dire... vabbè.




domenica 9 marzo 2014

Domande dentro borse smesse mai messe

di Cristina Taliento

(Solitaire, Yelena Brysenkova, 2013, pen, watercolor, white ink on paper)



31) Se dozzine di film dell'orrore ispirano i loro soggetti a clown e bambole dagli occhi fissi perchè le case produttrici di giocattoli fabbricano bambole che, addirittura, roteano gli occhi?

32) Quanto ci vuole perchè i giorni passati maturino abbastanza per diventare i Miei Tempi?

33) Le impronte dei raggi se le ricorda il crepuscolo?

34) La sublimazione beffarda della selezione naturale di Darwin può, in qualche modo, rispecchiarsi nell'autoreferenza moderna degli autoscatti, nel puntare l'obiettivo sempre su sé stessi come a voler affermare la propria immagine sulle altre aumentando la probabilità di trasmettere con la prole il proprio patrimonio genetico? Quando abbiamo smesso di fotografare i tramonti?

35) Perchè in compagnia dei vecchi è più facile rimanere in silenzio e con gli adulti non molto vecchi si cercano con tanta solerzia gli argomenti? 

36) Chi ha paura del silenzio?

37) Come hanno fatto gli inventori dei proverbi a diffonderli in tempi in cui non c'era il web?

38) Perchè le principesse bacia-rospi volevano gli inesistenti unicorni e mettevano il broncio al sentirsi rispondere "l'erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re" quando, invece, avrebbero potuto richiedere un carico di rinoceronti, parimenti corno dotati?

39) Considerato che l'Universo si sta espandendo e la Terra fa parte dell'Universo, per la proprietà transitiva, non dovremmo espanderci anche noi?

40) Che cosa accade al pulviscolo atmosferico quando rispondiamo con ingenuità a una domanda che era retorica?

41) Perchè la memoria olfattiva evoca, quasi tutte le volte, sensazioni tristi anche se noi potremmo giurare di essere stati, in quel periodo, felici?

42) Se è vero che l'azzurro rende calmi, allora il Cielo la sapeva lunga sulll'ansia bestiale dei viventi?

43) La superficialità di alcune relazioni verrebbe approfondita se iniziasse davanti una minestra fumante invece che davanti un caffè?

44) Se fossimo stati un po' più giovani, l'avremmo distrutto con la fantasia, l'avremmo stracciato con la fantasia?

45) Il modo migliore per assassinare l'amico immaginario di un bambino è chiedergli con aria professionale e un bicchiere di scotch in mano quale sia la sua polizza assicurativa?


mercoledì 5 marzo 2014

Certi giovani - Ritratti dei seri

di Cristina Taliento

(Busto di bambina di profilo, Giovanni Fattori, 1875-77, Galleria d'Arte Moderna, Torino)


Una delle tante professioni del matto del Genda era quella d'inventarsi avvocato. Non di essere avvocato, ma d'inventarsi. Il che era diverso, ma lui lo faceva con la stessa passione. Per questo, Certi Giovani andarono da lui affinchè venissero difesi contro l'accusa di Vita Non Vissuta da parte di alcuni loro coetanei. 
Il matto Genda si disse onorato di prendere la causa in mano, alzò il cappello in segno di saluto e se ne andò senza, tuttavia, andarsene mai. Di nascosto, infatti, osservava i movimenti dei giovani, dividendo il foglio in due colonne, nominandone una "Grandi movimenti generali del corpo" e l'altra "Piccoli movimenti dello sguardo e dei muscoli facciali". Per intere settimane li spiò con l'intento di argomentare in modo convincente davanti al giudice. Già immaginava l'incipit del discorso. ("Signor giudice, ritengo che l'accusa sia improntata su una definizione di Vita estremamente soggettiva"). Ad ogni modo, soggettiva o non soggettiva, per essere preparato a eventuali attacchi della controparte, voleva capire se i suoi assistiti fossero innocenti o in qualche modo coinvolti nella Non Vita. Li seguiva dietro un giornale, seguendo il loro tragitto nascosto dalle macchine parcheggiate. Occhiali da sole. Si, aveva grandi occhiali da sole graduati. E il bavero della giacca alzato, anche quello, si. 
Nella prima colonna del foglio scrisse: "Camminata composta da ampi passi controllati, spalle e collo rigidi e addominali contratti, pugni chiusi, schiena dritta. Muscoli pronti all'attacco". E più si allungava l'inchiostro sulla prima colonna, più la seconda rimaneva bianca. C'era qualcosa di impenetrabile nei loro volti, come un doppio strato di cellophane che sfumava le loro espressioni. "O forse- si disse il matto Genda mentre proseguiva in incognito- forse è il mio timore nei loro confronti che mi impedisce di intrappolare la loro essenza e assenza vitale". Quindi, per lunghe settimane, la seconda colonna rimase vuota. "Non può essere. Ma dove guardano questi? Ma che vogliono? Che diavolo bramano? Niente davvero?". Di colpo capì che non avrebbe potuto difendere dei colpevoli. Non per un fatto di onestà, ma per una questione di fantasia e di voglia. "No, non c'ho voglia di parlare a casaccio!" dichiarò all'ora di pranzo con la bocca piena. 
Alle sette, li chiamò per avvisarli della sua decisione.
"Buonasera, sedetevi. Volevo discutere con voi sull'incarico che mi avete assegnato. Vedete, ho fatto le mie ricerche e io, ecco... non sono sicuro che voi vogliate essere davvero difesi dall'accusa di non star vivendo".
"Lo sapevamo che ci avrebbe abbandonati" risero amari.
"Niente di personale, eh! Ma non c'ho voglia di parlare a casaccio davanti al giudice! Voglio dire, se ci credo in una cosa, sono molto bravo, altrimenti rischio di diventare davvero mediocre in tutto". 
Si fermò, tentò per l'ultima volta di afferrare il loro sguardo, poi continuò con le mani intrecciate sulla scrivania: "Secondo me il mondo si divide in chi vive e in chi non vive affatto! E sempre secondo me, voi non state vivendo".
"La dura verità, caro signore, è che il mondo si divide in chi vuole dividere il mondo a tutti i costi e in chi ha capito da tempo che i contorni sono talmente labili e cangianti che proprio mentre si sta operando il taglio essi possono muoversi e perdere traccia di loro stessi. Chi ha capito questo va avanti con la consapevolezza che i giudizi non potranno mai essere netti, che non ci siano strade più giuste da seguire o modi affermati di vivere o di non vivere".
E poi accadde il movimento. Il giovane che aveva parlato guardò il muro che il matto Genda aveva alle sue spalle. Il muro su cui era incorniciata la pergamena di laurea. Allora, capì. Prese il foglio, la seconda colonna su cui non c'era scritto niente e, cerchiando la parola, scrisse: "Lontano". Perchè lontano e raro era il loro sguardo.

"Signor giudice, ritengo che l'accusa sia improntata su una definizione di Vita estremamente soggettiva, nonché ingannevole e limitata. Di cosa sono accusati i miei assistiti? Leggo testuali parole: rifiuto del divertimento, rifiuto del sogno, rifiuto dell'amore, rifiuto del futuro inteso come pianificazione di vita, rifiuto delle parole vane, rifiuto di trovare il senso della vita, rifiuto di partecipare alla vita politica, rifiuto di accettare la tecnologia, rifiuto di iscrizione ai social networks..."
"Tutte balle!" gridarono Certi Giovani dai posti a sedere.
"Si contenga il linguaggio" ricordò il giudice condiscendente alle obiezioni.
"... rifiuto di accettare l'educazione impartita dalle scuole, rifiuto di lottare contro le estinzioni delle specie, rifiuto di prendere analgesici e antinfiammatori, rifiuto del Cinema, rifiuto della musica..."-
Il matto Genda abbassò il foglio e guardò il giudice da sopra gli occhiali da lettura. 
"Queste accuse sono forzate, signor giudice. Sono rigide e riduttive. I miei assistiti non oppongono alcun rifiuto a queste cose. Essi, piuttosto, ne sono indifferenti".
"Peggio! Peggio!" urlò l'avvocato della controparte- "L'indifferenza è carente persino di quella carica vitale che distingue il rifiuto! Questi giovani non stanno vivendo, si prendano provvedimenti urgenti e duraturi".
Il matto Genda arricciò le labbra, preoccupato dalla piega che stava prendendo il processo. La sua incertezza momentanea venne colta dal giudice che alzò un sopracciglio e prese a fissarlo. Sotto quello sguardo inquisitorio sentì all'improvviso caldo, come se fosse a due metri dal sole. Le guance divennero rosse, i vestiti sembravano essersi ristretti di due taglie. Stava per scoppiare. Così, nello scoppio, esordì:
"Certi giovani!"
"Come prego, avvocato? Si sente bene?" chiese il giudice sporgendosi in avanti.
"Certi giovani!"
"Un bicchiere d'acqua per il signor Genda, per favore" disse, poi, alla segretaria.
"Certi giovani, che cavolo, nemmeno le vogliono tutte quelle robe! Nemmeno ci pensano!" riuscì a proferire Genda in uno strillo incravattato. Tossì. Due respiri profondi. Mise una mano sul fianco. Poi continuò dato che gli altri erano stati ammutoliti.
"Certi giovani guardano lontano. Più lontano della sociologia, più lontano del progresso, ma che nessuno si azzardi a chiamarli sognatori. Non vi permettete a licenziarli così alla buona, con un buffetto sulle guance e un carillon per conciliare il sogno del caro bambino! Inutili definizioni giornalistiche. Hanno le mani nella terra loro, tra le radici, accidenti! Certi giovani non parlano e se parlano lo fanno davvero e dicono cose vere, che diavolo! Perché può darsi che non vi rispondano subito, ma quando aprono bocca, sono semplici come colombe. E se si arrabbiano, è perché sono sensibili e la loro rabbia è sincera e pura, sofferta. Quindi se ne stanno là, seduti sui massi, con quell'espressione seria e voi, pronti a incolparli di rifiuto, di distacco e alienazione, ma come fate a non accorgervi che sono preoccupati e vivono nel dubbio di ciò che accade e si tormentano ogni volta che ascoltano il modo in cui ingannano le vostre menti spacciandovi tutte queste diagnosi per maledette cure. Perchè vi ostinate a volerli vedere pronti e scattanti nell'afferrare lo stupido fazzoletto dell'azione sociale? Meditate sul perchè stanno fermi, invece. C'è più senso nella staticità che in questo continuo correre in mutande con il fiato corto e le mani sudate. Guardateli meglio, io vi dico! Io l'ho fatto, guardateli meglio prima di accusare. Perchè mai vi ingegnate a ingigantirvi le menti e gli amici e i fisici e le competenze, le capacità? Affinate, io vi dico. Certi giovani tagliano i rami! Non si chiudono in loro stessi, nossignore, no, per Giove!  Soltanto non si impicciano delle cose che non amano!".
Genda si chiese se avesse reso il concetto. Chinò il capo pensando che probabilmente non ci era riuscito.
"Ha concluso?" chiese il giudice.
"Già" disse Genda sconsolato.
"Anche noi, anche noi..." ripetè il giudice alzandosi in piedi. E mentre se ne andava mormorò: "Non ne posso più di queste pagliacciate. Che mi assegnino vere udienze d'ora in poi"