Ad ogni modo mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. Lo so che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

(J. D. Salinger, Il giovane Holden, cap. XXII)

sabato 16 agosto 2014

Il calciatore ingrassato

di Cristina Taliento


(A soccer match, Gaston Vaudou, 1920, National Football Museum, Manchester)


Quand'era ragazzo non si sentiva bravo, gli altri gli dicevano 'sei grande', ma lui si allontanava, si credeva mediocre e questo gli bastava per non voler ascoltare nessuno. Giocava se era innamorato, giocava quand'era disperato oppure confuso, ferito, annoiato. Di emozioni ne provava molte, diverse e tutte nel giro di poche ore, ma, comunque andassero le cose in quel paese per vecchi che era il suo cuore, lui ritornava in campo e con il sole e con la pioggia, arrabbiato o felice, il suo tiro da fermo era sempre lo stesso misurato bolide di collo del piede ruggente, destinato, come l'uomo alla morte, ad entrare in porta. Divenne il migliore, senza troppi complimenti. Ma i migliori, si sa, non vogliono le cose che gli altri vogliono e lui incominciò a sentirsi inopportuno, come se non sapesse più dove mettere i piedi, come se l'essere il più alto l'avesse portato a dubitare della statura del mondo. Calciò ancora qualche palla, ma in cuor suo aveva già smesso. Tutti gli altri non si erano accorti di niente, lo innalzavano al cielo, scrivevano il suo nome sui muri di case diroccate, ma il suo allenatore -occhio di falco taciturno -pensò: "hai smesso, campione, questo non è più il tuo posto". Iniziò a tirarsene fuori mangiando quattro volte di più di quanto non avesse mai fatto poiché era concetto abbastanza scontato che in un giocatore, al pari dei piedi e della tecnica, un metro importante per valutare la sua potenza fosse la panza, o meglio la sua inesistenza. E la stampa si accorse della presenza senza che passasse troppo tempo. Così se ne andò con il consenso dei suoi ultimi fedeli e, persino, degli ultras per i quali si poteva perdonare un fallo, due falli, un calciatore brutto, uno drogato, un cartellino rosso, ma mai e ancora mai un ciccione. 
Otto mesi dopo aveva preso trenta chili e del corpo da gladiatore che aveva, rimasero i trapezi e qualche muscolo superstite visibile, ogni tanto, dietro la coltre di grasso che, come una nube bianca, inesorabilmente lo avvolgeva. Mangia e mangia, divenne il giocattolo del pubblico a casa, il piacere segreto degli invidiosi, la risata sulla bocca dei simpatici e, malgrado il colesterolo alto e l'iperglicemia, il perspicace salvatore di sé stesso perché, qualche mese dopo, egli era la battuta che non faceva più ridere e un giorno, cambiando canale, si accorse che nessuno stava più parlando di lui, nemmeno i Tg privati, nemmeno il digitale terrestre. Si girò il telecomando tra le mani per un po', sentì i riflettori spenti, il suo sudore asciugato. E ascoltò  il silenzio che mai gli era parso così pieno e opulento e morbido, come d'altronde era lui.
"Ehi ragazzo, ma che ti è preso?"
"La libertà mi è presa, la libertà"
"Hai permesso che ti uccidessero la tua passione?"
"Si, fin da quando ho firmato quel maledetto contratto da sette milioni di euro"
"Ehi ragazzo, non prendermi in giro. Sono la tua coscienza, porta rispetto"
"Non sto prendendo in giro nessuno io, tantomeno me stesso, cara la mia coscienza"
"Oh si che lo stai facendo. Qual è il motore di ogni passione?"
"Le passioni sono fine a se stesse, si autoalimentano"
"Balle! Tu non ti saresti allenato con trentotto di febbre soltanto per il gusto di rincorrere un pallone in mutande in nome di una passione! Che cos'è una passione, poi? La gente, se non ha interesse, al limite si mette a fare giardinaggio per passione o si mette a infilare perline su di un filo, per dire. E comunque non passa tutti i santi giorni della sua giovinezza ad allenarsi. Tu volevi fare la tua scalata, ammettilo, volevi migliorare, diventare il primo, avevi fame, volevi valicare i muri dell'umano e dominare l'universo!"
"Si, forse, magari un tempo"
"E poi che è successo?"
"Eh..."
"Te lo dico io che è successo. Ti sei impegnato, hai stretto i denti come un lupo e hai ignorato il dolore e ci sei riuscito, sei arrivato in cima. In cima!"
"E non era come credevo"
"Bugiardo, ti racconti un sacco di cazzate, non so come fai"
"Okay, te lo concedo, ho avuto paura"
"Paura un accidente! Tu non hai paura, sei uno squalo. Ti conosco da quando sei nato e ti buttavi dallo scoglio di Santa Maria di Leuca e avevi otto anni".
"Allora dimmelo, tu, benedetta coscienza, che diavolo ho".
Ma era a quel punto, sempre lì, quando egli doveva giungere a una psicoanalisi esatta di sé, quando poteva guarirsi e perdonarsi, era allora che la sua Coscienza, così irriverente e saccente, brava a smentire, a far dubitare, all'improvviso, prendeva a rispondere in modo non curante, sarcastico, come se non avesse nemmeno la voglia di dar retta ai turbamenti del calciatore.
E dava risposte a raffica come:  "Depressione. Amputare subito. Hai ingoiato un rospo apatico e scorbutico. Sei un povero asociale. Chi ha pane non ha i denti. Forse sei davvero un gran bel pezzo di codardo. Zitto, ciccione. Hai un tumore psicologico. Ti stai per trasformare in uno scarafaggio e questa è la fase di rifiuto della tua vita precedente".
Così passarono gli anni e i chili e i quintali; non c'era programma televisivo che lui non conoscesse o marca di patatine che non avesse provato. Le cause dei suoi problemi dormivano di un sonno che con il tempo diveniva sempre più profondo...

Io ero la narratrice. In questa storia non c'entravo niente. Tra l'altro credo che finisse male. Cioè, avevo una certa attitudine nel narrare storie di atti incompiuti, sentimenti sospesi, piatti lasciati a metà.
Però mi vennero a chiamare.
"Ehi! Ehi!" fecero le Voci.
"Si?"
"A noi questo personaggio, sto calciatore panzone, ci piace"
"Sono contenta"
"Non hai capito. Non deve morire"
"Oh beh- dissi io tutta orgogliosa- sarà pure un mio diritto decidere chi cavolo deve o non deve morire"
"Senti, ragazzina saputella. Scrivere significa trovare le cause"
"Non credo. Scrivere è scrivere e basta. Prendi una penna e scrivi. Facile"
"Trova le cause e guarisci la sua anima".
Sbuffai. Mi alzai e me ne andai a fare altro. Poi, tornai. Entrai nella stanza del personaggio, ovvero del calciatore ingrassato. Presi il telecomando e spensi la tv affinché si accorgesse di me. Il che mi sembrava proprio una scena alla Dawson's Creek e, per adottare lo stesso registro, dissi un serio "dobbiamo parlare" aumentando a più non posso la profondità del mio sguardo. Il calciatore ingrassato, stravaccato sul divano, mi rivolse un'occhiata con il mento appoggiato sul petto, ritornando a guardare, subito dopo, la tv spenta.
Quindi, tornai sui miei passi e dissi:
 "Dove ti fa male?"
"Da nessuna cazzo di parte"
"I polpastrelli stanno bene?". Mi stavo divertendo.
Il calciatore ingrassato storse la bocca e non rispose.
"Ultimamente poi c'è un sacco di gente che sente come un pizzicotto sulla guancia. Tu lo senti?"
"No"
"Tanto meglio- dissi annuendo piano, fissando i suoi duecento e passa chili e ripetei- tanto meglio".
Sul tavolino a fianco al divano c'era un pacco di patatine aperto. Me lo presi e iniziai a mangiare.
"Mmm paprika!" esclamai.
"Che osa uoi da me?" disse con il mento ancora schiacciato sul collo e uno stuzzicadenti al lato della bocca.
"Lo sai, no?"
"No, on lo so"
"Voglio arrivare a farti cadere quello stuzzicadenti dalla bocca" dissi masticando patatine.
Il calciatore ingrassato strinse i denti.
"Non ci credo che non ti fa male da nessuna parte"
"Già"
"Nemmeno un sottilissimo fastidio?"
"Già"
"Complimenti. Io morirei se non mi facesse male niente, un dolore deve esserci sempre, non fosse altro per ricordarti che sei vivo"
"Doe ti fa mae?"
"Tipo qua!" mi inventai indicando la punta del naso.
"Ti fa mae il naso?"
"Si, sempre"
"Perchè sei una ficcanaso" disse e sorridendo si tirò un po' su.
"Potrebbe. Senti adesso, io devo andare a mare con i miei amici, non posso parlare più di tanto se non mi ascolti. Quindi, ascolta. Coltiva il tuo dolore. Se senti male da qualche parte, lo devi dire. Tu ti sei gonfiato a forza di sopportare e sopportare. Quando eri un campione c'era di sicuro qualcosa che non andava e, invece, di fare il diavolo a quattro, segnavi goal in silenzio, come un soldatino. Ammirevole, per carità, ma non aiuta"
"Ma io non avevo dolore davvero" disse il calciatore ingrassato guardandosi i palmi delle mani.
"Oh! Mica sto parlando di veri dolori. Altrimenti ogni casa sarebbe un ospedale e ogni cuore un'ambulanza che porta a casa i corpi... No, non è tanto questo. Sono piuttosto le nostre sensibilità ferite a perdere un po' di sangue, le aspettative che si svelano, un giorno, esistere soltanto nella nostra testa, tutti gli amori non ricambiati oppure tutte quelle volte che ci hanno detto: mi dispiace signore, il gelato al pistacchio è finito, noi non lo fabbrichiamo più"
"Il gelato al pistacchio non mente mai"
"Si, ma può mentire il gelataio. E allora che gran casino di sentimenti se non sai gestire una bugia. Alle volte, guarda, è meglio urlare, litigare piuttosto che far finta di non prendersela. Non è triste fregarsene?"
"Già"
"Ecco, tu, per come sei, esci dalla gelateria, deluso, tradito, un vero straccio. Ma poi ti blocchi, torni indietro e ad alta voce esclami: senta, signor gelataio, io lo so che è solo un complotto da quattro soldi questo e che il gelato al pistacchio lei ce l'ha eccome, nascosto nella sua cantina. Le do tre secondi per dire la verità altrimenti può star sicuro che io qui non ci ritorno nemmeno se assume il Presidente della Repubblica a implorarmi"
"Aah"
"Ci sono diversi modi per rendere manifesto il dolore o un formicolio o un leggero pulsare, ma il peggiore è ignorarlo, credimi. Scusa se ti ho finito le patatine, eh!"
"Grazie per la consulenza" disse il calciatore ingrassato rigirandosi lo stuzzicadenti in bocca.
"Il cielo si sta annuvolando- notai- ti fa male questo?"
"Non più di tanto. Le nuvole, la pioggia... non mi dispiacciono"
"Neanche a me. Però mi danno fastidio i jeans bagnati sulle ginocchia".
Il calciatore accennò a una specie di sorriso che poteva segnare la fine della nostra conversazione. Lo guardai per un attimo e mi dispiacque  per lui, per me, per i dolori nascosti, per i segreti degli uomini, per tutti gli interessati e i non interessati. Era soltanto la vita, potevi scriverci intorno, immaginarti storie, scandagliare cuori, ma chi lo sa cosa passa per la mente di un bambino che poi cresce, diventa vecchio e si ferma a guardare il lago delle anatre?

Presi il mio zaino, tirandone fuori l'ombrello, poi me lo misi in spalla.
"Ciao!"
Aprì la porta e scesi i gradini di corsa. Mi aspettavano le spiagge pomeridiane sotto un tempo da lupi.
Quando arrivai al cancello, però il calciatore ingrassato mi stava dicendo qualcosa:
"Ehi!" mi gridò a quaranta metri di distanza.
"Ehi!" risposi.
"Una cosa mi faceva male quando giocavo. Che venivo ammirato, circondato e lasciato solo. Ho sempre creduto che la solitudine fosse roba per me, invece no. Nessuno vuole stare solo. Specie se stai solo tra la gente".
Il tono alto della sua voce aveva disturbato il vicinato formato dagli altri personaggi che abitavano da tempi diversi la mia mente. L'Adolescente della Metamorfosi Idiota chiuse violentemente la finestra. Flacco Squidegno, matematico e filosofo, disse: "Silenzio!".
Così me ne stetti in silenzio, per rispetto della quiete pubblica e di una ferita confessata.
"Mi dispiace" mormorai e il calciatore ingrassato alzò le spalle come per dire che doveva andare così.
 Potevo recitare qualche citazione per cercare di ispirarlo, illuminarlo, salvarlo. Ma mi chiesi, a quel punto, se il calciatore non si fosse già salvato da solo. Tu conosci il tuo dolore, tu sai cos'è meglio per te.

Le Voci non furono proprio contente di questo finale. Loro amavano i finali gloriosi. Però quella sera, il calciatore ingrassato, dopo anni di divano, andò a mangiare il suo hamburger sulla panchina della villa comunale. E questo, per chi ragiona in termini di goal, non era un goal, ma quasi.

martedì 5 agosto 2014

Spettacolare dentro

di Cristina Taliento



Ho guardato per giorni interi persone stagliarsi nel sole, sagome ridenti controluce. Forse è l'estate e allora calda l'anima e caldo fuori, salvo il cuore e liberi tutti. Salento, vecchio mio, mi sei mancato, tu spettinato dal vento, abbracciato dai mari.  Sei così vero nella tua musica di cicale e tramontana e voci che, dalla strada, salgono come edera fino alle finestre.  Parlaci con il tuo, il mio, dialetto sincero, illuminando le nostre menti di teneri arcaismi, raccontaci le storie che si mormorano gli ulivi tra loro, verdi argento sull'argenteo azzurro mare.
Ho guardato per giorni interi persone salire sulle scogliere, camminare nell'arte e c'eravamo tutti e con noi le nostre paure. Le solite paure dell'uomo. Se sei sensibile e sai osservare, esse le leggi chiare sui volti di chi è vivo; paura di non essere felice, paura di essere felice, paura di non essere il migliore e paura di esserlo. Vestiti, maschere e maschere di dignità, aspetto esteriore, fondotinta, fazzoletti per asciugare le lacrime, creme per combattere il sole, il nostro lavoro sempre pronto a uscire nei nostri discorsi, sempre pronto a qualificarci. E poi il mare. E che se ne frega il mare della tua quattordicesima? Il mare, come dire il nostro dentro. Niente, non se ne frega niente.
La Gente Davvero è diversa... Non vuole tutto quello che le propinano. Alla Gente Davvero non servono cinquemila amici virtuali, ventimila giga di memoria, tremila ore di palestra scontate del sessanta per cento. Dovremmo mostrare le nostre debolezze. Dovremmo respirare davvero, essere davvero, spogliarci di noi in modo da restare soltanto vivi, in piedi su una scogliera a guardare oltre l'orizzonte magnifico, nel nostro dentro spettacolare.

sabato 2 agosto 2014

Avventure di un Felicitiere - Ora arriva e lo salva

di Cristina Taliento


(Baby portrait, Carel Willink)


Aveva già fatto quel sogno tre volte. La quarta scese dal letto, infilò la vestaglia con fare risoluto e, dopo aver trovato nella penombra il taccuino rosso, andò in cucina per scrivere ogni cosa. Il Felicitiere, seduto alle cinque e venti del mattino, due ore prima di entrare in servizio, si chiese per un attimo se non fosse stato meglio cercare di riprendere sonno. E mentre la sua coscienza se lo chiedeva ancora, il suo inconscio la faceva alzare per preparare il caffè e svegliarla del tutto. Accese la tv. Guerra, centocinquanta morti a Gaza, strinse le labbra. Aprì la finestra, ancora buio. Il Pastore Tedesco dormiva nel camino spento. Era estate.
Mentre cercava di ricostruire il sogno nella sua mente, disegnava distrattamente un divano: linee dritte e sovrapposte delimitavano uno spazio squadrato, ma smussato agli angoli. Suo padre faceva l'architetto. 

Uscì.

La strada che dalla sua casa portava al porto era avvolta da una nebbia calda che sembrava appartenere a un'altra stagione. Questo era stato da sempre l'effetto che le faceva l'alba. I pescatori tornavano dalla pesca notturna. Il Felicitiere vi intravide il vecchio Poggio da sopra il peschereccio rosso mattone.  
"Buongiorno" gridò dal molo.
"Salve, buongiorno! Ci imbarchiamo di lunedì mattina, dottore?" 
"Ancora no, signore!"
"Ah-ah-ah e che ci fate qui?" rise il pescatore.
"Niente" gridò il Felicitiere da venti metri di distanza e in mezzo il mare.
"Non è pericoloso per una ragazza venire fin quaggiù a quest'oraaaa?" 
"Non ho sentito, parla più forteeee"  
"Aspettami giùùù"

Era il fratello di suo nonno. Aveva fatto la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1974 aveva pubblicato un libro intitolato "Le rondini cieche", premio Mercatino dell'anno successivo. Era una raccolta di lettere di guerra, alcune vere, altre inventate. 
"C'è questo giro sul Mediterraneo, grande giro di pesca, due settimane- iniziò a dire Poggio mentre le veniva incontro- Tutti quanti presi nell'organizzarlo, sapessi che frenesia. Quando poi si mettono soldi in palio anche la formica più timida diventa un toro competitivo. Stessa cosa per Luciano. Lo conosci Luciano, no? Ha avuto un infarto due anni fa e sua moglie se la prende con me perchè dice che sono io a coinvolgerlo in queste ragazzate. Invece, se non venisse, mi farebbe un gran piacere, ma proprio grosso, almeno non dovrei preoccuparmi di ogni suo minimo malessere. Io confondo il mal di mare con i sintomi dell'infarto, che diavolo ne so io di quella roba. E insomma, stiamo cercando un medico che faccia parte dell' equipaggio. Aspettiamo risposte dall'Unione dei Pescatori, ma io ho chiesto a te, se te la senti"
"Non lo so, zio, vediamo. Dovrei farlo in periodo di ferie, vediamo".
"Vabbè, io te l'ho chiesto"

Ci fu un momento di pausa.
"Beh? Parla. Perchè sei qui? Hai materiale da romanzo?"
"No, solo un sogno"
"Bah, magari possiamo cavarci qualcosa. Dell'ultima storiella che mi hai raccontato ci ho scritto una novella per il giornale del paese, un progetto casereccio pieno di barzellette, proverbi, non ti immaginare chissà che. Poi te ne do una copia. Ce l'ho in barca, ricordami di dartela" disse infilandosi gli occhiali da vista per sentire meglio.
"Questo sogno... non so nemmeno se valga qualcosa"
"Te lo ricordi bene?"
"Più o meno"
"Vuoi un caffè?"
"Diluito?"
"No"
"Va bene".

La torre dei pescatori era in realtà una specie di faro troncato a metà altezza con le ampie vetrate e il tetto di plexiglas dietro cui si potevano vedere i gabbiani. All'interno c'era un bar, dove ognuno provvedeva a servirsi da solo. Le sedie erano di legno, dipinte di vernice verde. Il pavimento era fatto di piastrelle bianche con disegni blu. Il Felicitiere, ogni volta che entrava in quel posto, si ricordava come in una raffica di vento, del mercato dei fiori. Entrambi erano luoghi chiusi che avevano l'anima di un luogo aperto.
"Zucchero di canna o dietetico?"
"Normale, grazie"
"Avanti, narra!" la incalzò il vecchio sgranando gli occhi.
Il Felicitiere aprì le mani per scusare in anticipo una storia carente d'avventura.
"C'è un bambino. Otto anni, quell'età, si. E questo bambino sta guardando un film con un adulto un po' distratto che potrebbe essere sua madre o la sua baby-sitter, non ha importanza credo. Insomma, sono lì a guardare questo film. Sai, quelli che danno il sabato pomeriggio al posto del palinsesto feriale, hai presente, no?"
"Si"
"Ma mentre il bambino è in piedi con gli occhi squillanti puntati sullo schermo, l'adulto sonnecchia con la mano penzolante fuori dal divano. Ha ancora il pranzo sullo stomaco e poi per la stanza c'è ancora quell'odore di cucinato. Per farla breve, l'adulto vuole solo riposare in pace".
Il Felicitiere si fermò un momento per aprire la bustina dello zucchero. Ne versò il contenuto e prese il cucchiaino per girare. Poi si alzò gli occhiali dal naso e continuò.
"Ci sono alcune cose che non si riescono proprio a capire di questo sogno, ma di sicuro il bambino ha già visto il film, anzi è uno dei suoi preferiti, conosce le battute a memoria e si entusiasma talmente tanto che vuole a tutti costi coinvolgere l'adulto, il quale, beh, come ti ho già detto, non ci tiene poi molto. Quindi, a tratti lo prende per un braccio, ad esempio, e gli dice..."
La cameriera fece cadere a terra delle tazzine. Il vecchio e il Felicitiere si girarono a guardare.
"...e e gli dice, cioè il bambino dice: guarda ora! guarda! ora arriva e lo salva, ora arriva e lo salva!. L'adulto solleva appena la testa appoggiata sulla spalla e annuisce a occhi chiusi, giusto per dare soddisfazione al bambino. Il bambino, comunque, non si dà pace, è su di giri, vuole che l'adulto guardi la scena di quel film. Ora arriva e lo salva, continua a ripetere senza respirare".
"Che rompiscatole" commentò il pescatore bevendo l'ultimo sorso del suo caffè.
"Un po' si. Infatti l'adulto, a un certo punto, rimanda i suoi piani di un sonno tranquillo, si stiracchia e sbadigliando chiede: chi dei due personaggi è in pericolo? Il bambino, si gira un attimo senza capire. Nessuno, dice alzando le spalle"
"Aha" fece il vecchio mentre ascoltava.
"Allora, uno dei due è malato, afferma l'adulto. Malato? No no, risponde il bambino. Beh, allora, bambino- dice all'incirca l'adulto per metà curioso e per metà spazientito- perchè uno dei due ha bisogno di essere salvato?"
"Già, perchè?"
"Perchè è triste, risponde il bambino nel sogno".
"Ah. Finisce così?"
"No, finisce che il bambino indica il personaggio con l'armatura e dice: questo è il guerriero super forte! E l'adulto, senza capire, dice: ora il guerriero va e lo salva!. Così, un attimo prima di svegliarmi, il bambino dice ridendo: Ma no, è il contrario! Quest'altro qui salva il guerriero". 










sabato 26 luglio 2014

Note di fine luglio

di Cristina Taliento


(I giocatori di carte, Paul Cézanne, fine '800, Musèe d'Orsay, Paris)



Vita adulta
Una cosa positiva della vita adulta è che per la maggior parte del tempo dovunque tu sia, con chiunque tu sia, ti senti a casa perchè la tua testa è casa, un posto che ormai conosci bene, armadi, tappeti, librerie e tutto il resto. Quel gradino che ti faceva inciampare quand'eri adolescente, adesso lo scendi di corsa o lo sali in un balzo senza nemmeno guardare. 

Chitarra. 
Appunti, libri, fogli dappertutto, appesi per la stanza , in strada, ai fili elettrici, stesi sugli spicchi degli ombrelli, sui giri cerebrali, mentali, fisici. E c'è sempre qualcuno- qualcuno- che -che- suona la chitarra. A immaginare, saranno ragazzi. Con i loro oceani solitari e scatole di chocopops. 

Nonno.
Non era tanto il fatto, come amava ripetere la prozia, che lui si fosse circondato di persone vere. Io credo che lui avesse attirato, come un magnete puro e senza molte parole, il lato più vero delle persone. 

Cezanne.
I Giocatori di Carte di Cezanne, stampati a colori e fissati al muro un po' storti con quattro strisce di scotch, mormorano, sopra i loro sigari fumanti, cose come: "lo passerà, ha studiato, ha fibra". "Dice che ha paura". "Ah-ah, è un samurai a cui piace lagnarsi, versami dell'altro whisky". "Basta così?". "Un altro dito, non essere timido". "Alla tua salute, ragazza. E anche alla mia. Ecco per te, invece, vecchio amico, una scala reale". "Eh bravo". 

Pioggia.
Dopo vent'anni inizi a preferire i sapori amari, il mare agitato, la tempesta. Il sole va bene, è sempre andato bene. Però la pioggia la capisci benissimo. Possiedi il senso della pioggia di tamburi battenti sull'asfalto. E sorridi. 

Anatomia.
E' la stessa spiaggia di sempre, ma gli altri anni c'erano soltanto corpi che prendevano il sole, che parlavano sulla battigia. Ora vedo mesogastri e peritonei in contro luce, mediastini, arti superiori che impugnano racchette, vene cefaliche, deltoidi, sternocleidi, punti di Murphy, di McBurney, di... passerà.

venerdì 13 giugno 2014

Ritratto neurofisiologico di gangster in azione

di Cristina Taliento

(non che ci metta la mano sul fuoco)


Ci sono questi tre gangster paranoici in bicicletta. Allora, Jack Pavimento è il primo. Fa: “Tu sei morto, Capodoglio, sei morto, ho detto”. Capodoglio è il secondo. “Accidenti, piantala di dire ho detto dopo la fine di ogni stramaledetta frase. Mannaggia!”. E il terzo è Carlo Julio Cesare, il quale dice: “No entiendo esta palabra, man-nag-gia.  Puedes traducir?”.
“Mal ne abbia” risponde calmo Jack Pavimento mentre solleva Capodoglio per il colletto della camicia.
“Mal ne abia? Es italiano?”
“Senti, bello…”.
 E avrebbe voluto dire: senti bello, smettila di crederti chissà chi per aver giocato due mesi in serie A, il tempo giusto per gonfiarti il petto come un tacchino e toccarti i capelli in campo per un milione di volte più altre minchiate del genere. La fortuna ti ha aiutato, ma poi sei stato scoperto per la schiappa che eri, che sei e che sarai sempre. Altrimenti, una volta fuori dal giro, non avresti preso trecento chili davanti al televisore, guardando e riguardando con occhi fieri e sognanti le partite in cui, poi, a dirla tutta, ti insegnavano invano a tenere palla come si deve.

Invece, la sua corteccia cerebrale ci ripensa. Si ricorda di quando anche lui era il Gallo di quell’enorme pollaio di Little Wing. Si ricorda, all’improvviso, di quanto fosse stata dura rinunciare a quegli agi offerti per un errore di valutazione ritrovandosi a covare uova e rancori come una chioccia alcolizzata. Ma lui, comunque, aveva smesso di bere e si era iscritto a uno di quei corsi serali per imparare l’alfabeto dei segni. Così aveva trovato un lavoro con i sordomuti, sposando Nora, vedente soltanto, e facendo con lei due bambini, vedenti, parlanti e, se non del tutto, per una buona parte del tempo, persino udenti.

“La differenza tra me e te, caro ragazzo- si limita a dire alla fine, anche se non c’entra niente- la sostanziale differenza tra te e me è che tu piangi quando le cose vanno male e io piango quando le cose vanno bene”. La solennità della frase giustifica il gesto di lasciar cadere Capodoglio per terra. Non è questione di pietà, certe volte, bensì di stile estemporaneo, improvvisato.

“Non sapevo piangessi, Jack” dice Tracy Goldmaster da dietro il balcone. C’è sempre una Tracy Goldmaster o Goldberg che versa alcol in questo genere di racconti. Figuarsi se non ce la mettevo in questo capoverso. Ciò che, però, la distingue dalle altre Tracy monocolor sono i capelli: mezzi biondi e mezzi castani. Grazie a questo vezzo la sua piatta e sterile personalità passa, invece, per una personalità eccentrica. Ma Capodoglio vedrà per sempre in lei anche altre doti più nobili e rare da sposare e servire per il resto della vita. In realtà, non è amore; è l’ossitocina.

“Perché a te, Tracy, tanto per sapere, piacciono gli uomini che piangono?” chiede con disinvoltura Capo massaggiandosi il collo sul punto in cui Jack Pavimento l’ha stretto. Con il massaggio, vengono stimolate le fibre di grosso calibro A beta che eccitano i piccoli neuroni della sostanza gelatinosa di Rolando, nella lamina II del midollo spinale. Questi neuroni liberano encefaline che vanno a inibire i neuroni interconnessi, bloccando la trasmissione delle vie dolorifiche.

“Mah, non saprei” biascica lei con la voce acuta, la chewing-gum in bocca e lo sguardo perennemente perso e annoiato. Così, vaghezza su dubbio, Tracy ha costruito intorno a sé l’immagine di una vera donna del mistero, ma la verità è che non sa mai niente, nemmeno di lei stessa, né della sintassi o del mondo. E se lo sa, non riesce tanto a parlarne. La sua aree cerebrali 44 e 45 di Brodmann che afferiscono al linguaggio sono un vero disastro.

“Los chicos no lloran. Hay una canciòn de los Clash...”
“Eh? Ma che sta dicendo?- chiede Jack andando verso il bancone- Gli uomini che…?”
“Non ho sentito” mormora Capodoglio alzando le spalle.
 “Boys don’t cry, es una canciòn de los Clash”
“Eh?”
“Non capisco”
“Senti, bello…”

E avrebbe voluto dire: senti bello, vivi in Italia da dieci anni, ma sei talmente pieno di te che pretendi che siano gli altri, gli altri che non hanno mai viaggiato, a decifrare la tua lingua che, poi, non è tanto diversa dalla nostra. Ma che ti costa imparare le parole più comuni e risparmiarci questo stancante gioco dell’ “io parlo e tu traduci”, questo snervante gioco dell’ “io sono forte e tu chi sei”, dell’ “io ho avuto la gloria e tu che hai”. La verità è che pratichi giochi che non sai giocare. Ti hanno messo in panchina e non fai che lucidarti le scarpe con i migliori lucida-scarpe e te ne vai in giro dicendo: “oh guardatemi, mi lucido ben ben le scarpe perché tra poco giocherò e li farò secchissimi”.
Intanto, la proprietaria del bar, vecchio medico in pensione –ottanta anni e seduta da venti nell’angolo a destra- chiama con la voce roca: “Jack, Jack! Da bravo, la rabbia è un sentimento che ottenebra l’anima. Ti leggo dagli occhi che ti stai facendo uno dei tuoi pensieracci. Non fare l’insicuro. Respira. Non vorrai esplodere ora come quella volta”.

“Quale volta?”
“Chiedilo a quei ragazzotti là fuori cosa dicono degli uomini che piangono”
“Nessuna volta, niente, dimentica”
“I ragazzotti non san mica un cazzo, il sistema limbico se ne sbatte delle leggi sulla virilità imposte da Leonida e da tutte quelle bistecche spartane”.
“Di quella volta in cui Jack ruppe tre setti nasali, sette costole, una clavicola, due metacarpi, una mandibola…”
“In medicina si dice coste”
“In questo bar diciamo costole”
“Due clavicole. Erano due clavicole”
“Non ci sto capendo niente. Tutti che parlano”
“Vecchia, piantala, ti prego. Capodoglio,  diglielo”
“Ha detto Pavimento di smetterla”
“Di’ a Pavimento, ah-ah-ah” dice la proprietaria del bar, seduta con le mani sul pomello del bastone.

Questa bizzarra confusione, chissà per quale circuito cerebrale, sta divertendo anche Tracy che, giusto per dire qualcosa, esclama: “Ragazzi, sono le sette e cinque!”
“Ehi ragazza, non puoi combattere il Tempo!” risponde Capodoglio con un occhiolino. Lei alza le spalle e poi cinguetta ridendo:
“Guai a te se mi tratti come a una delle tue femminucce, Capo”. La proprietaria del bar alza gli occhi al cielo.
“Non potrei. Sei uno squalo, bambina”.

Ma a quel punto, un gesto, un leggero gesto di mano tra i capelli, fa bloccare le lancette, il polline nell’aria, le gocce di brandy che colano dal bicchiere.

Jack Pavimento odia quando Carlo Julio Cesare si tocca i capelli.

“Ti avevo detto di non farlo” dice lentamente e vorrebbe mantenere il controllo, vorrebbe respirare con calma, con il ritmo di lenzuola che si muovono nel vento, ma la sua arteria temporale inizia a pulsare così insistentemente, il sistema simpatico lavora per il combattimento.
“Estàs hablando conmigo?”
“Si, contigo”.

Carlo Julio Cesare inarca il sopracciglio destro. Jack Pavimento sorride, ma è un sorriso strano, sinistro. Il muscolo zigomatico si contrae, sposta l’angolo della bocca in alto e in fuori e le guance si increspano, ma il muscolo orbicolare dell’occhio non viene contagiato da nessun sentimento. È un sorriso falso mosso soltanto dalla neocorteccia. Nessun coinvolgimento da parte dei gangli della base, del giro del cingolo o della corteccia limbica.

La padrona del bar raddrizza la testa per vedere meglio e mormora: “Oh Gesù, ci risiamo con il sorriso piramidale”.  Venne chiamato così dal neurologo Geschwind dell’università di Harvard per sottolineare la risposta volontaria esercitata dai fasci piramidali sui muscoli coinvolti.  

Poi, di colpo, cambio: assenza di espressione. E, ancora, cambio: rabbia. Segue: ripensamento, silenzio. Continua il silenzio. Un gatto entra nel bar e trova silenzio. Miao. Infine: rabbia.

“Senti bello, smettila. Mi stai facendo arrabbiare. Smettila di fissare quel cellulare, smettila di toccarti i capelli. Smettila, ho detto, smettila! Sei vanità e spazzatura. Smettila di metterti in posa e parlare con quel ghigno che si vuole credere affascinante. Tu mi hai rotto! Mi hai rotto, ho detto! Tu, ragazzo, devi vivere la vita come se non ti stesse guardando nessuno, come se non esistesse nessun ‘mi piace’ su cui cliccare sotto la tua faccia da schiaffi! Tu devi andare a confessarti! A confessarti, ho detto! Da un prete, esatto! Non sto parlando di peccati, per carità. Quelli li facciamo tutti. Si tratta, invece, di andare, sedersi nel buio, trovare dall’altra parte un orecchio che non sia uno stupido monitor, farsi il segno della croce e iniziare a cercare in quella tua coscienza avvolta da ragnatele una cosa profonda da dire, una cosa che non suoni come una stronzata preceduta da qualche cancelletto del cazzo”

“Jack, avanti, dai. Ti stai scaldando inutilmente. Lascia stare il ragazzo. Non ha fatto niente di male. Bevi un po’ d’acqua, forza- dice il medico in pensione indicando con la mano il bancone del bar- Tracy dai un po’ d’acqua a Pavimento. E fate uscire quel gatto, per favore. Questo non è un bar per gatti”.

“È  un idiota. Un vero idiota. Devo smetterla, si può smettere. Bisogna che qualcuno glielo dica. La vita non è questo campo da calcio che c’ha in testa. Questo mare di gente pronta a batterti le mani. Che poi, cheppalle, sarebbe, dico io, poter sapere sempre cosa ne pensino gli altri di ciò che ti riguarda! Che cosa ci vedi in un mondo di consensi! Prima lo capisce e meglio è. Lui crede che le persone si possano prendere e rinchiudere in queste celle sovietiche tutte uguali note anche come Profili Online e complimenti davvero a chi te l’ha fatto credere. E complimentoni –oni –oni a te che sei un gran pollo che ci sei cascato e che mentre eri in caduta libera, come un gran pollo, hai cantato: chicchirichì,  ho tutto sotto controllo”.

“Suvvia, Jack. Lo puoi capire da te che stai un po’ perdendo il filo del discorso. Abbassa un po’ la voce, dai. Ti guardano tutti”

“Nonna, che non  mi si dica quello che devo e non devo fare. Adesso sento che devo tirargli uno schiaffo”. Jack Pavimento  guarda il soffitto per calmarsi. Aspetta che quello schiaffo si verifichi come il destino, come le sette e cinque che diventano, di colpo, le sette e dieci, come le nuvole che diventano, da un momento all’altro, pioggia sui vetri del bar.

“Uno schiafo?- chiede Carlo Julio Cesare portandosi, di nuovo, i capelli indietro.

“Vedi! L’ha rifatto! Me lo fa apposta! Me lo fa apposta!”. Così, accade. In uno scoppio di sinapsi, accade. Jack Pavimento si fionda sicuro su Carlo Julio Cesare. Il programma motorio prevede che il braccio destro venga ampiamente, teatralmente, esteso con lo scopo di intimorire l’avversario e, soprattutto, aumentare l’intensità del tiro. Il cervelletto e i nuclei della base correggono, controllano l’azione affinché l’annunciato schiaffo si realizzi. Nello stesso istante, grazie al riflesso vestiboloculare, per mantenere la fissità dello sguardo, i bulbi oculari di Carlo Julio Cesare si girano nella direzione opposta a quella della testa che, saggiamente, si piega per schivare il colpo. Ma non c’è inclinazione che tenga per sfuggire ai circuiti riverberanti di Jack Pavimento, medaglia d’oro 1988 alle olimpiadi del Salone del Boxe di Via Kennedy, numero 8, scala A.
Intanto, cocktail di ormoni vengono sparati in circolo come polvere rosa in litri di  vino rosso.

Loro due sono lo spettacolo. Le menti di tutti sono catturate per intero dai loro movimenti. Il resto svanisce, non viene colto dalla loro attenzione, semplicemente sfuma: c’è, eppure potrebbe anche smettere di esserci. Quindi, nessuno si accorge del coltello che, sfuggito dalla mano di una ancora più distratta Tracy Goldmaster, cade a picco dal balcone, infilzandosi tra il collo e il tronco di quel povero gatto che era entrato nel bar quando c’era silenzio.

(No, dai, vabbè, questa è brutta. Non dovevo scriverla così cruenta. Un cadavere di gatto, poi. Infilzato, per giunta. Oh no, dovrei cancellare. Oppure aggiungere: c’è, eppure potrebbe non averlo visto nessuno. E voi? Vi fidereste dell’esistenza di qualcosa che nemmeno il personaggio più arido di fantasia possa testimoniare d’aver visto?)



(continua)

domenica 20 aprile 2014

Ortensie celesti



(Poplars on the banks of the river Epte, Claude Monet, 1891)

Per altri quei giorni erano -giovani rose-,
gridi di rondini silvestri,
fiori in bocca
dentro cappelli sull'erba...
mentre per noi erano ortensie celesti
e jeans, camicie celesti
su cieli celesti
e riflessi d'acqua su flauti argentati,
perchè noi credevamo,
noi volevamo;

avevamo, io credo,
un sogno leggero,
più delicato del vostro.


(C. Taliento)

venerdì 18 aprile 2014

Attitudini dei guerrieri

di Cristina Taliento


Ho iniziato a frequentare il Gruppo perchè volevo scrivere di loro, consegnare l'articolo all'editore e darmi alla macchia per tutta la primavera e, possibilmente, l'estate, chiudermi poi in una di quelle spiagge deserte dove la scogliera scende a lama sul mare e fare in pace il mio freddo, tranquillo, organizzato, lavoro dalla mattina alla sera, lanciando l'osso al pastore tedesco per cinque minuti ogni due ore, guardare le stelle, suonare il flauto ai granchi, infine dormire. 

Loro erano queste specie di guerrieri contemporanei che dopo un po' finisce che vuoi assomigliarli. Facevano tutti gli specializzandi in medicina per cominciare. Tranne Gianna; lei era una fisica, ventitré anni, laurea magna cum laude, le Converse strappate, gli orecchini di perla, english humor, un vocabolario arguto, innamoramenti frequenti, l'iride sensibile. 

Erano consapevoli della loro bellezza, intelligenza e giovinezza. Parlavano un lessico che li divertiva molto, che avrebbe fatto ridere soltanto loro e che, per un certo tempo, comunque, è rimasto anche nelle mie orecchie. Per esempio, usavano frasi come: "Non fare il cutaneo". Mi chiamavano, poi, Piccolo Omento. 
Avevano tutti la risata sicura dei grandi cavalieri senza paura. Bevevano birra e nessuno fingeva, nessuno voleva impressionare. 

Il pomeriggio di marzo in cui ho varcato la porta della loro veranda al sole, cespugli e cespugli di lavanda mi sono entrati negli occhi e nelle narici. Francesca stava leggendo ad alta voce qualcosa dalla Settimana Enigmistica.
"Mio Dio, è meraviglioso" gli faceva eco Marco.
"Avreste dovuto essere lì, giuro. Marta che risolve 'sto Quesito con La Susi, ritira il premio e lo rispedisce con il biglietto: questa merda rimettetevela nel culo. Ho riso fino al prolasso dell'utero". 
"Ah-ah certo" ha detto il Dottore premendosi il pugno sulla bocca come per trattenere un rutto. 

Io me ne stavo accanto alla lavanda con quel fare taciturno da sorella minore capitata per caso tra gli amici dei fratelli più grandi e annotavo sul telefono alcune delle uscite che sentivo da laggiù.
"Ehi, piccolo omento" mi hanno chiamata d'un tratto.
"Che fai?" ha chiesto Daniele.
"Niente"
"Come niente? Hai idea di quanti sforzi filosofici e tribolazioni fisiche, quante apnee, infarti, ci vogliano per ricreare anche un solo abbozzo di Niente?".
Ho riso. Avrei voluto avere con me la mia lista di domande. Quei guerrieri forse non avevano risposte, ma pacche virtuali sulle spalle a volontà. Così, li ho messi alla prova.
"In realtà, scrivo di voi. Sul cellulare. Devo scrivere un articolo per una rivista letteraria. Voi mi incuriosite".
"Più degli unicorni gay?" mi ha chiesto Riccardo.
"Come?"
"Lascialo stare-ha sospirato Angela- sta attraversando il periodo in cui formula battute sulla presunta omosessualità di animali mai esistiti per depistare l'ascoltatore. Conta i millisecondi del verificarsi della tua reazione per capire qualcosa della tua personalità".
"Tutti mi dicono che sono un libro aperto"
"Oh... - Gianna ha scosso la testa si rigirava una sigaretta tra le dita  - nessuno è un libro aperto. Chi dice di esserlo lo è meno di chi si proclama complicato".
"Voi siete libri aperti?" ho chiesto trattenendo il respiro.
"Siamo libri in volo, squadernati dal vento" ha risposto Angela appoggiando una mano sulla spalla di Marco. 

Così ho pensato che avrei potuto dare il meglio di me stessa per diventare loro amica, ma poi mi sono detta che chi è in volo, sosta da solo, per qualche attimo e poi riparte nel sole. Erano campioni del Pensiero e ci avrei scommesso che avevano avuto adolescenze solitarie e defilate nelle tane delle loro menti. Dovevano essere lettori di classici.  C'era un po' di Tolstoj nelle loro larghe spalle. Avevano nello sguardo la sicurezza infusa dall'alba il giorno dopo la battaglia e i movimenti dei coraggiosi che hanno esplorato emozioni e lande sconosciute, addii e nostalgie così forti da toglierti il respiro. Ma loro invece di uscirne abituati, immunizzati, secondo me, piangevano tutte le volte nel buio, digrignando i pugni nella carne per poi scendere le scale di corsa e sperimentare il nuovo e rivivere il vecchio come la prima volta. Si, ciò che mi metteva quasi a disagio non era la nudità del loro animo, ma la padronanza con cui maneggiavano quei loro grandi sentimenti, trattandoli come se fossero la cosa più importante, piantandola di archiviare e andare avanti nello stile prediletto da uomini e donne definitesi 'in carriera'. E li intuivo capaci, tuttavia, di dimenticare, con la stessa forza rapace, per una decisione più alta, sempre in memoria di loro, anni di battaglie cosiddette personali, guerre civili del proprio orgoglio e scommesse col destino. Vivevano nel lusso di essere consapevoli della vita e dei suoi giochi di luce. Tutte le montature, i trucchi della regia, erano stati svelati, dissezionati sui tavoli operatori, studiati sotto la lampada delle loro scrivanie, presi come soggetto delle loro battute e, intorno a un tavolo di birre, sinceramente derisi. Forse erano così perchè lavoravano di fianco alla Morte, sostando insieme a lei ai lati di letti d'ospedale, con in mano cartelle cliniche e fonendoscopi o, forse, il loro lavoro non c'entrava, ma c'entravo i motivi che li avevano mossi ad agire, le ragioni che li avevano asciugato le lacrime, fatto battere il cuore. 


"Ti unirai a noi domenica prossima?"
"Non lo so" ho detto strizzando gli occhi per il sole.
"Ti abbiamo già stancata?"
"No, è che vi preferirei da vecchi, ultrasessantenni". Ho portato la mano sulla fronte per farmi ombra.
"Perchè?"
"Siete guerrieri, anime immense, ma siete consapevoli e pieni di voi come sirene che si compiacciono del loro canto. Mi piacete molto, la vecchiaia vi renderà tutto quello con cui avrei piacere di trascorrere del tempo" ho mentito. In realtà, dovevo darmi alla macchia, suonare il flauto ai granchi. Quelle cose lì. 
"L'avevo detto, Francesca, che non era  un piccolo omento, ma un grande omento"
"Magari ti puoi unire a noi tra mezzo secolo"
"Chissà..."

Così me ne sono andata e avevo un articolo e tre soldi di dubbio e due di coraggio, tanto per dirla alla De Gregori maniera.