Ad ogni modo mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. Lo so che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

(J. D. Salinger, Il giovane Holden, cap. XXII)

sabato 15 novembre 2014

Appunti scritti in novembre

di Cristina Taliento

(Blue Eyed Boy, Josh Brand ©2014 DeviantART)

Allucinazioni

Mi trovo al centro del fiume in una barchetta illuminata da due fari da discoteca. Le luci psichedeliche colorano di verde e viola i miei lunghi capelli castani. È autunno inoltrato, ma indosso ancora la maglietta a maniche corte degli Shins e non ho freddo. In mano stringo un bicchiere di vitamina C arancione effervescente. Le bollicine schiumano come un piccolo vulcano dal sapore d'antibiotico. Tre lupi passano in fila lungo l'argine. Mi fanno un cenno col capo. Ricambio.

Fondamenti per essere un esploratore del mondo

Pare che una buona parte delle cose che facciamo per divertirci, per vivere intensamente, porti poi a farci ingrassare, sia illegale, immorale o, ancor peggio, provochi il cancro.

Occhi azzurri

È una strana condanna ritrovare i tuoi occhi azzurri, te, negli occhi azzurri dei passanti. È uno strano stupore rivedere quel colore dentro forme di occhi diversi. Vederti diffratto, scomposto. Sentirti senza tuttavia riuscire a ritrovarti mai. Riuscire a ritrovarti mai più. 

L'ospedale di notte

Dicono che l'ospedale di notte sia un posto complicato, silenzio ovunque e tempi infiniti.  Io non lo so com'è di notte, visto da dentro. Però la sera, quando ci passo accanto sfrecciando  nel  gelo con la mia mountain-bike colorata e lo zaino in spalla, lì, illuminato nel buio, mi sembra soltanto il posto più fantastico del mondo, dove le persone aiutano le persone a salvarsi la vita. È bello, un pensiero banale e io sono troppo giovane.

Il signor ragazzo dottore

E c'era l'altro giorno questo ragazzo che raccontava in ascensore di essere morto dentro quando, dopo aver restituito con gesto atletico la palla a dei ragazzini, si era sentito rispondere da uno di questi: "la ringrazio davvero, signore!". E allora, lui, vicino al campetto del vecchio convento, con le mani nelle tasche del cappotto, alle cinque e cinque del pomeriggio, alla veneranda età di 27 anni, era morto dentro. Proprio così.

Sally e Luca

A quanto pare Luca ha lasciato Sally a colazione perché lui non riusciva a sentire niente più da molto tempo. A quanto pare Sally stava facendo le parole crociate quando lui le l'ha detto. "E Sally che ha fatto poi?". Ha posato la penna accanto al suo cappuccino fumante, l'ha fissato e ha detto: "Scusa". Poi, tempo poche ore e tutte le sue cose compresi i cruciverba e i maglioni di lana extralarge erano spariti con lei. A quanto pare Luca è rimasto seduto un giorno intero al tavolo della cucina. 

mercoledì 5 novembre 2014

Alcuni luoghi

di Cristina Taliento

I giorni dispari, alle sette del mattino, esco di casa per andare a correre. Aziono la musica con una mano mentre con l'altra stringo le chiavi. Non è il massimo dell'organizzazione, ma mi trovo bene così. Nei primi dieci minuti le gambe mi portano via dalla città, o quantomeno più lontano possibile. Arrivo lungo il fiume e continuo con lo stesso ritmo mentre i primi autobus arancioni mi passano a fianco. Alcuni giovani laureati che vanno a lavoro in bicicletta mi sorpassano veloci con i loro impermeabili svolazzanti e li vedo allontanarsi, farsi largo tra gli operai dei cantieri, gli anziani con  il giornale, i gruppi di studenti ancora assonnati fermi sotto le tettoie. Questo sempre. È la rassicurante routine mattiniera del mondo che lascia le coperte e parte. Quota trenta minuti e centocinquanta battiti al minuto, giro a destra e percorro il ponte. Con parsimonia volto la testa per lasciare che la vista di quel quadro di un fiume all'alba mi entri nel cervello, dopo essere stato rimpicciolito e ribaltato dai miei occhi. Il mio luogo, ho pensato a volte, potrebbe essere questo. Alla fine, è fantastico. Tu vedi il fiume che ti scorre sotto i piedi e ai lati crescono alberi che d'autunno diventano ali di farfalle tutte diverse. C'è talmente tanta bellezza che potresti rimanere lì per sempre e morire con l'idea di non aver colto, contemplato, compreso abbastanza. La Bellezza è così, la senti sempre un po' lontana. E quando la avvicini, finisce che ne trovi i difetti. Forse è anche per questo che il mio luogo si trova un paio di chilometri più avanti, dopo una specie di parco con le altalene. Prima di arrivare ci sono tre guardiani fissi che non mancano mai. Il primo è una signora con un barboncino grigio. Il secondo un signore che spazza via dal marciapiede le foglie cadute e quando mi vede si ferma per non impolverarmi e io ogni volta lo ringrazio. Il terzo è un ragazzino dagli occhi puri fermo ad aspettare. Secondo me, l'autobus.
Non penso a loro finché non li vedo, ma tutte le volte che li vedo penso "ah già" e magari se non ci fossero, poi, lo noterei. Io, per loro, invece, sarò quella che corre. Magari hanno notato che i giorni pari io non ci sono. Mentre loro penso di si. Oppure no? Va be'.
Comunque. Passati i tre guardiani, accelero. L'ora di punta, il traffico, lo smog si avvicinano, mi inseguono. Se non aumento  la velocità mi prenderanno.  E poi posso pure andare in anaerobiosi, tanto chi se ne frega, tra due minuti arrivo al mio luogo e lì sono salva. Il mio luogo... se paragonato al ponte sul fiume, non è niente. Anzi, forse non ha nemmeno entità di luogo, non classificato. Come scriveva Melville: "It is not down of any maps. True places never  are". Per farla breve, è la panchina di una  fermata  del bus, ma la cosa strana sta nel fatto che questa panchina qua non guarda verso la strada, come dovrebbe essere, bensì dalla parte opposta, verso un liceo musicale abbandonato con cespugli di rovi e intonaco staccato. Non lo so se è bello dal punto di vista architettonico eccetera, non lo so se è bello in generale. E comunque il liceo è solo un dettaglio del luogo. La cosa più strana è che tu sei tra la vita, ma non ti vedranno perché l'occhio umano non si sofferma sui particolari agli angoli. Tu sei troppo nascosta lì dietro per attirare la loro attenzione. Sei seduta, ma è come se non ci fossi. È come spiare il mondo recitare, osservarlo dietro una tenda e scoprirlo sincero, coerente, lo stesso, insomma, di quando anche tu sei sul palco della vita. Ti accerti che le cose ci sono anche quando non sei in mezzo a tutto. Bah, non è tanto semplice da spiegare. 

domenica 26 ottobre 2014

Noi non abbiamo capito


di Cristina Taliento


Aveva vissuto la sua adolescenza nei primi anni duemila e, nell'attesa che quella fase della sua vita finisse, aveva pazientemente ascoltato distesa tutti i cd dei Beatles e di Bob Dylan come forse facevano quei vecchi nati nel 40 o quei ragazzi alternativi che vestivano panni di tempi mai stati loro. Lei, sebbene nata nel solenne Novecento, di quel secolo ricordava soltanto le ultime, deboli, canzoncine dei varietà, i finali bagliori sull'acqua del gran casino pirotecnico che c'era stato prima, quando lei non esisteva. Ed era proprio strano, per lei, a volte, accettare di essersi persa tutta quella storia arrivando o meglio nascendo quando fuochisti, re, regine, inventori, combattenti e spettatori si rimettevano il cappello e si avviavano a casa, consapevoli che il grosso delle loro vite era stato vissuto. E lei si sentiva come se non avesse mai potuto capire. Capire abbastanza. Era nata nel Novecento, eppure ne stava fuori. Leggeva libri per nutrire la sua immaginazione di quel passato oscuro che pure pesava come un fantasma sulle sue spalle, ma quelle parole passavano per la sua mente con un altro filtro, che era il filtro del benestare, dei termosifoni, delle caramelle gommose, dei telefonini. Leggeva di rivoluzioni e povertà, di grandi silenzi e rumori bianchi e lei, ogni volta, aveva l'illusione di capire, ma poi pensava tra sé che, in realtà, non aveva capito perché non aveva provato mai niente del genere e un'emozione, un sentimento, che sia politico, patriottico, che sia di libertà contraria a tutto, lo si capisce soltanto se un giorno, in mezzo alla piazza, ti ha travolto, svuotato le tasche, incastrato contro al muro e lì, a sangue freddo, ti ha convinto, ti ha cambiato. Ecco cos'era la sua generazione. O cosa non era e avrebbero voluto che fosse. Erano tutti ragazzi con felpe cresciuti sui muretti ricostruiti dopo le guerre. I loro nonni li avevano buttati giù, i loro padri li avevano ricostruiti e loro ci scrivevano sopra "ti amo, ti prego torna". Ascoltavano racconti con le mani nelle tasche, un po' in disparte, con il dubbio leggero di chi non ha assistito. L'umanità adulta parlava loro con il lessico e le immagini, i furori del passato come se loro avessero potuto capirci qualcosa. Lo sbaglio più grande, pensava lei, era stato prender parte a quella riunione senza ammettere di non riuscire a comprendere. Dovevamo alzarci e urlare ai nostri nonni di non trattarci come i loro figli perché noi non avevamo visto quanto loro. Dovevamo non rispondere, piuttosto che tentare risposte sbagliate. Noi ci siamo immedesimati in una visione che non era la nostra, abbiamo voluto cose di cui non avevamo bisogno, che non desideravamo. Non lo so di chi è stata la colpa, ma la nostra sfortuna è stata arrivare per ultimi ed essere trattati come primi. Siamo figli di due ere così diverse e così vicine. Voi ci parlerete delle rose, ma le vostre rose non sono le nostre rose. Non lo sono mai state. Noi non abbiamo capito. 

lunedì 20 ottobre 2014

Sala d'attesa

di Cristina Taliento

Oggi ero seduta su una sedia metallica fissata al muro di queste sale d'attesa che a dirla tutta sono un po' anche corridoi e a fianco a me si è seduto un vecchio e io ho pensato, vecchio saggio. Gli anziani mi calmano le ansie e le frenesie di questo mio cuore giovane. Però non ho detto niente all'inizio.
Doveva avere più di ottanta anni. Ha scartato una caramella Rossana. Gusto miele.
Poi me ne ha offerta una. Lo sapevo.
"Grazie".
"Prego!"
E siamo rimasti così per una decina di minuti. Con i vecchi non ti devi per forza applicare a trovare gli argomenti. Il silenzio va bene, loro sanno che non è mancanza di coraggio.
"Lavori qui?" mi ha chiesto indicando il camice che reggevo appeso all'avambraccio.
"Oh no no. Studio. Ancora. Eh"
"Ah. Brava". Ha aggiunto una frase in dialetto, ma non ho capito.
Ho sorriso.
"Il sogno di mio padre era che uno di noi figli diventasse medico, ma, sai, noi non si era tanto portati per la scuola...".
"Altri tempi" ho fatto io alzando le spalle.
"Lui voleva questo dopo la morte di mia madre. Tubercolosi. Nemmeno quarantacinque anni. Mah..."
Non sapevo che dire e se anche l'avessi saputo, avrei preferito non dirlo. Ma a volte è giusto dire qualcosa d'imperfetto.
"La medicina allora poteva poco. Un medico non avrebbe cambiato le cose".
"Quel giorno era tornata dalla campagna. Era sudata. Chiese di aprire le porte per fare corrente. Mio padre disse che così si sarebbe ammalata, ma io andai e spalancai porte e finestre. Ero un bambino, che ne sapevo. Però per colpa mia lei si è ammalata perché tutto quel vento che girava per casa le è entrato dritto dritto nel polmone, capisci? E nel giro di poco è morta".
I suoi occhi erano tristi.
"Ma signore...-ho detto io- ma signore, ha creduto fino ad ora che sua madre si è ammalata per questo?"
"Per questo e perché era tutta sudata. Dovevo ascoltare mio padre".
"Ma non c'entra. È un batterio. Se lo cresceva dentro già da prima, senza nemmeno saperlo e quel giorno si è solo mostrato. Poteva averlo preso anni prima. Magari lei nemmeno era nato oppure era cosi piccolo che non camminava".
Il vecchio mi guardava dubbioso. Cosi ho preso il cellulare. Ho cercato "mycobacterium tuberculosis" su Google. Sono comparse le immagini al microscopio, le colonie su piastra, i granulomi.
"Ecco, guardi". E gli ho spiegato un po' quello che sapevo. Lui ascoltava con un dito premuto sulle labbra.
Poi mi hanno chiamata. Era il mio turno.
"Beh allora io vado. Buona fortuna!"
Mi ha stretto la mano così convinto che per poco mi commuovevo. Chissà come deve essere stato l'aver scoperto da una studentella incontrata per caso di non essere il responsabile e nemmeno l'aggravante di quello sfortunato evento che era la morte della propria madre.

martedì 14 ottobre 2014

Il suo freddo, tranquillo, organizzato lavoro

di Cristina Taliento

Accadde. Eh... accadde! Un giorno, anzi, un mese, un mese intero, il matto Genda pensò e ripensò a quello che doveva essergli accaduto; trovò la causa, dopo averla cercata alla luce, nel buio, tra i suoi oceani solitari e dentro gli scatoloni impolverati. E quando la trovò, rise. Ma non tanto, fu una risata breve, in memoria di sé. Poi prese dalla tasca il suo fazzoletto di stoffa piegato a quattro e si asciugò gli occhi, anche se, a dire il vero, non era stata proprio una risata da lacrime. Si prese ancora un minuto per constatare il cambiamento, ovvero elevarlo allo stato di coscienza, dopodiché si grattò la guancia con il dito indice, chinò la testa e ricominciò il suo freddo, tranquillo, organizzato lavoro esattamente da dove l'aveva lasciato un mese prima, ovverosia prima che quel pensiero l'avesse travolto, come un fiume entrato con fragore dalla finestra della sua stanza, penetrato tra i cassetti della scrivania, fra tutti i suoi capelli, eccetera.
Quel fiume, o meglio quel pensiero scorreva più o meno così: chi sono diventato?
Il fatto è, caro fiume, pensiero, o cosa diavolo sei, che io, Genda Antonio, nato il 27 aprile 1941 a Filostagno provincia di Rema, sono stato chiamato, per settantasette imperituri anni, matto. Matto, già. Matto Genda, per l'appunto. Creatività, genio, leggenda, umorismo... matto, tu sei matto. E io, Cielo, non ce l'ho con nessuno! Non me la sono mai mica presa per questo, anzi! La gente mi chiamava così perché volevo cose che gli altri non volevano. Per esempio, gli altri volevano essere sempre apprezzati e approvati, mentre a me non importava un cazzo! Gli altri volevano un compagno per la vita e io volevo a tutti i costi finire di costruire quella benedetta, complicata, casa sull'albero. Io volevo correre cantando, volevo respirare rumorosamente, camminare in mutande sui marciapiedi di questo caldo mondo. E cheppalle, mio Dio, tutti quei grazie prego, grazie, si figuri, le pare, prego, grazie, si sieda, le offro il caffè, prego, prego, scusi. Ha detto, prego? Ho detto che preferisco essere matto piuttosto che legato e annichilito, svilito, emaciato, avvizzito come lei, madama.

Ecco chi ero. Questo ero.

Poi, era accaduto. È la natura.
Alla fine di quel mese, il matto Genda trovò la causa: un abitudinario. Lui era diventato un abitudinario. Uno che si alzava alla stessa ora, girava il cucchiaino nel caffè per lo stesso identico numero di volte, ripeteva lo stesso repertorio di frasi quando si trovava in compagnia, rispondeva ad ogni situazione con quei dodici modelli comportamentali che sebbene fossero autentici, restavano comunque dodici. E rise. Per due motivi. Il primo era che le cose stavano così e non avrebbe fatto niente per cambiarle, le cose. Il secondo era, invece, che mai come in quel momento si era sentito tanto matto, così matto come allora.

Il freddo, tranquillo, organizzato lavoro consisteva nell'evidenziare pagine di scienza. Era partito dalla fisica, poi era passato alla chimica e alla matematica. E con la naturalezza di chi segue una strada, ero finito nel sottilizzare a tarda età una mente che per tutta la vita aveva inghiottito tutto, voluto, cercato tutto. Più era specifica, confinata, la disciplina che studiava, più ne traeva piacere, dato che comunque abitudine non vuol dire perdita di diletto. S'innamorò della genetica, in particolare della genetica mendeliana. Trascorreva i giorni a incrociare alleli, a disegnare quadrati di Punnett. Passò a quadrati sempre più complicati, difficili anche per i genetisti più abili. La sua grafia divenne sempre più ordinata e se avesse potuto disinfettare quel sapere così già pulito, l'avrebbe fatto.

In quel mese, lui voleva soltanto capire. Un abitudinario quindi, rise fra sé, però mi piace, chi l'avrebbe mai detto.

sabato 13 settembre 2014

Note appuntate in settembre

di Cristina Taliento




Sul treno

Ieri ho preso il treno per tornare a casa. Passavo le ore del viaggio tra paragrafi di Batteriologia, crakers, auricolari, un romanzo giallo di serie B, quando i signori che mi sedevano davanti, il loro figlio e altri due signori che sedevano a lato si sono messi a parlare del Sud, del Nord, dell'estero, del mondo, del Sistema Solare, dell'Universo e poi dell'immigrazione. La signora seduta accanto al finestrino raccontava di quella sua collega commessa che mangiava solo cavolfiori per riuscire a pagare l'asilo ai figli mentre la famiglia di egiziani veniva esentata dalle tasse. Io ascoltavo, a tratti annuivo. Il figlio dei signori che invece mi sedevano davanti rimaneva muto con la mascella contratta e buttava occhiate lontane all'Italia che scorreva oltre i binari. I suoi genitori mi avevano detto di averlo accompagnato a Bologna per l'immatricolazione all'università. Quanto alla conversazione, sembrava che tutti avessero qualcosa da dire. Il padre del ragazzo ha tirato fuori la storia del crocifisso nelle aule di scuola. La commessa ha risposto elencando le sue esperienze da italiana nel Terzo Mondo e di quanto fossero stati inospitali con lei. 
Ad un certo punto, il ragazzo ha sbottato dicendo che siamo stati noi ad aver ridotto quei popoli così, che, senza offesa per la commessa non rispettata in Libia, ma noi italiani, lì, non avevamo lasciato un bel ricordo, che bisognava considerare la storia prima di prendere delle posizioni, che il petrolio, il colonialismo, il neocolonialismo, lo schiavismo, dovevano come minimo entrare nella coscienza di chi sbuffa nel sentire di gente, che anche questa volta, l'ha fatta franca sbarcando a Lampedusa. Aveva la voce pulita degli ideali, l'indignazione sana verso quei discorsi fatti in un treno dove ci si lamentava dell'aria condizionata troppo alta. I genitori lo contrastavano, facevano esempi. Lui rispondeva con il tono di chi sa di essere nel giusto, di chi crede di dire cose ovvie e si meraviglia del perchè gli altri non capiscano. Poi il ragazzo mi ha guardata e cercando forse una complicità che poteva nascere dal nostro essere quasi coetanei, ha detto: "O mi sbaglio?".
Io che ancora non avevo detto niente, io piena di dubbi, io che pensavo alla commessa che mangiava solo cavolfiori ho detto "no" e basta ed è stato esattamente allora che mi sono sentita, per la prima volta, merda e, se non vecchia, coinvolta e poco giovane. 

L'amore

Ogni tanto, quando posso, vado ad offrire la mia vogliosa incompetenza come volontaria in ambulanza. A volte si tratta di prendere i pazienti dall'ospedale e portarli in casa di riposo dove vivono oppure dalle loro case portarli a fare qualche radiografia o accompagnarli nei reparti. In un turno di cinque ore spesso mi accade di tornare a casa e aver dimenticato i visi sulle barelle che ho spinto. Ma l'ultima volta c'erano questi due coniugi da sballo su cui ci sarebbe davvero da scrivere un libro o, semplicemente, rifletterci su. Lui da 22 anni steso su un letto con il catetere, lei al suo fianco. Non c'è molto da dire, a parte che flirtavano come ragazzini. Il fatto è solo che l'amore non convenzionale, quello che c'è dove non ti aspetti, è un segno evidente di qualcosa che mi sfugge.

L'ombra

Curioso vedere come ad ogni tentativo di avvicinarti, tu ti allontani di tot metri proporzionali a quelli che ho fatto io per venirti incontro. A volte è curioso, a volte divertente. Ma come ogni gioco è bello se dura poco e siccome non è da poco che va avanti, si rallenta tristi come quella volta in treno, trentacinque gradi e passa nel sole di agosto a ripetersi la prossima volta non ci casco.

giovedì 11 settembre 2014

Li hai visti

di Cristina Taliento


Li hai visti, si che li hai visti, i guerrieri disarmati della vita. Certo che li hai visti, così belli nel traffico, stanchi dal lavoro, con quelle loro mani parlanti ferme sul volante, quelle facce così vere e pulite, ingenue e sfrontate. Le persone forti dentro, le rocce dell'umanità. Una volta, almeno una, le hai viste e hai capito, hai smesso di replicare e le hai ascoltate; volevi giudicarle, invece le hai comprese. Per un attimo hai pensato di imitarle, ma eri così abbagliato da quell'esplosione di luce che sei rimasto lì a contemplare i loro sorrisi di purissimo diamante e non hai fatto niente. Allora sappi che erano quelle le persone grandi perché grandi erano le loro sensibilità e quella che a te è sembrata una cometa veloce, nata per caso, in realtà è una scia che si allunga nel tempo; quel tempo fatto da tutte le cadute e le camminate sulle ginocchia e le volte in cui si sono rialzati, il tempo a desiderare, credere, costruire, lavorare e poi, cambiare rotta per seguire il cuore. Si, perché tu li hai visti ed erano uomini, non cervelli sviscerati, non macchine, non eroi da scrivania. Hai capito che erano loro perché con loro ti sentivi diverso, come se fossi davanti al mare o davanti a qualche altro spettacolo pazzesco della natura. Ti sei fermato a guardarlo e hai fatto bene, ma ancora una volta sappi che quelle persone non si sono costruite, ma si sono formate. Nelle stanze delle loro adolescenze, nei loro perdoni, nel tempo passato a dare bellezza a ciò che l'occhio poteva soltanto rimpicciolire e capovolgere. Belle tra loro rughe o acne giovanili, quelle persone tu le hai viste e ti sei emozionato, un po' brillo hai barcollato sulla strada del ritorno.