Ad ogni modo mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. Lo so che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

(J. D. Salinger, Il giovane Holden, cap. XXII)

lunedì 19 gennaio 2015

Yogurt

(luglio 2014)




Palazzi color crema e pistacchio
nella pioggia grigio lenta di luglio
nell'odore grigio chiaro del cielo
nel cucchiaio di yogurt sospeso a mezz'aria,
sospeso sul nucleo di Edinger & Westphal,
nei fogli sparsi per terra,
negli appunti appesi dovunque
per strada, ai fili elettrici,
per tutta la mia testa.
E c'è sempre qualcuno che
che
-chissà da quale mondo,
da quale finestra-
suona la chitarra.
Io m'immagino sempre
che sono ragazzi
con le loro Norvegie solitarie e
e scatole di chocopops.

(C. Taliento)

giovedì 25 dicembre 2014

Auguri di buon Natale!



Quest'anno il blog ha compiuto cinque anni e dall'anno scorso le visite sono quadruplicate. Spero che non siano spam o robot! Comunque questo disegno che ho fatto è per fare i miei auguri ai lettori fedelissimi. Buon Natale a tutti voi e felice anno nuovo!!

Cristina

mercoledì 24 dicembre 2014

Sorridi, il vino c'è

di Cristina Taliento


(Edward Hopper)

Felice Sempreverde era visto da tutti come il fratello maggiore di Riccardo Sempreverde, due anni più piccolo, modello di bellezza e disinvoltura. Eugenia si innamorò non del secondo suo coetaneo, il ragazzo perfetto con il montgomery rosso, ma del primo, il lupo solitario in riva al mare. L'aveva osservato per anni da lontano alla fermata dell'autobus, seguendolo con lo sguardo appeso alla bocca morta. Egli era uno di quei ragazzi pensierosi come ce ne sono a bizzeffe sparsi per l'Italia; appassionato di libri, buon camminatore, uno di quelli che si siedono a parlare con gli anziani ascoltando con adulta comprensione i discorsi sul Tempo e sulla Morte. Faceva parte dell'ultimo sparuto gruppo di studenti iscrittisi a Lettere con inoppugnabile ardore e lui, d'altronde, si metteva alla stregua degli ultimi samurai, fedeli all'anima, al silenzio, alla verità profonda delle cose. I pomeriggi studiava seduto sul letto, le gambe incrociate. Leggeva con gli occhi e ricordava tutto. Poi si alzava, camminava fino all'aranceto al confine tra il paese e la città e si metteva sotto un albero di mandarini a pensare.
Eugenia per quanto amasse il lupo, per quanto lo venerasse in segreto come un idolo, aveva paura a dimostrargli affetto. Fino ad allora, infatti, non aveva frequentato che gatti, schivi, diffidenti all'inizio, ma che una volta avvicinati erano semplici da accarezzare, decifrare; mentre, secondo lei, con i lupi non era tanto il fatto di poter sostare al loro fianco, quanto di poterli sentire davvero vicini. E lei, sentendosi, al contrario, due volte più lontana da lui di quanto fosse possibile, si allontanava ancora di più dato che Amore è meglio che stia laggiù e noialtri quassù se non siamo del tutto i benvenuti o se non ci tende la mano. Quindi, preferiva rivolgersi a lui con frasi come "dimmi a che cazzo stai pensando ora", anche se avrebbe desiderato ascoltare quei pensieri più di qualunque altra cosa, oppure se ne usciva ridendo con "voi letterati amate disquisire amabilmente di stronzate" quando invece avrebbe dato i mesi e gli anni per poter riempire il tempo di letteratura e umanesimo, futurismo e suoi maglioni grigi, romanticismo, suoi occhi neri, neo-romanticismo... essenzialmente, per poter riempire il tempo di lui.
  Ma lui appariva troppo sicuro nell'incertezza. Si fermava a riflettere sulla vanità delle cose, finendo quasi sempre con la conclusione che nulla fosse vano. Serbava dentro di sè problemi grandi che gli altri non avevano come, ad esempio, la presunta o non presunta morte di Dio, la storia e la memoria, ovvero il lungo capitolo degli errori perseverati eccetera,  ma invece di uscirne provato, indebolito, o al minimo, inquietato, Felice Sempreverde era sereno nel suo campo di battaglia e più cresceva più si sentiva a suo agio in quell'enorme pantano che era la ricerca del senso della vita.
Una volta, durante le vacanze di Natale, tornarono sotto l'albero di mandarini ed erano passati tre anni dall'inizio di quella complicata, benedetta amicizia. Eugenia aveva avuto un paio di estati che l'avevano fatta crescere più di quanto non avessero fatto i cinque anni del liceo, ma il suo amore per lui non era cambiato così come quel senso di rassegnazione arcaica che lo accompagnava.
"Così ti sei fatto crescere i capelli" disse lei con quell'aria di perenne, finta, strafottenza. Come se si fosse trattato soltanto di una questione di capelli.
 Felice annuì, spostandosi il ciuffo castano di lato e poi indietro. Rispose che non aveva avuto il tempo di tagliarli e poi aggiunse che anche lei, si anche lei era un po' diversa.
"Beh sono bionda ora, accidenti. Anche il macellaio con la cataratta se n'è accorto!"
 Si fermò un attimo a guardarla. Poi staccò un mandarino dall'albero, prese a sbucciarlo in silenzio. Lo trovò troppo dolce, corrugò la fronte.
"Oppure è la tua fottuta bocca che vuole l'amaro" preferì Eugenia in tono scontroso guardandolo da cinque mentri di distanza.
Lui si buttò alle spalle gli ultimi spicchi che gli erano rimasti in mano. Si sfregò le mani e disse che doveva tornare a casa. Aveva una specie di appuntamento.
"Con chi?" non poté fare a meno di chiedere lei.
Felice si infilò le mani nelle tasche dei jeans, arricciando un po' l'orlo del cappotto. A quanto pare, una ragazza.
"Bada a non romperle bene le palle con i tuoi discorsi da finto intellettuale" disse e avrebbe voluto morire. Lui alzò gli occhi al cielo, le sorrise e poi se ne andò.
E Eugenia rimase lì con la sensazione di aver parlato da sola, come una mezza deficiente, la paladina degli amori non corrisposti, come l'ultima delle eroine in All Star Convers e cuore spezzato, centodieci battiti al minuto, mano ferma, la calma, la calma, la calma. Si tolse il cerchietto dai capelli e sarebbe potuto essere una corona. In quel caso, la regina che abdica al suo patetico trono. Oppure sarebbe potuto assomigliare a un diadema, come quello di Sailor Moon: "Potere del cristallo di luna dammi la forza per non perdere in questo modo la mia dolce tenerezza. Fa' che questo mio amore rifiutato non ristagni, che non si converta in arido cinismo".
Sospirò. Affondò le mani nel suo cappotto verde bottiglia. Poi le sembrò che fosse più il caso di sbuffare che sospirare, allora provò a riempire le guance d'aria, provò a illudersi di essere annoiata invece che triste, contrariata invece che disperata, ma non ci riuscì e allora sospirò di nuovo.
"Che ti tagliassero a pezzetti!" gridò, ma lui era già lontano. Alcuni corvi volavano sopra gli alberi.
"Che ti tagliassero a pezzetti!" ripetè per allontanarlo ancora di più da sè.
Craaaa-craaaa le fecero eco i corvi di Natale.