Ad ogni modo mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. Lo so che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

(J. D. Salinger, Il giovane Holden, cap. XXII)

lunedì 2 marzo 2015

La scrittura

di Cristina Taliento

Un vecchio una volta mi ha detto ridendo che io ragazzina dovevo scrivere delle cose che conoscevo, dei nove in matematica, per esempio, del cielo rosa zucchero filato. Mentre io scrivevo dell'amore. "Ma, ma, hai idea, hai idea di cosa sia davvero? Pfff, no che non ce l'hai". Però io scrivevo lo stesso. E ora che c'è stato, e ora che è finito, mi sono consolata con le parole che avevo scritto quando ancora non potevo sapere quale senso davvero avessero. 

lunedì 2 febbraio 2015

Metti che un giorno

di Cristina Taliento


Metti che io un giorno dovessi fermarmi per strada, così all'improvviso, e chiedermi un calmo devastante "e se invece", mentre le biciclette mi passano a fianco e i Queen mi continuano a cantare sul collo, negli auricolari caduti dalle orecchie della mia vita, tra i cappucci di felpe e i colletti di tutte le camicie celesti che ho messo.
Metti che tu un giorno di giugno, in cucina, ti dovessi accorgere che vuoi solo vincere. Vincere per vincere, prendere tutto, mangiare il dolce, soffiare forte, senza rancore, per il solo gusto di sbancare. E poi andartene, restando ancora lì, qui, dovunque, dappertutto, in nessun luogo, mentre le sigarette se le fuma il vento perché tu non hai tempo, non hai più tempo. Metti che un giorno, allo scattare del semaforo verde, tu decidessi di non attraversare per poi camminare come se nulla fosse successo in un' altra direzione nascondendo tra le tue spalle strette, in una gabbia toracica compressa, due etti e mezzo di cuore dannatamente pulsante, sporco marcio d'adrenalina. E finalmente respirare. Un respiro misurato, dentro e fuori, dentro e fuori. Chi te lo vieta? Me l'hai chiesto Lunedì. Quanto le ami le cose che fai? Sei sicura che ti piace davvero la birra? Ascolta un attimo. Lo sai bene quello che vuoi? Si si, okay, ti ascolto, ma tu, tu, metti che un giorno io dovessi decidere di lasciare andare i gabbiani nel cielo oppure mettere su Coltrane in questo lettore mp3 dove non si sente niente, ma fregarmene, cantare nel traffico parole inventate sul suono di questo blues, metti che un giorno tutte le nostre paure di essere i migliori dovessero abbandonarci, lasciandoci al freddo, nella prateria. Soli, con il mondo mormorante davanti i nostri corpi. E metti che io volessi all'improvviso sentire i mormorii del mondo, senza la paura che si siano accorti di me. Metti che io, a quel punto, dicessi un fermo "no, continua, voglio sapere"  pur temendo di ritrovarmi con le mie sensibilità curiosamente ferite. Guardare dritto negli occhi, rispondere senza esitare, baciare il lupo, volare nel fosso, centrare sempre il punto, bere caffè, non richiamare, sapere di essere, lavorare la creta. Sarei sempre io? Sticazzi? Si, penso anch'io. Ma tant'è. 

lunedì 19 gennaio 2015

Yogurt

(luglio 2014)




Palazzi color crema e pistacchio
nella pioggia grigio lenta di luglio
nell'odore grigio chiaro del cielo
nel cucchiaio di yogurt sospeso a mezz'aria,
sospeso sul nucleo di Edinger & Westphal,
nei fogli sparsi per terra,
negli appunti appesi dovunque
per strada, ai fili elettrici,
per tutta la mia testa.
E c'è sempre qualcuno che
che
-chissà da quale mondo,
da quale finestra-
suona la chitarra.
Io m'immagino sempre
che sono ragazzi
con le loro Norvegie solitarie e
e scatole di chocopops.

(C. Taliento)