Ad ogni modo mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. Lo so che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

(J. D. Salinger, Il giovane Holden, cap. XXII)

sabato 18 maggio 2013

Santa voglia di vivere

di Cristina Taliento


(Untitled 39, Ben Olson, oil on canvas)

Ci hanno detto che le cime sono destinate a rimanere in solitudine, in mezzo alla gente eppure sempre un po' tristi e sole nelle loro magnifiche auree, spalle intoccabili, lunghi sguardi. Ci hanno detto che il nostro posto nel mondo non era il mondo, in fondo, ma le stelle e l'infinito perché eravamo troppo sensibili, brillavamo, perché vedevamo molto, ci stupivamo, perché ci innamoravamo delle mani degli altri dietro i nostri elmi di guerrieri smarriti. E poi siamo scappati da questo destino, ci siamo lavati di dosso la dannata grandezza, abbiamo battuto il pugno sulle porte che avevamo chiuso, abbiamo guardato arrabbiati per ore il piedistallo su cui siamo stati per anni e l'abbiamo odiato. Ci siamo abbassati, ricoperti di fango e pioggia nella sera respirando affannosamente ai semafori, respirando come iene senza correre, senza nemmeno alzare il passo, soltanto stando fermi. Abbiamo finalmente smesso di sentire così forte, di vedere così dentro. Volevamo solo ballare nella folla ed essere folla, essere passanti sui marciapiedi, nient'alto che signori passeggeri, signori telespettatori, cari ragazzi facenti parte della categoria studenti del primo anno, lettori, cavie da esperimenti, numeri, lettere, codici a barre. All'improvviso gli scrigni segreti riempiti di nostri sentimenti, di ricordi preziosi e poesie, di delicati centrini fatti a mano, di fiori lasciati insecchire tra le pagine dei libri, all'improvviso, tutti questi vecchi tesori ci sono sembrati gioielleria di plastica, inutili patacche del mercato delle pulci. Seduti al tavolo della cucina, soli, all'ora di cena, abbiamo pianto davanti i nostri piatti di pasta, osservando da fuori il nostro sgomento, incapaci di trovare una diagnosi o tutt'al più strafottenti nel sentire le ragioni, nauseati dalla nostra filosofia. Ci siamo alzati, ma in realtà, volevamo farci piccoli, confondere le nostre voci, smettere di stupire, di ingannare. Volevamo parlare la lingua degli altri facendo cadere in disuso la nostra antica lingua dell'immaginazione perchè volevamo, io credo, vivere con l'umanità, con loro e dire le loro frasi al posto di quelle che non potevano essere capite e ancora, bere le loro birre, accarezzare i loro capelli, cantare le canzoni che passavano i dj della radio e muoversi su questo ritmo, su questo tempo, dimenticando il nostro, giurando 'questa volta per sempre'. E quando noi abbiamo urlato a pieni polmoni, quando abbiamo scritto parole brevi su lenzuoli smessi, ci hanno risposto tutto normale, che erano i vent'anni, gli istinti, l'inquietudine, la santa voglia di afferrare tutto, di vivere tutto. Ci dissero, e qui sbagliavano, che volevamo fermare il Tempo perché ne eravamo spaventati; terrorizzati, dissero. Ma il fatto era che noi- noi che lasciavamo passare i treni senza ostacolare le estinzioni delle specie, noi che amavamo  la breve vita di un fiore o quella di una farfalla- proprio come treni, volevamo passare, passare una volta sola, ma passare bene e passare fino in fondo, fischiando come matti a luci accese nella notte. 

mercoledì 15 maggio 2013

Finiamola qui


di C.T.

Ieri ho inscenato il funerale del mio amico immaginario. Una cerimonia d’altri tempi.
“Di che morte mi fai morire, dunque?” ha sussurrato disteso sul letto, con un occhio chiuso e l’altro mezzo aperto.
“E che ne so, l’esame di patologia sta al terzo anno”. Ha sospirato intrecciando le dita sulla pancia.
Ero seduta su una sedia accanto alla finestra e un po’ guardavo fuori, un po’ guardavo lui. Per entrare nell’atmosfera mi ero messa gli occhiali da sole Ray-Ban, montatura rosso ciliegia e un fazzoletto legato intorno alla fronte, stile pirata.
 “Magari qualche malattia genetica. Che ne dici?” ho detto, dopo un po’, per sollevargli il morale.
“Oh, se proprio non c’è altro…”. Era proprio in punto di morte, ma di quale morte si trattasse… anche quello era il punto.
“Dovrei vedere su Google”
“Pesca da quello che ti hanno fatto vedere a Storia della Medicina” ha suggerito con indifferenza.
“Si, ma… va be’, ma… ti piace il colera?”
“Beh… c’era anche il vaiolo, ad esempio”.
“Si, ma il vaiolo è stato debellato. Sarebbe una morte anacronistica”. Proprio quest’aggettivo, si.
Ha sospirato di nuovo. Mi sono alzata per andare a prendere gli appunti. E mentre fissava rassegnato il soffitto, io sfogliavo lentamente le pagine.
“Qui parla, a un certo punto, dell’AIDS. Te la senti?”
“Non saprei”.
“Virus Ebola” continuavo con gli argomenti.
“E che diavolo è?” ha alzato la testa dal cuscino.
“Eh mah! Una cosa terribile, terribile”. Sapevo solo questo.
“Allora, se non ti dispiace, passerei oltre”
“Oh, questo è sicuro” ho detto facendo la battuta. Ma lui non ha riso, non ha fatto niente.
Mi sono schiarita la gola: “Puoi sempre morire d’influenza”.
“Questa è la ricompensa dopo anni di compagnia. Complimenti, davvero. E’ la morte più ridicola che abbia mai sentito”
“Beh, non così ridicola…”
“Preferisco l’impiccagione”
“Io non ti ammazzerei mai” ho mormorato alzando le spalle.
“Ma sarò io a farlo, buon Dio, se non mi trovi una morte decente, che cavolo!”. I suoi occhi si sono di colpo accesi, fiammanti come due mozziconi di sigaretta. Stava sprecando le sue ultime forze per farsi la ragione.
“Ti posso inventare una malattia. Una malattia bellissima!” ho esclamato, a quel punto, presa dall’entusiasmo.
“Più bella della sifilide?” mi ha chiesto con fare dubbioso.
“Oh si. Una malattia con delle eruzioni cutanee del colore delle rose in primavera, pustole grigiastre intorno alle sopracciglia, mucose infiammate fino alla follia, unghie sanguinanti e pupille… pupille verde fluorescente!”
“Mmm. Malattia rara?”
“Rarissima. Uno su un milione” ho annuito sorridendo.
“E come si chiama?”
“Eh… vediamo… si chiama: incendiaria. Per via dell’infiammo”.
“Quali organi colpisce?”
“Tutti un po’!”
“Ebbene, acconsento. Acconsento che la mia morte avvenga ora, in questo giorno, a causa di incendiaria” ha detto, infine.
Ma un po’ mi dispiaceva. Mi sono tolta gli occhiali e ho detto:
“Addio, signore. Non ti dimenticherò”
“Tu l’hai già fatto, ragazza”
“Ma come?”
“Mi avresti messo in coma, se mi avessi voluto davvero tenere al tuo fianco”
“Sto invecchiando, non lo vedi? Guarda che voce seria che mi esce. Devo adeguarmi all’età. Non fare storie e girati sul fianco pronto per l’iniezione. Avanti!”
“Tu vuoi fuggire"

Basta, non mi va più di scrivere. E' morto e basta. Poi me ne sono andata.

venerdì 10 maggio 2013

Lettera di un figlio su un'amaca

per un'invenzione di Cristina Taliento



Caro papà,

caro papà che quando avevi i miei anni andavi al classico e poi in campagna a raccogliere olive, che non avevi una lira e ti pagavi l'università lavorando la sera e studiavi la notte, che mentre tua madre moriva per il morbo di Chron tu eri per i tuoi fratelli tutto e nel giorno del funerale ti sei sei sentito per la prima volta adulto, che hai sposato la più bella tra le tante che ti volevano come marito e al tuo matrimonio sei corso in ospedale per salvare una vita e solo dopo sei tornato per baciare la sposa, che a neanche quarant'anni sei diventato il primario di Ginecologia e adesso te ne vai in giro per il mondo a tenere convegni e intrattenere colleghi con le tue brillanti risposte di genio, facendo sfoggio delle tue umili origini, scusami se probabilmente io, al posto tuo, in quella campagna in cui sei cresciuto, mi sarei costruito un'amaca per passarci disteso la giovinezza con una sigaretta in bocca e, magari, indosso il solito vecchio paio di jeans che, chissà perchè, ti sta tanto sul cazzo. Scusami se non ho nè la forza, nè la voglia di far cadere le donne ai miei piedi come facevi tu nonostante i miei, anzi "i nostri geni sexy", scusami per queste scuse in cui credo così poco, ma scusami davvero per le canne di cui sono veramente pentito e di tutte le altre debolezze come, per esempio, il Nesquik nel latte, i 4 in matematica, le unghia mangiucchiate e il foglietto con il numero di quella Monica che da tre anni ho nel portafogli senza che mi decida di chiamarla. Io non so che cosa diventerò da grande, ma la tua santa voglia di conquistare il mondo io non ce l'ho e grazie a Dio, aggiungerei. Io sono lento nel bere il latte, non come te che prendi il caffè e scappi. E mi fermo spesso per le strade su cui cammino ora per una cavalletta morta ora per un volantino di un cane che si è perso. Perchè, vedi, io non mi immagino   con la cravatta al collo, ma nemmeno con la valigia di chi non sa dove andare. Mi piacerebbe un'amaca su un molo, un libro, un tramonto e una tazza di latte e Nesquik. Il prossimo anno mi iscrivo a Filosofia, comunque.

Io, chi altri... 

lunedì 6 maggio 2013

La sorellina


di Cristina Taliento

(Primi fiori, Francesco Fanelli, 1899, olio su tela, 180x237)

Se sapessi ancora scrivere, potrebbe darsi che scriverei della sorellina. Ma ormai, peccato, non ne sono più capace. Scrivere, intendo. Non ci riesco più. La pagina bianca è così grandiosa, in fondo. Il bianco è la potenzialità del tutto, la neve, l’albume, Moby Dick. Non scrivere niente può farti sentire come un’immensa pianura illuminata dall’alba. “Il vuoto, infatti, è sempre stato pienissimo” se ne esce dicendo il mio alter ego da sopra il giornale della domenica. La mancanza d’ispirazione e l’allontanarsi delle idee allargano il campo di questo vuoto che mi assomiglia a quello dell’Universo. Meno c’è, più c’è; proprio come in uno di quei paradossi alla Sir Henry Wotton. Le parole, le opinioni tolgono via via lo spazio, lo dividono, lo fanno diventare qualcosa di specifico. Una storia sarà sempre una storia sola, ma una pagina bianca… oh… in una pagina bianca ci sono tutte le storie del mondo. Soltanto che non si leggono. Si respirano.
Tuttavia, se sapessi ancora prendere la penna in mano, mi verrebbe da scrivere di questa bambina di sette anni un po’ matta. Non se se inizierei con una descrizione. Probabilmente, per non perdermi nei particolari, inventerei sul colore degli occhi perché sarebbe più semplice. Voglio dire che nella realtà è più complicato, cioè i suoi occhi sono complicati. Da quando è nata, alcuni dicono siano blu notte, altri verde petrolio. Anche grigi, chissà. E in lei non c’è niente di facile da descrivere, comunque. Poi, io ho smesso di provare a modellare le frasi per incartare le rose perché ho riempito il cestino di fogli senz’anima ed è meglio se li uso per bilanciare reazioni, calcolare le moli o disegnare gabbiani sugli angoli. La scrittura, come l’amore, non si può rincorrere a lungo. A un certo punto è meglio se ti siedi. La mia panchina è una di quelle del parco. Quelle dove ti passano davanti le carrozzine e i bambini che si spintonano con una mano mentre con l’altra stringono un gelato o un supereroe di plastica. Da questa postazione di vita leggera ho pensato alla sorellina e mi sono dispiaciuta di non saper più scrivere perché sarebbe bello raccontare di lei, dei suoi gattini che vuole farmi accarezzare, dei suoi capelli che sono sempre più lunghi ogni volta che la rivedo. Inventare personaggi è facile; sono le persone vere ad essere così tante cose in una sola. Bisogna essere davvero dei maestri per farne dei ritratti e io… io voglio fare il medico.
Per questi fatti e per queste ragioni, ogni parola scritta non riuscirà mai a tracciare i veri contorni della sorellina,  ma si dice che quando sentiamo la mancanza di qualcuno ritorniamo a cercare la cura del vuoto in quelle cose che un tempo erano piene. E come riempivano i miei silenzi quel ticchettare di falangi slegate sulla tastiera!
Così, durante le vacanze di Pasqua, quando sono tornata a casa, mi è venuta l’idea di andare a prenderla all’uscita di scuola. Ho parcheggiato sul lato opposto al vecchio portone, sempre lo stesso da generazioni. I suoi occhi mi hanno puntato subito. Bang. Ho fatto ciao con la mano, ma le sue braccia mi erano già intorno al collo, tra i miei capelli. La sua infanzia irruenta ha atterrato con un abbraccio improvviso la compostezza riflessiva di una povera ragazza di vent’anni in camicia azzurrina, con le spalle mantenute dritte da paure, dubbi, atti di fede e di forzato coraggio, tavole anatomiche e tazze di caffè. Come una scema, ho detto piano:
“Come ti sei fatta grande”
Mi ha detto: “Non è possibile. L’ultima volta che mi hai vista è stata un mese fa”.
“Un mese fa…” ho ripetuto accarezzandole la testa.
“Lo sai che la gatta è incinta?”
“Oh…”.
“Ma non la gatta che hai capito tu. L’altra. Quella tutta nera”.
“Ah si, l’altra…”
“Hai capito quale? Tu fai si si e magari non ti stai ricordando”
“No…Si, ho capito” l’ho rassicurata giocherellando con il suo braccialetto a perline bianche e verdi.
“E di che colore possono nascere i gattini?” mi ha chiesto allontanando il braccio per riprendersi l’attenzione.
“Beh, bisognerebbe vedere il colore del padre, suppongo”
“Deve essere di sicuro quello arancione” ha sospirato lei
“Si… allora, come vai a scuola?”
“Bene. Quindi, di che colore possono nascere?”
“Anche a macchie per via del corpo di Bahr del cromosoma X inattivato in modo casuale” ho risposto  in automatico.
Chissà perché si è messa a ridere forte. “Possono nascere tutti tutti neri?”
“Possibile… Mi dai un bacio?”
“Possono nascere tutti arancioni?”. Non c'era verso di studiarla da ferma.
“Je ne sais pas. Nessuno lo sa!- ho esclamato facendo la rima- Che bello quel braccialetto. Me lo regali?”
“No. Se nasce arancione lo chiamo Garfield”
“Chi è Garfield?” ho chiesto per divertirmi un po’.
 “Come chi è Garfield? Quel gatto dei cartoni animati che fanno su Boing. Non fare l’imbecille ”
“Non dire le parolacce altrimenti, poi, le ripeto”
“Mica è una parolaccia. Cazzo è una parolaccia.”
 “Anche. Mettiti la cintura”
E poi si è girata per prendere la cintura, ma mentre la faceva scorrere lentamente, mi guardava.
“Che c’è?” ho chiesto notando la sua espressione.
“Sembri quasi la mamma”
“E’ per via della macchina” ho risposto premendo i palmi sullo sterzo.
“No…” ha fatto lei scuotendo la testa.
“Okay…” e non lo volevo sapere il motivo.
“Un giorno voglio diventare come te”.
“Sarà per questa camicia che ho preso dal suo armadio”
“Un giorno sarò come te” ha ripetuto pensando che prima non avessi sentito. Ma io avevo sentito, anche se non avrei voluto.
 “Non lo so veramente se è un grande affare” ho pensato, alla fine, guardandola. 
Però, poi, non ho detto niente perché mi sono ricordata di quando anch’io volevo diventare come le ragazze del corso superiore di danza, ma quelli sono pensieri che si dimenticano presto come una farfalla che la pensi solo quando ti passa accanto e poi, dopo, noti altre cose, altri alberi. Ho sorriso e ho messo in moto. 

Quando sono ripartita, alcuni giorni dopo, sapevo che l'avrei rivista dopo gli esami. Piangeva per me. Si è tolta il braccialetto con le perline bianche e verdi e me l'ha dato e io ho pensato che fosse di vitale importanza accettarlo.

Ma potevo scriverla meglio sta storia. 

martedì 2 aprile 2013

Exultet - Storie del Mal Adriatico

al Sig. M, in ritardo, per il suo compleanno

di Cristina Taliento

(Spring at Veneux, Alfred Sisley, oil on canvas, 1880)


La notte di Pasqua si ritrovarono su quegli stessi banchi della Chiesa Madre dove quindici anni prima  si erano annoiati, sbadigliando con appesi alle dita i loro Tamagotchi da qualche lira e mezzo. Pochi anni dopo,  sempre la stessa notte, avevano iniziato a mettere le camicie e si erano visti attenti e seri, simili ai grandi se non in tutto, almeno nel modo di mantenere dritte le spalle, di non muoversi troppo, senza parlare durante l'omelia.   Marta, Cosimo, Francesco e Giulia, venti anni a testa e qualcuno già vent'uno, quella sera si guardarono dopo non essersi visti per mesi e notarono che i loro capelli erano cresciuti e che, forse, erano cambiati tutti, in ogni piccola cosa, nell'impercettibile, profonda, apparenza. Per sempre... perchè forse all'inizio non pensavano che i loro studi, quei libri, la Scienza, li avrebbero fatti respirare un po' più forte, parlare un po' di meno. D'altronde non si poteva credere di restare bambini riflessivi per tutta la vita. Loro, bambini, non lo erano già da tempo, ma quella sera lo capirono davvero. Si ricordarono, ciascuno a suo modo, delle navate percorse con un libro di fate sotto un braccio, delle genuflessioni lasciate a metà per non sporcare i pantaloni nuovi di velluto a coste; il coro delle voci bianche, contare le mattonelle grigie con lo sguardo, la prima borsa per la domenica, la vecchia Dora senza denti, il catechismo, la Prima Comunione, il diacono con gli occhi azzurri.  Soprattutto si ricordarono della loro fede, di come era assoluta e spontanea quando ancora l'amore non li aveva divorati e i gli addii non erano mai stati pronunciati, quando ancora non avevano mai visto la commozione di un uomo morente o la delusione negli occhi di un padre. 
"Perchè credi in tutto questo?" chiese Cosimo mentre l'organo iniziava a suonare l'Exultet. Le luci spente. C'erano soltanto i ceri accesi, le candele lungo le pareti.
"Non ci devi credere per forza se non vuoi" fece a bassa voce Giulia alzando le spalle.
"Lumen Christi" risuonò la voce del parroco dall'altare.
"Deo gratias" rispose Marta abbassando il capo.
"Exultet iam angelica turba caelorum: exultent divina mysteria..."
Erano dei ragazzi tranquilli, dopotutto, ma tranquilla la vita era entrata comunque in loro, lenta e veloce, con tutta la sua irruenza.
"Non sto dicendo questo, Jules... Sul serio, perchè credi in Gesù?" bisbigliò Cosimo.
Giulia rimase un attimo in silenzio e poi disse: "Perchè è la persona migliore che conosca".
"...Gaudeat et tellus tantis irradiata fulgoribus: et, aeterni Regis splendore illustrata..."
"Darwin ha la barba come quella di Dio" disse Francesco con tono leggero, anche se aveva sentito tutto.
"Smettetela di parlare" li rimproverò Marta seduta al lato.
"Già. E' la barba dei saggi"
"Ehi Marta, senti un attimo, a chi ti assomiglia Darwin?"
"A chi mi deve assomigliare, deficiente?"
"Pensaci!" rispose Francesco leggendo il suo labiale.
Dei colpi di tosse alle loro spalle li fecero subito ricomporre.
"...O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem! Felix culpa..."
"Felice colpa!" ripeté Cosimo stringendo le labbra.
"Allora, Martinella bella, a chi ti assomiglia?"
"A Dio, ecco. Sei contento? Adesso la smettiamo? Siamo in Chiesa!"
"Quanta solerzia e coscienziosità!" commentò Francesco guardando gli affreschi sulla volta.
Cosimo sorrise: "Eppure è lei la scienziata qui. E' lei che è arrivata prima alle Olimpiadi Internazionali di Biologia parapì parapò. E' lei che dovrebbe essere la grande atea".
Ma Marta leggeva sul foglietto dei canti.
"Dai, state zitti, lasciatela stare" fece Giulia.
"In huius igitur noctis gratia, suscipe, sancte Pater, laudis huius sacrificium vespertinum"
"Marta, oh Marta. Perchè non aiuti noi poveri studentelli sulla via della perdizione e non ci dici come fai?"
"Io, comunque, non mi ricordo un'acca di latino" s'intromise Francesco .
"Ci credo. Avevi due con la Leone. Che cavolo ti dovresti ricordare?" bisbigliò Giulia guardandolo per un momento.
"Un cavolo, infatti!"
E continuarono a scherzare così, come si scherza sempre. Sempre un po' sbandati e sorridenti, mani nelle tasche del cappotto, spalle rilassate. Però ogni tanto, ci pensavano alla loro fede, di come cambiava con loro e non c'entrava il cuore, non c'entrava la medicina o la Bibbia. Pensavano: o l'avevi o non ce l'avevi.
"Non c'entra Darwin! Non c'entra Darwin!" disse Marta mentre gli altri avevano smesso di sussurrare. Cosimo, Francesco e Giulia la guardarono senza capire.
In fondo, era solo il ritornello di una vecchia canzone che avevano inventato quando erano piccoli.

giovedì 28 marzo 2013

Ritratto di Lisa solitaria

di Cristina Taliento

(The Farewell of Telemachus and Eucharis, Jacques-Louis David, 1818, oil on canvas, 103x87, Private Collection)


Dopo una lunga notte di dibattito interiore riguardo a chi fosse e chi non fosse, concluse, malgrado John Donne e il ponte sullo Stretto, di essere un'isola, lontana dalla terra ferma, senza punti di contatto, nè cabine telefoniche. Osservandosi da fuori, pensò, doveva sembrare proprio una persona ferita, incline a defilarsi nelle tane buie del pensiero. "Talpa! Talpa! Talpa!" si apostrofò quella domenica mattina una volta sveglia. Le sembrò, d'un tratto, curioso alzarsi una mattina con il desiderio di traslare il proprio essere negli occhi degli altri, ribaltarlo per farlo adattare al senso comune, rimpicciolirlo, tagliando i margini, giusto per vedere che effetto facesse la sua persona, in un giorno qualsiasi, su una strada qualsiasi, mentre, per dire, attraversava la strada dopo aver guardato a destra e a sinistra. "Ecco, che effetto faccio?". Nessuno. Quindi uscì e provò a dimenticarsi di sè. Camminò lungo la piazza, comprò un gelato al pistacchio, rimase a guardare un gruppetto di bambini che giocavano con i loro monopattini, poi si diresse verso la fermata dell'autobus dove c'erano altre persone che aspettavano. E nell'istante in cui arrivò sotto la pensilina, quattro o sei di quelle dozzine di occhi lì presenti, si alzarono per guardarla, distrattamente, in automatico, per puro istinto. Lei capì che, senza ogni dubbio, era stata inquadrata, come diceva spesso sua madre. Si, era stata inquadrata o, addirittura, etichettata. Sorrise al pensiero di cosa avessero pensato di lei. Ancora le vennero in mente tutti gli innumerevoli "Lisa l'imbronciata", "Lisa sorridi, non essere triste", "Lisa, chi ti ha offesa?". Ma tu Lisa, non ti senti ferita per niente, dice un uomo a fianco a lei; qualcuno appoggiato per caso al palo degli orari del bus. Lisa, tu sei solitaria perché ti piace osservare l’umanità dietro una sciarpa di lana spessa, mentre il tuo passo e la tua testa seguono il marciapiede sulle note di un pianoforte nascosto tra i cespugli. Vedi, la tua solitudine non è quella solenne dei lupi e nemmeno quella delle cime più alte che mai partecipano alle danze del sottobosco. La tua, invece, è una solitudine leggera, la stessa dei piccoli anemoni di campo che il vento accarezza. La verità, Lisa, è che sebbene tu te ne stia seduta all’ultimo banco in fondo alla sala, senza l’intenzione di parlare o di sorridere, nonostante il pugno premuto sul mento e i pochi amici, tu ami l’umanità e ami gli uomini, le loro fabbriche, il modo in cui si innamorano, sopravvivono, si ammalano. Staresti ore a guardarli mentre inventano le loro bugie quotidiane, portando gli oggetti nei loro nidi. Ti interessano le cose che dicono, quelle che non diranno mai, vorresti riuscire a capirli nella loro intimità, nella loro anatomia; ti emoziona la scena di una madre che indica al figlio la statua di un vecchio imperatore narrandogli la storia dei suoi avi, così come  la mano di un neonato o una ruga nuova su un volto familiare. L’umanità, forse non lo sai, è il tuo grande amore, il mare che ti abbraccia la vista riempiendo d’Infinito i tuoi orizzonti. Niente per te è limitato, niente si identifica in un punto fisso: in piedi sul terrazzo di un grattacielo altissimo senti la continuità del Tempo, apri la mano per fendere il presente; nei giorni di vento arrivi quasi a percepire il futuro. E con il cuore che ti batte forte, risali il fiume di un’insolita inquietudine, incontrando una sorgente in cui brilla la terrificante e magnifica potenzialità dell’essere giovani, lo scrigno sconosciuto delle scelte che prenderai, delle storie che scriverai, di tutto quello che vorrai diventare. E ridi e piangi senza controllo di fronte al biancore assoluto dell’avere tutta la vita davanti.

Ecco com'era, lei. Quell'uomo fantasma aveva ragione. In fondo lo sapeva. In fondo lei era così.


sabato 16 marzo 2013

Il Grande Boom

di Cristina Taliento












(Number 32, Jackson Pollock, 1950, enamel)


Smise. 
Una mattina: smise. 
Perchè hai smesso? Perchè sì, non t'impicciare! Perchè sono i fattacci miei, hai capito? E tu non puoi dirmi niente, va bene? Niente! 
Smise come una nevicata, come, di colpo, la pioggia, come la cicala. E craaaa, craaaa, craaa. Basta, non ne volle sapere più. Partì! 
Ma che cosa hai smesso? Ti sei dimesso, fesso, che hai fatto? Ammettilo! 
Eh... per favore, vecchia, lasciami stare! 
Smise sotto lo sguardo del suo specchio, sotto il riflesso del suo sopracciglio.  Respirò e smise, così come aveva cominciato. E quel giorno non c'era nemmeno una nuvola in cielo. Io, poi... nemmeno io c'ero. Non c'era nessuno oltre a quella voce fuori campo. Chi lo sapeva da dove venisse. Forse era la sua coscienza o forse Omero oppure...Dio?  
"Oh- arrossì il personaggio del secondo piano- se n'è andato! Il matto Genda se n'è andato!"
"Ma come!-faceva il Fantasma tutto agitato- Che è successo?"
"Dice che ha smesso"
"Ha smesso?"
"Così dice"
"Ha smesso di fare che cosa, poi?"
"Mah! E chi lo sa? Ha smesso!".
E già l'Adolescente, quel commediante, si portava le mani alla bocca e respirava forte, impaurito, stupito, provava un senso di oppressione sullo stomaco. Livia usciva dalla stanza con una salopette rosa fucsia, i capelli biondi, un succo di frutta alla pesca in mano. 
"Il matto Genda ha tagliato la corda" fece l'Adolescente da gran pettegolo qual era. 
Livia rise appena. Disse: "Era ora. Lui qui, tra noi, non c'entrava niente".

Mi chiamarono per dirmelo. Io stavo studiando l'Evoluzione. Che cavolo c'entravo io con il matto Genda e il suo carattere schifo. 
"Andatevene. Sto studiando" dissi arrabbiata, sempre più spettinata, la matita spezzata tra i denti, la gomma da masticare ridotta a un filo appiccicoso. "Andatevene, maledette seccature!"
"Noi... veramente... è successo che..."
"Ebbasta! Non avete rispetto! Via! Via!" 
"Perdonate...si tratta del... matto Genda"
"Che vuole?"
"Niente... se n'è andato"
"Eh vabbè! Che me ne importa!"
"Il punto è proprio questo, secondo noi... Se n'è andato perchè voleva un narratore a cui, invece, importasse. Forse la vostra incostanza... mah, forse ha capito che era meglio migrare"
"Egocentrico pagliaccio! Vecchio brontolone..."
"Voleva più spazio... beh, a dire il vero, lo vogliamo tutti noi".
Li guardai. Al buio della stanza, avevano formato un gruppetto di una dozzina di personaggi. Ma che ingrati... ma che traditori... Quelli delle ultime file si alzavano sulle punte dei piedi per vedere la mia espressione. 
"Ecchè gran cazzo, proprio, dico io!" gridai, sbattendo i fogli sulla scrivania. I personaggi indietreggiarono. Il Fantasma ebbe una leggere interferenza d'immagine. Livia fece quel rumore con la cannuccia, quando il succo si è finito e non aspira più un bel niente. Flacco Squidegno, quello de La Geometria del Gatto, si tolse il sigaro dalla bocca e mi fissò pensoso.
"Non mi guardi così, signor matematico! Io ho tutto il diritto di mandare la barca a naufragare perchè questa, belli miei, è la MIA barca, il MIO mare e se voglio inseguire Moby Dick, la inseguo e se non la voglio inseguire, non la inseguo. E lo stesso vale per l'ispirazione, per l'esercizio di stile e per tutti i maledetti incipit del mondo. Vi è sufficientemente chiaro questo concetto?" continuai sullo stesso tono imitando la mia vecchia professoressa di latino. Anzi, mi alzai in piedi e inchiodai il pugno sulla scrivania. 
"Esigo inoltre che non veniate più a scassarmi la pazienza e la porta perchè, vi avviso, la prossima volta me ne vado anch'io e non avrete le vostre storie nemmeno a strisciare come serpenti. In più, vi consiglio, di chiedere asilo presso i taccuini di un altro scribacchino se ritenete che io non sia in grado di soddisfare le vostre velleità. Se vi vanagloriate di essere dei personaggi validi, brillanti e scoppiettanti, uscite da questa penna quasi scarica e infilatevi in quella di qualche bella casa editrice, con tanto di camino e gadget per i clienti. Qui, per ora, non si pensa ad altro che a Charles!"
"Bene...-abbaiò il Pastore Tedesco- e per il matto Genda?"
"Che se ne vada affanculo"
E poi uscirono uno per uno e volevo smettere di scrivere anch'io, ma smettere come si faceva... era difficile. Non si poteva. Si poteva? La mano cercava la penna e la testa, le idee. Ma le idee erano polline che ora ti sfiorava il naso, ora volava lontano. Il cuore mi batteva forte, ma più inventavo, più mi calmavo e di mettere il punto alla frase proprio non c'era verso

mercoledì 6 marzo 2013

Lettere dalla guerra

di Cristina Taliento

In memoria di A.C. (1980-2003)

(Afghan girl, Steve McCurry, 1984, National Geographic Magazine)



Saigon, settembre 1974

Caro Paul,

mentre ti scrivo, mi brucia negli occhi il terrore delle carni dilaniate. Sangue ovunque, sulle palme laggiù, su di me. Uomini con museruole sguinzagliano segugi fatti di gas; ho dimenticato per chi combattiamo, ho dimenticato il colore dei nostri nemici. Vorrei prenderti la mano. Vorrei che il tuo canto calmasse le urla di questo ospedale. Una volta, hai cantato una canzone; guardavi lontano... i tuoi occhi come pianure aperte sul mare.
Il mio unico rimpianto in vita è di non averti mai fermato. Mi scoppia il cuore al pensiero di aver gettato tanto coraggio qui, a tamponare ventri squarciati, a correre nei campi minati, a scavalcare fili spinati e di non esser mai venuta a casa tua a dirti quanto ti ho amato, a dirti quanto sei bello. 
Ho seguito il tuo volo da lontano, pensando che non interferire fosse un gesto di difesa verso la tua libertà. Invece adesso, in mezzo a tutta questa morte, ho capito che l'amore non può essere discreto, non può avere  riserbo. Dovevo irrompere nella tua vita e farmi tempesta, dovevo gridarti sotto la pioggia di stare con me e con me soltanto, dovevo afferrarti per un braccio senza nessuna delicatezza e farti mille domande, insistere per ascoltare le risposte, respirare il tuo ossigeno, scompigliarti i capelli, rubarti il gelato, il Tempo; dovevo entrarti nel cuore come un coltello .
Quando la febbre mi avrà annebbiato la vista e la voce non mi basterà a ripetere il tuo nome, quando tutto si allontanerà, svanirà come in un sogno e la penna scivolerà abbandonata, ti vedrò  e mi ricorderò di quando il tuo sguardo cadde nel mio e per un attimo infinito pensai che in vita come in morte io sarei stata
per sempre tua,

Hannah Jones, infermiera volontaria


***


Venshenskaya, 9 dicembre 1942


Carissimo padre,

dite all'Emanuele che può star contento, adesso, a sapermi finalmente con il capo piegato e le ginocchia tremanti; io che per lui sono sempre stato il ragazzino saccente, sempre in piedi, pronto a farsi la ragione e tutto. Della faccia di schiaffi che ricordava lui, e forse pure voi, non sono rimasti che gli zigomi, appuntiti come i pomelli del vostro bastone. Così a sapere questo, quel grandissimo mentecatto -scusatemi padre-, la smetterà con la voglia di stampigliarmi addosso le sue manate schife sulla faccia. Per quel che va al di là di questo punto, io, poi, qui sono l'ultimo. Peggio ancora che a casa. Anzi, sono lo zimbello, se proprio ci tenete a saperlo. Gli altri soldati, quei poveri scheletri che sono rimasti, sempre seri e scuri in volto, quando mi guardano se la ridono e io che devo fare, oltre che guardarli da sotto questo elmetto che mi hanno dato, tre volte più grande del necessario. Ridono perchè non sono ancora morto, così gracilino, come dicono loro. Sono dei farabutti, dei maledetti animali, ecco che sono. Si fanno i superiori ripetendomi di stare attento, di stare in guardia. Roba che se il gelo mi azzanna un dito o mi becco una fucilata nel petto, finisce che la colpa è mia perchè non ho fatto attenzione. Per di più sono ignoranti, questi compagni miei. L'altra sera, per fare un esempio, è morto il Giacomo, uno delle isole, forse. Io mi sono messo a leggere quel libro di poesie greche, quello che mi ha regalato il prefessor Leucci e quelli indovinate che fanno? Ce la trovano sulla lingua. Non sapevano nemmeno dell'esistenza del greco, roba da offendersi a morte, che vergogna. Così mi son messo a tradurre qualche verso a occhio, ma qualcosa l'ho inventata io, giusto come mi veniva perchè il freddo sporco e assassino da un po' mi fa dimenticare le frasi e i pensieri e pure le parole. Fatto sta che, alla fine, menomale, quei quattro orsi si sono messi a piangere e, va be', io pure stavo piangendo e mi colava il naso, ma a queste temperature tutto scompare, perfino le lacrime. Se ne volano, si cristallizzano e non ti danno nemmeno la gioia di sentirtele scendere. Che gran fregatura. Però, siccome non posso cancellare e gli scarabocchi non mi piacciono, non dite a Emanuele che piango, papà. Sarebbe troppo per lui, l'avrebbe vinta ancor di più e noi qui stiamo già perdendo... non si riesce ad accendere il fuoco e le scarpe sono rotte da settimane. Questi continuano a dire che è per la patria, che prima la patria e poi la morosa, un sacco di frasi così, ma io penso che la patria poteva comprarcelo un cappotto un po' più pesante, se proprio ci voleva bene come dicono. A ricordarmela, scriverei qualche massima latina per chiudere, ma chissà dove è finita la mia memoria e chi lo sa come mi sento. Spero che la lettera la riceviate asciutta. Dite a Emanuele che è stato un buon fratello, dopotutto, forse il migliore che si potesse avere e che se vuole può anche ricordarmi come il solito seccatore irriverente, piantagrane e via discorrendo, basta che non mi dimentichi. E che non lo facciate nemmeno voi. Addio, padre, Dio vi benedica,

Giovanni


sabato 2 marzo 2013

Descrizioni del suono per non udenti

di Cristina Taliento

QUINTO: BACH, SUITE N. 1 SOL MAGGIORE (Violoncello)



Le tre del pomeriggio di giugno. Gli uccelli si muovono piano sui fili della luce e guardano un gruppo di ragazzi che giocano nel campetto compreso tra i tralicci e gli alberi piantati sul ponte per la tangenziale ovest. Tap tap le All Stars battono sul campo rovente, schivano, volteggiano, prendono l'inclinazione del vento, scivolano, tap, rallentano, di punta aspettano, a tratti tremano. Poi scattano di nuovo. Giocano. Le scarpe avversarie hanno un mezzo sorriso, un baffo, quasi un ghigno: pazienti, cercano la pausa, il punto nel pentagramma, per entrare nella battitura e rubare la palla. Una mano si tiene a terra, trattiene una canottiera. Movimento continuato, si abbassa, si flette, non si spezza. Un muscolo non si contrae se l'altro non si distende. I treni sfrecciano metallici oltre il campetto. Escono dai binari, i vagoni si snodano tra i palazzi, salgono, camminano sulle nuvole, trapassano l'atmosfera, si lanciano nello spazio e poi si gettano di nuovo con paracaduti e arrivano puntuali in stazione. Il murales di Marylin Monroe, dietro la rete,  fa l'occhiolino, manda un bacio fucsia, ma le All Stars non ci pensano, corrono lungo la linea di divisione, staccano, saltano e poi si girano distese, si guardano intorno, accarezzano un polpaccio, una caviglia, ritornano a terra, si piegano, respirano un po'.  Le ragazze, sedute con le spalle al muro, parlano e ridono e si alzano, dicono "lo sai fare questo?". Pirouette. Demi-plié, battment tendu e grand jeté. E uno e due. Piano sale il braccio, poi veloce gira intorno la testa, va indietro, si piega contro il cielo celeste soffiato di nuvole, si flette, lento, lento, lento, poi giù, fende l'aria, si appoggia sull'altra spalla.  E nessuno conta il tempo o i punti persi, le note vanno da sole, ma passano le stagioni, continua il movimento, le piogge coprono la pianura, la città, i palazzi, il campetto, ma le All Stars corrono ancora e saltano tre metri dal suolo, si elevano, si piegano, alzano polvere e terriccio. I calzini bianchi si allungano, le gambe arrivano in alto, suuuuuuuuuu, suuuuuuuuu, i muscoli salgono e poi, canestro.

Foto numero 1 inesistente. Guardo nell'obiettivo; decido di non scattare.

domenica 24 febbraio 2013

Tredichanni

 Appunti per una canzone giovane

di Cristina Taliento

(Neptune; image captured by Voyager II, 1989)


Tredichanni è un paese di ragazzini, granai di sentimenti, nuvole salmone verso le ore cinque. Sguardi bassi, biciclette legate ai pali con nastrini verde muschio, ombrelli lasciati sulle porte, case avvolte dall'edera. Tutt'intorno ci sono piccoli boschi di salici e betulle e orti dove si coltivano carote, sedano e melanzane per chi ama il viola. Come le drag queen sedute sugli autobus lunghissimi che portano a scuola. Se sale a bordo qualche forestiero, qualche adulto, loro se ne innamorano all'istante e parlano ad alta voce per farsi notare, ma poi guardano fuori dal finestrino e decidono di avvicinarsi alle porte d'uscita. In fondo alla via c'è un edificio con la bandiera dell'Unione Europea e un'altra di colore rosa chiaro con la faccia di Avril Lavigne, oppure i Green Day che cantano con Avril Lavigne. Loro vanno matti per quella musica, per le chitarre elettriche, Complicated, le canottiere bianche sopra pantaloni larghi a cavallo basso, le caramelle alla Coca Cola e poi le scarpe Made in Canada, Made in Wonderland. Qualcosa così, sempre al confine. Mangiano anche cibi strani, chimica imbustata in sacchi stravaganti e sorridono felici dietro i loro frullati inglesi. Amano la fantasia, gli altri non lo capiscono. Tredici anni e parole a vanvera sui treni, sensibilità ferite e ferite di spada un po' ovunque. Starebbero ore a guardare gli squali nuotare negli acquari. Volerebbero. Le loro identità sono riflessi di aquiloni nelle pozzanghere. Tredici anni e non ancora corse a perdifiato, non ancora azione o melodrammi, ma passi lenti, sospiri slegati e pulsazioni anonime. Hanno parole da dire, una sottile rabbia concentrata nella dita, però non dicono niente oppure parlano d'altro. Ma quasi mai del tempo.  Talvolta gridano, stringono i pugni, mangiano senza rispondere alle domande dei loro grandi. Piangerebbero! Seppellirebbero tutte le loro bambole nel giardino e i gattini morti, i carillon dell'infanzia, le figurine Panini, le videocassette Disney. Le loro madri non vogliono che camminino strisciando i piedi, ma le loro spalle si curvano da sole come alcuni fiori che non riescono a sostenere la luce del sole. Perchè forse a vent'anni si ha un po' la mania, la voglia, di diventare girasoli sprezzanti, ma a tredici anni sono più nasi rossi che petali, sono mani screpolate e sopracciglia spettinate e sbadigli e saliva e tremori, amori, un paio di pattini, un gelato al pistacchio... A loro piacciono un sacco  le maniche tirate giù fino alle nocche, fermate da un pollice un po' introverso. Sorriderebbero. Tredici anni e pugni sotto il mento, quanto può far paura una sigaretta oppure un abbraccio un po' stretto? Quanto può far morire un amore seduto all'ultimo banco, vestito di bianco, truccato di nero?
E imparare a trovare lo spazio in una stanza. Forse è più di una stanza, se piena di gente, piena di occhi e di idee e tredici anni sono pochissimi, quasi quindici, che cosa vuoi che siano... a tratti passano in fretta, a tratti non passano mai. Girare sette volte per l'isolato a parlare di cosa, poi? Di Luca che esce con Alice e del corso D dove tutti sono belli e intelligenti e non sapere niente nè della bellezza, nè dell'intelligenza o di quel gatto nero che ha appena attraversato la strada. Ohu, ma quello non è Medoro, il tuo gatto? No. Perdersi tra i pensieri e ritrovarsi tre ore dopo a guardare una partita di pallavolo al palazzetto dello sport e lasciare gli altri tifare. Studiare la miopia, la vergogna. Riflettere su Nettuno. Mamma mia, una volta... "Sei per me come l'ottavo pianeta del Sistema Solare. Io amo Nettuno". O cose come: "Non bevo caffè. Però, se vuoi, chiamami per gridare insieme YAWP sopra i tetti del mondo. Per sempre tua". Tredici anni e lampi di tenera genialità, eternità, ma più che altro imbarazzo e cinematografici, impegnati devo andare. Oppure improvvise esclamazioni come, per esempio: "L'infinito!". Ma tutt'al più un sacco di citazioni e contraddizioni. Citazioni del tipo: "Mi riservo la facoltà di contraddirmi". Whitman? Yep. Si, loro dicono yep invece di yes perchè è come avere sempre una chewing gum in bocca e hanno sguardi puliti e coraggio, spavento. Stringerebbero la mano di qualcuno. Camminerebbero lungo i muretti che disegnano il fiume. Disegnerebbero loro stessi in un fumetto. Suonerebbero Suzanne con lacrime imbrattate di mascara e voce tremante.
Poi la voce di qualche professore li riporta nei loro corpi: "Generazione di presuntuosi... diventerete tutti dei drogati, bastardi, tecno-fuck!"

lunedì 18 febbraio 2013

Letteratura Anatomica


Io, Cristina Taliento, cantastorie e studente di medicina, figlia maggiore, classe 1993,  nel giorno 18 Febbraio 2013, con la più necessaria urgenza, tra risate carnevalesche, calici alzati e storiche lotte intestine, per la gloria del mio esuberante, riservato, ego,  per il ricordo dei miei cavallereschi sedici anni, nel nome delle conquiste dei miei più alti pensieri, in memoria della saggia infanzia e di questo ancor più sfuggevole presente, in accordo con gli innumerevoli, differenti, punti di vista, dopo lunghe meditazioni, pazienti studi e ritiri spirituali, forse per un Dio e quasi per gioco, all’età di diciannove imperituri anni, teatralmente, con le spalle dritte e un teschio in mano, ridendo 

FONDO

Il Movimento della Letteratura Anatomica  e mi dichiaro Responsabile degli stravolgimenti culturali, politici, sociali che questo movimento, indubbiamente causerà, ribaltando quanto i Movimenti del Novecento hanno fatto sinora. Nel più sentito rispetto del passato, con commossa ammirazione per le tombe dei poeti incantati, mi congedo dai letterati del secolo scorso e da quelli degli anni duemila e, trattenendo il fiato,  sposto per sempre, da questo momento, primamente per la tranquillità del mio animo e per la Verità che ho da sempre cercato nel mondo, l’asse intorno a cui tutto ruota e tutto verte. Decido, dunque, di compiere Io il dovere morale di dissezionare l’essere umano, non già nella sua psiche e nella sua interiorità, come già fecero i miei predecessori, quanto nella carne e nella sua anatomia. Voglio che nel fragore di specchi caduti dall'alto, l'uomo possa chinare la testa e riconoscersi, oltre il biancore dei suoi denti e il colore dei suoi capelli, nella contrazione del muscolo e nel colore del suo fegato. Voglio che, prima dell'individuo, arrivi lo scheletro. La mia stilografica sarà, a partire dal secondo in cui le mie falangi sigilleranno questo giuramento sui tasti- sarà il bisturi con il quale mostrerò all’uomo il suo vero volto, riportandolo alla sua intima, veritiera, umanità. Abolisco, quindi, sostituendo l’inchiostro al sangue, la diffusa paura dei visceri e apro, con le più nobili intenzioni, su questa scrivania i toraci dell’umanità intera.

Con coraggioso rigore, dimenticate le scuse, superate le promesse d'umiltà, salto qui, per la prima volta, nella mia, nella nostra, nuova Visione.

Parma, 18 Febbraio 2013

Cristina Taliento

lunedì 4 febbraio 2013

Le vostre Norvegie psicosomatiche

di Cristina Taliento


(Storgarten, Haral Sohlberg, 1904) 


Il matto Genda, dopo mesi di assenza e di verande solitarie, tornò da quelli allievi che, nel frattempo, avevano colonizzato i sogni, galassie immaginarie, finendo per secernere le astratte tele di ragno in cui si erano ancora una volta avvolti. Disse "Basta, smettetela, cazzo, come fate a non accorgervi che sono solo Norvegie psicosomatiche che vi fanno bruciare lo stomaco per quanto sono lontane  e per quanto le volete."
Gli allievi, alti, magri, indaffarati nell'ozio, smisero di star distesi e si alzarono. Muti, ascoltarono.
"Non siete sognatori, non siete idealisti. Siete degli illusi che parlate  dei vostri austeri Mr Darcy e delle vostre irraggiungibili Eve Kant giocherellando con i lobi delle orecchie e massaggiandovi il collo.  Ogni volta a tirare in ballo questi benedetti fiordi scandinavi, metafora delle seghe mentali che vi fate senza soluzione di continuità . Vi ho detto: Andate piuttosto a Casalabate dove il mare fa schifo e  i granchi abusivi si sono mangiati le dune, ma non era per tagliarvi le ali, né per tapparvi la bocca, ma era per ridimensionare le vostre Norvegie, per placare i vostri mal di testa, era per dire, aprite gli occhi, guardate quegli alberi laggiù, non saranno mai tenebrose conifere nordiche, però guardate che belli che sono… sono gli ulivi. Vivete adesso, fatevi una corsa fino al palo della luce e poi tornate, lavatevi la faccia con la neve oppure compratevi un Calippo alla menta, prendete il sole sulle piattaforme petrolifere alla faccia delle Hawaii e di tutte le Galapagos, spegnete Internet, staccate i fili che vi inguainano il cervello o, se proprio insistete, fatevi un biglietto per Oslo e tornate a giugno, state via per cinque mesi, amicatevi un falco, un pinguino, poi tornate. E così potrete raccontare di lande sconfinate e vere, non nebbiose nazioni che magari non esistono nemmeno".

"Ma noi siamo cuori sentimentali che ci muoviamo come le alghe con la corrente, basta un ormone e noi non siamo più noi. Eh no, siete voi eccome. Voi non siete fantasia a comando, voi siete proprio testosterone, serotonina, siete enzimi, siete piogge di sinapsi, cascate di potenziali d’azione. Siete cespugli di cellule mezze buone, mezze marce. Voi avete frainteso il tramonto. Avete idealizzato l’alba, avete trasformato la letteratura nelle anguste cantine in cui vi siete defilati. E per questo amate chiamarvi scrittori, animi introversi certamente diversi da quella che definite “massa”, “gentaglia”, ma non siete scrittori proprio per niente perché siete lontanissimi dall’universale, perché fingete di guardare lontano, affacciati al balcone, rivolti verso le vostre mille Norvegie psicosomatiche, ma la verità è che non sapete niente  né di quello che vi circonda, né di voi stessi. Dite che non siete superficiali, che non guardate l’apparenza e poi, alla fine, siete così lontani dalla vostra umanità, però anche dalla spiritualità. Cosa siete? Non una poltiglia, ma un brodino di snaturati esuli mentali, un succo di contraddizioni disperse insieme ai pezzetti di frutta. Vi siete elevati troppo da quello che siete davvero e avete finito per abbassarvi ancora di più, finendo nel profondo, inconsistente limbo dei fantasmi con le occhiaie scure e catene di rimpianti, tasche piene di paracetamolo e auricolari nelle orecchie. Spero che al prossimo acquazzone abbiate il coraggio di allontanarvi dai vostri specchi interiori, gettare il pettine a terra e uscire in strada a bagnarvi i capelli, il naso, tutto. Di certo non vi cambierà la vita qualche litro di acqua piovana sulla lingua. Sicuramente rimarrete sempre degli illusi, dei sognatori snob poco consapevoli del metabolismo dell’intestino, ma forse vi verrà in mente che l’acqua della Norvegia non è poi tanto diversa e bagna allo stesso modo, ma soprattutto voi sarete gli stessi identici idioti senza ombrello". E così concluse il discorso, arrabbiato, la guancia segnata dalla linea dritta del disappunto. Se ne andò prendendo a calci qualche lattina rimasta accartocciata tra il marciapiede e l'asfalto. 

domenica 20 gennaio 2013

Signorina Bella Penna

di Cristina Taliento


(Joan of Arc, Sir John Everett Millais, 1867, oil on canvas, Private Collection)

Nata nel 1975, figlia di Gianni e Vittoria Penna, si chiamava Isabella o Arabella Penna, non ricordo bene. Comunque, abbreviato: Bella Penna. E, in effetti, sapeva scrivere, la ragazza. Alle elementari i bambini la prendevano in giro canticchiando: "Mi passi una penna, Penna? Ah ah ah". Cose così. Ma alle medie qualcuno si accorse in un lampo di genio che poteva sembrare buffo quel nome, Isabella Penna, Penna Bella... Bella Penna! Una volta, non vi dico, la accusarono di aver copiato ad un compito d'italiano. "Bella Penna!- urlò la professoressa sbattendo sotto il suo naso un foglio con sopra un dieci infuocato seguito da un punto interrogativo- Questa non è farina del tuo sacco. Fin troppo evidente! Una ragazzina della tua età non scrive così, sei un'imbrogliona!". Era un tema di seconda media sull'animale domestico. Sua madre era allergica al pelo del gatto, così s'inventò tutto. Parlò di un certo siamese chiamato Dante, una specie di gatto pirata con un orecchio tagliato e l'indole poetica. In realtà il gatto di suo zio, Lucio, aveva un'infezione acuta (da stafilococchi, forse) che gli aveva mangiato le cartilagini, ma lei scrisse che si era trattato di un'amputazione volontaria per ostentare il potere sul territorio. Non pianse. Anzi, deglutì e poi disse: "Sono lusingata che lei, professoressa, la veda in questo modo perchè giudica incredibile che qualcuno della mia età possa aver scritto quel compito. Lei, così, mi eleva di ben 10 Fahrenheit sopra la media. La ringrazio, ma forse sta esagerando un pochino. Non sono poi questa grande penna". Jack Pavimento scoppiò a ridere andando indietro con la sedia. "Pavimento! Fuori, immediatamente!". Senza smettere di ridere si alzò e prima di uscire,  si aggrappò alla porta e mandò un bacio a Bella Penna mentre la professoressa, girata di spalle, si sistemava i capelli che, per l'affanno, le erano scivolati sul volto. 
A quattordici anni vinse quattro premi di concorsi di scrittura per adulti. I suoi genitori, Gianni e Vittoria Penna, come di sopra, incrociarono più volte le braccia annuendo stupiti. Bella non leggeva molto, ma si sparse la voce che fosse una scrittrice, un'intenditrice di parole, insomma, e allora non c'era compleanno in cui non le regalassero interi carrelli di libri nuovi e usati, bestseller e, per lo più, classici. Ma un giorno era appoggiata alla lavatrice e leggeva Voltaire ed era un giorno in cui aveva pensato troppo e guardò prima la lavatrice, poi Voltaire. Le parole... i pensieri. Poteva riempirsi di sole parole una vita? Si ricordò di Flaubert o di Proust. Intere giornate in una stanza a scrivere mentre i fiumi continuavano a scorrere sulla fiducia senza che la vista potesse affermarlo con certezza. Uno sguardo, invece, sempre chino sulla carta, sul riflesso della propria testa. Poteva una vita auto-costruirsi, auto-fabbricarsi? Non era speculazione, quella? Intanto, i vestiti venivano centrifugati e scorreva acqua nei tubi. Chum chum chum. Immaginò la sua lapide. Giace qui: Bella Penna, bel sorriso, bella scema. E se il talento, più che essere un dono, fosse una condanna? Gli incompetenti, pensò, sono liberi di provare ciò che vogliono e a furia di tentare, poi, finisce che provano tutto e muoiono felici, molto più felici di me che per anni non ho fatto altro che scrivere convinta di saperlo fare bene. 
"Vabbè- disse Jack Pavimento che in quei giorni ce l'aveva sempre intorno- mica tu scrivi perchè credi di saperlo fare bene. Altrimenti laveresti sempre e solo piatti. Anche quelli li fai bene"
"Che c'entra- rispose Bella Penna appoggiando Voltaire sulla lavatrice- se è per questo non scrivo nemmeno per la gente o perchè la gente pensa che lo faccia bene"
"E perchè scrivi allora? Se ti fossi chiamata, che so, Gertrude Penna, avresti scritto?"
"Si. No. Boh. Forse. Dipende. Io scrivo per necessità. E non so cosa sia il dannato blocco dello scrittore perchè per me non è un lavoro, nè devo cercare gli argomenti. Io potrei parlarti per milleduecento pagine dell'amore che potrebbe nascere tra questa lavatrice e il libro di Voltaire e di tutti i problemi sessuali che si potrebbero creare data l'impossibile interfecondità tra questi oggetti. Beh, e se io ti dicessi che, alla fine, quest'ostacolo verrebbe superato? Se io ti scrivessi che il modo lo si troverebbe comunque?" 
"E quindi, ti basterebbe addomesticare l'indole narrante" la buttò Jack Pavimento con disinvoltura.
"Ma prima...-Bella Penna sorrise- prima, quest'indole di cantastorie, dovrei accettarla e io non sono questa. Non sono il mio talento, Jack. Non sono il mio nome".
"Possiamo essere come Desmond e Molly Jones, se vuoi. E girare il mondo senza scrivere mai. Solo vita e attimi veri" 
"Io non mi chiamo Molly..." disse Bella Penna alzando le spalle.
"Be', possiamo fare finta"
"Ma, poi, si finirebbe per vivere comunque di fantasia"
"Si, ma pensaci: si vivrebbe tante volte e tante persone in una sola. E in quella moltitudine saresti proprio tu, saresti sempre Bella Penna.
C'è più identità nella totalità che nella singolarità".
"Okay, va bene, allora" decise Bella Penna portandosi i capelli dietro le orecchie.
"Okay, Molly".

Quattro anni da Molly dopo e lei, in fondo, si era trovata bene. Era bastato che qualcuno l'avesse chiamata con un nome diverso, l'avesse liberata dal suo destino mostrandole sia le altre strade che quella stessa. E Bella Penna o Molly, qual dir si voglia, aveva camminato molto, aveva bevuto molti caffè piangendo, ridendo e poi si era detta, che, forse, c'era una certa coerenza nel talento di ciascuno. Per anni aveva considerato la scrittura come una malattia esistenziale, sfuggendo nel pragmatismo della matematica e delle scienze. Ma poi, proprio studiando il corpo e la logica, aveva capito che nell'uomo c'è più spazio di quanto si possa credere e che le limitazioni valgono, non tanto per gli incompetenti, quanto per gli uomini privi di fantasia. Ci voleva immaginazione, infatti, secondo lei, per accettare il pensiero che si poteva essere tante cose in una vita. Un essere tante cose che non aveva a che vedere con la divisione oraria del giorno, nè con la divisione delle personalità. Si poteva ingrandirne una sola arricchendola senza settorializzare le conoscenze. Bella Penna capì, con l'aiuto di Jack Pavimento, che avrebbe scritto ancora, ma avrebbe fatto anche le altre cose che amava. Smise di essere Molly. Tuttavia, non ritornò a chiamarsi Bella Penna. Scelse il suo nome intero, Isabella o Arabella Penna. Quale dei due non ricordo poichè quella non è la parte della storia che mi rimase impressa. In quella parte di storia (non che questa sia una storia...) la signorina Penna camminava già per la sua strada, troppo lontana perchè arrivassi a vederla. 

martedì 15 gennaio 2013

Because




di Cristina Taliento


















Perchè non c'è due senza tre. Perchè si. Perchè no. Perchè io sono così. Perchè ognuno muore solo. Perchè mi andava. Perchè non lo so. Perchè tanto non capiresti. Perchè me l'ha detto la mamma. Perchè dovevo studiare. Perchè il cielo è blu e mi fa piangere. Perchè non ti sopporto. Perchè tanto che me ne importa. Perchè ho altro da fare. Perchè il 5 non passa dopo le ventitrè. Perchè fa freddo. Perchè quando la mia fiducia è persa, è persa per sempre. Perchè per sempre non esiste. Perchè il sole sorge a est. Perchè, infatti, ti stai sbagliando. Perchè io. Perchè so quello che sto inseguendo. Perchè non so chi sei. Perchè si è finito il lievito. Perchè me ne sarei andata comunque anch'io, prima o poi. Perchè. Perchè eh già. Perchè vabbè. Perchè è caduta la linea. Perchè i gatti fanno miao e i cani fanno bau. Perchè si sta come d'autunno sugli alberi le foglie. Perchè io sono di me la quintessenza. Perchè io non sono quella che tu credi che io sia. Perchè lasciami in pace. Perchè devo giocare a campana. Perchè si nasce e si vive una volta sola. Perchè sapevamo di essere belli. Perchè basta. Perchè mi sono stancata. Perchè è pronta la torta. Perchè ciao. 


venerdì 11 gennaio 2013

La Repubblica del Bagno

di Cristina Taliento


(Four sporting boys: basketball, Norman Rockwell)


Lo sapevano tutti che le migliori teste dell'Unione degli Studenti, della Consulta provinciale e del Consiglio d'Istituto si erano temprate nel Bagno. Si notava subito, infatti, se un candidato veniva dalla saggistica filosofica e letteraria dei maestri, dalla politica dei telegiornali, dagli insegnamenti politici di un genitore colto, per fare un esempio, o se, invece, veniva mandato, per sentenza comune e spontanea, più semplicemente, dal Bagno. Da generazioni, ad ogni modo, vincevano sempre i candidati del Bagno perchè erano, da generazioni, quelli che avevano avuto il coraggio di bussare alla porta del Bagno anche senza essere studenti del quinto anno, quelli che avevano schiarito la voce per esporre le proprie idee tra i sifoni e le tubature di un vecchio bagno, appunto, collegato agli ex spogliatoi femminili della palestra del liceo classico Virgilio, sede centrale, sotterraneo. 
Si riunivano lì, ma passavano come incontri casuali: "C'è la fila. Ehi, allora, questi partiti? Eh?". Ma poi la fila si annullava e rimanevano a parlare dei partiti per tutta l'ora di educazione fisica.
I primini non ci andavano mai. Preferivano andare a tirare gli scarichi dei bagni del secondo piano e non perchè funzionassero meglio, ma lo facevano soltanto per evitare, più che la rissa, il dibattito. Altri fingevano disinteresse per il Bagno, dicevano "che cazzata farne parte"; erano quelli che non avevano idee e andavano a farla dietro gli alberi o se la trattenevano fino alle due o, peggio ancora, se la facevano addosso. Altri ancora criticavano il Bagno, accusandolo di essere al pari di un' associazione mafiosa, un covo di incannati e sproloquianti cretini, ma, poi, questi che lo dicevano erano i primi a chiedere ai bidelli di farsi dare le chiavi del bagno docenti inventando fantomatiche necessità d'igiene e altre scuse prive d'inventiva. Però, a prescindere da che bagno usassero, tutti, di fronte alla scelta di votare qualcuno, sceglievano, alla fine, il candidato presentato dal Bagno, perchè, di certo, aveva tagliato nebbie di fumo affrontando voci di destra e di sinistra, questioni morali, decenni di politica nazionale e internazionale, ingombranti contraddizioni interiori e scritte sulle porte; aveva sacrificato intere ricreazioni, interrotto lezioni di greco per argomentare le sue idee e tirare colpi di fioretto agli avversari più anziani, prossimi al diploma; aveva affrontato tutte queste cose e dopo, solo dopo, l'aveva fatta. E il suono dello sciacquone, a battaglia vinta, sembrava quasi un applauso, a pensarci. 
Si, il Bagno era come un'agorà fatta di jeans scuciti e sigarette arrotolate sul momento, aspettando l'elaborazione totale di un pensiero mai pensato, un concetto originale di una mente non lavoratrice, non ancora sposata, senza figli e, soprattutto, giovane, nuova,  immersa, in tutto o in parte, nell'apprendimento della letteratura grandiosa del mondo. Il Bagno era la dimostrazione concreta che la creatività giovanile superava le condizionate trovate di una testa adulta, la prova evidente che i migliori pensatori e scrittori erano ragazzi, i migliori osservatori, ragazzi. E tra ragazzi si sapeva che vinceva chi faceva restare tutti in silenzio e gli altri, al suo livello, con le stesse All Stars ai piedi, sapevano riconoscerlo. Per questo, in giro, la chiamavano la Repubblica del Bagno.