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05/09/19

Il fegato


di Cristina Taliento


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(No.3/No.13, Mark Rothko, 1949, MoMA, New York)


La comunità di quel piccolo paese asseriva di sapere esattamente cosa passasse per la testa del vecchio John: che era un vecchio pazzo accasciato dalle delusioni e dagli anni, incline ai vizi tra i più temuti dalla società, dedito ad alcol, spaccio, erba buona, meno buona, scrittore da strapazzo, eccetera eccetera. Non era vero. 

Andai a fargli visita una sera di settembre. Le campane della chiesa accanto alla casa dove vivevo avevano suonato all’impazzata per tutto il pomeriggio, con cadenze prima allegre, poi da funerale, allegre, da funerale. Mi ero affacciata più volte alla finestra. Prendendomi appena un terzo dell’audacia socialmente consentita a una donna della mia età, avevo chiesto con solerzia cosa diavolo stesse accadendo. Mi era stato risposto da un passante: “Il giubileo!”. Contrariata, divertita e sconfitta, avevo allineato i fogli dei miei appunti, avevo sbarrato con una penna le pagine; contenta era invece la mia mancata ispirazione. Non se ne sarebbe fatto più niente.
Così, come dicevo, andai a fargli visita. La prima cosa che mi disse quando mi vide fu: “ho una ferita sotto al piede, quattro centimetri almeno!”. “Non sono mica il tuo medico”. “Sia ringraziato il cielo”. Non aveva proprio nulla.
La seconda cosa che mi disse fu: “Stai scrivendo, vero?”. Risposi: “Un po’ si, un po’ no, ho avuto da fare”. 
Mi guardò con sguardo severo come spesso si addiceva a un maestro.  Mi chiese: “Che cosa è per te la letteratura”.
Risi, gli dissi che la cosa non rientrava tra i miei pensieri elaborati nell’ultimo periodo e a dirla tutta nell’ultima vita, che non mi occupavo di evanescente pulviscolo filosofico preferendo di gran lunga a questo un -si sperava- duraturo soggiorno nelle liete lande dell’argentea Scienza!

 Alzò gli occhi al cielo. “Trovo limitante che tu debba a tutti costi sentire così forte questo sentimento del bivio. Come se una mente dovesse per forza amputarsi delle parti, come se due piante non potessero crescere nello stesso vaso”.
“Ma tant’è” risposi alzando le spalle.
Nella stanza c’erano libri dappertutto, accatastati per terra, sulle mensole, dentro il camino spento. Su un tavolino di legno il vecchio aveva usato un bollitore come vaso per dei girasoli.
“Che cosa è per te la letteratura” ripetè quindi mentre versava dei croccantini nella ciotola per il suo gatto Bob.
“Non lo so, il desiderio primordiale dell’uomo di comunicare all’altro i propri bisogni, necessità, paure?”
“Questa è veramente una risposta da scuola elementare” asserì accarezzando il gatto.  “Comunicare, vedi… lo facciamo continuamente. Il mondo è pieno di parole, fluttuano nelle strade, dritte come fili piombati, a zig zag, in salita, in discesa, parole ovunque, parole in equilibrio sulle spalline di giacche sartoriali, parole appese ai pali della luce, sospese e diradate nel grigio cielo prima del temporale. La letteratura, mia cara, non sono le parole. Quello si chiama cicaleggiare
Continuava a mancare di rispetto alla vita vera, alla lingua parlata. Incrociai le braccia.
“La letteratura è il resoconto sul nulla, fatterelli, fattacci, nobili fatti che ci narriamo da secoli per aiutarci a vicenda, per imparare a superare questa cosa, qualunque cosa sia”.

Dissi risentita: “Non esistono risposte assolute a domande aperte”.
Così gli raccontai di quella volta in cui il mio professore di Medicina Interna mi chiese al letto del paziente, davanti a tutti gli altri studenti, la definizione di "fegato".
Io avevo risposto sicura di me: “un organo parenchimatoso deputato a svolgere funzioni esocrine ed endocrine…”.
 Lui mi aveva guardato con occhi di ghiaccio e molto lentamente mi aveva detto: “Niente affatto”. Ci avrei scommesso.
Aveva poi aggiunto: “Il fegato è una ghiandola che produce albumina”. La cosa mi aveva sbalordita. Devo ancora farmela scendere. Non esistono definizioni assolute per sistemi complessi. 

Lo sapevano tutti che né per la letteratura né per il fegato sarebbe andata bene una sola semplice definizione. 







09/06/17

La minestra sull'oceano

divagazioni di Cristina Taliento


L'immagine può contenere: cielo e spazio all'aperto
(Robert H.Lafond, artista)


Conosco- in prima persona, sebbene non sia nient'altro che finzione letteraria- una barca molto grande, grande quanto la parola 'transatlantico' scritta con un corsivo espansivo pendente a destra. La sua occupazione è specialmente commerciale, ovvero quella di trasportare container pieni zeppi di pop corn dal Giappone, dove vengono prodotti, verso i porti del mondo. È fatta di ferraglia rossa a tratti arrugginita e per salire a bordo bisogna essere ammiragli, marinai, scaricatori o medici che sappiano usare il defibrillatore manuale. Ci sono anche cuochi, addetti alle pulizie e tecnici del suono. A pranzo tutti quanti mangiano piatti a base d'arancia per scongiurare il pericolo d'ammalarsi di scorbuto: anatra all'arancia la sera, risotto all'arancia a mezzogiorno e così via. Il medico di bordo ha più volte ribadito che non è affatto necessario. L'ammiraglio tutte le sante volte ha risposto : "Si, ma è sufficiente". E ha strizzato gli occhi per il sapore frizzante del mandarino che stava mangiando.

Così, mentre quest'enorme barca attraversa gli oceani, il personale inganna il tempo pensando che, almeno, tra breve, sarà ora di mangiare, anche solo agrumi grumosi, grotteschi. Non è una vita entusiasmante, ma invero abbastanza tranquilla.

Ma il medico di bordo, un giorno, decide che si è rotto completamente le scatole di tale ridicola situazione. Inizia a credere che ci sia un complotto del perché si insista a somministrare arance ai pasti. In ogni caso, decide di non voler perdere tempo a indagare, essendo troppo impegnato a prescrivere statine, distribuirle, rimproverare per il fatto che si siano dimenticati di prenderle. Sceglie quelle cinque persone che più le stanno simpatiche e dice: "Ore diciannove e venticinque, vecchie cucine sul pontile Sud, cucino io". Una di queste persone è il marinaio più vecchio, poi c'è il metereologo, l'infermiere, l'ispettore dell'igiene, il pulitore e un sesto, l'elettricista.
Che bella compagnia.

Il menu è semplice: minestra fumante. Gli altri non hanno nulla da obiettare perché c'è anche della birra e nemmeno l'ombra di arance. Un' enorme vetrata sull'oceano riempie gli occhi di blu e luce a mezzogiorno, di tramonto viola a cena. Seduti intorno a un tavolo, dietro il fumo dei loro rispettivi piatti, quei sette lavoratori si sentono finalmente a casa. In effetti, così calmi non lo erano stati mai. Pasto dopo pasto diventano amici, giocano a carte prima di ritornare alle loro mansioni, oppure discutono di guerre o restano in silenzio, mentre fumano, pensando a niente.
Non è un club esclusivo e nemmeno segreto, siccome l'ammiraglio è democratico nel credere che "ognuno è libero di fare quel cazzo che gli pare, per carità di Dio, saranno le vostre gengive a sanguinare, stolti, non le mie".
Dunque, se qualcuno, ogni tanto, vuole sedersi al tavolo non deve che avvisare, così da decidere i grammi degli ingredienti, sebbene questi vengano valutati, come di consueto, a occhio.
Il medico di bordo si mette il grembiule e nel giro di mezz'ora serve i piatti, toglie il grembiule e dice: "buon appetito ragazzi". Perché quest'abitudine non l'ha persa.
Di solito, il pulitore sparecchia e il metereologo suona la chitarra sussurrando canzoni nel suo dialetto. Il vecchio marinaio beve l'ultimo sorso di vino, prima di alzarsi e ringraziare i presenti per la minestra e tutto il resto, già.
 "Non c'è di che" dice il medico di bordo da sopra gli occhiali tartarugati.

E la barca si muove, liscia, tra rumori di forchette, bicchieri che vengono lavati, gridi di rondini e marinai. La barca si muove come un gatto persiano su un tappeto azzurro, fino a che non giunge nel porto, magari a New York, e allora lì tutti quanti non vedono l'ora di assaggiare una torta al cioccolato e fragole, tra le luci scintillanti della città irrequieta,  nell'attesa che si ritorni a bordo, lontano dal molo, verso posti che non saranno mai tanto casa quanto una cucina sull'oceano in cui una minestra fuma nel buio. 

26/03/17

Amnesia

divagazioni di Cristina Taliento

Amnesia è un paese, piccolo, molto piccolo, non so bene dove si trovi, magari vicino la costa oppure sui monti, chissà. Non mi ricordo se si scriva "Amnesia" o "Amnesya" con la "y". Però è un gran paese, sempre più grande ogni giorno che passa.
Le persone che ci abitano hanno sempre un gran da fare. Devono badare agli altri, alla casa, agli animali del cortile, ai fiori, devono pulire la cucina, studiare, mettere in ordine la scrivania, chiedere scusa, scrivere.  Però, la maggior parte del tempo, non fanno niente.
Le loro emozioni sono maledettamente importanti, per loro sono quasi tutto. "Quasi" perchè c'è anche quel piccolo dettaglio, quel piccolo fatto che occorre considerare, ovvero che talvolta contano meno di zero, non ci sono, non si trovano, sparite. 

Amnesia è tutto e niente, ha la durata di una foto, vive nel presente e poi muta in continuazione. I palazzi, le strade, il corso del fiume, ogni cosa a volte scompare, poi riappare, ma diversa, con un colore più chiaro o più scuro. Una volta, ad esempio, le nuvole sono diventate verdi! E tutti quanti ci hanno fatto un sacco caso, ma poi sono ritornate com'erano prima e nessuno ha riferito quel fatto, nessuno se n'è ricordato più. 
Tutti e nessuno. Ad Amnesya si ragiona in questi termini e a chi importa chi diavolo tu sia veramente, che cosa ti piaccia; l'identità è un concetto duraturo e, in questo grande piccolo paese, il tempo è deformabile, molle e dolce come il miele. 

Una volta è stato eletto il sindaco. Per un'ora c'è stato un bel baccano d'ideali e sogni, dopo l'elezione si è sentito un tuono e tutti a correre a destra e a sinistra, lungo la piazza, per mettersi a riparo dalla pioggia. Così quell'intera situazione è mutata completamente in una sorta di gara dentro i sacchi dove chi arrivava per primo vinceva un pacco di caramelle impermeabili. E degli ideali e dei sogni non è rimasto che il megafono attraverso il quale erano stati in precedenza urlati. Ora, immaginatevi un megafono abbandonato sull'asfalto, ancora caldo d'invettiva... buffo davvero. Il sindaco neoeletto si è chiesto come mai quel giorno avesse messo la cravatta. Ma non doveva andare a correre? Che accidente ci faceva lì, su quel palco, sotto la pioggia?
Ah... Amnesia è fatta così... non bisogna prenderla troppo sul serio, un giorno fa buio alle cinque del pomeriggio, mentre il giorno dopo alle dieci di sera. Non si vive male, per carità, però a volte ti viene una strana nostalgia di un posto che cercavi e che non trovi più e chissà se sia davvero esistito, oppure una nostalgia di certe persone e sentimenti di cui, tuttavia, non è rimasta nemmeno la memoria, nemmeno il più piccolo ricordo.

18/11/16

Il viandante nel mare di nebbia - Racconti scritti in novembre


 di Cristina Taliento

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(Viandante sul mare di nebbia, Caspar David Friedrich, olio su tela,1818, Hamburger Kunsthalle, Amburgo)


Una volta- in un inverno enigmatico, nebbioso, purulento- c'ero io, uno che si faceva chiamare Lenny Cohen e il viandante nel mare di nebbia. Eravamo un trio pazzesco. Lenny Cohen probabilmente era per davvero Leonard Cohen o qualcuno di quel calibro lì e il Viandante non ci dava che le spalle, confidenza zero. Io e Lenny gli dicevamo: "Senti, parla ogni tanto". Ma quello non poteva, non voleva. Era, tutto sommato, il personaggio di un quadro dipinto nell' 800 da un tipo tedesco, Caspar David Friedrich. Un tipo veramente tedesco. 
Dovevamo portare a termine un compito assegnatoci dall'Accademia della Crusca, ovvero diffondere l'uso del qual è con l'apostrofo. A quel tempo non c'era Internet, non c'era niente e gli inverni erano lunghi e freddi. Studiavo in una facoltà detta La Facoltà Estrema. Non sapevo spesso che fare, che dire. Finivo il più delle volte a leggere il giornale in un club per anziani ipovedenti (in prevalenza affetti da maculopatia senile) dove c'erano tre camini accesi, musica folk e caffè a volontà. L'età media era ottanta anni. Fu lì che conobbi Lenny. Era chiaramente pallido.
Dissi, per prima cosa: "Come vanno le analisi?"
Lui non si aspettava per niente questa domanda. Pensava che io non l'avessi assillato con quelle storie.
"Oh ragazza, mi sono rotto completamente le balle di tutta questa situazione, sai?" disse accendendosi un sigaro.
"Non dovresti fumare" gli dissi seria. 
Aveva un plaid a scacchi rossi e neri che mi ricordava il Natale. 
"Che c'è di nuovo sul giornale?" mi chiese cambiando discorso.
"L'Accademia della Crusca sta cercando personale per diffondere l'uso del qual è con l'apostrofo".
"Sia ringraziato il Cielo"
"Pensavo di propormi. Vuoi venire anche tu?"
"D'accordo" disse togliendo via il plaid dalle ginocchia ossute.

Così andammo a fare la fila dinanzi all'ufficio Mestieri e Quant'altro dell' Accademia. Lenny fumava il sigaro, io mangiavo caramelle gommose alla fragola mentre pensavo alle più belle frasi da dire per convincere la commissione a ottenere il ruolo. Ad ogni modo, andò tutto alla svelta.
Mi chiesero: "Credi che l'uso del qual è con l'apostrofo possa disturbare la classe media piccolo borghese italiana in un contesto socio-culturale in continuo cambiamento?".
Non capii la domanda, tuttavia risposi: "Onestamente, io non penso". Quel deciso uso del pronome personale "io" mi diede un tono e una credibilità che colpì in senso positivo l'esaminatore. O, almeno, m'illusi che fosse così.

Invece, al mio vecchio amico venne chiesto: "Come argomenterebbe in difesa del qual è con l'apostrofo davanti a una platea di grammatici conservatori poco inclini alle modifiche linguistiche?".
Lenny, a colpi di bronchite cronica, rispose: "Beh, che dire... direi, signori miei, scrivete qual è come cazzo vi pare e andatevene tutti affanculo". 
Mi venne un colpo. 
Comunque, lui arrivò primo in graduatoria. Io venni presa con i ripescaggi di gente che aveva trovato un lavoro migliore rifiutando il posto. 

Così mi andai a sedere sui gradini di un solenne edificio grigio avvolto nella nebbia, rattristata dal fatto che Lenny con la sua risposta si fosse piazzato in graduatoria al primo posto e io, invece, per come stavano le cose, dovevo ringraziare i rinunciatari. 
"Dai non fare la parte della prima della classe che prende otto invece che dieci" disse Lenny che con molta fatica era riuscito a raggiungermi e a sedersi vicino a me.
"Non è questo il punto" mi lamentavo io in uno stato di assoluto melodramma nascondendomi dietro il bavero della giacca.
"Finiscila, smettila. Si sa che queste cose vanno anche a fortuna".
"Tu hai detto anche una parolaccia, non è giusto" continuavo.
"Sei stata presa, basta. Non capisco davvero quale sia il problema" .
E fu lì che,  tra tutta quella nebbia, arrivò il Viandante.
Ci dava le spalle, non parlava. Ci sembrò fin da subito un caso disperato e, tacitamente, accettammo quella presenza sentendola abbastanza vicina ai nostri stati d'animo, sebbene fossimo contrari al Romanticismo europeo e a tutte quelle diavolerie filosofiche sulla sensucht , l'Amore, la Passione et compagnia bella. 
"Sei stato assunto anche tu?"
"..." sospirò.
"Non ho capito, scusa. Puoi ripetere?" chiesi. Magari ero io sorda.
Nessuna risposta.
"Vieni anche tu a diffondere l'uso del qual è con l'apostrofo?". Niente. 
Lenny si mise in piedi. Disse sbuffando: "Roba da matti".
Io non conoscevo il tedesco. Avrei voluto dire "benvenuto" o qualcosa del genere. Così dissi: "Hello". Che, a parte tutto, mi sembrava la cosa più universale che potessi dire.
Lenny alzò gli occhi al cielo e mi fece segno di andare. Mi alzai e andammo. Il Viandante ci seguì.

Avevo una curiosità e quindi domandai: "Viandante, come fai d'estate quando non c'è la nebbia?".
C'era una nebbia pazzesca. La realtà combaciava con la mia percezione miope di essa. I lampioni riscaldavano d'arancio pochi metri d'aria intorno. Tutto il resto era grigio. 
Non rispose. 
Di noi tre non si riusciva a vedere che la punta del sigaro di Lenny che bruciava nella nebbia di quell'inverno enigmatico.

13/09/16

Egli scomparve con la sua andatura verso l'oblio

di Cristina Taliento


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Tutte le volte che la Parola finiva, tutte le volte che essa bruciava piano come una scatola di latte sull'asfalto, andavo inutilmente da Genda, un vecchio affetto da una certa specie di mutismo sentimentale, a tratti psicologico, a suo parere neoplastico. 
"Eh?"
"Sono muto perchè ho un tumore delle corde vocali" mi spiegava ogni volta con una mano sul collo. Ridevo. Ma non c'era niente da ridere. E finiva sempre così: ad ascoltare l'eco di quella risata per tutta la stanza finchè poi io non mi inventavo qualcosa di sciocco per farlo brontolare di nuovo. 
"Un fulmine ha ucciso trecento renne in Islanda due settimane fa"
"Umh" faceva frugando in tasca tra i suoi spiccioli. Era sempre impegnato in qualcosa.
"Trecento" ripetevo guardandolo dritto negli occhi, studiando ogni sua reazione, battendo col piede il ritmo ticchettante dell'enormemente giallo plastico orologio da cucina che era appeso al muro.

Non avevamo niente da dirci. Entrambi faticavamo a pensare una renna vera che non fosse una di quelle renne col naso rosso e i calzini a strisce.

In realtà, lui era il mio Personaggio e lo stavo perdendo. Genda era stato per anni un ribelle, uno smascheratore di bugie, illusioni novecentesche, un povero cristo, non lo nego, ma pur sempre il miglior prodotto della mia mente. Egli era quanto di più lontanamente autobiografico potessi creare e per questo mi piaceva; poichè era un ex giocatore  di calcio, ingrassato, ultrasessantenne che leggeva manuali di nuova filosofia sul divano. Mentre io... io studiavo e basta. Inoltre, in quanto ragazza e figlia del mio tempo, ero cresciuta tra tutte quelle convenzioni sociali che mi portavano ad escludere calcio, grasso e filosofia, nonchè il divano, soppiantato dalla modaiola arte del running in solitaria, a cui mi dedicavo ormai da tempo con una certa solerzia.
"Forza, fa' qualcosa. Balla, se credi. Pensati come un dannato musicista, autore di canzoni, un saltimbanco da sfracello. Meravigliami" lo mettevo alla prova.
"Ma che diavolo ne so, ragazzina. Mica puoi incolpare me delle tue mancanze immaginarie, dei tuoi vuoti d'inventiva" diceva accendendosi una sigaretta.
"Bravo, fuma! Fuma! Non sai fare altro. Non un gesto meno banale di questo! Trovami un Personaggio nella storia della letteratura di serie B che non fumi. Trovamene uno!"
"Disse mentre si accendeva una sigaretta" esclamò con tono solenne, imitando la mia narrazione, o meglio, prendendosi gioco del mio essere Narratore.
"Lascia stare- dicevo per farlo spaventare- è ovvio che tu, Genda, non aspetti che un gran finale".
"Un gran finale?"
"Ma si, un'uscita di scena prima che la tua svogliatezza faccia sbiadire le vecchie glorie. Un'uscita indolore, per carità, ma mai e poi mai una vigliaccata come farti partire per sempre per un lungo viaggio".
Quando udiva questa solfa, Genda si animava di un'energica ironia a cui non ero abituata. Con un largo gesto e tono teatrale, recitava cercando di riprodurre il mio accento: "E se ne andò nel buio della notte, con la sua andatura falciante emiparetica, scomparendo tra i fumi della stazione verso il più perenne oblio".
"Sii serio per una volta, vecchio! Un finale così non lo scriverei mai!"
"Cosa posso dirti?" chiedeva allora con la bocca aperta sospirante.
"Niente! Non dirmi niente!"
"Posso dirti forse che ti sei stancata di me? Posso dirti che un freddo bisturi ha tagliato i fili che collegavano la tua fantasia con le mie braccia?"
"Cosa c'entra il bisturi!" esclamavo tutte le sante volte finalmente arrabbiata, per il suo divertimento.
Ma lui se la rideva in un angolo, mentre io continuavo a mormorare "cosa c'entra il bisturi", "cosa accidente c'entra il bisturi". 

Non avevamo più niente da dirci. Tra noi c'era solo l'affetto che lo collegava alle sere della mia adolescenza quando calarmi nei panni di un vecchio matto era quanto di più rivoluzionario potessi fare. Chi lo sa perchè ora la sua voce si fosse spenta. Chissà come mai quel tumore alle corde vocali che non lo faceva più parlare.

"Forse sei solo cresciuta un po'" mi disse una volta, durante uno di quei litigi in cui non riuscivamo a comunicare. Lo disse con lealtà, senza quel disprezzo verso la vita adulta che io stessa per anni gli avevo inculcato.
"Forse sei solo un po' cambiata" disse, guardandomi con austeri occhi di falco.
"Talvolta accade" risposi da vera stronza adulta occidentale stacanovista priva di immaginazione.
"Già" disse il mio bel Personaggio a cui avevo insegnato a incassare una delusione con onore.
"Mi mancherai Genda" dissi poi.
"Metti un po' di me nel prossimo personaggio del cacchio che ti capiterà di torturare".

E se ne andò nel buio della notte, con la sua andatura falciante emiparetica, scomparendo tra i fumi della stazione verso il più perenne oblio. 


27/08/16

Acqua per vino

di Cristina Taliento


Lui disse, innaffia la vigna quando sarò partito

E lei disse, cosa avrò in cambio.

Lui disse, vino.

E lei disse, acqua per vino, va bene.

Lui disse, se ritrovo la vigna come l'ho lasciata, avrai dieci taniche da cinque litri ciascuna che in totale fanno cinquanta litri.

Lei disse, cinque per dieci cinquanta.

Lui disse, ce l'hai un numero di telefono?

Lei disse no, sono abbastanza contraria alla mia intercettazione. Ho un cuore di bosco io. Se posso, mi nascondo.

Lui disse, oh santa ragazza.

Ma lei disse, però se vuoi ti aspetto.

E lui disse, ho un cuore di bosco anch'io.


07/05/16

La geometria del tavolo

di Cristina Taliento


Era un tavolo ottagonale. Io ero una bambina di sette anni che mangiava lentamente  patatine Più Gusto. Al tavolo accanto al mio erano seduti due sconosciuti a cui diedi fin da subito dei nomi di fantasia.

Quando Luca disse a Sally "sei una maschera" cerchiando il "sei" con un compasso, tagliando ogni riferimento all' avere una maschera, sottolineando l'essere, Sally contrasse un muscolo, un muscolo che anni dopo imparai a chiamare "orbicolare della bocca".
Sally era geometrica nella sua figura e in quello che faceva. Luca mi sembrava invece un quadro di Pollock: secchiate di vernice su una tela.

Sally posò il bicchiere al centro del tavolo, il centro esatto del tavolo. Il riflesso del neon attraversò veloce l'ultimo sorso rimasto di Sciroppo alla fragola o di quello che, in realtà, era.

Essere una maschera doveva essere terribile, pensai masticando. Terribile.
Anche Sally forse lo pensava perché i suoi occhi si erano abbassati come due semilune gemelle che tramontano nel fiume.
Luca attendeva, come quei papà che vedevo seduti composti nella sala d'attesa del pediatra.
Io volevo che Sally dicesse qualcosa perché secondo me aveva qualcosa da dire.
"Sei una maschera" affondò la lama Luca, fredda fredda lama cattiva.

I miei non si erano accorti di niente. Il rumore nel sottobosco del locale li aveva fatti sintonizzare su frequenze diverse dalle mie.
E poi vidi una goccia cadere dagli occhi di Sally, una sola goccia di pioggia che scendeva sulla sua guancia perpendicolarmente all' osso zigomatico.
Dagli uno schiaffo Sally, pensai affondando nel sacchetto di patatine la manina di paprika.
Luca fissava il bicchiere al centro del centro del tavolo. Forse si chiedeva come aveva fatto Sally ad essere così precisa nell'individuare ad occhio il punto di intersezione delle bisettrici del tavolo.
"Tu non mi conosci" sorrise Sally asciugandosi la goccia di pioggia che era caduta dal soffitto. Forse c'erano delle infiltrazioni d'acqua.
Luca si mosse un po' sulla sedia. Non doveva sentirsi tanto al sicuro in un posto dove pioveva acqua sulla sua Ragazza Maschera, mentre io lo guardavo con occhi giganti dalla prospettiva che evidenziava di più la gobba del suo naso.
"Pago io" disse Sally alzandosi. Non finì nemmeno il suo Sciroppo alla Fragola. Se ne andò e svanì per sempre insieme alla sua geometria, insieme ai suoi "fa niente, lascia stare".
Luca rimase seduto un altro po', ma poi un Genitore mi prese per mano e mi disse che fissare le persone era un segno di maleducazione. Così salii in macchina e avevo le Più Gusto alla paprika ancora con me. Se avessi avuto anche un succo di frutta alla pera, sarebbe stato il massimo. Sally e Luca li avrei ricordati per anni, però in quel momento volevo solo tornare a casa. 

25/04/16

Dal mio posto nell'ultima fila


Una specie di racconto di Cristina Taliento


(by Helene Delmaire)


Una volta io e il matto Genda (pittore e scrittore) andammo a un concerto del signor Effe. Genda passava quel periodo in cui non parlava molto. Mio nonno, suo amico da una vita, mi aveva chiesto di andarlo a trovare, per portargli le stecche di cioccolata, le sigarette, i calzini nuovi e la Gazzetta dello Sport. Così ogni volta mi sedevo accanto al suo camino spento a fissare la calce bianca, la bianca calce bianca senza wifi, senza niente, senza nemmeno una cicca da masticare. 
"Ehi" diceva ogni tanto.
"Ehi" rispondevo io dall'oltretomba.
"E insomma" faceva girando la pagina del giornale. Quel fruscio risuonava fino al soffitto, alto soffitto.
"E insomma" sbuffavo con statica aria 
antipatica poco poetica molto patetica.
"Il gatto ti ha mangiato la lingua?". 
"Si, è così" e se non fosse stato anziano, avrei detto è dannatamente così.
Però poi lo dicevo: "è davvero dannatamente così" dicevo. E il gatto, il più delle volte, era proprio a un metro da me, vicino la porta che mi guardava immobile. Gli facevo un cenno col capo.

Quelle strane conversazioni duravano poco, in fondo, poiché erano intervallate da lunghi silenzi in cui entrambi pensavamo a delle soluzioni per problemi semi-esistenziali sulla realtà delle cose. Problemi comunque abbastanza diversi dato che io, a quanto sembrava, avevo tutta la vita davanti e lui, al contrario, stava morendo. Inoltre, non potevamo parlare perché ascoltavamo con una certa attenzione gli stupefacenti discorsi della signora russa del piano di sopra. Era come una specie di telenovela che seguivamo con finto disinteresse sorridendo di tanto intanto ad ogni "oh Manuel occhi dolci te prego". 

Lo trascinai al concerto del signor Effe dopo aver cercato di spiegargli in modo semplice cosa volesse significare "paziente affetto da BPCO".  E siccome non ero stata brava con la lezioncina e nemmeno volevo tirare in ballo il sistema immunitario davanti a quegli occhi stanchi e incacchiati, decisi che ci avrei riprovato dopo il concerto. 

Il signor Effe era stato un cantautore di carattere riservato soprattutto fino al compimento dei Sessanta anni, superati i quali aveva deciso di vendersi l'anima al Diavolo con la contentezza di tutti i suoi più giovani fans che ora potevano seguirlo nei salotti tv, nelle radio, in streaming e in tutti quei posti divano-dotati dove egli amava sedersi a discutere con distacco del suo distaccato distacco verso questo mondo distante. È chiaro che io l'avevo frainteso, presa com'ero a fraintendere sempre tutto e tutti. D'altronde ciascuno aveva una propria interpretazione delle sue canzoni e io avevo la mia. In realtà il motivo era solo uno sciocco risentimento per quella volta che gli gridai: "Lei è semplicemente il mio idolo". E lui non si girò. Mi sentì e non si girò. Me la presi, com'era poi giusto che fosse, evitando di ascoltare altre sue canzoni, costatando con una certa delusione il successo che stava accumulando negli ultimi anni di suo, con permesso, sputtanamento. 
Erano gli anni in cui crescevo e il signor Effe si perdeva nella nebbia della sua peggiore parte di sé, quella autoreferenziale, principesca e acclamata dai più. Negli stessi anni Genda vedeva avanzare la sua broncopneumopatia cronica ostruttiva, anno con anno, sigaretta dopo sigaretta. Io prendevo l'autobus tutte le mattine, mi divincolavo tra la folla della mia generazione. Genda, le mattine, leggeva il suo giornale fino alle undici e trenta, poi usciva a dar da mangiare a tutti i cani randagi della zona. Nel frattempo, il signor Effe partecipava a qualche varietà radiofonico dei miei stivali dove discuteva amabilmente del suo nuovo disco e io che, a ricreazione, ascoltavo contrariata ogni sua parola con attenzione, storcevo la bocca delusa e arrabbiata e così faceva pure Genda che arrivava alle mie stesse conclusioni sentendo quelle idiozie dalla radio del bar in cui era entrato per prendere un bicchiere di gin.

Io, Genda e il signor Effe non avevamo niente in comune, a parte il caratteraccio. Però ci ritrovammo tutti e tre in quel vecchio teatro comunale dove si teneva il suo trecentomilionesimo concerto. 
Sul biglietto non c'era il numero del posto e io volli sedermi nell'ultima fila. Per ripicca.

Arrivò un ragazzo della mia età. Ci salutò. Mi disse che era un assaggiatore d'aceto. "D'aceto?" risi. Io dissi che scrivevo canzoni e poi mi spiegò che assaggiare l'aceto era una cosa importante per la qualità del prodotto, che c'era in ballo una roba tipo duecentomila assaggi all' anno e che la garanzia, il tutto era molto importante. Perbacco. E io che scrivevo canzoni... lascia stare.

"È il miglior aceto balsamico del mondo" disse. 
"Nessuno lo mette in dubbio, ragazzo" disse Genda da vero anziano.

La stanza si riempì, ma era come se fosse ancora vuota. I fari illuminarono il signor Effe che, con quella nuova astuzia, aveva messo in scaletta la mia canzone preferita. Ex canzone preferita. Genda lo sentivo muoversi sulla sedia in cerca di una posizione comoda. Comunque, presto, silenziai anche quel rumore. 
Le persone attorno a me si stavano dissolvendo. Effe cantava e tutto spariva. Io dall'ultima fila al buio, con una rosa in mano, stavo ferma al mio posto. Piangere non era possibile. Morire meno che mai e poi mai. 
Ero andata volontariamente nella tana del drago pagando per giunta il biglietto per sentirmi cantare canzoni che mi spiattellavano in faccia me stessa. 
"Mi conosci solo da cinque minuti" avrei voluto dire. "Che cosa ne sai".
Mi alzai. Era troppo. Genda anche non vedeva l'ora di andarsene. Lascia stare.
Tieni, eccoti il biglietto. Ti lascio tutto qui su questa poltroncina a forma di fiore. Ce ne andiamo. Lascia stare.

05/03/16

Pensieri di Genda - Ritratti dei tristi

di Cristina Taliento


(Ragazza con cane bianco, Lucian Freud, olio su tela, 1951-52)


Il vecchio Genda erano anni che non si arrabbiava. Si mormorava in giro che avesse un "male" al polmone. Un male talmente maligno da provocargli una disfonia organica da deficit espiratorio. Ma io lo conoscevo, sapevo che era tutta una copertura.
"Ehi signor Codardo!" lo chiamai ridendo con le mani in tasca. Eravamo vicini di scogliera. Lui aveva una casa di legno sulla roccia, una casa ancorata alla pietra come un nido di rondine, invece io passavo il mio tempo sotto, sulla spiaggia. Non lo andavo a trovare quasi mai perchè ero troppo concentrata sul mio freddo, organizzato, tranquillo lavoro. Avevo un cane, un pastore tedesco a cui davo da mangiare mentre pensavo ai cuori degli altri. Era una vita silenziosa, solitaria e impegnativa. La sera però lavoravo la maglia oppure suonavo il flauto traverso ai pesci che muovevano l'acqua illuminata dal fuoco.
Lo chiamai dal basso. Quel giorno pioveva. 
"Cos'è sta storia che sei muto?".
Lui si affacciò alla finestra, alzò le spalle. Non disse niente. 
Aspettai. 
Alla fine, sbuffò e disse:
"Beh hai perso l'educazione? Che diavolo, per quei quattro esami che hai fatto ti credi un dottore?".
Continuai a ridere, non sapendo che fare di diverso oltre che essere felice, per lui, i suoi polmoni, per me e per tutti quanti. 
Non aveva niente di analcolico da offrirmi e allora bevemmo un bicchiere di sciroppo per la tosse, io dissi che non chiedevo niente di meglio. Ma lui allungò il suo con tre dita di rum.
"Dicono che stai male"
"Mah, sai, io a certe cose non ci credo" disse bevendo un sorso.
"Manco io". Presi un libro di poesia dalla borsa. Raymond Carver. "Toh, era quello che volevi, no?"
Lo guardò per un attimo. "Grazie, ma non vorrei sottrartelo a lungo"
"No, vabbè, io non mi occupo più di poesia. Devo lavorare, non ho tempo. Ho chiuso con i sentimenti"
"Addirittura". Mi guardava dubbioso. "E che lavoro è?"
"Un lavoro di dedizione". Fece una smorfia. Sospirai. 
"La dedizione comporta un certo coinvolgimento emotivo, ragazza! Comporta un sentimento"
"Si, beh- tentennai - diciamo che è un sentimento ben ponderato, abbastanza ragionato".
"Addirittura"
"E tu, che ne è stato della tua rabbia?". Il vecchio Genda abbassò gli occhi e si guardò i palmi delle mani. Aveva ancora la fede. Per un attimo sentii il suo dolore, come una corrente fredda sul cuore. 
"Era bello sentirti inveire contro questa società un po' incasinata" sorrisi. "Era bello". 
Tirò su con il naso e mi guardò. Le sue rughe erano come la corteccia del vecchio ippocastano. Scosse la testa. 
"A volte penso che la nostra rabbia sia solo spirito di conservazione. Forse è la paura di qualcosa di rivoluzionario"
"Io per esempio- dissi- non pensavo di essere così conservatrice. Vorrei tanto tagliarmi i capelli e invece non ci riesco"
"Non è un caso che questa rabbia è tipica dei vecchi come me, abituati a un mondo diverso. Sai, io credo che noi siamo l'epoca in cui siamo stati giovani. Lo credo, davvero. Io sono e sarò sempre il Sessantotto. Io sono e sarò sempre certi ideali, certe spinte, energie silenziose che, a quell'epoca, mi crescevano dentro come un fiore che germoglia tra le ossa. Se a quei tempi mi avessero sezionato un polmone ci avrebbero trovato rose di innovazione. E' solo che un tempo si parlava dei colori e tutti avevano dei colori diversi, uno era rosso, l'altro era nero. Mentre ora io non lo so, è come se fosse tutto bianco, la gente se ne sbatte completamente le balle di tutto. Io non lo so".
"Magari- dissi io- è anche questo un ideale: vivere semplicemente senza pensare di conquistare la Dalmazia!"
"Eh ragazzina, la Dalmazia n'è mica il Sessantotto eh!". Per la prima volta rise anche lui. 
"Si, va beh, io dico che nei tempi di pace le persone sono più rilassate, parlano di come cuocere il filetto, coniano nuovi vocaboli, bevono nei weekend; sono cose concrete, voglio dire che te ne fai di un discorso sulla Democrazia quando l'importante al momento è farsi notare? Al più, il discorso sulla Democrazia, al giorno d'oggi, lo fai per far colpo". Però, come per la maggior parte delle volte, non ero mai del tutto convinta di quello che dicevo. Lo dicevo, comunque, per infastidirlo.
"Vedi? Vedi? E' questo modo di vedere le cose che non sopporto, questo addormentarsi pensando che va tutto alla grande. Ascoltami bene, Caterina, Clarissa, non mi viene il tuo nome, devi smetterla, cazzo, devi piantarla di ragionare così, di scusare questa disattenzione collettiva. Internet è il più importante, potente, mezzo che il popolo abbia avuto in suo possesso, ma pfff, è come se tutta la sua potenzialità fosse annullata. Da cosa? Da cosa mi chiedi? Bene, da tutte questi diversivi, questi social network che accentrano l'attenzione, la spostano, la indirizzano del tutto sulla cosa più debole che esista: l'Ego"
"Non sono d'accordo che l'Ego sia la cosa più debole che esista" dissi.
"Oh, fandonie, è questo Ego sciocco e autoreferenziale che non sopporto, che mi ammutolisce, che mi fa rassegnare. Gli ideali nascono in risposta a forze contrarie che noi sentiamo di dover contrastare con lo spirito, con la parola, con tutta la forza e il fiato che siamo in grado di soffiare, ma se è tutto un vociare soffuso, un vivere veloce, impegnato, di corsa, se la questione non è più essere liberi, ma di che colore tingere le pareti della propria prigione, io perdo il perchè del mio parlare. Tu mi capisci?"
"Si". Presi dalla tasca una caramella e la scartai lentamente, facendo meno rumore possibile.
"Non si tratta nemmeno di un disinteressamento alla politica, chi parla di questo, a mio parere, ha sbagliato bersaglio. Si tratta di un'ipnosi collettiva, ecco. Ad esempio tu, che diavolo di lavoro fai? Prima mi hai detto che non hai tempo nemmeno di leggere un libro di poesie"
"Un lavoro di dedizione, una cosa molto impegnativa” dissi togliendo il braccio da sotto il mento e ritornando seduta composta.
“Ah-ah che ridere, peccato che ieri sono caduto dal motorino, i medici mi hanno detto che ho la paralisi del nervo facciale, quindi non te la prendere se ho questa faccia qua, un po’ interdetta”.
Annuii, come si fa quando si accetta un rimprovero. A lui non era mai andato a genio questo mio fatto di abbandonare la Scrittura per la Scienza. Io gli avevo sempre detto che le due cose “mica s’escludevano”. E lui, mi aveva sempre detto: “al diavolo”.

“Io sono scettico. Tu lo capisci?”. Era uno dei suoi tic riperetere “tu lo capisci” in continuazione.
“Sono scettico perché ci sarebbero tante cose da dire e non riesco ad esprimerle perché a volte mi sento io a esser sbagliato e non gli altri che vivono senza uno scopo. Io pensavo di cambiare la prospettiva sulle cose, vedere il nostro mondo con occhio più comprensivo e, invece, io a certe stronzate non mi abituo! Non mi va, non mi va di vedere correre tutti da una parte all’altra come se si trattasse soltanto di riempire il tempo, non mi va che la gente debba mostrarsi sempre con questa aura di Vittoria e Sbruffoneria, non mi piace la parola sfigato, vorrei prendere a schiaffi tutti quelli che la usano. Mi fa schifo il sushi.”
“Mmm buono” dissi io.
“La vera salvezza di questi tempi è avere una cazzo di vocazione, qualcosa che ti salvi e che ti faccia amare il tempo. Qualcosa che ti spinga ad amare veramente anche un’altra persona, un amore che non sia niente di tutte quelle baggianate sullo status, sui canoni, una cosa raffinata, salva da tutta questa fanghiglia”.
“Fanghiglia” ripetei piegando la testa di lato.
“Ti prego, salvati” mi disse e mi guardò con gli occhi disperati.
Io allora dissi: “Sono apposto così”
C'era una pioggia che sarei morta.

29/02/16

Liste di nuovi luoghi comuni per pappagalli

di Cristina Taliento

(Summer evening, Edward Hopper, sarà olio su tela, non so, 1947)

Il Signor Pi lavorava da anni nel Dipartimento Luoghi Comuni del Gaudio, un noto giornale nazionale fondato secoli prima da grandi penne dello spettacolo giornalistico. Il compito del Signor Pi era quello di scrivere dalla mattina alla sera delle piccole frasi d'effetto, diciamo così, delle piacevoli cazzate che metteva in un cesto sulla sua scrivania di modo che "I Giornalisti" suoi colleghi potessero servirsene nei loro articoletti ogni volta che il genio avesse chiesto loro con prepotenza e tracotanza ('ccidenti) di essere espresso e, in certi casi, pubblicato. 
"Ermi tutti!- esclamava Pi con il sigaro tra i denti quando gli veniva un'idea- Tutte queste sdolcinerie mi fanno venire la carie". (Invece del consueto diabete). 
"Oooh" esclamavano ammirati "I Giornalisti".
Ovviamente era tutta merce monouso. Non fosse mai che la stessa cagata comparisse due volte in due pezzi diversi. "Verrebbe meno l'originalità!" diceva sicuro "Il Direttore". Buon diavolo, l'originalità.
"Queste frasette sono come caramelline uniche, raffinate e irripetibili. Saranno i Lettori a masticarle, deglutirle, rigurgitarle e rimasticarle ancora e ancora"
"Ah Gianni! M'è venuta un'altra jewel". 
"Ottimo! Ottimo!". Jewel era come chiamavano queste frasette di merda.
("Oh là Narratore! Modera i toni!" mi rimproveravano dal basso. "Chiedo scusa, mi scusi" dicevo io girando di lato la visiera del cappello. Mi stavo proprio divertendo a scrivere con questo stile da very ragazza del ghetto).
La Jewel in questione era: "Amore mio, sei come il mio ultimo macaron". Meraviglioso. Potrei stare meglio però.
Se c'era una cosa che mandava Gianni ad arrabbiarsi in silenzio vicino la fotocopiatrice, quella era senza dubbio una frase che amava e che non era stato lui a inventare. Tipo: "Mi fai partire l'embolo" oppure "Questa cosa mi fa proprio nascere il nazismo". O cose così. Chi era quel genio che ci aveva pensato? Proprio così. Emboli e nazismo erano argomenti così trendy ultimamente. Così terribilmente trendy. E anche questa parola, "trendy", così breve e chic, "I Giornalisti" la adoravano. 
Peccato che l'embolo nella testa di molti poteva anche avere sembianze scarafaggesche.
("Narratore, t'avverto, se non la smetti con questa arroganza, te ne puoi andare anche a cantare le canzoni che sentivi allu mare. Citazione da Rino Gaetano, n.d.r.).

Va beh, insomma, ragazzi, dicevo. La storia è più o meno questa. C'era questo signor Pi che inventava i luoghi comuni, "I Giornalisti" che inserivano i luoghi comuni nei loro articoli con scienza e coscienza (perbacco), "I Lettori" che si entusiasmavano vivamente quando leggevano queste Jewels (plurale) e "Il Direttore" che voleva che descrivessi la sua "Redazione" con meno ironia. Ma tant'è. E mi dispiace chiuderla qui. Anzi no. E' solo che il mondo mi piacerebbe di più se tutti buttassero quelle chewing-gum di frasi fatte che vanno tanto di moda e iniziassero a masticare i propri versi. Già. Sarebbe proprio, fiquissimo
Per concludere, fate come se vi avessi fatto l'occhiolino.

24/12/14

Sorridi, il vino c'è

di Cristina Taliento


(Edward Hopper)

Felice Sempreverde era visto da tutti come il fratello maggiore di Riccardo Sempreverde, due anni più piccolo, modello di bellezza e disinvoltura. Eugenia si innamorò non del secondo suo coetaneo, il ragazzo perfetto con il montgomery rosso, ma del primo, il lupo solitario in riva al mare. L'aveva osservato per anni da lontano alla fermata dell'autobus, seguendolo con lo sguardo appeso alla bocca morta. Egli era uno di quei ragazzi pensierosi come ce ne sono a bizzeffe sparsi per l'Italia; appassionato di libri, buon camminatore, uno di quelli che si siedono a parlare con gli anziani ascoltando con adulta comprensione i discorsi sul Tempo e sulla Morte. Faceva parte dell'ultimo sparuto gruppo di studenti iscrittisi a Lettere con inoppugnabile ardore e lui, d'altronde, si metteva alla stregua degli ultimi samurai, fedeli all'anima, al silenzio, alla verità profonda delle cose. I pomeriggi studiava seduto sul letto, le gambe incrociate. Leggeva con gli occhi e ricordava tutto. Poi si alzava, camminava fino all'aranceto al confine tra il paese e la città e si metteva sotto un albero di mandarini a pensare.
Eugenia per quanto amasse il lupo, per quanto lo venerasse in segreto come un idolo, aveva paura a dimostrargli affetto. Fino ad allora, infatti, non aveva frequentato che gatti, schivi, diffidenti all'inizio, ma che una volta avvicinati erano semplici da accarezzare, decifrare; mentre, secondo lei, con i lupi non era tanto il fatto di poter sostare al loro fianco, quanto di poterli sentire davvero vicini. E lei, sentendosi, al contrario, due volte più lontana da lui di quanto fosse possibile, si allontanava ancora di più dato che Amore è meglio che stia laggiù e noialtri quassù se non siamo del tutto i benvenuti o se non ci tende la mano. Quindi, preferiva rivolgersi a lui con frasi come "dimmi a che cazzo stai pensando ora", anche se avrebbe desiderato ascoltare quei pensieri più di qualunque altra cosa, oppure se ne usciva ridendo con "voi letterati amate disquisire amabilmente di stronzate" quando invece avrebbe dato i mesi e gli anni per poter riempire il tempo di letteratura e umanesimo, futurismo e suoi maglioni grigi, romanticismo, suoi occhi neri, neo-romanticismo... essenzialmente, per poter riempire il tempo di lui.
  Ma lui appariva troppo sicuro nell'incertezza. Si fermava a riflettere sulla vanità delle cose, finendo quasi sempre con la conclusione che nulla fosse vano. Serbava dentro di sè problemi grandi che gli altri non avevano come, ad esempio, la presunta o non presunta morte di Dio, la storia e la memoria, ovvero il lungo capitolo degli errori perseverati eccetera,  ma invece di uscirne provato, indebolito, o al minimo, inquietato, Felice Sempreverde era sereno nel suo campo di battaglia e più cresceva più si sentiva a suo agio in quell'enorme pantano che era la ricerca del senso della vita.
Una volta, durante le vacanze di Natale, tornarono sotto l'albero di mandarini ed erano passati tre anni dall'inizio di quella complicata, benedetta amicizia. Eugenia aveva avuto un paio di estati che l'avevano fatta crescere più di quanto non avessero fatto i cinque anni del liceo, ma il suo amore per lui non era cambiato così come quel senso di rassegnazione arcaica che lo accompagnava.
"Così ti sei fatto crescere i capelli" disse lei con quell'aria di perenne, finta, strafottenza. Come se si fosse trattato soltanto di una questione di capelli.
 Felice annuì, spostandosi il ciuffo castano di lato e poi indietro. Rispose che non aveva avuto il tempo di tagliarli e poi aggiunse che anche lei, si anche lei era un po' diversa.
"Beh sono bionda ora, accidenti. Anche il macellaio con la cataratta se n'è accorto!"
 Si fermò un attimo a guardarla. Poi staccò un mandarino dall'albero, prese a sbucciarlo in silenzio. Lo trovò troppo dolce, corrugò la fronte.
"Oppure è la tua fottuta bocca che vuole l'amaro" preferì Eugenia in tono scontroso guardandolo da cinque mentri di distanza.
Lui si buttò alle spalle gli ultimi spicchi che gli erano rimasti in mano. Si sfregò le mani e disse che doveva tornare a casa. Aveva una specie di appuntamento.
"Con chi?" non poté fare a meno di chiedere lei.
Felice si infilò le mani nelle tasche dei jeans, arricciando un po' l'orlo del cappotto. A quanto pare, una ragazza.
"Bada a non romperle bene le palle con i tuoi discorsi da finto intellettuale" disse e avrebbe voluto morire. Lui alzò gli occhi al cielo, le sorrise e poi se ne andò.
E Eugenia rimase lì con la sensazione di aver parlato da sola, come una mezza deficiente, la paladina degli amori non corrisposti, come l'ultima delle eroine in All Star Convers e cuore spezzato, centodieci battiti al minuto, mano ferma, la calma, la calma, la calma. Si tolse il cerchietto dai capelli e sarebbe potuto essere una corona. In quel caso, la regina che abdica al suo patetico trono. Oppure sarebbe potuto assomigliare a un diadema, come quello di Sailor Moon: "Potere del cristallo di luna dammi la forza per non perdere in questo modo la mia dolce tenerezza. Fa' che questo mio amore rifiutato non ristagni, che non si converta in arido cinismo".
Sospirò. Affondò le mani nel suo cappotto verde bottiglia. Poi le sembrò che fosse più il caso di sbuffare che sospirare, allora provò a riempire le guance d'aria, provò a illudersi di essere annoiata invece che triste, contrariata invece che disperata, ma non ci riuscì e allora sospirò di nuovo.
"Che ti tagliassero a pezzetti!" gridò, ma lui era già lontano. Alcuni corvi volavano sopra gli alberi.
"Che ti tagliassero a pezzetti!" ripetè per allontanarlo ancora di più da sè.
Craaaa-craaaa le fecero eco i corvi di Natale.

30/08/14

Avventure di un Felicitiere - Il suo lungo indugiare

di Cristina Taliento


(immagine da www.theguardian.com)

Il Felicitiere aveva quasi trent'anni, ma, secondo lei, la sublimazione di sé stessa poteva concretizzarsi soltanto dopo la cinquantina. Comunque, quelle ultime luci di gioventù non le dispiacevano. La domenica, quando non lavorava, vestiva con maglioni leggeri extralarge, si sedeva sulla sedia a dondolo vicino alla finestra che dava sul mare e, con in mano la Settimana Enigmistica, pensava a come sbrogliare il Quesito della Susi, lasciato volutamente irrisolto fino alla sua giornata di riposo. Non ci metteva poi molto. Il Felicitiere era di quel genere di intelligenza che in una donna prende la strada della saggezza piuttosto che della sfida. E così, i suoi silenzi brillavano in uno sguardo pieno di domande; la sua solitudine leggera che si rispecchiava nelle tazze di caffè, dopotutto, si piaceva e allora non se ne andava, restava lì, tra le sue spalle e i suoi capelli che al sole prendevano le sfumature del grano. 
Ma quella domenica dei primi di settembre, a mille chilometri dal mare, nel bel mezzo del Baltico, il caffè che beveva era quello amaro dei pescatori. Girò ugualmente il cucchiaino per dodici veloci volte e bevve. Tutto questo mare, pensò. Tutto questo mare
Faceva il medico a bordo di quella grande nave che era la Regina Sofia, base d'appoggio nelle operazioni di montaggio di una piattaforma petrolifera, la seconda che il governo danese aveva deciso di impiantare durante quell'anno. Per lei non c'era tanto da fare. Passava le giornate sull'albero maestro a leggere i Complotti e Misteri d'Italia, alzando lo sguardo ogni volta che una raffica di vento le gelava il viso o scendendo da lassù quando un marinaio doveva salire a controllare l'orizzonte o la tenuta della vela.
"Is everything okay, doc?" capitava che le urlasse qualcuno dal basso.
"Yes, yes, thank you. Call me if you need me!".
 Con le Converse e la sciarpa, a prima vista più che un dottore sembrava la figlia adolescente di uno degli ingegneri che lavoravano al progetto, ma chiunque le avesse rivolto la parola avrebbe notato nei suoi occhi, dietro gli occhiali da vista, l'autunno, lo studio, la memoria e quel suo lungo indugiare, riflettere sui volti, sulle parole, sui sintomi, su quei piccoli dettagli che sembravano esistere solo nel suo mondo; quel suo mondo che, per questo, appariva pieno zeppo di cose, di occhi, persone, fatterelli, risposte date così per gioco e memorizzate all'istante, custodite e incatenate, pieno zeppo di particolari, di eritemi nascosti, di piccole cicatrici che solo lei aveva notato, pupille più grandi del normale, cuori più grandi del normale. E in quella affollata confusione di oggetti e anime, lei sarebbe dovuta sembrare, a quel punto, molto indaffarata, presa dalla foga di darsi risposte, di analizzare i dati. Tuttavia, era abbastanza calma, sebbene nessuno laggiù avesse mai capito il perchè i suoi capelli apparissero spettinati anche quando non tirava un filo di vento.

02/08/14

Avventure di un Felicitiere - Ora arriva e lo salva

di Cristina Taliento


(Baby portrait, Carel Willink)


Aveva già fatto quel sogno tre volte. La quarta scese dal letto, infilò la vestaglia con fare risoluto e, dopo aver trovato nella penombra il taccuino rosso, andò in cucina per scrivere ogni cosa. Il Felicitiere, seduto alle cinque e venti del mattino, due ore prima di entrare in servizio, si chiese per un attimo se non fosse stato meglio cercare di riprendere sonno. E mentre la sua coscienza se lo chiedeva ancora, il suo inconscio la faceva alzare per preparare il caffè e svegliarla del tutto. Accese la tv. Guerra, centocinquanta morti a Gaza, strinse le labbra. Aprì la finestra, ancora buio. Il Pastore Tedesco dormiva nel camino spento. Era estate.
Mentre cercava di ricostruire il sogno nella sua mente, disegnava distrattamente un divano: linee dritte e sovrapposte delimitavano uno spazio squadrato, ma smussato agli angoli. Suo padre faceva l'architetto. 

Uscì.

La strada che dalla sua casa portava al porto era avvolta da una nebbia calda che sembrava appartenere a un'altra stagione. Questo era stato da sempre l'effetto che le faceva l'alba. I pescatori tornavano dalla pesca notturna. Il Felicitiere vi intravide il vecchio Poggio da sopra il peschereccio rosso mattone.  
"Buongiorno" gridò dal molo.
"Salve, buongiorno! Ci imbarchiamo di lunedì mattina, dottore?" 
"Ancora no, signore!"
"Ah-ah-ah e che ci fate qui?" rise il pescatore.
"Niente" gridò il Felicitiere da venti metri di distanza e in mezzo il mare.
"Non è pericoloso per una ragazza venire fin quaggiù a quest'oraaaa?" 
"Non ho sentito, parla più forteeee"  
"Aspettami giùùù"

Era il fratello di suo nonno. Aveva fatto la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1974 aveva pubblicato un libro intitolato "Le rondini cieche", premio Mercatino dell'anno successivo. Era una raccolta di lettere di guerra, alcune vere, altre inventate. 
"C'è questo giro sul Mediterraneo, grande giro di pesca, due settimane- iniziò a dire Poggio mentre le veniva incontro- Tutti quanti presi nell'organizzarlo, sapessi che frenesia. Quando poi si mettono soldi in palio anche la formica più timida diventa un toro competitivo. Stessa cosa per Luciano. Lo conosci Luciano, no? Ha avuto un infarto due anni fa e sua moglie se la prende con me perchè dice che sono io a coinvolgerlo in queste ragazzate. Invece, se non venisse, mi farebbe un gran piacere, ma proprio grosso, almeno non dovrei preoccuparmi di ogni suo minimo malessere. Io confondo il mal di mare con i sintomi dell'infarto, che diavolo ne so io di quella roba. E insomma, stiamo cercando un medico che faccia parte dell' equipaggio. Aspettiamo risposte dall'Unione dei Pescatori, ma io ho chiesto a te, se te la senti"
"Non lo so, zio, vediamo. Dovrei farlo in periodo di ferie, vediamo".
"Vabbè, io te l'ho chiesto"

Ci fu un momento di pausa.
"Beh? Parla. Perchè sei qui? Hai materiale da romanzo?"
"No, solo un sogno"
"Bah, magari possiamo cavarci qualcosa. Dell'ultima storiella che mi hai raccontato ci ho scritto una novella per il giornale del paese, un progetto casereccio pieno di barzellette, proverbi, non ti immaginare chissà che. Poi te ne do una copia. Ce l'ho in barca, ricordami di dartela" disse infilandosi gli occhiali da vista per sentire meglio.
"Questo sogno... non so nemmeno se valga qualcosa"
"Te lo ricordi bene?"
"Più o meno"
"Vuoi un caffè?"
"Diluito?"
"No"
"Va bene".

La torre dei pescatori era in realtà una specie di faro troncato a metà altezza con le ampie vetrate e il tetto di plexiglas dietro cui si potevano vedere i gabbiani. All'interno c'era un bar, dove ognuno provvedeva a servirsi da solo. Le sedie erano di legno, dipinte di vernice verde. Il pavimento era fatto di piastrelle bianche con disegni blu. Il Felicitiere, ogni volta che entrava in quel posto, si ricordava come in una raffica di vento, del mercato dei fiori. Entrambi erano luoghi chiusi che avevano l'anima di un luogo aperto.
"Zucchero di canna o dietetico?"
"Normale, grazie"
"Avanti, narra!" la incalzò il vecchio sgranando gli occhi.
Il Felicitiere aprì le mani per scusare in anticipo una storia carente d'avventura.
"C'è un bambino. Otto anni, quell'età, si. E questo bambino sta guardando un film con un adulto un po' distratto che potrebbe essere sua madre o la sua baby-sitter, non ha importanza credo. Insomma, sono lì a guardare questo film. Sai, quelli che danno il sabato pomeriggio al posto del palinsesto feriale, hai presente, no?"
"Si"
"Ma mentre il bambino è in piedi con gli occhi squillanti puntati sullo schermo, l'adulto sonnecchia con la mano penzolante fuori dal divano. Ha ancora il pranzo sullo stomaco e poi per la stanza c'è ancora quell'odore di cucinato. Per farla breve, l'adulto vuole solo riposare in pace".
Il Felicitiere si fermò un momento per aprire la bustina dello zucchero. Ne versò il contenuto e prese il cucchiaino per girare. Poi si alzò gli occhiali dal naso e continuò.
"Ci sono alcune cose che non si riescono proprio a capire di questo sogno, ma di sicuro il bambino ha già visto il film, anzi è uno dei suoi preferiti, conosce le battute a memoria e si entusiasma talmente tanto che vuole a tutti costi coinvolgere l'adulto, il quale, beh, come ti ho già detto, non ci tiene poi molto. Quindi, a tratti lo prende per un braccio, ad esempio, e gli dice..."
La cameriera fece cadere a terra delle tazzine. Il vecchio e il Felicitiere si girarono a guardare.
"...e e gli dice, cioè il bambino dice: guarda ora! guarda! ora arriva e lo salva, ora arriva e lo salva!. L'adulto solleva appena la testa appoggiata sulla spalla e annuisce a occhi chiusi, giusto per dare soddisfazione al bambino. Il bambino, comunque, non si dà pace, è su di giri, vuole che l'adulto guardi la scena di quel film. Ora arriva e lo salva, continua a ripetere senza respirare".
"Che rompiscatole" commentò il pescatore bevendo l'ultimo sorso del suo caffè.
"Un po' si. Infatti l'adulto, a un certo punto, rimanda i suoi piani di un sonno tranquillo, si stiracchia e sbadigliando chiede: chi dei due personaggi è in pericolo? Il bambino, si gira un attimo senza capire. Nessuno, dice alzando le spalle"
"Aha" fece il vecchio mentre ascoltava.
"Allora, uno dei due è malato, afferma l'adulto. Malato? No no, risponde il bambino. Beh, allora, bambino- dice all'incirca l'adulto per metà curioso e per metà spazientito- perchè uno dei due ha bisogno di essere salvato?"
"Già, perchè?"
"Perchè è triste, risponde il bambino nel sogno".
"Ah. Finisce così?"
"No, finisce che il bambino indica il personaggio con l'armatura e dice: questo è il guerriero super forte! E l'adulto, senza capire, dice: ora il guerriero va e lo salva!. Così, un attimo prima di svegliarmi, il bambino dice ridendo: Ma no, è il contrario! Quest'altro qui salva il guerriero". 










13/06/14

Ritratto neurofisiologico di gangster in azione

di Cristina Taliento

(non che ci metta la mano sul fuoco)


Ci sono questi tre gangster paranoici in bicicletta. Allora, Jack Pavimento è il primo. Fa: “Tu sei morto, Capodoglio, sei morto, ho detto”. Capodoglio è il secondo. “Accidenti, piantala di dire ho detto dopo la fine di ogni stramaledetta frase. Mannaggia!”. E il terzo è Carlo Julio Cesare, il quale dice: “No entiendo esta palabra, man-nag-gia.  Puedes traducir?”.
“Mal ne abbia” risponde calmo Jack Pavimento mentre solleva Capodoglio per il colletto della camicia.
“Mal ne abia? Es italiano?”
“Senti, bello…”.
 E avrebbe voluto dire: senti bello, smettila di crederti chissà chi per aver giocato due mesi in serie A, il tempo giusto per gonfiarti il petto come un tacchino e toccarti i capelli in campo per un milione di volte più altre minchiate del genere. La fortuna ti ha aiutato, ma poi sei stato scoperto per la schiappa che eri, che sei e che sarai sempre. Altrimenti, una volta fuori dal giro, non avresti preso trecento chili davanti al televisore, guardando e riguardando con occhi fieri e sognanti le partite in cui, poi, a dirla tutta, ti insegnavano invano a tenere palla come si deve.

Invece, la sua corteccia cerebrale ci ripensa. Si ricorda di quando anche lui era il Gallo di quell’enorme pollaio di Little Wing. Si ricorda, all’improvviso, di quanto fosse stata dura rinunciare a quegli agi offerti per un errore di valutazione ritrovandosi a covare uova e rancori come una chioccia alcolizzata. Ma lui, comunque, aveva smesso di bere e si era iscritto a uno di quei corsi serali per imparare l’alfabeto dei segni. Così aveva trovato un lavoro con i sordomuti, sposando Nora, vedente soltanto, e facendo con lei due bambini, vedenti, parlanti e, se non del tutto, per una buona parte del tempo, persino udenti.

“La differenza tra me e te, caro ragazzo- si limita a dire alla fine, anche se non c’entra niente- la sostanziale differenza tra te e me è che tu piangi quando le cose vanno male e io piango quando le cose vanno bene”. La solennità della frase giustifica il gesto di lasciar cadere Capodoglio per terra. Non è questione di pietà, certe volte, bensì di stile estemporaneo, improvvisato.

“Non sapevo piangessi, Jack” dice Tracy Goldmaster da dietro il balcone. C’è sempre una Tracy Goldmaster o Goldberg che versa alcol in questo genere di racconti. Figuarsi se non ce la mettevo in questo capoverso. Ciò che, però, la distingue dalle altre Tracy monocolor sono i capelli: mezzi biondi e mezzi castani. Grazie a questo vezzo la sua piatta e sterile personalità passa, invece, per una personalità eccentrica. Ma Capodoglio vedrà per sempre in lei anche altre doti più nobili e rare da sposare e servire per il resto della vita. In realtà, non è amore; è l’ossitocina.

“Perché a te, Tracy, tanto per sapere, piacciono gli uomini che piangono?” chiede con disinvoltura Capo massaggiandosi il collo sul punto in cui Jack Pavimento l’ha stretto. Con il massaggio, vengono stimolate le fibre di grosso calibro A beta che eccitano i piccoli neuroni della sostanza gelatinosa di Rolando, nella lamina II del midollo spinale. Questi neuroni liberano encefaline che vanno a inibire i neuroni interconnessi, bloccando la trasmissione delle vie dolorifiche.

“Mah, non saprei” biascica lei con la voce acuta, la chewing-gum in bocca e lo sguardo perennemente perso e annoiato. Così, vaghezza su dubbio, Tracy ha costruito intorno a sé l’immagine di una vera donna del mistero, ma la verità è che non sa mai niente, nemmeno di lei stessa, né della sintassi o del mondo. E se lo sa, non riesce tanto a parlarne. La sua aree cerebrali 44 e 45 di Brodmann che afferiscono al linguaggio sono un vero disastro.

“Los chicos no lloran. Hay una canciòn de los Clash...”
“Eh? Ma che sta dicendo?- chiede Jack andando verso il bancone- Gli uomini che…?”
“Non ho sentito” mormora Capodoglio alzando le spalle.
 “Boys don’t cry, es una canciòn de los Clash”
“Eh?”
“Non capisco”
“Senti, bello…”

E avrebbe voluto dire: senti bello, vivi in Italia da dieci anni, ma sei talmente pieno di te che pretendi che siano gli altri, gli altri che non hanno mai viaggiato, a decifrare la tua lingua che, poi, non è tanto diversa dalla nostra. Ma che ti costa imparare le parole più comuni e risparmiarci questo stancante gioco dell’ “io parlo e tu traduci”, questo snervante gioco dell’ “io sono forte e tu chi sei”, dell’ “io ho avuto la gloria e tu che hai”. La verità è che pratichi giochi che non sai giocare. Ti hanno messo in panchina e non fai che lucidarti le scarpe con i migliori lucida-scarpe e te ne vai in giro dicendo: “oh guardatemi, mi lucido ben ben le scarpe perché tra poco giocherò e li farò secchissimi”.
Intanto, la proprietaria del bar, vecchio medico in pensione –ottanta anni e seduta da venti nell’angolo a destra- chiama con la voce roca: “Jack, Jack! Da bravo, la rabbia è un sentimento che ottenebra l’anima. Ti leggo dagli occhi che ti stai facendo uno dei tuoi pensieracci. Non fare l’insicuro. Respira. Non vorrai esplodere ora come quella volta”.

“Quale volta?”
“Chiedilo a quei ragazzotti là fuori cosa dicono degli uomini che piangono”
“Nessuna volta, niente, dimentica”
“I ragazzotti non san mica un cazzo, il sistema limbico se ne sbatte delle leggi sulla virilità imposte da Leonida e da tutte quelle bistecche spartane”.
“Di quella volta in cui Jack ruppe tre setti nasali, sette costole, una clavicola, due metacarpi, una mandibola…”
“In medicina si dice coste”
“In questo bar diciamo costole”
“Due clavicole. Erano due clavicole”
“Non ci sto capendo niente. Tutti che parlano”
“Vecchia, piantala, ti prego. Capodoglio,  diglielo”
“Ha detto Pavimento di smetterla”
“Di’ a Pavimento, ah-ah-ah” dice la proprietaria del bar, seduta con le mani sul pomello del bastone.

Questa bizzarra confusione, chissà per quale circuito cerebrale, sta divertendo anche Tracy che, giusto per dire qualcosa, esclama: “Ragazzi, sono le sette e cinque!”
“Ehi ragazza, non puoi combattere il Tempo!” risponde Capodoglio con un occhiolino. Lei alza le spalle e poi cinguetta ridendo:
“Guai a te se mi tratti come a una delle tue femminucce, Capo”. La proprietaria del bar alza gli occhi al cielo.
“Non potrei. Sei uno squalo, bambina”.

Ma a quel punto, un gesto, un leggero gesto di mano tra i capelli, fa bloccare le lancette, il polline nell’aria, le gocce di brandy che colano dal bicchiere.

Jack Pavimento odia quando Carlo Julio Cesare si tocca i capelli.

“Ti avevo detto di non farlo” dice lentamente e vorrebbe mantenere il controllo, vorrebbe respirare con calma, con il ritmo di lenzuola che si muovono nel vento, ma la sua arteria temporale inizia a pulsare così insistentemente, il sistema simpatico lavora per il combattimento.
“Estàs hablando conmigo?”
“Si, contigo”.

Carlo Julio Cesare inarca il sopracciglio destro. Jack Pavimento sorride, ma è un sorriso strano, sinistro. Il muscolo zigomatico si contrae, sposta l’angolo della bocca in alto e in fuori e le guance si increspano, ma il muscolo orbicolare dell’occhio non viene contagiato da nessun sentimento. È un sorriso falso mosso soltanto dalla neocorteccia. Nessun coinvolgimento da parte dei gangli della base, del giro del cingolo o della corteccia limbica.

La padrona del bar raddrizza la testa per vedere meglio e mormora: “Oh Gesù, ci risiamo con il sorriso piramidale”.  Venne chiamato così dal neurologo Geschwind dell’università di Harvard per sottolineare la risposta volontaria esercitata dai fasci piramidali sui muscoli coinvolti.  

Poi, di colpo, cambio: assenza di espressione. E, ancora, cambio: rabbia. Segue: ripensamento, silenzio. Continua il silenzio. Un gatto entra nel bar e trova silenzio. Miao. Infine: rabbia.

“Senti bello, smettila. Mi stai facendo arrabbiare. Smettila di fissare quel cellulare, smettila di toccarti i capelli. Smettila, ho detto, smettila! Sei vanità e spazzatura. Smettila di metterti in posa e parlare con quel ghigno che si vuole credere affascinante. Tu mi hai rotto! Mi hai rotto, ho detto! Tu, ragazzo, devi vivere la vita come se non ti stesse guardando nessuno, come se non esistesse nessun ‘mi piace’ su cui cliccare sotto la tua faccia da schiaffi! Tu devi andare a confessarti! A confessarti, ho detto! Da un prete, esatto! Non sto parlando di peccati, per carità. Quelli li facciamo tutti. Si tratta, invece, di andare, sedersi nel buio, trovare dall’altra parte un orecchio che non sia uno stupido monitor, farsi il segno della croce e iniziare a cercare in quella tua coscienza avvolta da ragnatele una cosa profonda da dire, una cosa che non suoni come una stronzata preceduta da qualche cancelletto del cazzo”

“Jack, avanti, dai. Ti stai scaldando inutilmente. Lascia stare il ragazzo. Non ha fatto niente di male. Bevi un po’ d’acqua, forza- dice il medico in pensione indicando con la mano il bancone del bar- Tracy dai un po’ d’acqua a Pavimento. E fate uscire quel gatto, per favore. Questo non è un bar per gatti”.

“È  un idiota. Un vero idiota. Devo smetterla, si può smettere. Bisogna che qualcuno glielo dica. La vita non è questo campo da calcio che c’ha in testa. Questo mare di gente pronta a batterti le mani. Che poi, cheppalle, sarebbe, dico io, poter sapere sempre cosa ne pensino gli altri di ciò che ti riguarda! Che cosa ci vedi in un mondo di consensi! Prima lo capisce e meglio è. Lui crede che le persone si possano prendere e rinchiudere in queste celle sovietiche tutte uguali note anche come Profili Online e complimenti davvero a chi te l’ha fatto credere. E complimentoni –oni –oni a te che sei un gran pollo che ci sei cascato e che mentre eri in caduta libera, come un gran pollo, hai cantato: chicchirichì,  ho tutto sotto controllo”.

“Suvvia, Jack. Lo puoi capire da te che stai un po’ perdendo il filo del discorso. Abbassa un po’ la voce, dai. Ti guardano tutti”

“Nonna, che non  mi si dica quello che devo e non devo fare. Adesso sento che devo tirargli uno schiaffo”. Jack Pavimento  guarda il soffitto per calmarsi. Aspetta che quello schiaffo si verifichi come il destino, come le sette e cinque che diventano, di colpo, le sette e dieci, come le nuvole che diventano, da un momento all’altro, pioggia sui vetri del bar.

“Uno schiafo?- chiede Carlo Julio Cesare portandosi, di nuovo, i capelli indietro.

“Vedi! L’ha rifatto! Me lo fa apposta! Me lo fa apposta!”. Così, accade. In uno scoppio di sinapsi, accade. Jack Pavimento si fionda sicuro su Carlo Julio Cesare. Il programma motorio prevede che il braccio destro venga ampiamente, teatralmente, esteso con lo scopo di intimorire l’avversario e, soprattutto, aumentare l’intensità del tiro. Il cervelletto e i nuclei della base correggono, controllano l’azione affinché l’annunciato schiaffo si realizzi. Nello stesso istante, grazie al riflesso vestiboloculare, per mantenere la fissità dello sguardo, i bulbi oculari di Carlo Julio Cesare si girano nella direzione opposta a quella della testa che, saggiamente, si piega per schivare il colpo. Ma non c’è inclinazione che tenga per sfuggire ai circuiti riverberanti di Jack Pavimento, medaglia d’oro 1988 alle olimpiadi del Salone del Boxe di Via Kennedy, numero 8, scala A.
Intanto, cocktail di ormoni vengono sparati in circolo come polvere rosa in litri di  vino rosso.

Loro due sono lo spettacolo. Le menti di tutti sono catturate per intero dai loro movimenti. Il resto svanisce, non viene colto dalla loro attenzione, semplicemente sfuma: c’è, eppure potrebbe anche smettere di esserci. Quindi, nessuno si accorge del coltello che, sfuggito dalla mano di una ancora più distratta Tracy Goldmaster, cade a picco dal balcone, infilzandosi tra il collo e il tronco di quel povero gatto che era entrato nel bar quando c’era silenzio.

(No, dai, vabbè, questa è brutta. Non dovevo scriverla così cruenta. Un cadavere di gatto, poi. Infilzato, per giunta. Oh no, dovrei cancellare. Oppure aggiungere: c’è, eppure potrebbe non averlo visto nessuno. E voi? Vi fidereste dell’esistenza di qualcosa che nemmeno il personaggio più arido di fantasia possa testimoniare d’aver visto?)



(continua)

21/02/14

Fantascienza per cuori freddi e solitari


Questa storia ha dell’incredibile, è una bomba, giuro. Me la sono inventata mentre studiavo biochimica ed ero agitata dalla caffeina, rattristata da un lutto che aveva colpito una mia amica, distratta da una frase finale di Bud Spencer e dal desiderio di imparare a suonare il flauto traverso; pensate che razza di labirinti mentali. E poi ho continuato a pensare solo a lei- alla storia, intendo- a pensarla mentre andavo a casa, dato che prima, quando la storia ha preso a scoppiettarmi in testa, ero in biblioteca e allora, niente, me ne sono andata, alzata di botto dalla sedia, scale di corsa, fuggita,  perché era dura starsene lì a fissare la DNA polimerasi nel silenzio, quando, caspita, io dovevo pensare vivamente, io dovevo scrivere, respirare rumorosamente, pestare i piedi sui fogli, gesticolare nell’aria affinché la storia, questa storia, fosse potuta, avesse, fosse, mio Dio, potesse essere, in qualche modo, seppur nel peggiore dei modi, scritta.

Però, una volta a casa, tastiera sotto le dita, schiena raddrizzata dall'entusiasmo, occhi squillanti, all'improvviso mi sono ingobbita, curvata, con tristezza rimpicciolita e quasi me ne stavo scivolando sotto il tavolo per la delusione se non  fosse per l'aver fatto prontamente leva sulla sedia e mezza salva e mezza paralizzata, con in faccia la rassegnazione del guerriero che si accorge in un attimo di aver perso tutto, sbadabam, su questa stessa faccia, sopra l’avambraccio, sono crollata. La storia. L’avevo persa. Andata. Schuuum. Sparita. Chi poteva testimoniare l’esistenza di una storia inventata? Inventare di aver inventato una storia. Che situazione scomoda. I Giocatori di Carte di Cezanne, appesi al muro, si sono messi a mormorare sulla mia presunta, ridicola, insanità mentale da eccesso di studio. Non che avessi dimenticato l’idea o l’ispirazione, soltanto non mi sembrava più tanto grandiosa. Eh già. Non era la storia che mi volevo raccontare la sera. Non era la storia che dovevo prendermi la briga di scrivere da sola perché a nessuno scrittore era ancora venuta in mente. E quindi, imbronciata, spettinata e indispettita, ho alzato la testa dal braccio e mi sono detta: tanto meglio. Tanto meglio per la DNA polimerasi. Così ho riaperto il libro da 10 chilogrammi e mezzo e ho continuato a studiare.
Poi, vedete un po’ come sono le cose, come una fiammella che si riaccende, proprio mentre sfogliavo questo libro da 10 chilogrammi e mezzo e mi scorrevano tra le dita le immagini cristallografiche di proteine bellissime, lentamente, facendo più piano possibile per non svegliare il cosiddetto Blocco dello Scrittore, ho allungato cauta la mano verso la penna e piano piano l’ho puntata sul foglio e ho scritto: Fantascienza per cuori freddi e solitari. Perché così mi andava sul momento.

Questa storia ha dell’incredibile, è una bomba, giuro. Me la sono scritta per me, ma se volete leggerla anche voi e riuscite a stare al passo, favorite. Prende spunto da una domanda che mi faccio sempre. Più che una domanda, è un paradosso su cui mi piace ragionare. Ed è questo: se dovessimo costruire l’uomo dal nulla con le conoscenze che abbiamo, disponendo di un laboratorio con tutta la materia prima già fabbricata, se bastasse nominare i componenti per montare quest’individuo, nominarli e basta, che ne verrebbe fuori?
Per esempio, si dovrebbe partire dalla Tavola Periodica degli Elementi, metterli nel database e toc, registrati, risposta esatta. Step numero uno completato con successo. Dopodiché, molecole semplici, prima fra tutte H20. Step numero due, ottimo lavoro! E così fino ad arrivare a mettere in questo computer tutta la lista degli enzimi e delle macromolecole riunite. Più si sale di livello, più il sacchetto amorfo di elementi prende forma. Infine, dopo aver schedato nozioni di biochimica, fisica, si passa a rifinire il tutto con l’anatomia e dopo un lavoraccio generale, ecco che, sotto il faro del nostro ipotetico laboratorio, abbiamo l’Uomo.
Nell'anno in cui si scrive (2014), se anche esistesse un computer capace di montare tasselli in questo modo con il solo requisito di conoscerli e saperli descrivere, il risultato non sarebbe molto diverso da quello del sacchetto amorfo perché gran parte delle cose che esistono, esistono senza che noi ci siamo accorti della loro presenza. Per esempio. Esempio lampo: avete mai sentito parlare dei Recettori Orfani? Un vero insegnamento di umiltà. Sono dei recettori la cui esistenza è stata ben dimostrata, ma ahimè non si conosce la proteina, l'ormone, che si potrebbe legare a essi, ovvero sono recettori che ricevono non si sa bene chi, se ne stanno là seduti al tavolo del ristorante e per quel che ne sappiamo noi, potrebbero ricevere più che un ospite, uno spam-spam bidon bidone, ma questo, voi sapete, nella cellula non accade. Le molecole sono tutte così educate e fredde e organizzate, così tranquille. Quindi, a voler indagare chi si lega al recettore, si rischia di perdere la testa, in effetti, ma a volte le cose vanno talmente bene per la ricerca che si scopre il ligando (ovvero, colui che si lega) e si parla di Recettore Adottato. Quante se ne inventano, questi scienziati. E, insomma, adotta di qua, adotta di là, immaginate che nel 9999 molte delle cose orfane e abbandonate di noi, potranno trovare qualcuno o qualcosa a cui legarsi per mano perché, si sa, ce lo insegnano fin dalla scuola elementare che l'ordine è stare in fila per due, perché appaiare significa dimezzare le categorie, schedarle senza dimenticare l'identità che le distingue. Così, se disponessimo di questa fantomatica macchina capace di montare i pezzi biologici, con l'unico inconveniente di dover ricordare noi alla macchina il nome dei suddetti pezzi, beh, secondo voi che ne verrebbe fuori? "Un accidente di niente!" mi risponderebbe, giustamente, qualsiasi matricola che abbia passato Biologia al primo anno. Infatti, a dover comunicare al computer solo ciò che conosciamo, salterebbe fuori un vivente vegetale, un mostro che è meno di un mostro, dove alcuni meccanismi funzionerebbero, mentre altri, quelli a noi sconosciuti, peserebbero con la loro mancanza su quell’ammasso stupido di materia che abbiamo creato o meglio, che non siamo stati capaci di creare. 

Ma nell’anno 9999, quando questa storia ha inizio, si saprà tutto. Tutte le conoscenze accumulate, i millenni di ricerca, avranno tolto alla fantascienza ogni approdo immaginario e sarà tutto scienza pura, possibilità immediata. Non per tutte le cose che riguardano l’Universo ci saranno risposte, ma per ciò che concerne l’Uomo, ogni singolo gene sarà ricollegato alla sua proteina, ogni singola proteina sarà seguita nel suo sentiero d’azione, ogni evento spontaneo diventerà un evento, un tempo, soltanto un tempo, definito spontaneo. Il codice genetico, decriptato codon per codon, potrà essere usato per costruire un corpo umano a partire da una manciata di Elementi.
Una macchina. Serve una macchina in grado di farlo. Abbiamo la macchina! Ebbene, nel 9999 questa macchina è stata inventata già da 5 secoli, pensate. Il nome dell'inventore è Tibetano Argenteuil. Nazionalità... dunque, no, nel 9444 non possiamo parlare in termini di Nazione. Concetto superato. Poi, insomma, vi spiegherò.
La macchina, giusto. Essa è l'espressione massima dell'intelligenza umana, il cavallo di battaglia del Terzo Pianeta del Sistema Solare partendo dal Sole, l'orgoglio massimo dei figli nei confronti dei padri della Scienza, la sfida che intimidisce eventuali extraterrestri di passaggio facendoli chinare il capo (o eventuali numerosi capi se i soggetti sono pluricefali) di fronte a tanta superiorità d'ingegno.

Ma. E qui, attenti, arriva la svolta. Nel 9999, l'ultimo trimestre dell'anno, qualcosa cambia. Succede un casino, ecco. Un vero casino: la macchina diventa desiderio di Occhi Indiscreti che Scrutano nel Cosmo. Senz'altro avete capito (proprio gli extraterrestri, sempre loro, chi altri). Eh già. E dove c'è desiderio e brama, lì c'è la guerra. Il fine, anche nel 9999, giustifica il mezzo. Così, colonie di altri viventi attaccano gli Umani e il sangue si spiaccica sui finestrini, insieme a polpette di reni mentre tagliatelle di visceri pendono dalle chiome degli alberi.
Tuttavia, come avrete notato, siccome sono una narratrice in tempo di pace poco incline a descrivere lo splatter senza inciampare in patetici humor, ho pensato di saltare direttamente alla parte dei fumi, ovvero quella classica e stereotipata parte alla Valle della Morte et similia dove, nei film, il regista fa lavorare alla grande la macchina del fumo per sottolineare il profondo senso di desolazione e annientamento che lascia una guerra tra umani e extraterrestri.
In questa parte dei fumi, dicevo, il superstite è uno studente di medicina. Un altro stereotipo che entra in gioco quando nell'aria c'è un certo non so che- un je ne sais quoi- di Sfiga. Di Sfiga, certamente, dato che lui è l'unico superstite. Comunque di stereotipi se ne incontreranno a bizzeffe in questa Fantascienza e sono sicura che comprenderete perchè se state leggendo significa che avete accettato (e superato) il fatto che questa è Bassa Letteratura di Serie C, dove si fa un uso improprio e snervante delle Maiuscole. Non ci posso fare niente. Ultimamente queste maiuscole stanno proprio diventando una droga, un bisogno emotivo di far saltare all'occhio qualcosa che è solo una parola. Triste. Andiamo avanti.

Lo studente è quindi da solo sulla faccia del pianeta, nel vero senso di questo luogo comune non così comune, dopotutto. Niente sembra andare nel verso giusto. Gli extraterrestri girano in mutande con sguardi minacciosi e armi che assomigliano ai fucili degli sbiaditi secoli 2000. Lui passa le giornate a nascondersi e ci riesce perchè si è allenato per anni. Quand'era bambino immaginava, chissà per quale trauma subito, di doversi nascondere per via di una guerra improvvisa. Così, senza annotarselo, ma tenendolo bene in testa, aveva iniziato a pensare morbosamente ai luoghi in cui passare inosservato, come, per esempio, la sala costumi del Teatro Planetario, nello specifico dentro il costume delle antiche dame. Oppure, nel frigo dopo averlo spento. Sotto il divano letto con le gambe rannicchiate (un classico intramontabile per ogni bambino che accenni a diventare un adulto con un minimo di sale in zucca). Nel bagno della metropolitana intercontinentale. Nel copertone di una ruota per tir spaziali, anche se la posizione curvata non è il massimo per la schiena. Ma Gimmy Tilli, per ora chiamiamolo così, a vent'anni ha un'accennata cifosi dorsale e il copertone gli si adatta a perfezione.
Allora, non fa che nascondersi il ragazzo. Lui è molto ansioso. Soffre di attacchi di panico, inoltre è erotomane. L'erotomania- dice il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, edizione 9999- è un tipo di costante illusione in cui l'individuo affetto crede che, ovunque, sempre, le persone si innamorino di lui. Così, trovandosi, di colpo solo, Gimmy Tilli non può tollerare più di non poter piacere. La solitudine è, infatti, l'unica che può smascherare la sua illusione. La sua ansia cresce a dismisura. Si chiede che diavolo di scherzo sia quello di ritrovarsi come ultimo superstite. Trascorre, dunque, le giornate nascosto a mordersi le unghie mormorando: "Porca puttana, porca puttana". Nonostante ciò, non ha il coraggio di buttarsi nel fumo e rendersi visibile ai nemici per essere eliminato. Questo perché Gimmy Tilli vive spesso senza prendere serie iniziative, senza dire quello che pensa e senza nemmeno pensare di fare altre di queste cose coraggiose. Lui, niente. Preferisce che gli eventi lo travolgano, che l'amore lo travolga costantemente senza mai scalfirlo. Lui, cifotico e perennemente raffreddato, ha costruito intorno a sé una vera città castello piena di gente che lo desidera e dove lui può rifiutare con gentilezza i loro inviti. In questo modo, egli si erige sovrano della Vita e delle Scelte. In quanto Sovrano, ha infinite possibilità. Il rifiuto, quindi, non è vigliaccheria, bensì ricerca del Meglio. Un grandissimo bugiardo, insomma, questo Gimmy Tilli, non c'è male. Ma lui non lo fa apposta, ci crede per davvero. Come io con le maiuscole. Ci sono cose più forti di noi. E al diavolo, certe volte, ostinarsi per correggerle. Tanto per la cronaca. Tanto per avvertire che questo non è una specie di romanzo di formazione dove Gimmy Tilli si libera da se stesso y todo el mundo una mano arriba y vamos a la izquierda y derecha, izquierda, derecha, vale, vale. No, non credo. Io non conosco il finale di questa storia, ma ho letto che non si guarisce da certe illusioni. Quindi se mi invento un personaggio che già per tre quarti è uno stereotipo, cerco di evitare di farlo "maturare" per non peggiorare le cose. Vedete, io penso che la Scrittura di Serie C come questa possa campare discretamente bene anche solo con l'evitare di peggiorare le cose. Anni e anni di esercizio per questo, ragazzi. Non sottovalutate.

Comunque.

Il fatto è questo: a un certo punto si scopre che questi extraterrestri non lasciano la Terra perchè, pur avendo fatto il diavolo a quattro con gli umani e sparato un bel po' di solenne fumo sulle diverse valli del pianeta, nonostante la loro palese vittoria e il loro bel celato compiacimento, essi non hanno ancora trovato la macchina. Si, la super Macchina, l'escamotage su cui si aggrappa questa intera Fantascienza. Essi pensano: "mah, magari queste talpe di umani l'hanno seppellita". Così iniziano a scavare dappertutto. Pfff, che casino totale... un maremoto in collina, mai accaduto niente di simile in millenni e millenni. Il solo che può testimoniare è un ragazzo dal nome clownesco che, per quanto lo riguarda, non ha nessuna voglia di immischiarsi. Però, si annoia. E la noia, per uno che studia medicina, può divenire, alle volte, una spinta pazzesca per agire. Prende la giacca, esce dal copertone di tir spaziale in cui si era nascosto e decide che se trova la Macchina, può costruire una serie di Umani. Ragione numero uno, per non essere "l'unico superstite del cazzo", come spesso si ripete tra sé e sé. Ragione numero due, per diminuire le possibilità di estinzione della razza umana per la quale ci sono voluti, comunque, tanti sforzi per farla progredire eccetera. Ragione numero tre, per mettersi alla prova con le sue conoscenze nel campo scientifico e vedere se con esse è in grado di suggerire alla Macchina le giuste informazioni capaci di assemblare nuovi umani. Basta una volta, un solo umano e il resto è un ordinario processo di copia-incolla. E questa è la Sfida. Gimmy Tilli, ansioso, avente cifosi dorsale, raffreddato, avente cifosi psicologica, erotomane ed egoista, alla fine, si scopre che è anche competitivo fino alla schifezza. Quindi, nascondendosi di angolo in angolo in punti davvero divertenti (che penserò io a inventarmi per benino), zitto zitto, ce la fa. Eh si! Eh per forza! Ce la fa perchè questa è una Fantascienza per cuori che devono distrarsi con qualche emozione del genere. Ma non è detto niente, si stiano tranquilli coloro che amano i finali tristi. Ho scritto che ce la fa, non ho scritto che si ricorda le informazioni. Potrebbe anche accadere che questo Gimmy Tilli si dimentichi tutto sul più bello. Poi, è solo uno studente di medicina. Mica un professore di biochimica. Mica un dottore.

E come disse Dio a Mosè sul Monte Sinai, millenni e millenni prima: questo è quanto.

(Anche se questo non è davvero quanto. Ci devo investire ancora un po' di potenziale creativo).