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29/10/17

Panco del Servizio Civile - Ritratti di persone

di Cristina Taliento


Panco del Servizio Civile lavorava ogni giorno con gli ex detenuti, guadagnava pochi soldi al mese, aveva ricominciato a fumare e non chiedeva mai per quale motivo quegli altri fossero finiti dentro.
Si era laureato in Medicina un giorno d’ottobre. Pioveva. Quel giorno non c’era che sua zia, il nonno e il vicino di casa. Gli avevano battuto le mani, poi  la zia aveva detto scuotendo impaziente l’ombrello: “Andiamo che fa freddo”. E Panco del Servizio Civile aveva guardato le foglie gialle e i coriandoli per terra. Comunque, nè la sua condizione affettiva, nè la mancanza di supporto erano i motivi per cui Panco avesse deciso -così, senza molte chiacchiere- di posticipare l’esame di abilitazione alla professione medica e dedicarsi per un anno, trecentosessanta giorni e venti di permesso, a lavori socialmente utili.
Tutto quello che doveva fare consisteva nell’aiutare l’ex detenuto a incontrare la sua famiglia o portargli vino, frutta, aiutarlo a reinserirsi nella quotidianità.
Alto, magro e senza amici, Panco non chiedeva di meglio che essere una spalla, discreta, silenziosa, qualcuno con cui zoppicare.

A dire il vero non so perché ora stia qui a narrare di Panco in modo così superficiale. Farei meglio a scrivere due versi. Tipo:
La cucina di domenica 
Brilla bianca
Sotto un raggio di nuvola
Mi domando come mai
I gatti siano 
Creature paragonabili
All’edera.

Ma non importa. Panco leggeva la Divina Commedia. Aveva in tasca un fazzoletto di stoffa.
“Cosa se ne fa un giovane di un fazzoletto di stoffa?” gli aveva chiesto un vecchio spacciatore.
“Non lo so, per asciugarmi il naso se cola” aveva detto.
E lo spacciatore si era messo a ridere.

“Perché lo fai?”
“Fare cosa?”
“Perdere il tuo tempo qui”
“Non perdo il mio tempo”
“Stai cercando qualcosa?”
Panco, seduto sulla poltrona di velluto verde di proprietà dell’Associazione, con la faccia mescolata come un impasto da un cucchiaio di legno, aveva risposto: “Non sto cercando niente”.

Diversamente dagli altri ragazzi del Servizio Civile, aitanti, energici e con una ottimistica soluzione per tutto, Panco spesso non sapeva che pesci prendere. La sua pasta al pomodoro era sempre un po’ scotta e non sapendo giustificarsi, mangiava gli spaghetti ascoltando quello che l’altro diceva.
Sparecchiava. Lavava i piatti. Alle 19 tornava a casa. Lo aspettavano la zia e il nonno che parlavano di guerre, disastri ambientali. La zia si riferiva sempre a situazioni attuali, come ad esempio il conflitto siriano, la Corea del Nord. Il nonno le dava ragione e aggiungeva qualcosa su Alsazia e Lorena.
Panco si sedeva a leggere il giornale o le nuove linee guida di una malattia.

Come ritratto questo non ha un finale, non nel senso catartico del termine. Se stesse o meno cercando qualcosa, una risposta, un segno, nessuno lo seppe mai, nè io, nè gli ex detenuti, tantomeno sua zia che iniziava ad avere, tra l’altro, un principio di cataratta.
Quello che so è che dopo il Servizio Civile, Panco iniziò a frequentare un ambulatorio di un medico di medicina generale.
Molti dicevano che fosse un tipo apatico, indeciso, senza vocazione. Io non lo so. Secondo me, era un  ragazzo tranquillo.




27/07/17

Andy Chaser - Ritratti di persone

di Cristina Taliento

L'immagine può contenere: spazio all'aperto

(Claude Monet, Impressione, alba, 1873)

Andy Chaser è questo ragazzo un po' paranoico sulla ventina, uno dei tanti, come ce ne sono a bizzeffe sparsi per l'Italia, tra Nord e Sud, magri, per niente abbronzati, introversi, mangiatori di schifezze e senza un particolare programma nella vita. Andy Chaser io non lo so perché abbia deciso di chiamarsi così su Instagram, invece di Andrea l'Inseguitore, per esempio. Lo scopo del suo account è raccogliere foto di tempeste, nuvole terribili e piogge di saette e, a dirla tutta,  il nome inglese lo descrive meglio, si abbina con i calzoncini corti e le All Star Converse e con quei quattro peli biondi a mo' di barba che altrimenti  stonerebbero su un  solenne 'Inseguitore'.
Andy è così, anzi a dire il vero non ne ho la più pallida idea di come sia. Diciamo che sono una dei suoi pochi followers e ne ho fatto, a sua insaputa, un personaggio. Io me lo immagino sempre inforcare la bicicletta alla prima goccia di pioggia con degli occhialini da piscina sopra uno sguardo allertato, per poi pedalare a più non posso con le infradito verso la campagna sconfinata e deserta, schivando qua e là, con uno slalom mortale, le lattine vuote che l'uragano gli lancia contro. E, secondo me, proprio mentre è nella zona più grigiosamente appestata da nubi, ben lontano dalla salvezza, con la maglietta completamente zuppa d'acqua e di guai, Andy prende la macchina fotografica dalla custodia impermeabile e, con l'iride nell'obiettivo, aspetta quatto quatto il tuono. E aspetta il lampo e aspetta la meraviglia e chissa chi e cos'altro. Intanto bagliori di sommosse gli illuminano gli occhi e accusano violenti il suo lungo indugiare. Ma- attenzione- nell'istante in cui il fulmine sguizza via dal cumulonembo,  lungo e veloce come un'anguilla,  il vecchio Andy preme il pulsante di scatto, clic e fine della storia. 
Quelle volte che piove e basta, senza bagliori né niente, io non riesco proprio a immaginare dove trovi il coraggio per non mollare tutto e cambiare hobby, senza perdere altro tempo a bagnarsi sotto l'acquazzone come i poveri cristi, ma probabilmente non ho capito il senso del suo inseguire, che la mia mente legge come sinonimo di cercare e magari invece no, non è lo stesso. O forse il bello per lui è soltanto farla franca. Un'altra volta e diecimila altre scappare a gambe levate con una foto appesa al collo e neanche un elettroshock.

18/04/17

Giotto sull'acqua - Ritratti di persone


divagazioni di Cristina Taliento


Risultati immagini per rob gonsalves
(Painting by Rob Gonsalves)


Giotto sull'acqua è un artista che non usa la prospettiva e disegna sull'asfalto, sull'ultimo ponte, dove, a dire la verità, non passa quasi mai nessuno, a parte i corridori delle sette di sera che si spostano veloci di lato per non calpestare i suoi gessetti colorati. Il fiume è asciutto, verde di piante.

Giotto sull'acqua avrà trent'anni ed è senza lavoro.
Lo guardo, gli chiedo perchè disegna sempre un pittore di spalle che disegna. Mi sembra autoreferenziale.

Dico: "Sei tu quello?"
Dice: "No, perchè?". Non gli piacciono le domande, nè le persone che interpretano i suoi quadri. Mi giro, non c'è manco un cappello per lasciarci dentro qualche moneta.

Un gruppetto di sessantenni in tenuta da corsa ci circonda per un attimo come uno sciame di passaggio. Non dico niente e resto ad ascoltare il rumore di passi che s'allontanano.
Poi mi decido: "Disegni sempre un pittore di spalle che disegna per terra, una specie di specchio nello specchio. Che significa?".

"Già, specchio nello specchio, foto da foto. Che significa?". Mi guarda con sguardo interrogativo.
"Non lo so" dico alzando le spalle e aggiungo: "Non ho molta fantasia di questi tempi".
Tira su col naso.

Dice: "L'arte non deve avere sempre un senso. Basta che mi piaccia, che descriva il mio oceano interiore".
Quando parla ha un accento diverso da quello di questa città. Mi sembra dell'Est.

"Ti senti uno straniero, uno che si guarda dall'esterno?" domando su due piedi.
"Può darsi" e abbassa lo sguardo.


Così mi è venuto in mente un personaggio dei miei vecchi racconti del Mal Adriatico: il Sorseggiatore.
Il Sorseggiatore è un uomo sulla quarantina che parla poco e niente, gira per la città con una tazza di caffè in mano da cui beve qualche sorso di tanto in tanto, mentre guarda le scene di vita del paese. Gli altri ovviamente lo detestano, ma a lui importa poco. La cosa divertente di questo personaggio è più che altro la tazza di caffè che si porta dietro ovunque vada, tra le strade e nelle piazze del mondo, lontano dai tavolini di qualsiasi bar, lontano da se stesso. Il Sorseggiatore non sai mai se abbia l'intenzione vera di osservare, scrutare, oppure se tutto quello sguardo buttato a briglia sciolta sull' orizzonte non sia che il naturale passatempo di chi, in realtà, sta soltanto bevendo un caffè.
Poi penso, però, che Giotto sull'acqua non assomiglia per niente al Sorseggiatore, che probabilmente Giotto sull' acqua non avrebbe mai il coraggio di fissare qualcuno per più di due sbadati secondi.

"Foto da foto" ripeto sovrappensiero.
"Foto da foto, ovvero guardare attraverso il filtro del tempo e dello spazio per non tremare troppo".
"Apperò" esclamo per sdrammatizzare.
Sorride imbarazzato. È un artista.

19/10/16

Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti

di Cristina Taliento


Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti si era spesso vergognato della sua intelligenza. E questo lo rendeva stupido abbastanza da far sì che, in fin dei conti, potesse rientrare a pieno titolo nella Media.
Ed entrare nella media era una lotta quotidiana che gli dava una certa soddisfazione.
Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti chissà per quale strano meccanismo, non voleva essere altro che il ragazzo dell'ultima fila, taciturno, pugno premuto sul mento. Non ambiva, tuttavia, ad eccellere nella solitaria parte dell'individio ferito e allora, quando gli altri lo guardavano, diceva qualcosa di vuoto, di ironico, senza senso.
Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti, in realtà, voleva fare il chirurgo del collo o qualcosa di molto simile a quelle fantastiche diavolerie, ma credeva francamente di non meritare tanto, né di essere capace. Così raccontava in giro che due cose, anzi tre, lo affascinavano più di qualunque altra cosa: le branchie, il trapianto, i gatti.
"Che ragazzo giudizioso" diceva suo nonno masticando noccioline.
"Un visionario" commentava suo padre con sarcasmo.
Il ragazzo, tuttavia, in quel clima di mancata approvazione mangiava il dessert con più gusto. Non era un ribelle. Era un codardo. Non voleva trasgredire. Aveva paura delle sue capacità, di quella sua memoria a tratti troppo affilata, delle sue non volute abilità, di quella voglia di conoscere e imparare, quasi come un'ossessione, come se il Tempo non fosse abbastanza. Aveva paura del suo sguardo che mutava quando gli insegnavano qualcosa, della gioia che traeva nell'osservare le minuscole parti dell'infinito. Si svalutava, spaventato da quel piccolo mostriciattolo famelico che gli chiedeva Tutto. Il ragazzo si guardava a lungo nello specchio e, certe volte, vi intravedeva il futuro. Ciò lo faceva fuggire da sé.
"Non avere paura ad essere chi sei" gli dissi. A me piacevano i gatti, ma anche le frasi d'effetto.
Disse: "so quello che valgo".
Dissi: "va beh". E scartai una caramella. Era una caramella gigante, così mi uscì un: "non avee pauaa  di essee il miglioe".
Menomale che non capì.

23/08/16

Elena - Ritratti dei tristi

di Cristina Taliento


Ed era il tempo, nuovamente il tempo, il suo pensiero dolce che usciva dalla moka insieme ai piccoli schizzi che macchiavano le piastrelle bianche della cucina. No, non voleva lasciarsi coinvolgere. Spegneva il gas. Versava il caffè nella tazzina, beveva nel silenzio. Un cruciverba, una matita, un orologio da polso che avrebbe messo. Che non avrebbe messo. 
Era il Tempo, o meglio, il pensiero del tempo che sedeva a fianco a lei sull'autobus numero 5 delle sette e trenta. No, non poteva. Premeva il tasto che faceva lampeggiare la scritta "fermata prenotata". Scendeva. Si fermava all'edicola per comprare il giornale. Nessuno lo faceva più, ma lei, d'altronde, non avrebbe potuto smettere. Il Tempo, allora, diventava l'articolo che stava leggendo, la fotografia che stava guardando. Girava pagina.
Non voleva, c'era qualcosa di sbagliato nell'amare fortemente il passato, nel costruire ogni giorno un'immagine di sé che s'ispirarasse alla lei più giovane, alla lei di quando loro -tutti loro- erano stati giovani.
Non si poteva, non si doveva.
Non era facile, per niente facile, vivere il presente come se questo fosse già passato, idealizzarlo al punto da collocarlo nella perfetta cristalliera dei ricordi.
 Gianni viveva come uno zingaro; mangiava i momenti senza curarsi di averli digeriti, era vorace, ma dimenticava. Si faceva trasportare da una strada all' altra dalla corrente delle occasioni, delle sue voglie, paure, ambizioni eppure si sbarazzava di un momento come di un pezzo di carta. Non aveva paura di accortacciare in un solo gesto tutti gli scontrini della sua esistenza, buttandoli semplicemente senza guardarli dopo, senza desiderare di non averlo fatto.
Elena non era come lui.  Avrebbe preso quelle cartacce tra le sue mani spaventata dal pensiero di non poterle possedere, di non poter trattenere il mare che ogni anno avanzava sempre di più -sempre di più - rovinando la pittura della casa sugli scogli, dove tutto era stato una volta così bello. E sarebbe corsa laggiù con il vestito bianco, ci sarebbe andata anche in autunno a urlare contro il mare di andare via, via, di lasciare stare quella casa, la casa delle sue estati, di non rovinare niente. Avrebbe preso a calci le onde, maledette evanescenti macchine di rovina, per riprendersi indietro la sua vecchia spiaggia insieme ai suoni delle risate- le loro risate- che ancora oggi lei poteva sentire così vive tra le raffiche di vento. Ma tutto era serio, tranne lei. Tutto era sobrio e mal messo, tranne lei. Tutto così gravemente eroso dalla salsedine. E ciò che non era distrutto, era stato rinnovato, con uno stile molto diverso da quello del 1989.

Gianni aveva una sua visione del mondo, degli avvenimenti. Diceva che le piccole dosi di tristezza saltuaria, se non quotidiana, servivano per preservarti da più grandi sciagure che di solito si abbattevano nei periodi di quiete assoluta. Quando un suo amico era depresso, ripeteva questa teoria e poi se ne andava, lasciando però con il suo fare disattento molta più consolazione di quanto ci si potesse aspettare da un amico premuroso. E con Elena faceva lo stesso. Egli credeva che le menti fragili come quelle di Elena avevano bisogno di una boa a cui aggrapparsi per non annegare. Quella boa era la superstizione, il paradiso, e nel suo caso il pensiero che la tristezza a bassa frequenza andasse bene, che potesse addirittura proteggerla dalle catastrofi. Lei ci credeva, sospirando, borbottando, non voleva fare a meno di annuire perché, alla fine, tutta quella malinconia era il caldo cappotto che l'avvolgeva dandole un'identità e una memoria. Vi era, infatti, in quel suo modo d'essere lontano e distante, la storia della sua vita, la testimonianza che lì era passata la gioia, l'amore, l'avventura e poi il tempo aveva asciugato ogni cosa, prima di sgretolarla, frantumarla fragorosamente nei tuoni e nella burrasca di quel presente in cui ella non riusciva più a riconoscersi, dove per quanto potesse piangere, le lacrime non erano le sue lacrime, i sogni non erano più i suoi sogni e niente che facesse e vivesse si sarebbe potuto paragonare a quel periodo in cui il meglio doveva ancora venire. E detto ciò, si sarebbe potuto festeggiare a lungo, stappando champagne, conversando amabilmente con le mogli dei suoi vecchi amici, ma questa era la sua consapevolezza, quella di non ritornare indietro, di non rincontrarlo più.

Elena viveva nel Tempo. Alcune sere era il suo unico amico, tutto quello che aveva, quello che le era rimasto. Rispondeva al presente accendendosi una sigaretta perché non avrebbe saputo cosa dire, che, che... si, era stata felice, che probabilmente poi dopo non si era sentita più così viva. Il fumo che la circondava ne sfumava i contorni, come se ella stessa non fosse stata reale.
Io la guardavo con dolore. Ella era quella a cui non avrei mai voluto assomigliare.
"Gianni non ti amava. Ha sposato un'altra" ho detto con la schiena appoggiata alla ringhiera del balcone. 
Gianni, poi. Esisteva davvero?
"Accidenti, come fai, come fai a rimanere così vittima dei tuoi sentimenti? Perché non li tratti con meno rispetto? Perché non accetti che qui siamo tutti un usa e getta generale dove si vive e si muore e si dimentica e si va avanti?"
Mi guardò.
Continuai: "Non puoi ricordare così forte. Così sei un fantasma".
E lei che lo sapeva. E lei che avrebbe voluto non saperlo. 




15/06/16

Se ti costruisci una barca

di C. Taliento in memoria di S.R. Prof.


Robina YASMIN - Summer Fun - Diptych
(Summer fun, Robina Yasmin, oil)


"Se ti costruisci una barca puoi scegliere tu il colore, anche se è da principianti pensare subito al colore, come se fosse tutto lì, solo quello. Devi sapere che c'è da lavorare il legno e martellare i chiodi con delicatezza e attenzione" disse il vecchio Ferri mettendosi le mani sui fianchi e guardandomi come se non fossi capace. Era un chirurgo ortopedico in pensione. Io in quegli anni scrivevo canzoni. Più che altro, poi, m'intendevo di decoupage. 

"Beh- dissi io mentre mi sedevo su uno scoglio- forse è meglio iniziare".
"Iniziamo" disse Ferri.
E iniziammo a costruire una barca. Una barca piccola, in fondo. Grande come un letto. Però, bella. Una barca per l'estate, per meditare sulle nostre mediocrità, ridere delle nostre mediocrità, bere il caffè nel thermos, dormire.
Io avevo detto un sacco di parole a tanta gente e non sapevo più che dire. Ferri era anziano, poteva essere mio nonno e come la maggior parte degli anziani non aveva paura del silenzio. 
La barca, all'inizio, era un mucchio di assi recuperati qua e là da Ferri nel corso della sua lunga vita durante le passeggiate sulla spiaggia. Era riuscito a costruire una specie di telaio.
Io, figlia del progresso tecnologico, avevo comprato da E-bay un libro in inglese con le istruzioni su come fare. Così leggevo concentrata, mal interpretavo, mi pulivo gli occhiali con la maglietta, mentre Ferri martellava seguendo la sua testa e la naturale inclinazione di quei quattro legni storti.
"Secondo me, stai sbagliando" dicevo.
Ma il vecchio parlava poco e non si difendeva mai. Questa era per me la sua più grande dote. Non gliene fregava niente. Niente.
"Incredibile, è tutto storto. Annegheremo!".
Lavorava con la sigaretta tra i denti. Ogni tanto si fermava, prendeva la sigaretta con pollice e indice e guardava la barca, s'immaginava dei velieri. O magari no, chissà. Due colpi di tosse e si rimetteva a lavoro. E guai a chiedere consigli.

Una volta mi disse: "Blu è un bel colore". Che era il suo modo di coinvolgermi.
"Si, non è male" dissi alzando la testa dal libro.
"Blu è anche un bel nome"
"Mah non lo so se mi piace. È tipo Bleah, tipo che schifo". Si, in realtà mi faceva schifo, come, segretamente, tutto quanto. Il mondo mi aveva offeso. Va be', avevo sedici anni.

"Pensavo di prendere un cane. Lo chiamerei Blu" disse tagliando un pezzo di carta vetrata dal rotolo. 

"Che cane?"
"Un cane blu".

Io volevo un pastore tedesco. 
Arrivò il caldo, quello vero, giallo come i miei capelli che il sole iniziava a bruciare e a schiarire, giallo caldo giallo come il nostro ombrellone. Iniziai a lavorare anch'io, non avendo più voglia né di leggere, né di pensare. Era una barca piccola, ma noi eravamo dei perfezionisti. E dedicavamo tempo. E il tempo passava, ma non era abbastanza. Malgrado il suo enfisema e la mia adolescenza, non c'era posto migliore in cui entrambi non chiedevamo di stare. Insieme, ciascuno per i fatti propri. 

Fu una bella estate. Verso la fine di luglio, mentre pulivamo i pennelli sporchi di vernice blu, attaccarono sull'enorme cartello pubblicitario che ci sovrastava un manifesto dove c'era scritto: "La Vita è come un arcobaleno".  
Io pensai subito che volesse dire una cosa simile a "prima vai in salita e poi ti tocca rotolare verso lo sfascio".

Invece, il vecchio lesse la frase ad alta voce, con quella sua sigaretta sempre al lato della bocca. C'erano almeno quaranta gradi. Prima di parlare aspettava sempre qualche secondo. Disse: "In effetti, è colorata".

Io alzai un sopracciglio. Scettica com'ero diventata. 
E lui aggiunse: "Colorata e bella".
Già.
 Tutti i giovani irrequieti dovrebbero essere affiancati di tanto in tanto da anziani ottimisti e calmi dal sangue fermo. Però, a me manca proprio lui, non l'effetto della sua assenza su di me. 

14/05/16

La chewingum - Ritratti di re e regine


 di Cristina Taliento


(Ron Hicks)


E scriveva, scriveva, sotto le diverse sfumature luminose del giorno, con il buio, sotto la luce accecante del primo pomeriggio, con e senza ispirazioni, soffiandosi il naso, sbuffando, ridendo, piangendo, alzandosi di tanto in tanto per controllare il cellulare, prendere l'antistaminico o per mangiare cereali a secco perche il latte si era finito. Le cose che accadevano nella sua Testa erano confinate al Collo e al Foglio. Masticava confusamente chewing-gum di una marca tedesca che le ricordava la Volkswagen di sua zia tanti anni prima. All'ora di pranzo accendeva la radio e ascoltava per un po' le persone mentre la pasta si cuoceva e, nel frattempo, ripensava a quello che aveva scritto e avrebbe strappato tutto, tutto. Era uno stridente lavoro pesante quello di inventare le storie, dissanguarsi per trovarne un senso, una trama, un finale dimenticando il volto dell' Editore e facendo come se sotto non ci fosse che talento e passione.
"Prendi qualcosa dalla vita di ogni giorno" le aveva detto Cechov nei suoi sogni.
"Okay, Tony. Passami la penna e l'acqua" aveva risposto nei suoi sogni.
"Avanti... qualcosa dalla vita di ogni giorno, senza trama e senza finale".
"Non lo so, ora vedo".

Un giorno si accorse di non avere talento.
Se ne accorse da sola al centro di una pista da ballo. Erano balli latinoamericani, la gente si muoveva da ogni parte, lei rideva con il bicchiere in mano, il dj era laggiù, i ventilatori soffiavano aria nei suoi capelli. E lì, come quella volta tra gli scaffali del supermercato, intuì di non essere abbastanza brava. C'era che avrebbe voluto smettere di pensare, di scrivere, per una volta liberarsi di quel vociare, continuo vociare di api che trasformavano la sua vita, i suoi attimi, in una narrazione. Voleva ballare, lentamente nella musica incalzante. Voltarsi piano, sparire all' occorrenza, smettere di tergiversare, per una volta sputare la chewingum e piantarla di innervosire i muscoli facciali e guardare dritto negli occhi l'orizzonte, il dolore, guardare senza più nessuna difesa il cuore. E, giacché, cadere, se è tempo di cadere, alzare le mani e raccontare la storia in sincerità, anche se è invenzione, non fa niente. Tu devi dire le cose come stanno. Quello era il coraggio della vulnerabilità. Era lì che stava il talento, era lì che in lei mancava. Forse, i veri scrittori erano quelli che davanti all' agitazione non si agitavano mai. 

11/05/16

Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti

 di Cristina Taliento



Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti aveva avuto fin dall' infanzia problemi con la vista. Ipermetrope da bambino, divenne miope durante l'adolescenza.  Questo l'aveva portato fin da subito ad avvicinarsi agli oggetti, ai fenomeni naturali e innaturali che da lontano gli apparivano come ombre. Ben presto si accorse che in quel mondo sfocato si sentiva a suo agio, lontano dagli sguardi che lo intimorivano e vicino, qualora l'avesse voluto, al dettaglio delle cose. Quando l'oculista gli prescrisse gli occhiali, egli notò che quel vedere bene da lontano lo impigriva. Gli piaceva chinarsi sugli oggetti, vederne i particolari. Pensò che forse quel difetto nei suoi occhi era la sua spiaggia interiore. Senza nessuna bravura, né curiosità che fosse superiore alla media, il ragazzo, preso dalla sola voglia di compensare la miopia, aveva messo in atto un meccanismo d'abitudine che lo portava continuamente a fermarsi davanti alle cose, delineando i contorni di quello che altrimenti non avrebbe mai visto. Si fermava a respirare sugli insetti, sulla trama di un tessuto, sulle parole che una a fianco all' altra formavano una frase. E per un bizzarro paradosso, i limiti dei suoi occhi gli permisero di scoprire ciò che forse solo da una breve distanza si poteva osservare.
Quel modo di adattarsi finì ben presto per condizionare, al di là della capacità visiva, il suo pensiero. Osservare da vicino, pensò, era come riflettere, collegando i punti, accomodando con gli occhi e con la mente. Occhi e mente. Come in un valzer.
Cresceva osservando, scordandosi di sé.
Era infatti uno di quei ragazzi che non si sentono mai particolarmente depressi poiché si prendono troppo poco sul serio per dare importanza alle cose che li vedono protagonisti, uno di quei ragazzi semplici un po' bambini che salgono sui tetti a respirare il tramonto. Ma senza idealizzare il tramonto, senza fraintendere o caricare di significato l'arancione. Soltanto vedere il sole che si abbassa. Perché il sole è il sole ed è bello e non c'è bisogno di dire nient'altro. Quel ragazzo era fatto così.

23/02/16

Rifletti e controlla - Ritratti dei tristi

dei lavori di Cristina Taliento

                   (Illustrazione di Thani Mara)


Le finestre aperte era quelle che non poteva capire.
Le strade facili erano quellle che non le facevano battere il cuore.
Dentro la tazza di tè al mirtillo si rispecchiavano un finestrino piccolo e i suoi occhi irriverenti che da qualche tempo si guardavano nel solo riflesso restituito da zuppe fumanti e pozzanghere sporche. 
Si era seduta un centinaio di volte per far uscire dai suoi oceani interiori una soluzione ai suoi respiri, sospiri. Ogni volta aveva trovato un riccio, una foglia danzante, un movimento nell'acqua che l'aveva distratta. 
Perchè i sentimenti... 
Perchè i.
Perchè i suoi sentimenti sarebbero rimasti chiusi per anni o per sempre in quella piadineria delle 23 e 05, dove lei mangiava una crepe con la forchetta di plastica e lui, ad un tratto, le aveva detto di tenere gli auricolari, le aveva fatto ascoltare una canzone. E lei non ricordava il titolo della canzone. Ricordava che erano seduti su sgabelli che la sua memoria aveva distorto e accresciuto in altezza: erano sgabelli altissimi. E lei aveva ascoltato con la forchetta in mano, ma senza mangiare, quella canzone che forse era una promessa, la sua promessa, o una scusa, la sua scusa mentre l'uomo alla cassa, di tanto in tanto, gridava sporgendosi in avanti: "167 rucola e crudo", "168, ricotta e pomodori secchi". Lei non la voleva una piadina, aveva già la sua crepe alla nutella con attorno dei fiori di panna, ma se quelli sgabelli non fossero stati così alti e le sue caviglie non fossero state così fragili, se scendere fosse stato semplice, lei sarebbe corsa via, lei avrebbe detto: "Si, è mia! Si, diavolo, 168 è mia!". E magari avrebbe scartato una Cinque dal portafoglio e il giubbotto ce l'aveva già. Magari bastava soltanto aprire la porta e andare via. Il giubbotto ce l'aveva già. Era uno di quei posti senza riscaldamento dove tutti hanno troppo freddo per mostrare il maglione nuovo. Uno di quei posti che mentre ci sei dentro lo sai già che, in un qualche ancora ignoto modo, ti segneranno.
Le finestre aperte le accarezzavano la fantasia. Se vi era qualcuno affacciato, lei sorrideva gentilmente, consapevole tuttavia che non avrebbe voluto, potuto, ascoltare nient'altro all'infuori di un imparziale mansueto saluto perchè, dopotutto, erano le finestre chiuse, quelle che il vento aveva sbattuto con rabbia alle sue spalle, quelle dove non si sarebbe svelato mai più nessuno, quelle da cui comunque sarebbe scappata, erano le finestre chiuse quelle sotto cui, come una volpe avvicinata, addomesticata e poi dimenticata, una, una volta ancora, si sarebbe, con disperata fedeltà, ostinatamente addormentata. 

02/01/16

Meravigliare il furfante

di Cristina Taliento





C'erano stati diversi e buffi tentativi di meravigliare il Furfante, quel nuovo lato di lei che da qualche anno, curiosamente, si annoiava. Uno di questi ad esempio era stato nuotare dritto fino a toccare il fondo, giusto per strizzare l'occhio a questo Furfante e far vedere che dietro tanta diligenza e dedizione lei era comunque capace di giocarsi tutto in tre secondi. Non è che di cadere avesse voglia, presa com'era da quella smania di sfondare tipica dei rampolli sulla ventina, ma a volte, almeno due volte all'anno, ci teneva a cadere di proposito, qualora il caso gliel'avesse evitato, per sapere chi era, se c'era ancora o se, invece, non c'erano che merletti, pacchetti, lucine, vincere, vincere, vincere. "Io non piango quasi mai". Quindi perse in memoria di sé. Perse, alla facciaccia sua.
   In realtà non andò proprio così e infatti quello che riuscì ad ottenere dal Furfante fu soltanto una risatina di compassione seguita da uno sguardo rassegnato. Voleva allentare la presa dalle cose che si era guadagnata, da quel sacco di roba che da buona formica occidentale aveva visto crescere con sudore e sacrificio, ma più voleva liberarsene per un po', per provare, per gioco, più quello la inseguiva ed era come se se la fosse proprio cucita addosso questa benedetta saccoccia di anzianità. "Eh vabbè, eh vabbè- si diceva- bene, bene così. Dai. Meglio. Significa che ormai mi appartiene, non fa niente se... non importa". Invece iniziò ad importarle tantissimo perchè si stava dimenticando di come si facesse a scrivere le Emozioni, perchè mentre lei, disperata, guardava avanti, indietro, destra e sinistra senza che nessuna macchina si fermasse per farla attraversare, il Furfante, quel pezzente, era dall'altro lato della strada a batterle lentamente le mani e a sussurrarle nel frastuono di clacson: "Brava, alla fine ce l'hai fatta a diventare Adulta". Ma lo sapeva lei che intendeva il malvagio, lo sapeva lei con che tono lo diceva. Non si riferiva all'età e neanche a quei tre semplici concetti di dovere, responsabilità, rispetto. No. Lui si riferiva a qualcosa di più complicato, a qualcosa di più sottile, qualcosa che avesse a che fare con il sentire. Il suo rimprovero la raggelava e poi la indispettiva.
"Meravigliami" diceva questo estraneo.
"Fatti i fatti tuoi!- le veniva in mente- Io non ti conosco! I cambiamenti che guadagno onestamente  li vivo come mi pare!"
"E allora meravigliami. Cos'è, non ne sei più capace?"
"Io non mi annoio mai"
"Dunque, intrattienimi"
"Io non sono la buffona di nessuno, tantomeno di me stessa".

Avrebbe continuato a negare per altri dieci milioni di anni, altrettanti a quelli che si sentiva addosso. Iniziò a leggere al Furfante i libri che in passato l'avevano folgorata. Lo vedeva smettere di sbadigliare  per poi rivederlo dormire poco dopo. Con i film non valeva nemmeno la pena provare. Per il Furfante era tutto materiale da due soldi.
"Non sai neanche scegliere un film"
"Vattene, è un film di serie A. Dovresti esserne colpito"
"Non lo sono affatto" mormorava il Furfante ipnotizzato dal buio.

Forse stava solo diventando esigente. Odiava quella parola. Neanche i dolci piacevano a quel Furfante. Aveva perso dodici chili. Tutti le facevano i complimenti. "Sei più magra" squittivano.

"Se vabbè, che te ne fai della magrezza se non ti entusiasma più un pezzo di torta al cioccolato?" mormorava il Furfante.
"Preferisco il minestrone"
"Che delusione, mi manca quella tua fame, vecchia".

A quel punto lei provò ad accettare la situazione, a guardare con occhio comprensivo l'occhio spento di certe persone.
"Io non ce l'ho l'occhio spento" però si diceva. "Non ce l'ho e mai l'avrò!" rimarcando il tutto con qualche espressione colorita.
Tuttavia si annoiava, più del solito, più di quanto avesse pensato in passato, quando una foglia secca era una fonte d'ispirazione e le stelle, lucciole magiche. Dovette ammettere suo malgrado che la musica non le dava più le stesse emozioni di un tempo. Muta, nella solitudine di una stanza, alzava il volume al massimo e rimaneva a fissare la parete bianca fino a quando il Furfante, Joe Strummer e i vicini si stancavano e iniziavano col prenderla a parole e lei spegneva tutto e se ne andava. Ma non era un impulsivo andarsene adolescenziale, un correre subito via lontano, era più un prendere visione dei fatti, infilarsi il cappotto, il cappello, i guanti, la sciarpa, la borsa, avvisare, togliersi i guanti, andare in bagno,  lavarsi i denti, rimettersi i guanti, cercare le chiavi, lasciare un biglietto e poi sbuffarsi dietro, ma senza sbattere la porta. Tanto il casino era stato già fatto.
Era così, da qualche anno. Chissà quand' era cominciata. Forse quella volta che Sally le aveva chiesto di andare a vedere quel film sui cloni e lei aveva acconsentito e mentre tutto il pubblico rideva divertito, lei nascondeva la sua totale serietà dietro la penombra azzurrina della sala di proiezione.
Oppure magari il Furfante aveva preso potere quella volta che il treno si fermò all'improvviso nel cuore della campagna, in qualche punto disperso del centro Italia e rimase lì fermo per tre ore e mezzo finché il guasto non venne riparato. Forse gli altri passeggeri persero degli appuntamenti e lei perse la voglia di arrivare a casa. Forse gli altri chiesero il rimborso mentre lei si accontentò di un letto su cui fondersi e scomparire.
Chissà. Lei non lo sapeva. Non lo accettava. Lo combatteva.
Lo combatteva alzandosi presto la mattina, innamorandosi delle cose difficili, tipo volontariato in Tibet, Monopoli con la metà dei soldi degli altri, lezioni di violino, maratona di New York, studiare con la febbre, studiare argomenti extra, studiare i misteri d'Italia, costruire mobili, imparare il russo, lavorare, cucinare, provocare le persone calme, stuzzicare le persone impenetrabili, guidare fino alla punta o fino al tacco dello stivale e urlare: "Che fine ha fatto Baby Jaaaaaane?" .

"Che schifo di persona che sei diventata" sentenziava il Furfante aggiungendo perle alla sua collana di rettitudine e saggezza.
"Forse vivere è cercare di meravigliarti o qualcosa di simile" rispondeva lei alzando la testa dal libro che in quel momento stava leggendo. Something like this. Era una canzone? Qualcuno l'aveva mai scritta? Aveva importanza? Che cos'è importante e cosa non lo è. "Bisogna capire sempre cosa è importante e cosa non lo è" ricordò. Poi si disse di smetterla e tornò a concentrarsi.



12/04/15

I giri intorno al campo

di Cristina Taliento




Giò Di Bacco me la sono inventata, ma questo non importa. L'importante è dire che mentre l'alba paffuta muove i fianchi tra i palazzi, lei fa un paio di saltelli sul posto e coi calzini di spugna e i pantaloncini rossi si dice che è ora di iniziare la corsetta. E questo sempre, sole e pioggia, sciopero, febbre, problemi di cuore, noia, ipopotassemia, crampi muscolari. Sempre. Così se, per esempio, quel giorno la città è bloccata dal traffico, tra gli schiamazzi e i clacson famelici, lei pedala in silenzio fino al campo di atletica leggera, poi lega la bici, si cambia le scarpe, annoda i lacci due volte, raddrizza la schiena e lavora sodo. A ventidue anni, lavora sodo. E non è che c'è la guerra o il colera, perchè beh, è il ventunesimo secolo, è l'europa, potrebbe anche prendersela con più calma. Però vuole vincere, lei vuole andare lontano, oppure lo fa soltanto perchè il suo posto è là, a far qualcosa di duro e faticoso, mentre le tv sbrodolano parole sui cervelli della gente, mentre tutti criticano e parlano, parlano, parlano. Si asciuga il sudore in silenzio. E c'è sempre questo silenzio, forte, assordante per tutto il campo, soprattutto dalle tre alle quattro del pomeriggio quando il sole è come se volesse superarla in corsa per gridarle di sedersi un po', magari all'ombra, magari con una di quelle bottigliette fresche di tè al limone. Ma lei sorride tutte le volte che le dicono di rallentare, di stare attenta e non è per maleducazione o per senso di superiorità; senza smettere di correre, con la testa bassa, dice: "non vado poi a questa grande velocità, saranno manco dieci chilometri orari". Il suo cuore batte sempre con lo stesso ritmo da mesi. Ha imparato a non agitarsi più di tanto se in campo entra un cane. Prima, ne aveva paura. Poi, ha cominciato a pensare che finchè fa il suo lavoro, finchè è concentrata sul quarantacinquesimo giro di campo, lei non può essere importunata, morsa, illusa, ferita. Quindi, corre. Ancora corre. E torna a casa, quando è troppo stanca per pensare a tutto quello che sarebbe potuto accadere se, invece di girare in tondo, avesse tirato dritto fino al porto, e poi dal porto alla vita, e dalla vita alle stelle. Così, accende la radio e, di solito, alla terza canzone che passano lei sta già dormendo.
Giulia dice che è una fase. Che la supererà.

16/08/14

Il calciatore ingrassato

di Cristina Taliento


(A soccer match, Gaston Vaudou, 1920, National Football Museum, Manchester)


Quand'era ragazzo non si sentiva bravo, gli altri gli dicevano 'sei grande', ma lui si allontanava, si credeva mediocre e questo gli bastava per non voler ascoltare nessuno. Giocava se era innamorato, giocava quand'era disperato oppure confuso, ferito, annoiato. Di emozioni ne provava molte, diverse e tutte nel giro di poche ore, ma, comunque andassero le cose in quel paese per vecchi che era il suo cuore, lui ritornava in campo e con il sole e con la pioggia, arrabbiato o felice, il suo tiro da fermo era sempre lo stesso misurato bolide di collo del piede ruggente, destinato, come l'uomo alla morte, ad entrare in porta. Divenne il migliore, senza troppi complimenti. Ma i migliori, si sa, non vogliono le cose che gli altri vogliono e lui incominciò a sentirsi inopportuno, come se non sapesse più dove mettere i piedi, come se l'essere il più alto l'avesse portato a dubitare della statura del mondo. Calciò ancora qualche palla, ma in cuor suo aveva già smesso. Tutti gli altri non si erano accorti di niente, lo innalzavano al cielo, scrivevano il suo nome sui muri di case diroccate, ma il suo allenatore -occhio di falco taciturno -pensò: "hai smesso, campione, questo non è più il tuo posto". Iniziò a tirarsene fuori mangiando quattro volte di più di quanto non avesse mai fatto poiché era concetto abbastanza scontato che in un giocatore, al pari dei piedi e della tecnica, un metro importante per valutare la sua potenza fosse la panza, o meglio la sua inesistenza. E la stampa si accorse della presenza senza che passasse troppo tempo. Così se ne andò con il consenso dei suoi ultimi fedeli e, persino, degli ultras per i quali si poteva perdonare un fallo, due falli, un calciatore brutto, uno drogato, un cartellino rosso, ma mai e ancora mai un ciccione. 
Otto mesi dopo aveva preso trenta chili e del corpo da gladiatore che aveva, rimasero i trapezi e qualche muscolo superstite visibile, ogni tanto, dietro la coltre di grasso che, come una nube bianca, inesorabilmente lo avvolgeva. Mangia e mangia, divenne il giocattolo del pubblico a casa, il piacere segreto degli invidiosi, la risata sulla bocca dei simpatici e, malgrado il colesterolo alto e l'iperglicemia, il perspicace salvatore di sé stesso perché, qualche mese dopo, egli era la battuta che non faceva più ridere e un giorno, cambiando canale, si accorse che nessuno stava più parlando di lui, nemmeno i Tg privati, nemmeno il digitale terrestre. Si girò il telecomando tra le mani per un po', sentì i riflettori spenti, il suo sudore asciugato. E ascoltò  il silenzio che mai gli era parso così pieno e opulento e morbido, come d'altronde era lui.
"Ehi ragazzo, ma che ti è preso?"
"La libertà mi è presa, la libertà"
"Hai permesso che ti uccidessero la tua passione?"
"Si, fin da quando ho firmato quel maledetto contratto da sette milioni di euro"
"Ehi ragazzo, non prendermi in giro. Sono la tua coscienza, porta rispetto"
"Non sto prendendo in giro nessuno io, tantomeno me stesso, cara la mia coscienza"
"Oh si che lo stai facendo. Qual è il motore di ogni passione?"
"Le passioni sono fine a se stesse, si autoalimentano"
"Balle! Tu non ti saresti allenato con trentotto di febbre soltanto per il gusto di rincorrere un pallone in mutande in nome di una passione! Che cos'è una passione, poi? La gente, se non ha interesse, al limite si mette a fare giardinaggio per passione o si mette a infilare perline su di un filo, per dire. E comunque non passa tutti i santi giorni della sua giovinezza ad allenarsi. Tu volevi fare la tua scalata, ammettilo, volevi migliorare, diventare il primo, avevi fame, volevi valicare i muri dell'umano e dominare l'universo!"
"Si, forse, magari un tempo"
"E poi che è successo?"
"Eh..."
"Te lo dico io che è successo. Ti sei impegnato, hai stretto i denti come un lupo e hai ignorato il dolore e ci sei riuscito, sei arrivato in cima. In cima!"
"E non era come credevo"
"Bugiardo, ti racconti un sacco di cazzate, non so come fai"
"Okay, te lo concedo, ho avuto paura"
"Paura un accidente! Tu non hai paura, sei uno squalo. Ti conosco da quando sei nato e ti buttavi dallo scoglio di Santa Maria di Leuca e avevi otto anni".
"Allora dimmelo, tu, benedetta coscienza, che diavolo ho".
Ma era a quel punto, sempre lì, quando egli doveva giungere a una psicoanalisi esatta di sé, quando poteva guarirsi e perdonarsi, era allora che la sua Coscienza, così irriverente e saccente, brava a smentire, a far dubitare, all'improvviso, prendeva a rispondere in modo non curante, sarcastico, come se non avesse nemmeno la voglia di dar retta ai turbamenti del calciatore.
E dava risposte a raffica come:  "Depressione. Amputare subito. Hai ingoiato un rospo apatico e scorbutico. Sei un povero asociale. Chi ha pane non ha i denti. Forse sei davvero un gran bel pezzo di codardo. Zitto, ciccione. Hai un tumore psicologico. Ti stai per trasformare in uno scarafaggio e questa è la fase di rifiuto della tua vita precedente".
Così passarono gli anni e i chili e i quintali; non c'era programma televisivo che lui non conoscesse o marca di patatine che non avesse provato. Le cause dei suoi problemi dormivano di un sonno che con il tempo diveniva sempre più profondo...

Io ero la narratrice. In questa storia non c'entravo niente. Tra l'altro credo che finisse male. Cioè, avevo una certa attitudine nel narrare storie di atti incompiuti, sentimenti sospesi, piatti lasciati a metà.
Però mi vennero a chiamare.
"Ehi! Ehi!" fecero le Voci.
"Si?"
"A noi questo personaggio, sto calciatore panzone, ci piace"
"Sono contenta"
"Non hai capito. Non deve morire"
"Oh beh- dissi io tutta orgogliosa- sarà pure un mio diritto decidere chi cavolo deve o non deve morire"
"Senti, ragazzina saputella. Scrivere significa trovare le cause"
"Non credo. Scrivere è scrivere e basta. Prendi una penna e scrivi. Facile"
"Trova le cause e guarisci la sua anima".
Sbuffai. Mi alzai e me ne andai a fare altro. Poi, tornai. Entrai nella stanza del personaggio, ovvero del calciatore ingrassato. Presi il telecomando e spensi la tv affinché si accorgesse di me. Il che mi sembrava proprio una scena alla Dawson's Creek e, per adottare lo stesso registro, dissi un serio "dobbiamo parlare" aumentando a più non posso la profondità del mio sguardo. Il calciatore ingrassato, stravaccato sul divano, mi rivolse un'occhiata con il mento appoggiato sul petto, ritornando a guardare, subito dopo, la tv spenta.
Quindi, tornai sui miei passi e dissi:
 "Dove ti fa male?"
"Da nessuna cazzo di parte"
"I polpastrelli stanno bene?". Mi stavo divertendo.
Il calciatore ingrassato storse la bocca e non rispose.
"Ultimamente poi c'è un sacco di gente che sente come un pizzicotto sulla guancia. Tu lo senti?"
"No"
"Tanto meglio- dissi annuendo piano, fissando i suoi duecento e passa chili e ripetei- tanto meglio".
Sul tavolino a fianco al divano c'era un pacco di patatine aperto. Me lo presi e iniziai a mangiare.
"Mmm paprika!" esclamai.
"Che osa uoi da me?" disse con il mento ancora schiacciato sul collo e uno stuzzicadenti al lato della bocca.
"Lo sai, no?"
"No, on lo so"
"Voglio arrivare a farti cadere quello stuzzicadenti dalla bocca" dissi masticando patatine.
Il calciatore ingrassato strinse i denti.
"Non ci credo che non ti fa male da nessuna parte"
"Già"
"Nemmeno un sottilissimo fastidio?"
"Già"
"Complimenti. Io morirei se non mi facesse male niente, un dolore deve esserci sempre, non fosse altro per ricordarti che sei vivo"
"Doe ti fa mae?"
"Tipo qua!" mi inventai indicando la punta del naso.
"Ti fa mae il naso?"
"Si, sempre"
"Perchè sei una ficcanaso" disse e sorridendo si tirò un po' su.
"Potrebbe. Senti adesso, io devo andare a mare con i miei amici, non posso parlare più di tanto se non mi ascolti. Quindi, ascolta. Coltiva il tuo dolore. Se senti male da qualche parte, lo devi dire. Tu ti sei gonfiato a forza di sopportare e sopportare. Quando eri un campione c'era di sicuro qualcosa che non andava e, invece, di fare il diavolo a quattro, segnavi goal in silenzio, come un soldatino. Ammirevole, per carità, ma non aiuta"
"Ma io non avevo dolore davvero" disse il calciatore ingrassato guardandosi i palmi delle mani.
"Oh! Mica sto parlando di veri dolori. Altrimenti ogni casa sarebbe un ospedale e ogni cuore un'ambulanza che porta a casa i corpi... No, non è tanto questo. Sono piuttosto le nostre sensibilità ferite a perdere un po' di sangue, le aspettative che si svelano, un giorno, esistere soltanto nella nostra testa, tutti gli amori non ricambiati oppure tutte quelle volte che ci hanno detto: mi dispiace signore, il gelato al pistacchio è finito, noi non lo fabbrichiamo più"
"Il gelato al pistacchio non mente mai"
"Si, ma può mentire il gelataio. E allora che gran casino di sentimenti se non sai gestire una bugia. Alle volte, guarda, è meglio urlare, litigare piuttosto che far finta di non prendersela. Non è triste fregarsene?"
"Già"
"Ecco, tu, per come sei, esci dalla gelateria, deluso, tradito, un vero straccio. Ma poi ti blocchi, torni indietro e ad alta voce esclami: senta, signor gelataio, io lo so che è solo un complotto da quattro soldi questo e che il gelato al pistacchio lei ce l'ha eccome, nascosto nella sua cantina. Le do tre secondi per dire la verità altrimenti può star sicuro che io qui non ci ritorno nemmeno se assume il Presidente della Repubblica a implorarmi"
"Aah"
"Ci sono diversi modi per rendere manifesto il dolore o un formicolio o un leggero pulsare, ma il peggiore è ignorarlo, credimi. Scusa se ti ho finito le patatine, eh!"
"Grazie per la consulenza" disse il calciatore ingrassato rigirandosi lo stuzzicadenti in bocca.
"Il cielo si sta annuvolando- notai- ti fa male questo?"
"Non più di tanto. Le nuvole, la pioggia... non mi dispiacciono"
"Neanche a me. Però mi danno fastidio i jeans bagnati sulle ginocchia".
Il calciatore accennò a una specie di sorriso che poteva segnare la fine della nostra conversazione. Lo guardai per un attimo e mi dispiacque  per lui, per me, per i dolori nascosti, per i segreti degli uomini, per tutti gli interessati e i non interessati. Era soltanto la vita, potevi scriverci intorno, immaginarti storie, scandagliare cuori, ma chi lo sa cosa passa per la mente di un bambino che poi cresce, diventa vecchio e si ferma a guardare il lago delle anatre?

Presi il mio zaino, tirandone fuori l'ombrello, poi me lo misi in spalla.
"Ciao!"
Aprì la porta e scesi i gradini di corsa. Mi aspettavano le spiagge pomeridiane sotto un tempo da lupi.
Quando arrivai al cancello, però il calciatore ingrassato mi stava dicendo qualcosa:
"Ehi!" mi gridò a quaranta metri di distanza.
"Ehi!" risposi.
"Una cosa mi faceva male quando giocavo. Che venivo ammirato, circondato e lasciato solo. Ho sempre creduto che la solitudine fosse roba per me, invece no. Nessuno vuole stare solo. Specie se stai solo tra la gente".
Il tono alto della sua voce aveva disturbato il vicinato formato dagli altri personaggi che abitavano da tempi diversi la mia mente. L'Adolescente della Metamorfosi Idiota chiuse violentemente la finestra. Flacco Squidegno, matematico e filosofo, disse: "Silenzio!".
Così me ne stetti in silenzio, per rispetto della quiete pubblica e di una ferita confessata.
"Mi dispiace" mormorai e il calciatore ingrassato alzò le spalle come per dire che doveva andare così.
 Potevo recitare qualche citazione per cercare di ispirarlo, illuminarlo, salvarlo. Ma mi chiesi, a quel punto, se il calciatore non si fosse già salvato da solo. Tu conosci il tuo dolore, tu sai cos'è meglio per te.

Le Voci non furono proprio contente di questo finale. Loro amavano i finali gloriosi. Però quella sera, il calciatore ingrassato, dopo anni di divano, andò a mangiare il suo hamburger sulla panchina della villa comunale. E questo, per chi ragiona in termini di goal, non era un goal, ma quasi.

18/04/14

Attitudini dei guerrieri

di Cristina Taliento


Ho iniziato a frequentare il Gruppo perchè volevo scrivere di loro, consegnare l'articolo all'editore e darmi alla macchia per tutta la primavera e, possibilmente, l'estate, chiudermi poi in una di quelle spiagge deserte dove la scogliera scende a lama sul mare e fare in pace il mio freddo, tranquillo, organizzato, lavoro dalla mattina alla sera, lanciando l'osso al pastore tedesco per cinque minuti ogni due ore, guardare le stelle, suonare il flauto ai granchi, infine dormire. 

Loro erano queste specie di guerrieri contemporanei che dopo un po' finisce che vuoi assomigliarli. Facevano tutti gli specializzandi in medicina per cominciare. Tranne Gianna; lei era una fisica, ventitré anni, laurea magna cum laude, le Converse strappate, gli orecchini di perla, english humor, un vocabolario arguto, innamoramenti frequenti, l'iride sensibile. 

Erano consapevoli della loro bellezza, intelligenza e giovinezza. Parlavano un lessico che li divertiva molto, che avrebbe fatto ridere soltanto loro e che, per un certo tempo, comunque, è rimasto anche nelle mie orecchie. Per esempio, usavano frasi come: "Non fare il cutaneo". Mi chiamavano, poi, Piccolo Omento. 
Avevano tutti la risata sicura dei grandi cavalieri senza paura. Bevevano birra e nessuno fingeva, nessuno voleva impressionare. 

Il pomeriggio di marzo in cui ho varcato la porta della loro veranda al sole, cespugli e cespugli di lavanda mi sono entrati negli occhi e nelle narici. Francesca stava leggendo ad alta voce qualcosa dalla Settimana Enigmistica.
"Mio Dio, è meraviglioso" gli faceva eco Marco.
"Avreste dovuto essere lì, giuro. Marta che risolve 'sto Quesito con La Susi, ritira il premio e lo rispedisce con il biglietto: questa merda rimettetevela nel culo. Ho riso fino al prolasso dell'utero". 
"Ah-ah certo" ha detto il Dottore premendosi il pugno sulla bocca come per trattenere un rutto. 

Io me ne stavo accanto alla lavanda con quel fare taciturno da sorella minore capitata per caso tra gli amici dei fratelli più grandi e annotavo sul telefono alcune delle uscite che sentivo da laggiù.
"Ehi, piccolo omento" mi hanno chiamata d'un tratto.
"Che fai?" ha chiesto Daniele.
"Niente"
"Come niente? Hai idea di quanti sforzi filosofici e tribolazioni fisiche, quante apnee, infarti, ci vogliano per ricreare anche un solo abbozzo di Niente?".
Ho riso. Avrei voluto avere con me la mia lista di domande. Quei guerrieri forse non avevano risposte, ma pacche virtuali sulle spalle a volontà. Così, li ho messi alla prova.
"In realtà, scrivo di voi. Sul cellulare. Devo scrivere un articolo per una rivista letteraria. Voi mi incuriosite".
"Più degli unicorni gay?" mi ha chiesto Riccardo.
"Come?"
"Lascialo stare-ha sospirato Angela- sta attraversando il periodo in cui formula battute sulla presunta omosessualità di animali mai esistiti per depistare l'ascoltatore. Conta i millisecondi del verificarsi della tua reazione per capire qualcosa della tua personalità".
"Tutti mi dicono che sono un libro aperto"
"Oh... - Gianna ha scosso la testa si rigirava una sigaretta tra le dita  - nessuno è un libro aperto. Chi dice di esserlo lo è meno di chi si proclama complicato".
"Voi siete libri aperti?" ho chiesto trattenendo il respiro.
"Siamo libri in volo, squadernati dal vento" ha risposto Angela appoggiando una mano sulla spalla di Marco. 

Così ho pensato che avrei potuto dare il meglio di me stessa per diventare loro amica, ma poi mi sono detta che chi è in volo, sosta da solo, per qualche attimo e poi riparte nel sole. Erano campioni del Pensiero e ci avrei scommesso che avevano avuto adolescenze solitarie e defilate nelle tane delle loro menti. Dovevano essere lettori di classici.  C'era un po' di Tolstoj nelle loro larghe spalle. Avevano nello sguardo la sicurezza infusa dall'alba il giorno dopo la battaglia e i movimenti dei coraggiosi che hanno esplorato emozioni e lande sconosciute, addii e nostalgie così forti da toglierti il respiro. Ma loro invece di uscirne abituati, immunizzati, secondo me, piangevano tutte le volte nel buio, digrignando i pugni nella carne per poi scendere le scale di corsa e sperimentare il nuovo e rivivere il vecchio come la prima volta. Si, ciò che mi metteva quasi a disagio non era la nudità del loro animo, ma la padronanza con cui maneggiavano quei loro grandi sentimenti, trattandoli come se fossero la cosa più importante, piantandola di archiviare e andare avanti nello stile prediletto da uomini e donne definitesi 'in carriera'. E li intuivo capaci, tuttavia, di dimenticare, con la stessa forza rapace, per una decisione più alta, sempre in memoria di loro, anni di battaglie cosiddette personali, guerre civili del proprio orgoglio e scommesse col destino. Vivevano nel lusso di essere consapevoli della vita e dei suoi giochi di luce. Tutte le montature, i trucchi della regia, erano stati svelati, dissezionati sui tavoli operatori, studiati sotto la lampada delle loro scrivanie, presi come soggetto delle loro battute e, intorno a un tavolo di birre, sinceramente derisi. Forse erano così perchè lavoravano di fianco alla Morte, sostando insieme a lei ai lati di letti d'ospedale, con in mano cartelle cliniche e fonendoscopi o, forse, il loro lavoro non c'entrava, ma c'entravo i motivi che li avevano mossi ad agire, le ragioni che li avevano asciugato le lacrime, fatto battere il cuore. 


"Ti unirai a noi domenica prossima?"
"Non lo so" ho detto strizzando gli occhi per il sole.
"Ti abbiamo già stancata?"
"No, è che vi preferirei da vecchi, ultrasessantenni". Ho portato la mano sulla fronte per farmi ombra.
"Perchè?"
"Siete guerrieri, anime immense, ma siete consapevoli e pieni di voi come sirene che si compiacciono del loro canto. Mi piacete molto, la vecchiaia vi renderà tutto quello con cui avrei piacere di trascorrere del tempo" ho mentito. In realtà, dovevo darmi alla macchia, suonare il flauto ai granchi. Quelle cose lì. 
"L'avevo detto, Francesca, che non era  un piccolo omento, ma un grande omento"
"Magari ti puoi unire a noi tra mezzo secolo"
"Chissà..."

Così me ne sono andata e avevo un articolo e tre soldi di dubbio e due di coraggio, tanto per dirla alla De Gregori maniera. 

04/04/14

Arterie di Luca, arterie di Sally

di Cristina Taliento

(Cose nascoste, Filippo Robboni, 2011, oil on canvas)


Ieri Sally e Luca hanno mangiato da  noi. Non so come sia iniziata, ma a un certo punto, tra la frutta e il caffè, si sono messi a litigare. Sally ha detto, tamburellando le dita: "I sentimenti o ce li hai o non ce li hai". E io ho alzato le sopracciglia annuendo, frenandomi in tempo dall'esclamare un piuttosto assente 'eh beh si beh'. Masticavamo quasi tutti noccioline. Era domenica. Ho appoggiato la testa allo schienale della sedia. Domenica come quelle domeniche in stile finestra aperta sul giardino, tende mosse dal vento, cielo azzurrino, sorrisi lontani di vecchi che guardano i giovani essere giovani; come quelle domeniche in cui si interrompe l'argomento della conversazione per alzare il volume del televisore e ascoltare i ricordi malinconici di Albano sull'amore passato con Romina.
"Chi vuole il caffè?" ha chiesto mia madre alzandosi in piedi. Sally si guardava gli anelli, aprendo e chiudendo le dita. Sally e Luca hanno un dalmata, un gran bel figliolo di cane. Si chiama Ernesto.  
"Io no, grazie" ha detto Luca mostrando il palmo della mano. L'avambraccio svelava vene superficiali bene in vista. Notai il giro della vena cefalica sulla faccia posteriore. 
"Ora nessuno beve più il caffè!" ha esclamato qualcuno.
"Hai ragione, quando è moda è moda- ha continuato qualcun'altro- E tutti non fanno che dire di non guardare la televisione. Ma dico io, Santo Cielo, se state tutto il tempo su quelle X-Bos, Twitter..!"
"Si dice X-Box".
Domenica, come quelle domeniche in cui si cita Gaber e le persone sono "tutti" e l'Io è Accidente di Niente, purissimo Fico Secco, emerito Nada de Nada. Pur tuttavia, si diventa quasi stanchi di questa intelligenza che ce la trova sempre su ogni frase triste e felice e quindi, si sorride, si piega la testa di lato e si risponde citando, magari, Guccini, anche se queste domeniche, per forza di cose, non possono essere sempre di settembre

E poi è avvenuto il miracolo anatomico dell'immaginazione. Mentre parlavano di mode, li ho sezionato i tegumenti e i muscoli pellicciai, bloccandomi a un pelo dal recidere qualcuna delle loro arterie. I soggetti, o meglio, i modelli erano Sally e Luca, appunto, coppia di professori in pensione, padroni di un dalmata di nome Ernesto, amanti della pesca e della psicologia, principalmente Freud, di cui hanno una fotografia appesa nel salotto. Quieta quieta, li ho spogliati delle meningi, asportando lobi di encefalo qua e là. 
"Non ti ho mai chiesto per cosa stia Sally" ho detto per far voltare il modello verso di me, con le sue orbite rivolte verso la mia finta ingenuità.
"Sallustia!" ha esclamato Luca ridendo e tossendo. Fumava. Riuscivo a vedere i suoi polmoni neri dentro la gabbia toracica. 
"Ah... sul serio?" ho chiesto mentre seguivo con la mente il decorso dell'arteria mascellare interna e delle sue collaterali.
"Salvatrice" ha concesso mentre le anastomosi facciali si vasodilatavano un po'. 

Così, mi è venuta in mente una poesia dell'insieme 'Spazzatura' sul divertente andante perchè appartenente al sottoinsieme 'Romantico/macabro'. Una poesia-tipo-così: 

"Amo te e il tuo arco venoso del giugulo,
 il tuo sorriso e le tue arterie alveolari.
Posso sposare, per cortesia, la tua arteria cerebrale anteriore 
che porta nutrimento al tuo encefalo a cui sono sì affezionata?
La tua aorta mi apparterrà. Tu prendi la mia.
Anzi, anastomizziamoci! 
Diventiamo unico sistema cardiocircolatorio,
a due cuori."

A questa idea, ho detto ridendo: "Se vabbè!"
"Non ti piace il nome Salvatrice?". Le cavità orbitarie dei presenti si sono di colpo riempite di occhi integri, normalissimi occhi che avevano iniziato a fissarmi. L'incanto chirurgico era finito.
"E' il nome del Signore- ho detto su due piedi e poi ho aggiunto- al femminile". Il che era, come dire... vabbè.




05/03/14

Certi giovani - Ritratti dei seri

di Cristina Taliento

(Busto di bambina di profilo, Giovanni Fattori, 1875-77, Galleria d'Arte Moderna, Torino)


Una delle tante professioni del matto del Genda era quella d'inventarsi avvocato. Non di essere avvocato, ma d'inventarsi. Il che era diverso, ma lui lo faceva con la stessa passione. Per questo, Certi Giovani andarono da lui affinchè venissero difesi contro l'accusa di Vita Non Vissuta da parte di alcuni loro coetanei. 
Il matto Genda si disse onorato di prendere la causa in mano, alzò il cappello in segno di saluto e se ne andò senza, tuttavia, andarsene mai. Di nascosto, infatti, osservava i movimenti dei giovani, dividendo il foglio in due colonne, nominandone una "Grandi movimenti generali del corpo" e l'altra "Piccoli movimenti dello sguardo e dei muscoli facciali". Per intere settimane li spiò con l'intento di argomentare in modo convincente davanti al giudice. Già immaginava l'incipit del discorso. ("Signor giudice, ritengo che l'accusa sia improntata su una definizione di Vita estremamente soggettiva"). Ad ogni modo, soggettiva o non soggettiva, per essere preparato a eventuali attacchi della controparte, voleva capire se i suoi assistiti fossero innocenti o in qualche modo coinvolti nella Non Vita. Li seguiva dietro un giornale, seguendo il loro tragitto nascosto dalle macchine parcheggiate. Occhiali da sole. Si, aveva grandi occhiali da sole graduati. E il bavero della giacca alzato, anche quello, si. 
Nella prima colonna del foglio scrisse: "Camminata composta da ampi passi controllati, spalle e collo rigidi e addominali contratti, pugni chiusi, schiena dritta. Muscoli pronti all'attacco". E più si allungava l'inchiostro sulla prima colonna, più la seconda rimaneva bianca. C'era qualcosa di impenetrabile nei loro volti, come un doppio strato di cellophane che sfumava le loro espressioni. "O forse- si disse il matto Genda mentre proseguiva in incognito- forse è il mio timore nei loro confronti che mi impedisce di intrappolare la loro essenza e assenza vitale". Quindi, per lunghe settimane, la seconda colonna rimase vuota. "Non può essere. Ma dove guardano questi? Ma che vogliono? Che diavolo bramano? Niente davvero?". Di colpo capì che non avrebbe potuto difendere dei colpevoli. Non per un fatto di onestà, ma per una questione di fantasia e di voglia. "No, non c'ho voglia di parlare a casaccio!" dichiarò all'ora di pranzo con la bocca piena. 
Alle sette, li chiamò per avvisarli della sua decisione.
"Buonasera, sedetevi. Volevo discutere con voi sull'incarico che mi avete assegnato. Vedete, ho fatto le mie ricerche e io, ecco... non sono sicuro che voi vogliate essere davvero difesi dall'accusa di non star vivendo".
"Lo sapevamo che ci avrebbe abbandonati" risero amari.
"Niente di personale, eh! Ma non c'ho voglia di parlare a casaccio davanti al giudice! Voglio dire, se ci credo in una cosa, sono molto bravo, altrimenti rischio di diventare davvero mediocre in tutto". 
Si fermò, tentò per l'ultima volta di afferrare il loro sguardo, poi continuò con le mani intrecciate sulla scrivania: "Secondo me il mondo si divide in chi vive e in chi non vive affatto! E sempre secondo me, voi non state vivendo".
"La dura verità, caro signore, è che il mondo si divide in chi vuole dividere il mondo a tutti i costi e in chi ha capito da tempo che i contorni sono talmente labili e cangianti che proprio mentre si sta operando il taglio essi possono muoversi e perdere traccia di loro stessi. Chi ha capito questo va avanti con la consapevolezza che i giudizi non potranno mai essere netti, che non ci siano strade più giuste da seguire o modi affermati di vivere o di non vivere".
E poi accadde il movimento. Il giovane che aveva parlato guardò il muro che il matto Genda aveva alle sue spalle. Il muro su cui era incorniciata la pergamena di laurea. Allora, capì. Prese il foglio, la seconda colonna su cui non c'era scritto niente e, cerchiando la parola, scrisse: "Lontano". Perchè lontano e raro era il loro sguardo.

"Signor giudice, ritengo che l'accusa sia improntata su una definizione di Vita estremamente soggettiva, nonché ingannevole e limitata. Di cosa sono accusati i miei assistiti? Leggo testuali parole: rifiuto del divertimento, rifiuto del sogno, rifiuto dell'amore, rifiuto del futuro inteso come pianificazione di vita, rifiuto delle parole vane, rifiuto di trovare il senso della vita, rifiuto di partecipare alla vita politica, rifiuto di accettare la tecnologia, rifiuto di iscrizione ai social networks..."
"Tutte balle!" gridarono Certi Giovani dai posti a sedere.
"Si contenga il linguaggio" ricordò il giudice condiscendente alle obiezioni.
"... rifiuto di accettare l'educazione impartita dalle scuole, rifiuto di lottare contro le estinzioni delle specie, rifiuto di prendere analgesici e antinfiammatori, rifiuto del Cinema, rifiuto della musica..."-
Il matto Genda abbassò il foglio e guardò il giudice da sopra gli occhiali da lettura. 
"Queste accuse sono forzate, signor giudice. Sono rigide e riduttive. I miei assistiti non oppongono alcun rifiuto a queste cose. Essi, piuttosto, ne sono indifferenti".
"Peggio! Peggio!" urlò l'avvocato della controparte- "L'indifferenza è carente persino di quella carica vitale che distingue il rifiuto! Questi giovani non stanno vivendo, si prendano provvedimenti urgenti e duraturi".
Il matto Genda arricciò le labbra, preoccupato dalla piega che stava prendendo il processo. La sua incertezza momentanea venne colta dal giudice che alzò un sopracciglio e prese a fissarlo. Sotto quello sguardo inquisitorio sentì all'improvviso caldo, come se fosse a due metri dal sole. Le guance divennero rosse, i vestiti sembravano essersi ristretti di due taglie. Stava per scoppiare. Così, nello scoppio, esordì:
"Certi giovani!"
"Come prego, avvocato? Si sente bene?" chiese il giudice sporgendosi in avanti.
"Certi giovani!"
"Un bicchiere d'acqua per il signor Genda, per favore" disse, poi, alla segretaria.
"Certi giovani, che cavolo, nemmeno le vogliono tutte quelle robe! Nemmeno ci pensano!" riuscì a proferire Genda in uno strillo incravattato. Tossì. Due respiri profondi. Mise una mano sul fianco. Poi continuò dato che gli altri erano stati ammutoliti.
"Certi giovani guardano lontano. Più lontano della sociologia, più lontano del progresso, ma che nessuno si azzardi a chiamarli sognatori. Non vi permettete a licenziarli così alla buona, con un buffetto sulle guance e un carillon per conciliare il sogno del caro bambino! Inutili definizioni giornalistiche. Hanno le mani nella terra loro, tra le radici, accidenti! Certi giovani non parlano e se parlano lo fanno davvero e dicono cose vere, che diavolo! Perché può darsi che non vi rispondano subito, ma quando aprono bocca, sono semplici come colombe. E se si arrabbiano, è perché sono sensibili e la loro rabbia è sincera e pura, sofferta. Quindi se ne stanno là, seduti sui massi, con quell'espressione seria e voi, pronti a incolparli di rifiuto, di distacco e alienazione, ma come fate a non accorgervi che sono preoccupati e vivono nel dubbio di ciò che accade e si tormentano ogni volta che ascoltano il modo in cui ingannano le vostre menti spacciandovi tutte queste diagnosi per maledette cure. Perchè vi ostinate a volerli vedere pronti e scattanti nell'afferrare lo stupido fazzoletto dell'azione sociale? Meditate sul perchè stanno fermi, invece. C'è più senso nella staticità che in questo continuo correre in mutande con il fiato corto e le mani sudate. Guardateli meglio, io vi dico! Io l'ho fatto, guardateli meglio prima di accusare. Perchè mai vi ingegnate a ingigantirvi le menti e gli amici e i fisici e le competenze, le capacità? Affinate, io vi dico. Certi giovani tagliano i rami! Non si chiudono in loro stessi, nossignore, no, per Giove!  Soltanto non si impicciano delle cose che non amano!".
Genda si chiese se avesse reso il concetto. Chinò il capo pensando che probabilmente non ci era riuscito.
"Ha concluso?" chiese il giudice.
"Già" disse Genda sconsolato.
"Anche noi, anche noi..." ripetè il giudice alzandosi in piedi. E mentre se ne andava mormorò: "Non ne posso più di queste pagliacciate. Che mi assegnino vere udienze d'ora in poi"

25/02/14

Essi desiderano l'argenteo Tempo

di Cristina Taliento


(Codice sul volo degli uccelli, Leonardo da Vinci, 1505, Biblioteca Reale, Torino)


Essi desiderano l'argenteo Tempo; li ho visti non chiedere altro che questo. Il presente soffuso, la luce del giorno che tesse il crepuscolo mentre i loro occhi sopportano le accoltellate della bellezza alla loro sensibilità.
Io, nel 1998, ero una bambina, ma loro erano cigni sull'acqua. Questo, da lontano, mi sconvolgeva. Avevano la fragilità delle cose che si ha paura di perdere; come una musica antica che scende misteriosa insieme alla nebbia, avvolgendo le campagne e le città di un ipnotico sollievo e tuttavia resta accompagnata dal terrore che da un momento all'altro i suoi tentacoli possano ritirarsi e scomparire nel silenzio. 
Loro desiderano l'argenteo Tempo, mi disse un vecchio, al mio fianco, quand'ero bambina, mentre io, muta, li osservavo rincorrersi sulla spiaggia in inverno, tutti loro; avranno avuto vent'anni e magliette dei Ramones. L'argenteo Tempo. Io non l'avevo mai sentito, non pensavo, fino ad allora, che la Vita potesse ballare così leggera e delicata con sullo sfondo il mare. Pioveva con il sole. Un'emozione nel Tempo. La prima presa di coscienza che gli eventi evolvono nella vertigine circolare di un orologio da polso rosa fucsia, che poi diventa un orologio dal cinturino blu, modello Swatch e, poi, questo si rompe e viene sostituito da un orologio digitale che segna i giorni e l'altitudine. E, nel frattempo, il polso si allarga e le dita si allungano come rami di alberi in foreste di arti. La metamorfosi degli esseri viventi. La poesia solenne che descrive l'adolescenza di un'anima. Una rondine che per loro era, anche se non lo era, una rondine selvatica. Una rondine selvatica, si. Come per sottolineare la sua scelta di libertà in mezzo alle altre innumerevoli scelte. Il bisogno di affermare il proprio Tempo e scrivere di questo e viverlo e parlarne e ascoltare le sue canzoni, ballare sulle sue canzoni, impararle a memoria. 
Essi desiderano l'argenteo Tempo, ho ripetuto, quella volta, quand'ero bambina e scendeva la sera e seguivo le danze di quei ragazzi e i loro movimenti che nella mia testa erano già ombre eterne e ricordi. 


19/10/13

Le vite umane


di Cristina Taliento


E c'ha sempre 'ste benedette vite umane in bocca. Ogni confinato minuto. Non riesci a distrarla, cavolo, non ci riesci! Perchè la testa è lì, alle vite umane e notte e giorno e notte e giorno, non come un vezzo, non come studio. E tutto per le vite umane, per salvare vite umane. Non si fa così! Non ci si comporta così! 'Sta foga insana di correre e rifiutare appuntamenti e sbattere porte in faccia all'amore e riaprirle chiedendo scusa, se sono vite umane. Le vite degli altri. Fare, mangiare, bere e dormire per le vite degli altri. Ma che persona sei. E poi, considerare gli altri solo per accertarsi che stanno bene e che c'hanno il polso apposto e che i linfociti e che le valvole e che...mah. Per poi fregarsene alla grande se alle vite umane piace il tè al limone. Il tè al limone? Buon Dio, siamo seri, ma come può toccarti una cosa simile? Vite umane, come per dire, prendili e salvali e poi vattene, schiocco di guanti e clac, sparita. Come si chiama in medicina 'sta sindrome alla supereroe maniera? Come la chiamate, ahn? Quali traumi e carenze barra eccessi di affetto motivano la necessità di dimenticarsi e prostrarsi alle vite umane? Perchè è questo. Non c'entra venerare l'uomo, non c'entra venerare l'umanità. Per lei, sono le vite umane. E' diverso. Prima era l'immensità dei Greci e Latini, nonchè del genere umano tutto, adesso sono le vite umane. Non capisce, non riesce a capire che non può essere così, che è solo protocollo, che ci sono i pazienti e ci sono i medici, che esiste una dannata cosa chiamata professionalità, distanza e compagnia bella. Il suo cervello sta così dentro, non riesce a vedere, immaginare, altro che benedette, maledette, vite umane e ogni cosa deve essere sempre così stupida e banale se rapportata alle sue fragili vite umane. Le vite umane... che ridere. Come per dire: New York vista dall'ultimo piano dell'Empire State Building. Ma, dico io, perchè non te ne torni a casa? Perchè non vai al cinema? Guarda solo i telegiornali, lei. Alza il volume quando parlano delle guerre. Non si rende conto che a un certo punto bisogna prendere il dannato telecomando e mettere su Real Time e commentare anche solo con ironia le minchiate che sparano. Dice che non riesce a seguirle, dice 'vado a letto'. Ma sono importanti le minchiate, sono alla base dell'equilibrio. Come puoi pensare sempre e così solennemente alle... come puoi sentire su di te, dentro di te, questo grande amore per le... fanculo, chi ti credi di essere per avere l'arroganza  di crederti così impegnata, nel profondo coinvolta, così concentrata in questa tua missione, in questa tua sentita occupazione? Quanto ti prendi sul serio per metterti l'elmo e prendere le vite umane così sul personale e farne una tua crociata e farne la tua vita? Il mondo è un po' come viene, le persone si prendono il raffreddore, le cellule impazziscono, i cuori un bel giorno si fermano eppure nell'incertezza, intuiamo cosa fare, come sopravvivere. Le persone fanno i funerali, si fanno regali, si comprano coperte, poi ricominciano a ridere e il sabato cucinano pollo arrosto. Ma tu rimani lì, con il solito sguardo da paladina sconfitta, a pensare a come ostinatamente tenerle in vita; ne senti la responsabilità come se le avessi fatte tu, 'ste vite umane. Ti attacchi a loro e la cosa più dura è che tu non hai conti in sospeso con nessuno, conosci te stessa e questa vocazione non è la reazione contraria a un bel niente. Non hai somatizzato un cavolo. Non sei psicologicamente guaribile perchè sei pulita. Sei sincera e sei fissata e sei pulita. Vuoi soltanto sapere al sicuro le vite umane. Vuoi che siano nei loro letti con i bronchi liberi. Riguardo ai loro sogni, quando te li raccontano, sorridi, ma, in fondo, non t'importa. 

16/09/13

Ritratto di Augusta Sempiterno nata Ottavi

Come combattere gli attacchi di panico

di Cristina Taliento


Cinquantasei, cinquantasette, cinquantotto, cinquantanove... che qualcuno, qualcosa, mi faccia passare la rabbia e l'ansia, sessanta, mannaggia Giuda, sessantuno, calmati per favore, sessantadue, sessantatrè, sessantaquattro, ma che cazz... sessantacinque, sessantasei, porca miseria, arghhhh, sessantasette. Ritratto di Augusta Sempiterno nata Ottavi. Scrive: Cristina Taliento. Silenzio. Un accidente. Mi ci vuole uno pseudonimo, non ne posso più di mettere la faccia per queste puttanate! Oddio, ti prego, non così. Non lo dire... non lo dire, non lo scrivere. Cazzo! Ecco. I miei complimenti. Sei ufficialmente una ritrattista professionale, ma che cosa c'entrino i genitali con Augusta Sempiterno, non ne hai idea. Niente! Va bene. E' una fottuta esclamazione! Si, va bene, ma non mi sembra giusto aprire un ritratto in questo modo, il ritratto di Augusta Sempiterno, poi. Nata Ottavi, poi. Si chiama violazione di proprietà privata. Tu entri con la tua rabbia nel ritratto scritto di un'altra persona. Tu inganni l'intelligenza altrui. Sono il narratore, faccio quello che mi pare. Me ne fotto! Si, ma non è corretto lo stesso, nè per i lettori, nè per la Sempiterno in questione. Fanculo ai lettori! Quelli non se ne fregano niente dell'Augusta. Vogliono solo divertirsi, come le ragazze. Smettila! Smettila! Smettila! No! Calmati, diavolo, calmati! Senti, io nemmeno lo so chi sia questa Augusta Sempiterno, nata Ottavi e francamente, ora lo ammetterò, non me ne importa nulla di lei o del marito da cui prese il nome perchè è una dannata copertura. Comunque, tutti i personaggi sono coperture, qualcuno di cui parlare, qualcuno da mandare a morte alla fine del capitolo. Non dire parolacce. Se vogliono sentire parolacce, o peggio ancora leggerle, si fanno un giro su uno di quegli autobus dell' Essetipi, non attraversano chilometri e chilometri di web, connessioni e satelliti. E ora, una volta per tutte, parlaci di questa santa donna. Io non ho mai detto che sia una donna. Dunque, è un uomo? No, è una donna. Appunto. Ora l'ho detto. Va bene, continua. Che non mi si dica quello che devo fare, cazzo! Come vuoi, come vuoi. Un giorno. Sentite, gli idioti iniziano con 'un giorno'. Sei un'idiota? Si. Ti vergogni di questo? No. Allora inizia pure così. 
Un giorno Augusta Sempiterno morì. Ma tutti muoiono. Non è questo il punto! Era mai nata? Si, lasciami scrivere. Lei era nata, un giorno. Si... un giorno. Lei era nata Ottavi, suo padre si chiamava così. Ebbene? Ebbene. Ti sei calmata? Ora si. Grazie. Prego. Grazie. Prego. Grazie. Prego. Piantala. Okay. 

16/08/13

I labirinti evanescenti della personalità di X7

di Cristina Taliento

(Tomas Sanchez, oil on canvas, contemporary painters)

Quella volta andai a trovare X7 in ospedale, dopo aver sbagliato due volte l'autobus e aver salvato un esame. Per anni, fin dalla prima elementare, avevo avuto in cura la sua personalità, prescrivendo risate dopo i pasti e attività sportiva su taccuini rosa di Hello Kitty, ma quella volta la psiche non c'entrava molto. Era ricoverato in Cardiologia e stava morendo.
"Questi cazzo di medici!" borbottò non appena mi vide. Era seduto sul letto con la schiena appoggiata sui cuscini.
"Cosa c'è che non va?"
"Tutto! Sono dei gran maleducati, ma io... Oh io, quant'è vero Iddio, mi regolerò di conseguenza!"
Per quel che ne sapevo, la vita di X27, in generale, era quella di un uomo che si era regolato si conseguenza, modificando abitudini e negando gentilezze in virtù di singole lezioni imparate, ben recepite.  Sia che andasse contro i pareri degli altri, mosso dall'orgoglio o dalla vendetta, sia che, invece, agisse per soddisfare i gusti della gente, la sua vita dipendeva dall'intorno e mai da una spontanea, insensata, decisione presa per seguire, che so, il cuore. Così la sua personalità era come quei sentieri nella sabbia che cambiano continuamente, di ora in ora, a seconda delle raffiche del vento e un attimo prima portano a sud e un attimo dopo si rivoltano, tornano indietro, dimenticando tutto, restringendosi, ritraendo i margini, vergognandosi un po'.
"Lo sai quello che dico sempre? Quello che non ti uccide... ti stronzifica. Non sto dicendo bene?"
E X7 lo sapeva di star dicendo bene perchè ne aveva fatto il suo credo, aveva fatto della sopravvivenza la peggiore landa di sentimenti raccattati e avanzi di spontaneità. La mia conferma, in quella sala di ospedale, contava quanto una frazione di secondo in un mare di mesi e di anni. Niente.
"Si, è così".
Nascosi la pena che provavo per lui guardando fuori dalla finestra le altre migliaia di finestre che crescevano in altezza e larghezza e che nascondevano, a loro volta, altre facce e storie ed emozioni, interpretazioni di emozioni, per lo più sbagliate. Noi non eravamo nessuno in quel reparto al terzo piano e non lo eravamo nelle strade, in riva al mare. Le nostre entità si perdevano di fronte alla sconfinata e fragile vastità del mondo e della mente. Qualcuno pensava qualcosa, la diceva, la scriveva, ma non restava davvero. Se ne volava sulla spiaggia come un petalo di papavero. Io mi sono comportata così perchè. Io ho reagito così perchè. Lui mi ha fatto questo perchè. Vola... Ci siamo lasciati perchè. Fluuu vola nell'acqua, si perde tra le onde. Oscilla, brilla, vola, sale, sale, scende, sfiora l'acqua, affonda e nessuno lo vede, nessuno. E resta comunque silenzio, senza che ci sia stata la gioia. Rimane uno scacchista che fronteggia l'avversario copiando le sue mosse, regolandosi di conseguenza. E se quello muove l'alfiere bianco, quell'altro posiziona il nero secondo uno schema speculare di ridicola precisione. Ma se, un giorno, tu dovessi arrivare alla conclusione che tutto è menzogna e fraintendimento, allora capirai che il tuo agire non era che l'ombra sfocata di un inganno durato una vita. Teneramente, la tua.
Per questo, alla fine, dissi: "Mi piacciono quelle persone che, se non restano uccise, non barattano il proprio essere con la speranza di sopravvivere qualche anno di più. Mi piacciono se poi continuano a sorridere e riescono a perdonare perchè stanno al di sopra di tutto, mi piacciono un casino quando non tradiscono la propria anima per le esperienze che hanno avuto".
X7 storse la bocca in una smorfia. "Smettila di considerarti una tra gli ultimi fottuti eroi metropolitani". Proprio così: senza macchia e senza paura, forti e calmi, puri di cuore, onesti fino alla morte, homo sum, umiltà, riconoscenza, timore di Dio, rispetto per i padri. 
"Puttanate- concluse sputando il muco nel fazzoletto- tra vent'anni avrai cambiato idea".
Rimasi in piedi vicino alla porta con il giubbotto appeso al braccio. Poi mi andai a sedere su una sedia a fianco al letto, gli raccontai una barzelletta, ridemmo, dopo mi allontanai un attimo con la mente, mi misi a ricordare, lui disse qualcosa, io sorrisi, poi piansi, mi alzai di nuovo, camminai fino alla finestra, tornai a sedermi, parlammo ancora, sospirammo, incrociammo le braccia, ridemmo di nuovo, presi una delle rose sul comodino, me la regalò, grazie, di niente, ora vado, va bene, okay, va bene, allora ciao, va bene, ciao, salutami la mamma, okay, ciao. Ciao.