24/07/26

Ithaki – Sea Routes, Horizons, Mirages

 di Cristina Taliento















(Sea Watchers, Edward Hopper, 1952)


Raggiungemmo Itaca verso le tre del pomeriggio. C'era voluta una vita intera e una gran fatica. A me il vanto di esserci arrivata da giovane. Ma senza particolare merito. Come quel gallo sul campanile che pensa che albeggi ogni mattina grazie al suo canto, poi una mattina non canta e il sole sorge lo stesso: ero lì grazie ai miei compagni di viaggio a alle loro teste completamente plasmate da decenni di duro lavoro. E alle loro capacità di regolare le vele ai venti. Io per di più passavo il mio tempo a prua a studiare dei libri in una lingua che stavo imparando e se qualcuno di loro stava male, il mio ruolo era di smettere di leggere e ascoltare i sintomi, le storie, prendere il battito, non avendo nella mia borsa, molto di più di qualche scatola di vecchio filo cutgut e qualche antipertensivo. 
Li esortavo, poi, a mettersi la crema solare. 
Come era nei nostri pensieri, Itaca splendeva, era quasi traslucente. Dopotutto, nell'immaginario collettivo era quello l'ultimo livello di un videogioco impossibile. E per colpa di Omero e di una vecchia poesia, quell'isola rappresentava l'Approdo, in qualche modo la fine della storia, l'ultimo luogo, la Felicità forse (per molti), la presa di coscienza di tutto il viaggio che c'era stato. 
"Tutto il viaggio" ripetè con enfasi il vecchio Genda. "Ne parli come qualcosa di molto faticoso. Ci siamo divertiti"
"Eh beh, ma non puoi negare la fatica" disse sua moglie. 
Nelle ore successive facemmo un giro dell'isola. Nessuno di noi contò veramente le ore, ma molti di noi si chiesero come misurare il Tempo da quel momento in avanti, dato che, in teoria, avevamo (avevano) raggiunto la meta e, di fatto, non era previsto che andassimo da nessuna altra parte. 
"E cosa fate voialtri quando dopo una vita intera approdate a Itaca?" chiesi. 
"Cuciniamo un piatto di pasta" rispose qualcuno con l'approvazione dei presenti. 
 In verità, io poi dopo dovevo andarmene. Sabato e domenica ero reperibile. E non sentivo che quell'Itaca mi appartenesse. Certo, era un bel posto, ma non ne capivo il senso. Il senso della meta. 
Esisteva oppure era solo un effetto ottico, una specie di miraggio, qualcosa che il nostro cervello crea con uno scopo probabilmente volto alla sopravvivenza dell'individuo?
Quindi, cercai di convincerli a rimettersi in mare. "Credo che - dissi ad alta voce- tutta questa intera faccenda, in fin dei conti, sia una vostra invenzione!". 
"Quale faccenda?" chiesero all'unisono i vecchi viaggiatori, meravigliati. 
"Questa cosa che siamo, siete, arrivati qui, in quest'isola, la Meta" spiegai. "Obiettivamente, che diavolo vuol dire?". 
Non mi ascoltavano. Io controllavo che nello zaino avessi abbastanza provviste per il ritorno. 
Poi, dopo mangiato, si sedettero su delle sedie di plastica disposte lungo il muro soleggiato di una vecchia casa. Sembravano i soggetti ritratti da Hopper in The Seawatchers, gli Scrutatori del Mare. 
Il sole ancora alto, ancora forte, ci riempiva gli occhi di luce. 
"Sei giovane, non capiresti" mi dissero.
Dissi: "Non lo sono più così tanto… ad ogni modo, voi siete qui, perchè quando anche voi eravate giovani, tiravate avanti credendo a questa balla"
Dissero: "E sei qui anche tu, perchè hai risolto l'enigma prima del tempo"
"Cosa?" non capivo. 
"Non aspettarti tesori da Itaca" mi dissero, citando la poesia (Itaca, Konstantinos Kavafis, 1911 ndr). 

Dissi: "Non c'è nessuna Itaca". E non era per agnosticismo o altro. A mio avviso, era vantaggioso credere nell'assottigliamento di un processo, come il triangolo che si restringe verso la punta. Come un sistema gerarchico. Come l'inferno dantesco. La meta non è che l'illusione di un approdo, ti avvicini e avvicini finchè l'oceano mare non diventa sempre più chiaro, prendendo il colore verde chiaro dell'acqua bassa e poi del giallo della spiaggia. Fa comodo credere di non dover fare più i conti con la moltitudine delle possibilità, con le metropoli dei destini incrociati, con il caos che nasce caos e muore caos, senza che nessuno sia riuscito mai a fare chiarezza. 

"Siete convinti che avere una Meta sia un modo per fare chiarezza!" esclamai con l'ingenua eccitazione di chi crede di aver scoperto l'acqua calda. Probabilmente molti altri avevano detto la stessa cosa prima di me, ma in altre salse. Poi continuai: “Ma la chiarezza è fatta da piccoli atti costanti volti a tracciare, anche sotto pressione,  una rotta che sia fedele a se stessa. Non c’è una meta, si va e basta”. 

I Sea Watchers sbadigliarono, annoiati. Come sempre. “Sempre con questa parola in bocca: chiarezza. Tu e la tua santa chiarezza” qualcuno disse.  

Avevo mal di testa per il modo in cui i miei personaggi rompevano di continuo il climax di quelle fantastiche prese di coscienza, restando sempre delle loro idee, non dandomi mai un briciolo di soddisfazione. O forse ero io a  non capire il senso di Itaca perchè non era la mia meta, nè il mio viaggio, tantomeno il mio miraggio. 

Andai verso la barca, pronta a salpare da sola e ritornare in mare. Non ero un genio della vela, ma in qualche modo dovevo tornare. Per sdrammatizzare, dissi ai Seawatchers di stare bene e che sarei tornata a far loro visita, magari con dei giochi da tavolo, vino, mele eccetera. Mi fecero il pollice in alto. 

Pensavo spesso a quella frase di Nanni Moretti in Caro Diario (1993): “Caro diario, sono felice solo in mare, nel tragitto di un’isola che ho appena lasciato e un’altra che devo raggiungere”. 

Così dal porto, ovvero dalla punta del triangolo, mi spostai verso la sua base, ancora e ancora verso quel pazzo, geometrico, orizzonte infinito degli eventi. 


09/05/26

The moose

by Cristina Taliento 


I saw a moose.
What it was an allegory for
I couldn’t say, no;
it was simply there
in the middle of the road
looking at me with calm eyes.


The bartender lingered in the 

doorway, smoking

and wondering what that moose
wanted from me.

I waited
at the crosswalk
thinking of answers
to silent questions.


26/04/26

He Said There's A Storm Over There

 by Cristina Taliento


Approaching Thunder Storm • Martin Johnson Heade • Canvas Print • Museum  Quality Giclée • TopArtPrint 9307-HMJ

(The Coming Storm, Martin Johnson Heade, 1859, The Metropolitan Museum of Art, New York)


He said there’s a storm over there.
I said I forgot my glasses, can’t see.
He said take care of the vineyard when I’m gone.
I said I’ve got a hundred million things to do.
He said you're a big girl now, a hard rain is gonna fall.
I said what will I get in return, old man?
He said if I find the vineyard as I left it, you’ll have ten flasks of wine, five liters each.
I said not much of an offer, but I hadn’t expected much else.
He said take care of it, that’s the only thing that matters.
I said all right then, sooner or later you’ll come back anyway, won’t you?
He said there’s a storm over there.



17/03/26

The Time We Have





(Paul Cézanne, The Card Players, 1892, Musée d'Orsay, Paris)



There is a time to understand

in the silence of a cold kitchen,

glass jars filled with cornflakes and coffee beans,

boiled broccoli bubbling away for who knows how long.

Maybe they’re ready—I’m not sure.

 

A violinist plays Ennio Morricone in the room next door.

It takes real guts to bear beautiful music

without making much fuss, 

without remembering everything,

without whining like little girls.

My dentist said yesterday:

there’s a time to understand and one to choose.

And he went on: whatever comes, it's for the best.

With four metal instruments in my mouth, I could only tear up.

 

To choose.

 

To choose like knights in battle,

prudent surgeons, snakes, 

gamblers,

like clear-headed drunks,

with the solemn pure courage

of a white dove on the altar.

 

And I stand up

in the silence of this kitchen

—polished black marble, LED lamps

I don’t feel like calling anyone,

I turn off the stove.

There are things it’s better you just do.

And I don’t feel like saying anything else.

And my poetic vein,

as my friends love to say, is going to hell

 

 

but then again,

I’m getting a bit older too. 

 

 

(Taliento C,  Oct 2019)

07/02/26

Me, myself and AI

 di Cristina Taliento


Era da sempre difetto e vizio derivato dal suo essere miope, quello di fare un'analisi ravvicinata della realtà, appiccicando bollini qua e là di "teorema non risolto", "quasi risolto", "ultimo passaggio mancante" a una buona parte degli eventi che gli capitavano a tiro. "Puoi catalogare i tuoi dubbi, se ti fa felice, ma è sbagliato pensare che siano teoremi, che abbiano in sé una soluzione" dicevo facendo l'avvocato del diavolo. Tutt'al più pensavo che alcune cose si potessero rivelare solo con il tempo. "Si, ma, il pensatore anticipa". Di quanti anni anticipa? Provai a fare una stima. Di quaranta? Cinquanta anni? "Beh, e qual è il vantaggio di predire nel tuo tempo quello che sarà l'epoca di qualcun altro?". Nessun vantaggio, l'amore di dire le cose per come sono, per come saranno. "E credi davvero che il fatto di aver predetto grandi cambiamenti sociali, in qualche modo, servirà a cambiarli o genererà un qualche tipo di effetto?" chiedevo. Questo discorso andava a parare in un'unica direzione, o meglio, era nato con uno scopo per poi prendere molteplici traiettorie. E l'argomento iniziale era: l'intelligenza artificiale e come AI stava cambiando noi, da dentro, e la nostra realtà. "Noi da dentro e la nostra realtà sarebbe già così qualcosa per cui si potrebbe parlare per un tempo infinito e noioso". Si, ma è lo standard di riferimento. "Rispetto a cosa?". Rispetto al cambiamento derivato dalla diffusione dell'intelligenza artificiale. "E da dove deriva questo bisogno di mettersi al centro. Intendo dire: dobbiamo per forza considerare AI come qualcosa con cui competere, o come qualcosa che cambierà questo benedetto Io, quello che tu chiami il noi da dentro? Non possiamo semplicemente considerarlo come un tool che agevola funzioni per cui ha comprovata dimestichezza nel farlo?". La mia, volendo, era una visione abbastanza rassicurante, etero-centrica perché centrata su altro dal Sè. Non credevo, tutto sommato, con l'immaginario assenso di Socrate e dell'intera compagnia cantante, che dovesse arrivare AI per mettere in dubbio le nostre certezze di uomini, donne ed esseri mortali tutti. Grazie al cielo, di dubbi ne avevamo già le tasche piene. "Non puoi davvero credere che AI non ci cambierà. Sopravviveremo, ma diventeremo qualcun altro". I do not believe so. Ich glaube das nicht - rispondevo- siamo già qualcun altro. 

Ma aldilà di quell'istinto a sdrammatizzare le grandi questioni e ad ingigantire le più piccole, credevo che AI non fosse altro che una questione di "body of knowledge"/corpus scientiae, unito a un calcolo di probabilità, nemmeno tanto complicato. Era la naturale evoluzione della fruibilità del sapere, che da elitario, diveniva sempre più accessibile. Un tempo era il diritto allo studio. Adesso, la modalità. Una nuova modalità che agevola, dicevo. Vedevo solo opportunità. "E allora che mi dici del concetto di finzione? Ti piace vivere in un mondo dove non sai distinguere il vero dal falso, la logica dalla follia?". Hai appena descritto il ventesimo secolo, ribattevo. E poi giù con un lunghissimo Ted Talk sull'accettare i compromessi, eccetera. 

Quelle conversazioni non avevano una fine, e nemmeno una chiara presa di posizione. Su una cosa però concordavamo, che noi tutti stavamo assorbendo il cambiamento ad una curiosa velocità, ed entrambi, da buoni miopi, identificammo nella 'velocità' la parola da cerchiare con il nostro gessetto consumato. In generale, i sistemi si adattano al cambiamento in maniera più o meno veloce a seconda di quanto questo sia "conveniente"/"fit" per loro, ma ciò che è conveniente oggi, può non esserlo domani. 

"Se scivoliamo verso qualcosa di più semplice, finiremo per far estinguere un qualcosa che non ci sarà più quando ne avremo bisogno". La spinta creativa? allora chiedevo, smettendo per un secondo di fare l'avvocato del diavolo. Ma poi riprendevo: la facilità con cui otteniamo risposte, non è un invito a fare più domande, ad apprendere di più e meglio? Non è parte anche questo del nostro esercizio alla creatività, all'invenzione? 

Quindi, a voler scarabocchiare sulla nostra lavagna: eravamo veloci ad adattarci ad AI perché rappresentava un vantaggio evolutivo, ovvero spingeva verso il minore consumo di risorse. Conseguenze di questo: dubbie, alto rischio di perdita di funzione. Ma questa perdita poteva essere compensata con l'invito a fare domande, tante domande, milioni di domande. Forse avevamo sottovalutato la nostra necessità di un maestro. Qualcuno che ne sappia per davvero. 

"Ma allora cosa cambia? I libri sono stati i nostri maestri per secoli". Non lo so, forse avevamo sottovalutato la nostra necessità di avere un sapere direzionato, qualcuno che in poche battiture ti faccia il riassunto di quello che è stato, che ti indichi la via. O forse semplicemente, della necessità di ritornare a fare domande. O della necessità primordiale di avere delle risposte, o ancora, dell'illusione di avere risposte giuste. "O quantomeno, diplomatiche".