21/10/19

Poesie di una lunga estate

di Cristina Taliento





Il mio sguardo
 illuminato dal tramonto,
occhi marroni che diventano verdi gialli.
Spighe di grano, fiori selvatici.
Ritornare, partire
alla fine è quello per cui viviamo.
Autostrada A1,
sempre dritto
al di là di ciò che rincorro,
altrove rispetto a dove sono.

E di casa mia
non ho come immagine la spiaggia,
ma
l’odore
di sterpi bruciati
nei campi
... e una chiesa contorta barocca
friabile
biancastra
carica di ninnoli e cianfrusaglie
come dietro il giornale
una vecchia signora di città.

17/10/19

Questo tempo che abbiamo

di Cristina Taliento


C’e un tempo per capire
nel silenzio di una fredda cucina,
barattoli di vetro pieni di cornflakes e chicchi di caffè,
broccoli lessi che ribollono da mo’.
Forse sono pronti, non lo so.

Un violinista suona Ennio Morricone nella camera di fronte.
Ci vuole un bel fegato per reggere la bella musica
senza fare storie, senza ricordare tutto,
senza frignare come le bambine.
Diceva il mio dentista ieri:
c’è un tempo per capire e uno per scegliere.
E continuava: come viene, conviene.
Con quattro ferri in bocca io, al più, lacrimavo.

Scegliere come fanti in battaglia,
prudenti chirurghi,
giocatori d’azzardo
come lucidi ubriaconi,
con il solenne puro coraggio
di una colomba bianca sull’altare.

E mi alzo in piedi
nel silenzio di una vuota cucina
-marmo nero lucido, lampade led-
non mi va di chiamare nessuno,
spengo il fornello e sorrido.
Ci sono delle cose che è meglio se le fai.
E non mi viene da dire nient’altro.
E la mia vena poetica- come si suol dire- si sta fottendo,
ma, d’altronde,
sto un po’ invecchiando anch’io.





09/10/19

Un donatore di midollo

di Cristina Taliento



(Falesia con spiaggia bianca, Felix Vallotton, 1914)

Ero a bordo di un treno che viaggiava nella notte stellata,  letti buttati sparsi nella carrozza, alcuni capovolti, altri sistemati con bianche lenzuola d’ospedale e flebo accanto ai finestrini.
Un ragazzino pallido seduto di spalle con in mano dei joystick si difende in un videogioco di guerra. 
“Trentatré!” esclamo prendendolo alla sprovvista. È così che mi chiama. Non si gira, concentrato a vincere, a non morire. 
E un vecchio gioca a scacchi anche lui con la Morte, con tutti i Santi e i Diavoli attorno, pronti a scommettere, a tifarli contro e io che nel frattempo- facendomi largo tra quelli spettatori-  gli misuro la saturazione, cambio la sacca di sangue, do uno sguardo triste alla partita, poi cambio carrozza, saltando nel vento della notte tra un vagone all’altro con scarpe consumate e un camice sporco sbrindellato.
“Trentatré!” esclamo al mio ritorno a quelle spalle piccole da ragnetto. Nessuna risposta. Sta perdendo. Una sola vita su dieci pallini.. Mi fermo a qualche metro dietro di lui e mi appoggio al muro a guardarlo con sguardo impotente. E non ho mai avuto tanta voglia di vincere come quella di farlo vincere, e non ho mai avuto tanta paura di perdere come quella di vederlo perdere. 

E poi ci siamo fermati in una stazione. Il vecchio ha interrotto la partita di scacchi per scendere a fumare. La Morte ha sbuffato. Io ho alzato le spalle fingendo dispiacere. Il vecchio ha riso sotto i baffi. Sono scesa anch’io.
“Mi restano le ultime dieci sigarette”
“Le ultime otto” dico chiedendone una. “I farmaci te ne restituiscono cinque ma te ne tolgono una. Fanno quattro”
“Tieni- dice dandomi una sigaretta e poi dice- quattro,  brutto numero”. 
“Almeno non è dispari” dico. 
Mentre siamo lì si avvicina un uomo con il volto coperto.
Il capotreno dice che viene in pace. 

“Vieni in pace?” dice il vecchio squadrandolo dall’alto in basso con la sigaretta tra i denti.
Lo guardo anch’io. 
“Devo salire su questo treno” dice senza fiato.
“Ti conviene fartela a piedi, amico” ride con voce rauca il vecchio guardandolo negli occhi, anche se i suoi occhi sono nascosti da qualche parte nel cappuccio, dentro il buio.
“Biglietto, prego” dico in tono professionale.
“Sono stato chiamato. Sono compatibile con qualcuno qui dentro”.

Così non dico niente, butto la sigaretta, salgo sul treno con le gambe che mi tremano, vado nella carrozza numero cinque, prendo per mano il ragazzino, quel giovane ragnetto, appoggio il joystick sul ripiano con movimenti controllati che nascondono l’emozione.
Andiamo insieme da quell’uomo sconosciuto con la Vita nella tasca del giubbotto.
Il mio ragnetto lo guarda con occhi giganti.
Lo sconosciuto ha una maschera nera, non si riesce a vederlo.
Ma io riesco a vederlo.
Dico “grazie” e piango un po’.
Il vecchio fa un cenno del capo all’uomo. E io mi asciugo le lacrime ridendo mentre lasciamo quel bambino a terra.

Io e il vecchio risaliamo a bordo. La Morte annoiata picchietta il dito sull’orologio da polso. I santi e i diavoli stravaccati sui divani si alzano e si rimettono intorno alla scacchiera.
“C’ha pure il rolex sta maledetta!” mi bisbiglia il vecchio.
“Arriviamo, arriviamo” dico per tranquillizzare gli animi.



29/09/19

Descrizioni del suono per non udenti - La pizzica

velleità di Cristina Taliento


"Chi balla la pizzica non muore mai"




E c'è un campo di orchidee, un mare di orchidee bianche. Io m'immagino sempre che sia il silenzio, l'assenza del suono, la meraviglia. Una casa cantoniera in lontananza, una decina di pini in fila...

La canzone inizia con un lieve venticello che spira da destra, non forte, ma tenue come tutte le cose tenui e delicate, come settembre, i colori pastello, la domenica, i giornali sul tavolo.
Poi cresce, non che cambi del tutto, ma si trasforma dalla sua idea semplice, come l'idea semplice di un settembre che all'improvviso diventa un torrido settembre, ventilatori ancora accesi, gente che si lamenta del caldo negli uffici postali. 
Un treno passa a un chilometro di distanza, i colori pastello vibrano sul tavolo. Il vento scompagina i giornali sul tavolo e tu sei di nuovo giovane, nel campo di orchidee del silenzio hai di nuovo diciassette anni e un nuovo amore, cento solitudini e un pugno di dadi da lanciare nel cielo.
E seduto sotto il portico della casa cantoniera c'è un vecchio che fuma sull'uscio e ti guarda lontano. Occhi di oceano, oceani di Novecento. Forse è tuo padre o solo il guardiano. Qualcosa di familiare, un leggero solletico come di giorni vissuti. 
Quando arrivano i tamburelli- e nella canzone arrivano dopo- le orchidee diventano gabbiani, uccellacci di porto, sfacciati e vivi come la tramontana che pure in quella campagna prende ad impazzare, insieme ai ricordi, perchè la pizzica è nostalgia, il tuo volto giovane dietro lenzuola stese al sole, che schivo teme e pur desidera, sorride, si nasconde, che scappa ridendo saltando da un terrazzo all'altro con un vestito lungo che alzi con le mani per non inciampare e capelli lunghi biondi spettinati volano nell'argenteo Tempo,  lontano dagli anni, nell'irriverenza di un antico pomeriggio, mentre rondini e gabbiani dipingono lo scenario del sogno numero quindici steso su vernice blu cobalto con strisce di blu oltremare e 
pesci rossi nuotano
in verdi damigiane
di vino bianco 
appoggiate sui muretti di casolari con gatti magri che ci camminano intorno, code rialzate, l'andatura lenta dell'attesa che non è altro che la pausa nel pentagramma, la mano che accarezza la pelle del tamburello e si riposa, il raggio di sole che esita sui vetri... e riprende, dopo la pausa riprende, cade un ramo, riprendi a correre, annaspando tra le extrasistoli, battere e levare, 
trattieni il suo sguardo,
 e dici scherzando, 
e non sei mai stata così seria, 
ritorniamo qui per sempre.

Alla fine tutto si riavvolge e sei di nuovo in quel mare di orchidee bianche. E poi inizia un'altra canzone.




(L'ultima volta, Francesco Guccini)