23/05/20

Amnios

di Cristina Taliento


Ha iniziato a piovere a dirotto
mentre ero seduta in un bar senz’anima
persa a far discorsi in cui non mi riconoscevo
rigirandomi la saliera tra le mani
invero distratta dal pensiero
di stare sprecando il mio Tempo.

E ho detto che dovevo andare in bagno,
ma sono uscita in strada
in shorts e maglietta,
senza nemmeno mettermi addosso la felpa
o altre forme di prudenza
e ho messo la testa sotto quella pioggia torrenziale
di giugno, incessante, incisiva,
richiamata dalla necessità di
ritornare ad essere Il Niente
o, se non quello,
la bambina,
il feto nel suo liquido amniotico.

E sono rimasta lì,
come qualcuno che si è perso,
o come qualcuno che si è ritrovato,
con i miei capelli lunghi bagnati fradici,
in mezzo alle auto ferme con le quattro frecce
e i tergicristalli alla velocità del
mio cuore che batte.

Poi sono rientrata,
magicamente ero asciutta.
Tuttavia per scusarmi ho detto:
“La notte sogno il mare,
non voglio che spiova”.
Mi ha stupito la risposta
che prevedevo vuota,
invece hai detto:
“Tranquilla, conosco i tuoi oceani”.


18/04/20

I corpi dei danzatori

di Cristina Taliento



(Peter Moore, Performance view of Trisha Brown and Steve Paxton in Brown’s Trillium, Concert of Dance #4, January 30, 1963. © Barbara Moore/Licensed by VAGA, New York)


E i corpi smisero di incontrarsi,
arti inferiori sconnessi, lontani gli uni dagli altri.
Continuarono da soli i discorsi
iniziati insieme, poi lasciati a metà,
e tu danzando ti allontanavi
e io restavo in un teatro vuoto che si faceva sempre più buio,
mentre lì fuori grida di rondini libere
rendevano paradossale
il tuo, il nostro, distacco.

I corpi smisero di sentirsi,
annusarsi, sollevarsi,
provare quei loro pas-de-deux,
estendere i tricipiti attorno al collo,
dimenticarono il ricordo del movimento,
divennero arbusti isolati, rigide statue di marmo.

Smisero persino di sentirsi artisti,
tramutati nell’oggetto statico della paura,
l’immobilità,
un raggio di sole sull’addome,
sulla clavicola che da pietra angolare
divenne un osso, un osso soltanto.

E tu ti domandavi che senso avesse
riguardare i video dei vecchi spettacoli,
urlare le antiche glorie sul web,
dal momento che il vento era morto
e la tua danza non sarebbe esistita più.



12/04/20

Conosco un malato di Alzheimer - Poesie in quei quaranta e passa giorni in solitaria

di Cristina Taliento


Su NON IO di Filippo Robboni – Giuseppe Genna
(Filippo Robboni, dalla mostra "Non io", 2011, Osart Gallery, Milano)


Anni che perdo sempre qualcosa
qualcosa dentro la tasca,
dentro questo mio berretto,
  -...ah, eccolo, era qui! (dietro l'orecchio).

Anni che ti guardo, mi guardi
e non so da che parte iniziare.
Siedi zitta davanti a me,
poi ti scazzi, mi chiedi dove mi fa male.

"Non lo so!- penso arrabbiato- non lo so!
dannata estranea, mi vuoi lasciar stare?"

Ma prima di andartene,
dopo aver raccolto armi e bagagli
e hai già baciato di fretta tua madre
e tutto quello che dovevi dire l'hai detto,
mentre stai per aprire la porta di casa,
voltati verso di me,
benedetta ragazza con le mie stesse mani,
voltati anche questa volta,
e fammi un sorriso
perchè,
quando sorridi,

ho come
il solletico
di sapere
chi sei.



06/04/20

Disse laggiù c’è un temporale - Cose scritte dall’esilio

di Cristina Taliento


(Evening landscape, Emile Nolde, 1948)



Disse laggiù c’è un temporale.
Dissi sono miope non vedo.
Disse cura la vigna quando sarò partito.
Dissi ho cento milioni di cose da fare.
Disse non trovo la scatola delle mie medicine.
Dissi cosa avrò in cambio, vecchio?
Disse se ritrovo la vigna come l’ho lasciata avrai dieci fiaschi di vino da cinque litri.
Dissi cinque per dieci cinquanta.
Disse abbine cura, è l’unico modo per fare sul serio.
Dissi tanto prima o poi tornerai.
Disse laggiù c’è un temporale.

Avere cura, ero giovane, cercavo l’effimero, ma mi sembrò il senso di tutto, delle azioni, del perché del giorno, della pioggia, del campo.