di Cristina Taliento
(Sea Watchers, Edward Hopper, 1952)
Raggiungemmo Itaca verso le tre del pomeriggio. C'era voluta una vita intera e una gran fatica. A me il vanto di esserci arrivata da giovane. Ma senza particolare merito. Come quel gallo sul campanile che pensa che albeggi ogni mattina grazie al suo canto, poi una mattina non canta e il sole sorge lo stesso: ero lì grazie ai miei compagni di viaggio a alle loro teste completamente plasmate da decenni di duro lavoro. E alle loro capacità di regolare le vele ai venti. Io per di più passavo il mio tempo a prua a studiare dei libri in una lingua che stavo imparando e se qualcuno di loro stava male, il mio ruolo era di smettere di leggere e ascoltare i sintomi, le storie, prendere il battito, non avendo nella mia borsa, molto di più di qualche scatola di vecchio filo cutgut e qualche antipertensivo.
Li esortavo, poi, a mettersi la crema solare.
Come era nei nostri pensieri, Itaca splendeva, era quasi traslucente. Dopotutto, nell'immaginario collettivo era quello l'ultimo livello di un videogioco impossibile. E per colpa di una vecchia poesia, quell'isola rappresentava l'Approdo, in qualche modo la fine della storia, l'ultimo luogo, la Felicità forse (per molti), la presa di coscienza di tutto il viaggio che c'era stato.
"Tutto il viaggio" ripetè con enfasi il vecchio Genda. "Ne parli come qualcosa di molto faticoso. Ci siamo divertiti"
"Eh beh, ma non puoi negare la fatica" disse sua moglie.
Nelle ore successive facemmo un giro dell'isola. Nessuno di noi contò veramente le ore, ma molti di noi si chiesero come misurare il Tempo da quel momento in avanti, dato che, in teoria, avevamo (avevano) raggiunto la meta e, di fatto, non era previsto che andassimo da nessuna altra parte.
"E cosa fate voialtri quando dopo una vita intera approdate a Itaca?" chiesi.
"Cuciniamo un piatto di pasta" rispose qualcuno con l'approvazione dei presenti.
In verità, io poi dopo dovevo andarmene. Sabato e domenica ero reperibile. E non sentivo che quell'Itaca mi appartenesse. Certo, era un bel posto, ma non ne capivo il senso. Il senso della meta.
Esisteva oppure era solo un effetto ottico, una specie di miraggio, qualcosa che il nostro cervello crea con uno scopo probabilmente volto alla sopravvivenza dell'individuo?
Quindi, cercai di convincerli a rimettersi in mare. "Credo che - dissi ad alta voce- tutta questa intera faccenda, in fin dei conti, sia una vostra invenzione!".
"Quale faccenda?" chiesero all'unisono i vecchi viaggiatori, meravigliati.
"Questa cosa che siamo, siete, arrivati qui, in quest'isola, la Meta" spiegai. "Obiettivamente, che diavolo vuol dire?".
Non mi ascoltavano. Io controllavo che nello zaino avessi abbastanza provviste per il ritorno.
Poi, dopo mangiato, si sedettero su delle sedie di plastica disposte lungo il muro soleggiato di una vecchia casa. Sembravano i soggetti ritratti da Hopper in The Seawatchers, gli Scrutatori del Mare.
Il sole ancora alto, ancora forte, ci riempiva gli occhi di luce.
"Sei giovane, non capiresti" mi dissero.
Dissi: "Non lo sono più così tanto… ad ogni modo, voi siete qui, perchè quando anche voi eravate giovani, tiravate avanti credendo a questa balla"
Dissero: "E sei qui anche tu, perchè hai risolto l'enigma prima del tempo"
"Cosa?" non capivo.
"Non aspettarti tesori da Itaca" mi dissero, citando la poesia (Itaca, Konstantinos Kavafis, 1911 ndr).
Dissi: "Non c'è nessuna Itaca". E non era per agnosticismo o altro. A mio avviso, era vantaggioso credere nell'assottigliamento di un processo, come il triangolo che si restringe verso la punta. Come un sistema gerarchico. Come l'inferno dantesco. La meta non è che l'illusione di un approdo, ti avvicini e avvicini finchè l'oceano mare non diventa sempre più chiaro, prendendo il colore verde chiaro dell'acqua bassa e poi del giallo della spiaggia. Fa comodo credere di non dover fare più i conti con la moltitudine delle possibilità, con le metropoli dei destini incrociati, con il caos che nasce caos e muore caos, senza che nessuno sia riuscito mai a fare chiarezza.
"Siete convinti che avere una Meta sia un modo per fare chiarezza!" esclamai con l'ingenua eccitazione di chi crede di aver scoperto l'acqua calda. Probabilmente molti altri avevano detto la stessa cosa prima di me, ma in altre salse. Poi continuai: “Ma la chiarezza è fatta da piccoli atti costanti volti a tracciare, anche sotto pressione, una rotta che sia fedele a se stessa. Non c’è una meta, si va e basta”.
I Sea Watchers sbadigliarono, annoiati. Come sempre. “Sempre con questa parola in bocca: chiarezza. Tu e la tua santa chiarezza” qualcuno disse.
Avevo mal di testa per il modo in cui i miei personaggi rompevano di continuo il climax di quelle fantastiche prese di coscienza, restando sempre delle loro idee, non dandomi mai un briciolo di soddisfazione. O forse ero io a non capire il senso di Itaca perchè non era la mia meta, nè il mio viaggio, tantomeno il mio miraggio.
Andai verso la barca, pronta a salpare da sola e ritornare in mare. Non ero un genio della vela, ma in qualche modo dovevo tornare. Per sdrammatizzare, dissi ai Seawatchers di stare bene e che sarei tornata a farli visita, magari con dei giochi da tavolo, vino, mele eccetera. Mi fecero il pollice in alto.
Pensavo spesso a quella frase di Nanni Moretti in Caro Diario (1993): “Caro diario, sono felice solo in mare, nel tragitto di un’isola che ho appena lasciato e un’altra che devo raggiungere”.
Così dal porto, ovvero dalla punta del triangolo, mi spostai verso la sua base, ancora e ancora verso quel pazzo, geometrico, orizzonte infinito degli eventi.