07/01/19

Okay Google

di Cristina Taliento




Paul CézanneGiocatori di carte (Les joueurs de cartes), 1890-1895, olio su tela, 47,5 x 57 cm. Parigi, Musée d’Orsay




“Okay Google!” urla il vecchio nel microfono del suo smartphone.
“Ciao sono il tuo assistente Google! Come posso aiutarti?” risponde una voce computerizzata.

Il vecchio guarda me. È felice di mostrarmi qualcosa di nuovo. È da tanto che non ci vediamo.
Mi dice: “Come può aiutarci? Abbiamo bisogno di qualcosa?”. Alzo le spalle.
L’assistente Google risponde: “Certo! Tutti abbiamo bisogno di qualcosa. Sii curioso. Avanti chiedimi qualcosa!”. Nella stanza il ronzio del frigorifero sembra sia diventato ad un tratto più assordante. 

Il vecchio si guarda le scarpe pensieroso. Così lo aiuto.
“Dove vanno le anatre quando il lago gela?” chiedo in memoria di J.D. Salinger, morto in un gennaio di otto anni fa. Magari lui lo sa.
“Le anatre di Central Park salgono su un missile verde acqua e dopo aver allacciato le cinture di sicurezza vengono catapultate nel pianeta che meglio rispetta le loro esigenze metaboliche”.
Il vecchio non ha sentito. È un po’ sordo. “ Dov’è che vanno?”
“Dice che vanno nello spazio”.
“Addirittura...” sgrana gli occhi.
“I suoi inventori saranno dei creativi” dico.
“Sono degli ingegneri” mi corregge il vecchio con la voce carica di rispetto.

Il fuoco scintilla nella penombra del salotto. Vado in cucina per riempire due tazze di tè e sono ben lieta di non averne una terza per il nostro assistente Google.
“Non amo molto questi sistemi di spersonalizzazione dell’essere umano” penso ad alta voce mentre appoggio le tazze sul tavolo.
“Ma no, perché? Ci divertiamo!” esclama il vecchio tutto contento.
“Mi fa male vedere una testa piena di cielo e prati dialogare con degli algoritmi”
“Nella vita serve tutto, cara ragazza!”
“Questo non è niente, è solo solitudine” ribatto.

Il vecchio è abituato ai miei toni teatrali e drammatici, così non se la prende per il disprezzo che dimostro verso il suo giocattolo.
“È sempre meglio della settimana enigmistica”
“Non credo proprio”
“Almeno lui mi risponde!”
“Risponde a te come risponderebbe a chiunque altro. La parola non è nulla se intesa come un ordine consequenziale di frasi che abbiano il solo vanto di seguire un filo logico. Ciò che rende il pensiero parola e la parola legame è l’empatia. Rispettare la sensibilità dell’altro scegliendo con cura la risposta. Chi lo sa che ci facciamo davvero qui, in questa città, a quest’ora, a guardarci negli occhi, a guardarci dentro, soppesando le cose che abbiamo da dirci, dritti al centro di una linea a cui estremi ci sono la delicatezza e il cinismo. Che vuoi che ne sappia un pezzo di vetro gonfiato di codici binari!” 

Il vecchio non si scompone. Dice: “A volte mi ricordi la Signorina Rottermeier”. Ride e appoggia gli occhiali sul tavolo coprendosi gli occhi con la mano. Rido anch’io e per poco il tè non mi va di traverso. Rido perché è buffo vedere il vecchio esclamare “Okay Goo Goo!” e forse un giorno un robot mi sostituirà la mitrale. 

Quindi, distrattamente, apro Facebook. 
La pagina “I 1000 quadri più belli di tutti i tempi” ha appena caricato un quadro di Cézanne: I giocatori di carte. Noto che anche tu - ragazzo del passato di cui ho perso le tracce - hai cliccato “mi piace”. Lo guardo e non posso dire niente. Mi fa male sapere che piaccia anche a te. Incasso in silenzio anche questa informazione. E mi fa male non poter cliccare su un punto interrogativo grande almeno quanto quel maledetto pollice in alto, su un grosso punto interrogativo  che ti chieda tanto per sapere: “E perché, dimmi, perchè ti piace? Per esempio, a me questi due mi ricordano che devo respirare”. 


31/12/18

Il venditore di rose


di C. Taliento


(The Barbarians, 1937 - by Max Ernst)


All’uscita dal pub si resta a parlare del Natale ai tempi di Marx, 
di come eravamo più giovani cinque anni fa. 
Un venditore ambulante ci chiede se vogliamo una rosa. 
Una rosa, un accendino. 
Fuoriesco dai miei pensieri ancora in tempo per un sorriso.

In realtà stavo pensando a una cosa che non c’entra, 
del tipo che la razionalità che mi ha educato
-che ho educato-
 tesse attorno alle mie caviglie
ragnatele di geometrico pragmatismo, saldissimo;
severità scientifica data dal trovare le cause e i fattori di rischio.
Tuttavia colliri e lacrime artificiali non riescono ad alleviare 
dentro il mio occhio d’autunno
quei lampi irriverenti d’idee
simulanti- perbacco- un distacco di retina.
I sogni scorrono nella mia fantasia 
riversandosi sull’asfalto 
come secchiate
d’acqua 
insaponata.

Una rosa, un accendino.
Credo che in fondo torni sempre utile un accendino.
Una volta c’è stato un blackout. Molto esteso.
Cinquanta chilometri di linea elettrica fulminata. 
Nevicava. 








22/12/18

Auguri di buon Natale

di Cristina Taliento 



Cari lettori,
ho sparso un po’ di acquerello per augurarvi un buon Natale, grazie a tutti voi che dal 2009 passate da queste parti. Grazie a Nicola, A., Amanda, Tomaso  per i vostri illustri commenti. Un abbraccio,
Cristina



09/09/18

Io e Genda

di Cristina Taliento

Alcune sere, quando non sono impegnata a vivere, mi ricordo di quando scrivevo, dei miei personaggi e di tutto quello che la Tana significava per me, quando di parlare non mi andava e tutto quello che avevo era la mia fantasia. Non vivevo in un mondo parallelo, nè tutto ciò che inventavo era davvero vivido, ma una frase che mi suonava bene in testa mi bastava per passare un bel weekend e una bella settimana. Io, i biscotti, i miei personaggi.
Genda era uno di loro, un personaggio, un matto scorbutico, vecchio poeta in esilio, zoppicante, si trascinava dietro la sua gamba e la sua malinconia. Lo odiavo. Gli volevo bene.
Genda era uno degli ultimi, un emarginato, anche se troppo orgoglioso per ammetterlo; e allora si metteva davanti a tutti, arrabbiato per i telegiornali e le idee politiche dei gatti che passeggiavano  sui muri.
Non litigavamo, io all’epoca ero piuttosto incline all’apprendimento e Genda mi elargiva con
caritatevole perseveranza le sue lezioni di vita.
Dicevo: “ Noi siamo cuori sentimentali, ci muoviamo come alghe con la corrente. Basta un ormone e noi non siamo più noi”
Diceva: “Eh no! Siete voi eccome. Voi non siete fantasia a comando, voi siete proprio testosterone, serotonina, siete enzimi, siete piogge di sinapsi, cascate di potenziali d’azione. Siete cespugli di cellule mezze buone, mezze marce. Voi non fate altro che fraintendere il tramonto, idealizzare l’alba”.

Non riuscendo a ribattere, me ne uscivo con frasi come “ma questa è un’ovvietà“, anche se chiaramente, influenzata da quella solfa, divenni ben presto un pomodoro positivista di stampo liberale.

Ora non lo saprei più imitare, però quella sua rabbia era la cosa che mi piaceva di più e anche ciò che lo distingueva da altri miei personaggi come, ad esempio,  Jack Pavimento, l’Adolescente, Flacco Squidegno o il Cane Sentimentale. Genda aveva il Mondo sullo stomaco e anch’io, in fondo, ce l’avevo. A volte, seduti sul braccio di una gru, di notte, io e lui guardavamo il paese e la luna e tutto ci sembrava impossibile, ci sembrava che non ci avrebbero mai preso a Medicina, che Berlusconi avrebbe governato per sempre e che nessuno ci avrebbe mai davvero capiti, non così, giusto per, ma capiti, sul serio, veramente, anche se stanchi e in silenzio. Dubbiosi guardavamo il cielo, spogli dei nostri quotidiani modi di fare, ci abbandonavamo ai sogni -ognuno ai suoi- con gli occhi grandi di chi ha fame. Poche cose ci piacevano in fondo e parlare del futuro non era per noi.
Io avevo diciassette anni più o meno e lui di sicuro ottanta. Non lo so perché me l’ero immaginato anziano, forse perché volevo attribuire  una certa fragilità alla rabbia o, al contrario, accendere di fuoco la fragilità.

Ad ogni modo, crescendo, quel Genda via via si trasformò, sempre più razionale, più comprensivo. E la rabbia, che poi era simile alla mia di rabbia -alla rabbia di una ragazzina che da fuori non lo diresti mai- nel giro di pochi anni, svanì. Genda capiva e scusava, s’indignava ma poi si calava nei panni e perdonava. Quel matto, finalmente, si era dato una calmata. Per anni non l’ho più rivisto.

Eppure, m’immagino ad un tratto di salire sul braccio della gru una sera di queste, una di queste belle sere di settembre dove i grilli fanno gli arpeggi coi loro baffi e l’aria che arriva dai campi mi racconta come l’uva diventa vino. M’immagino io con la corona d’alloro in testa e un bel fiocco rosso, giacca e pantalone e un bicchiere di spumante in mano.
“Tieni” dico porgendo il bicchiere al Buio.
“Grazie” dice il Buio che, alla fine, non è altri che Genda.
“Ti sei laureata allora”
“Si, ma la strada è lunga, lo sai”. E rimaniamo in silenzio per un quarto d’ora. Nessuno dice niente e nessuno pensa niente. Non siamo più arrabbiati, anche se ogni tanto viene ancora ad entrambi la voglia di scappare di casa, zaino in spalla, fino alla montagna più alta.

Mi dispiace di aver abbandonato i personaggi, ma più di tutti mi dispiace per Genda, per aver smesso di dargli una voce.
A volte, un pensiero semplice è che il tempo porti assuefazione, faccia svanire i famosi ardori giovanili e, più in generale, ci faccia dimenticare chi siamo stati, quello che abbiamo provato, inventato. A volte sembra quasi come se sulla gru ci siano tante me di età diverse, una per ogni fase di vita, tendenti ad aumentare in numero a mano mano che invecchio. Ma come dicevo è un pensiero semplice, facile ma mica vero, perché in fondo è sempre e solo tutto dentro. Tutto quanto.
E, anche se il tempo per scrivere e quello per vivere attingono da spazi, dimensioni e sensazioni diverse, anche se la fantasia è un posto dove ci piove dentro e io corro a ripararmi sotto tutte le tettoie che mi capitano a tiro, mi sentirei di dire a Genda, qualora fosse preoccupato per il cambiamento della vera Cristina,  che quella ancor più vera è sempre stata su questa gru, a occhi chiusi , sulle stelle.