Visualizzazione post con etichetta Attimi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Attimi. Mostra tutti i post

31/12/18

Il venditore di rose


di C. Taliento


(The Barbarians, 1937 - by Max Ernst)


All’uscita dal pub si resta a parlare del Natale ai tempi di Marx, 
di come eravamo più giovani cinque anni fa. 
Un venditore ambulante ci chiede se vogliamo una rosa. 
Una rosa, un accendino. 
Fuoriesco dai miei pensieri ancora in tempo per un sorriso.

In realtà stavo pensando a una cosa che non c’entra, 
del tipo che la razionalità che mi ha educato
-che ho educato-
 tesse attorno alle mie caviglie
ragnatele di geometrico pragmatismo, saldissimo;
severità scientifica data dal trovare le cause e i fattori di rischio.
Tuttavia colliri e lacrime artificiali non riescono ad alleviare 
dentro il mio occhio d’autunno
quei lampi irriverenti d’idee
simulanti- perbacco- un distacco di retina.
I sogni scorrono nella mia fantasia 
riversandosi sull’asfalto 
come secchiate
d’acqua 
insaponata.

Una rosa, un accendino.
Credo che in fondo torni sempre utile un accendino.
Una volta c’è stato un blackout. Molto esteso.
Cinquanta chilometri di linea elettrica fulminata. 
Nevicava. 








22/02/18

Un anziano

di C. Taliento

(Evocation of butterflies, Odilon Redon, 1912)


Un anziano signore - avrà avuto qualcosa in più dei miei anni- era disteso nel letto a guardare la televisione, buttando lo sguardo di tanto in tanto alla finestra per controllare a che punto fosse quella sua vita che passava. E io passavo di lì, in quel momento passavo nella sua storia, estranea come tanti altri, ma non più estranea di lui, che era dentro ed era altrove.  Così ho detto guardando fuori anch’io, in quella stanza dove eravamo io e lui, in quella stanza piena di gente che non ne sapeva niente: “Però! Che bella finestra la sua vita, tante persone intorno e un bel da fare”.
E lui ha imprecato mentre cercava di raddrizzare la schiena, poi in un sorriso, scuotendo il capo,  ha detto: “Mi sembra tutto ieri”.

“Beh sono passati ottantaquattro anni” ho sentenziato ostentando un certo sicuro pragmatismo, come se fosse un benedetto dovere quello di essere onesti con il tempo di cui si è goduto. Ma non ci credevo nemmeno io.
“E mi sembra tutto ieri...”

Ha preso il telecomando e ha cambiato sul primo canale dove stavano dando Pomeriggio Qualcosa. Pensierosi abbiamo visto un servizio sulle tendenze del 2018 in fatto di capelli. Avrei pagato perchè un giocoliere avesse tagliato il silenzio con un energico misto di lanci e riprese di coltelli capaci, una volta in aria, di tramutarsi in farfalle. 

26/11/17

Vuoto 142

di Cristina Taliento

Il mio telefono memorizza le note con “Vuoto” e poi il numero. Probabilmente è perché non inserisco il titolo, non so come si fa e poi che titolo vuoi mettere a delle righe scritte a caso mentre cammino scoppiando palloncini di chewing-gum rosa alla cannella. Non dovrei scrivere e camminare, soprattutto su strade autunnali, scivolose, tra spacciatori spettrali, bici sfreccianti, cani randagi. Dovrei stare più attenta, tenere gli occhi aperti.
Invece, ho la memoria piena di Vuoti numero 1, 2, 3... che se ne farà il mondo e cosa mai me ne farò io. Però, in un giorno in cui non avremo nulla da dirci, nè da scrivere o pensare, in un giorno in cui la legna da ardere sarà terminata, io probabilmente ti leggerò il Vuoto 142 che fa più o meno così:

Quando la finirai di parlare e tremare
e scaldarti tanto per ciò che non hai
per ciò che sei e non sei
calciando lattine vuote e indecisioni
che hai la velleità di chiamare oceani,
abbi perlomeno l’accortezza di notare,
mentre cammini bofonchiando
col cuore in gola e la luna storta,
quel bambino a quadretti e jeans
fermo nel buio di una strada inospitale
ad osservare annunci di gatti scomparsi.
Qualcuno se ne dovrà pur interessare,
qualcuno li dovrà pur cercare.
E se hai tempo e ti è rimasto del silenzio,
puoi fermarti a leggere anche tu
per toglierti dal centro del mondo
dal centro del centro del mondo
e poggiarti con le ginocchia sull’asfalto
per vedere se sotto le auto parcheggiate
ci sia un persiano nero
o un chihuahua con cappotto blu elettrico
su cui compare la scritta “Bob”.


25/02/17

Strade in febbraio verso Carnevale

di Cristina Taliento

Risultati immagini per streets paintings urban sketchers
(Dunlop Street, Little India by PaulArtSG)

Strade. Strade sotto nuvole, coriandoli qua e là. Cammino per vie che allungano il percorso, come spesso accade in febbraio, come dicevo sotto più nuvole che sole, tra i coriandoli, in mezzo ai ragazzini dagli occhi grandi che tornano da scuola. Autobus, fruttivendoli, lattine di birra per terra, mentre l'Uomo del Kebab esce dal suo locale, con ancora il grembiule addosso, guarda a destra, a sinistra, sono le tre del pomeriggio, chi vuoi che abbia ancora fame a quest'ora. Smontano dal turno della mattina i volontari di Croce Rossa. Alcuni li conosco, faccio un cenno del capo. 
C'è una piazza più avanti - più avanti rispetto ad un posto indefinito- una piazza, dicevo, diversa dalle altre. Si ritrovano gli immigrati, ascoltano musica ad alto volume, appoggiati ad un muretto ridono, scherzano, mi chiamano 'bela ragaza'. Ma no, non è vero.  Sembrano felici, sollevati, come se stessero bene. La musica è una musica che non conosco, qualcosa di lontano, diverso dai miei gusti, ci sono troppi suoni, a stento riconosco la presenza di una chitarra. Alcune mamme spingono passeggini vuoti, i bambini corrono per la piazza. Non so, vorrei fermarmi un attimo, inventare una scusa per restare lì con loro. Così, rallento, respiro quel sound semplice, l'energia di un gruppo di persone che sta condividendo qualcosa, cosa non so, magari soltanto un'idea, un ricordo, il senso dell'appartenenza. Penso che, se rallento il passo, do il tempo alle parole di maturare, di capire cosa sta sentendo il cuore perchè, alla fine di quella piazza, ci saranno strisce pedonali e palazzi, altre strade e chissà che fine farà quella sensazione, il calore. Così mi appunto queste parole in testa, accanto alla definizione di linfangioleiomiomatosi: 

vi era una piazza, 
laddove nessuno poteva non ridere alle battute del vecchio Amad 
e dove i bambini correvano sulle punte dei piedi, 
del resto, la loro leggerezza lo permetteva. 
Per cui io mi toglievo il cappello,
temporeggiavo, volevo starci dentro,
altri trenta secondi soltanto.
  
E più o meno è sempre la musica a descrivere i colori, le strade. Il suonatore di fisarmonica dalle belle mani ha una visiera che gli copre metà del viso. Sbaglia una nota e poi un'altra ancora, ma è la strada, mica un teatro e chi se ne frega, è tutto un macello, un pomeriggio disordinato di gabbiani e corvi, clacson, tassisti in protesta, vecchi polemici che commentano ad alta voce le notizie sulle locandine all'esterno delle edicole e cani, tantissimi cani di tutte le razze, barboncini, rottweiler, pastori tedeschi, dalmata e jack russel. 
Il negozio di prodotti Bio ormai va alla grande. 
E tutto va,
come deve andare.

Per le vie del centro, poi, ogni volta, seduto, c'è il suonatore di xilofono. In realtà non è uno xilofono, ma una specie di strumento a corde che forse si è costruito da solo e che comunque si suona dall'alto, con entrambe le mani e non riesco mai a capire cosa stia afferrando. Si muove velocemente, scuotendo la testa come se fosse in un'altra dimensione, un posto lontano, in mezzo a chissà quante contraddizioni e pensieri strani. Me lo ricordo da sempre. E' anziano e forse schizofrenico. Una volta l'ho visto correre, in modo confuso, spaventato.  Si guardava alle spalle, ma non c'erano che persone, distratte, di fretta, maschere innocue. Quella è stata l'unica volta in cui l'ho visto in piedi, camminare. E chissà se ha mai freddo a stare lì a suonare tutto il tempo. 

C'era un uomo, un suonatore di strada
Pochi capelli, una giacca.
Il suo strumento l'aveva plasmato a immagine della sua anima.
Era completamente pazzo, 
ma tra tutti i passanti,
il più vero, il più naturale.






19/02/17

Le cose che abbiamo da dirci

divagazioni di Cristina Taliento

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Vasilij Kandinskij - Zartes Gemüt (Delicate Soul), 1925. Watercolour and pen and ink on paper , 47 x 37.1 cm, Sotheby's Images, London


Le cose che abbiamo da dirci- io e il Mondo- a volte sono tante, a  volte sediamo di fronte, in un bar, io prendo in mano la saliera, inizio a giocarci, non so che dire. Il Mondo è chiunque, per esempio l'edicolante delle sette e dieci, l'edicolante che vedo una volta al mese quando esce il nuovo numero di Scienze; dice non appena mi vede cercando tra le riviste: "salve, ecco qui, l'ho messo da parte". Dico: "grazie mille". Che poi, perché mille
Dice: "Nessuno legge più il giornale ora che c'è l'Internet". Sorrido per l'articolo: l'Internet.
"Il mondo cambia" invento.

Le cose che abbiamo da dirci- io e il Mondo- sono più belle quando non ci penso, quando non so chi sono, il vento soffia sulle stelle che brillano, quando non mi importa di essere capita o mal interpretata. È allora che il Mondo ride, sorride, per qualcosa che ho detto, qualche strano collegamento della mia mente che a lui è sembrato divertente e che io, boh, davvero manco mi ricordo. Mi fermo, il Mondo mi guarda e restiamo in silenzio a respirare l'aria della sera. Così io gli chiedo quando è stata l'ultima volta che si è sentito davvero sé stesso. 
"Ehm- fa il Mondo alzando le sopracciglia - forse quando ho cucinato per mio zio malato. Di solito è mia nonna che se ne occupa, ma giovedì ci ho pensato io e ho sentito un bel calore nel petto, un essere me che mi piaceva".
"Giovedì della scorsa settimana? " domando.
"Si" risponde il Mondo.
"Okay- e aggiungo- non è passato molto tempo".

Le cose che abbiamo da dirci sono per di più le seguenti:
Mi scusi,  potrei, la prego, quanto dista, grazie, prego, potrei chiederle gentilmente, grazie, vorrei, potrebbe per favore, non le dispiace se, che maleducato, non parlo la sua lingua, yes I speak english, mi fa passare, ma perchè non metti la freccia, si figuri, thank you, si non c'è problema, prego vada avanti lei, ma certo, no non ho la tessera, si ho la tessera ecco, grazie, prego, buongiorno e buonasera, alza gli occhi da quel cellulare.

Le cose che abbiamo da dirci - io e il Mondo - dormono nei sogni irrequieti in cui vorrei alzare la voce e dire la mia con la stessa indignazione di quando ero bambina, con quella rabbia bella che a volte credo di aver perso e a volte sento di provare.
"Ma come Cristellina- fa il Mondo- arrabbiata te, che sei la più calma di Me?"
"E invece me le hai proprio rotte!" esclamo.

Le cose che abbiamo da dirci...già. La maggior parte delle volte cambiamo argomento. Io e il Mondo seduti su una panchina del parco a mangiare le caldarroste . Vorrei parlargli del cielo e invece gli chiedo se cortesemente può evitare di buttare le bucce per terra.

13/01/17

Il club dei narratori senza narrazione

di Cristina Taliento


Risultati immagini per pollock
(Convergence, Jackson Pollock, 1952, oil on canvas)

Questo è il giorno perfetto per scrivere, a volerlo fare, a saperlo fare. Ad esempio, il cielo è celeste e davanti al cielo c'è un albero verde scuro e  questi due colori insieme ispirano tante cose, tante cose tutte insieme e se si fosse scrittori, si farebbe un bel narrare, un narrare liscio, senza ripetizioni nè malinconie, una roba forte doppio malto, doppio whisky da bere in un sorso e poi cadere stecchiti sul pavimento, simulando teatrali convulsioni, spasmi, morte. C'è persino del fumo poetico che esce da sopra un tetto, nell'aria gelida di un gennaio enigmatico. Questa mattina poi le strade erano ghiacciate e così in strada al posto delle macchine e delle persone c'era il Silenzio. E a certi scrittori, si sa, il Silenzio piace. 
Eppure per i narratori senza narrazione, i giorni così sono buoni solo da vivere internamente, perchè questi narratori non hanno abbastanza parole adatte per descriverli, per farne Scrittura; invero, spesso si confondono e ridono, si perdono nei dettagli, respiri, più piccoli, quelli da cui non potrà nascere nè una trama, nè un finale. Sorridono, dicono che non fa niente e si toccano la fronte, a loro non importa se sono nati senza talento. Quello che fanno è andare semplicemente tutti insieme sul terrazzo della casa di Giò. Per convenzione, hanno deciso di salutarsi alzando la mano, evitando di dire "ciao" o altre riverenze del genere. Qualcuno fuma e qualcun'altro no, tutto qui. Le innumerevoli Storie che hanno in testa si possono paragonare ai fili elettrici che come ragnatele si intrecciano nelle strade e tra le quali, talvolta, resta impigliata una piuma, una busta di plastica o, se si guarda dalla giusta prospettiva, la stella delle diciassette e venti che ha tutta l'aria di essere un tramonto.
I narratori senza narrazione si siedono da qualche parte, dove trovano, in punti diversi, lontani tra di loro. C'è chi dà le spalle al vuoto e chi nel vuoto ci fa dondolare le gambe, sentendo il crepuscolo sulla lingua, mentre i primi lampioni si accendono e i merli camminano sui cornicioni. 
Non sono sempre gli stessi. Quando qualcuno scrive un libro, saluta tutti e se ne va. Allo stesso modo, salgono sul tetto quegli scrittori che non hanno più niente da dire oppure non vogliono più narrare e si arrabbiano se chiedi perchè.
Per essere ammessi basta soltanto bisbigliare qualcosa a proposito dell'Infinito in senso metafisico o in senso organolettico, dichiarando di essere ispirati e incapaci, entusiasti incompetenti, commossi dal cielo, ragazzi dentro, orecchi musicali. E poi basta, ti siedi e stai lì con te stesso, con le Storie, le Descrizioni, i Capoversi, i Capitoli ed è una specie di racconto immaginato, sbiadito, evaporato nella sera. Come un blues, il tuo blues evaporato nella sera. 

20/11/16

Il campetto da calcio

divagazioni di Cristina Taliento


Risultati immagini per gregory muenzen
(illustration by Gregory Muenzen)

Mio fratello gioca a calcio con un gruppo di ragazzi neri che avranno vent'anni. Lui è il più piccolo e l'unico bianco. Se la cava abbastanza bene, anche se, come gli dico spesso tanto per ridere, è un pappamolle che gioca senza altruismo e senza fantasia. Lui è quello che porta la palla, quello con le scarpe.
"Non ti puoi mettere le scarpe se gli altri non ce le hanno" gli ho detto.
"Comunista"
"Rischi di fare del male agli altri, di conficcare il tacchetto nel metatarso di qualcuno"
"Vuoi venire a tifare?".

Dovevo studiare.
"Devo studiare".

Ha inforcato la bici e se n'è andato, con i pantaloncini azzurri e la maglietta a righe. Così ho guardato il libro e ho guardato il cielo; ho appoggiato la matita, mi sono alzata e ho iniziato a camminare verso il campo da calcio perché avevo bisogno di vedere qualcuno che facesse un benedetto lavoro di squadra, presa com'ero e come mi avevano insegnato a correre sempre e soltanto da sola.
Il campetto era un quadrato di erbetta sintetica sotto il sole con due porte di reti ai lati. Avevano già iniziato a giocare.
 Mi sono avvicinata alla rete per guardare. Mio fratello si era tolto le scarpe. Gli ho fatto un cenno col capo.
Lì vicino alla rete c'era anche un cane che viveva in una cuccia di legno dove era appeso un cartello che vietava ai vicini di portare lì i loro avanzi. Avevano scritto: "Si prega di non dare cibo in eccesso al cane. Gli animali vanno nutriti il giusto". Ho concordato risentita.

Quei ragazzi facevano la loro partita di pallone in un campetto lontano da casa e io mi immaginavo le loro storie, distorcendole, caricandole di dramma ed eroico coraggio, non sapendo nulla, divagando alla grande sullo stato dei loro sentimenti. Scientificamente, invece, vedevo con maggiore realismo gastrocnemi contratti, adrenalina, iperattività ghiandolare, sudore, ventilazione nella polvere, urti sulla cartilagine, battiti, sentivo i loro cuori tachicardici urlare. No, in realtà, non potevo. Era di nuovo soltanto immaginazione. Magari erano bradicardici e io da laggiù non potevo saperlo. Com'era strano talvolta sforzarsi di considerare soltanto le evidenze, escludendo il resto, compresa l'esperienza, la supposizione. Dei ragazzi che tirano i calci a una palla sono quello e basta, nel momento in cui lo fanno, sono quello e basta. Il presente è potenzialità. Tutto quello che siamo non è ciò che abbiamo vissuto, nè l'idea di quello che verosimilmente potrebbe essere, accadere. La cosa che sei ce l'hai addosso, dentro, nei tuoi muscoli, nel polmone. A partire da questo, potenzialmente, possono eviscerarsi molteplici realtà, azioni, scelte, goal, cadute, triplette, fuori gioco, gioco sporco, gioco pulito. L'esame obiettivo ci dice: a partire da ora. Non importa cosa tu abbia fatto nel primo tempo. Osservazione presente, flash e tutto il resto è futuro.

"Senti, ti va di stare in porta con l'altra squadra?" mi ha detto mio fratello al di là della rete mentre la mia vista era appannata da queste divagazioni, pensieri buffi, senza molto senso.
"Non so" ho tentennato mentre ritornavo alla realtà.
"Dai, tanto la palla non ci arriva nemmeno in quella metà di campo".
"Okay va bene".

Ero una schiappa. Una vera schiappa anche a parare. 





26/10/16

Guarda se vuoi c'è la strada

divagazioni di C. Taliento

Horse Frightened by a Storm, 1824 - Eugene Delacroix
(Cavallo spaventato dalla tempesta, Eugene Delacroix, 1824, watercolor, Museum of Fine Arts, Budapest)


"Guarda, se vuoi c'è la strada" m'ha detto con un gesto della mano, della serie "cammina", della serie "cammina, pivella". E io ho guardato la strada ed era proprio lunga, neanche lontanamente facile da percorrere, con la polvere salata e piante grasse, cactus ispidi e code di ramarri. Ero davvero miope, non vedevo molto bene. Poteva essere ancora più lunga di così, potevano esserci cose pericolose come le siringhe infette abbandonate da cui ero stata messa ben in guardia durante l'infanzia e che non avevo mai incontrato e ora, su quella strada, chissà. 
Non ho risposto. Anzi no, ho detto "beh va beh". Che in alcuni casi, basta e avanza. 
"Guarda, non c'è che la strada" m'ha detto il Maestro, l'unica persona che contasse qualcosa per me, qualcosa tipo l'orecchio, come per dire il mio ascolto. In realtà, io non ascoltavo bene. Camminavo. Non avevo talento, ma dovevo in qualche modo andare.
"E vai, vai" m'ha detto il Maestro con un cenno del capo. 
"Vado" ho detto. E davvero non ho detto altro. Che poi, non c'è mica molto da dire. In genere.
"Vado" ho ripetuto, ma mi sono fermata per guardare i miei piedi fermi nel punto di partenza. 
Il Maestro ha alzato le spalle. E ha sospirato come per tirare dentro la lacrima nel dotto.
"La strada è importante, ma se vuoi puoi restare" ha detto cambiando idea. E con la mano mi ha indicato una casa, piccola ,di legno in cui sarebbe stato difficile soffrire. 
Però non c'era che la strada e mi dovevo muovere. Altrimenti si faceva notte. Inoltre, mi ero rotta.
Però era bella quella casa, col Maestro, con le certezze e poche paure, senza ramarri, senza siringhe, piena di risate e tre orologi di parete che segnavano il Tempo in modo ordinato, sicuro, previsto. Invece, sulla strada si narrava che il Tempo potesse non passare mai e poi scivolare via, tutto insieme. Terribile.
"Si sta facendo notte" tuttavia ho detto con sarcasmo e nostalgia. 
"Guarda la strada"
"Grazie" ed avevo già percorso un metro.

03/09/16

La fine dell'estate

di Cristina Taliento

La fine dell'estate, anche se lascia un po' di malinconia, in fondo non è mai stata una cosa veramente seria. A me sembra simile alla fine di un concerto, dove è stato tutto molto bello e i veri fans hanno ancora gli occhi innamorati mentre il ragazzo delle luci inizia già a smontare, ma il camioncino degli hamburger non se n'è ancora andato e se vuoi ti puoi fare un panino senza fare la fila, perché sono tipo le due di notte e chi lo vuole un panino alle due di notte.
"Io" fa Luca.
"Io" dico.
"Io" fa quell'altra.
"Ieu"
"Maiali"
Però c'è in giro un certo grado di calma. E ricominciano a vedersi le ombre dei gatti lungo i muri. E ricominciano a sentirsi i grilli che per le onde sonore che emettono dovrebbero mettere ansia e invece sono peggio della camomilla. Quindi, siamo qui, un gruppo di amici sbadiglianti alla fine dell'estate che, se vi va, ci facciamo una partita a briscola. Ho il liquore della zia. Metto su il cd di Bob Dylan. Va be, dai, ti sei messo la felpa, che esagerato, manco fosse natale.

09/08/16

Festa

di Cristina Taliento




(Musique, Henri Matisse, 1910, Museo dell'Hermitage, San Pietroburgo)

È sera e ci sono luminarie. Il sole è tramontato da poco e il suo odore non è ancora scomparso nel buio, la tramontana non l'ha ancora portato via. I raggi di luce, si sa, profumano di grano e di viole. A pomeriggio c'è stato un temporale e il cielo sembra un capodoglio ferito che deve ancora guarire. Ogni tanto si vede una stella e qualcuno pensa che allora l'indomani si potrà andare a mare e ci sono dei vecchi seduti all'uscita del bar che vedono- e chissà se non le vedano davvero- delle sfumature color ruggine tra le antenne delle case. "Rosso di sera buon tempo si spera" dice uno. Gli altri alzano il mento.
Le persone si radunano in piazza perché il Comune del paese ha finanziato un progetto di musica di strada dove, nelle diverse serate, si alternano personaggi ospiti come Renzo Arbore a gruppi di bande provenienti da varie parti dell'Italia, ciascuna con il suo stile.
Stasera è la volta delle bande: sette otto bande che si muovono a suon di musica, girano tra la gente e si fermano di tanto in tanto in un angolo di piazza, lontane abbastanza tra di loro affinché le note non si sovrappongano, e continuano a suonare, facendo qualche numero in più, dato che, quando sono fermi, si radunano gruppi di bambini curiosi con genitori al seguito o comitive di ragazzi in vacanza che stasera hanno preferito il paese alla movida cittadina.
Tante bande tra la tramontana. Le signore, infatti, hanno quasi tutte il cardigan che mettono e tolgono perché sì, a volte fa un po' freddo, ma poi a battere le mani tutti insieme torna presto a far caldo.
C'è in giro un certo grado di tranquillità, di paradossale quiete malgrado gli ottoni e le grancasse. Forse perché ieri, qui, nella stessa piazza c'è stato Renzo Arbore e la folla arrivava fino al Bar Valentino. Le aspettative erano maggiori, i turisti erano tanti e tra i residenti c'era chi assisteva con braccia incrociate per vedere se lo spettacolo valesse davvero quei sessantamila euro della cittadinanza. Così, chi diceva "è stato bello" acconsentiva agli sperperi e chi diceva "beh dai", no. Ieri tutti si sentivano coinvolti, se non nei gusti musicali, nel partecipare con un' opinione o un sorriso. Mentre stasera è un po' come ritrovarsi e basta, senza la pretesa di essere intrattenuti a dovere, perché è una di quelle feste come una volta, quando non c'erano turisti da attirare o eventi da promuovere. Una di quelle feste dove le persone profumano di sapone, hanno camicie stirate e c'è sempre qualcuno che vende palloncini con l'elio e zucchero filato. Ci sediamo a gambe incrociate sul palco del concerto di ieri che oggi è stato invaso da bambini a cui non importa molto ascoltare le bande. A noi, invece, piace, ma ci fanno male le ginocchia e da quassù, poi, la visuale è migliore, anche se il vento è forte e batte sul collo. Prende a tutti una voglia di ascoltare, di lasciare che l'animo del paese ci torni dentro con le sue immagini e le sue atmosfere. Da qui è facile vedere ragazzi che ballano, gente che si saluta da lontano come gli anziani che si scambiano cenni del capo, bambini che battono il cinque, oppure strette di mano, presentazioni, "questa è mia figlia", baci sulle guance. È bello.
È bello davvero. Ci sono cose che rimangono nostre per sempre come la serenità di stare qui, ora, tra i cuori di tutti. A casa. 

19/07/16

I cambiamenti del nostro sentire

divagazioni di Cristina Taliento

"Hello everybody". Il radiofonico dj saluta sempre così all'inizio del suo programma. 
"Hello" bisbiglio automaticamente anch'io come quei sette milioni di ascoltatori in onda.
Il Radiofonico Dj stasera chissà che ha nella voce, mi sembra quasi malinconia. Sono tre volte che chiede "e allora come state" a noi very normal people che si sa come stiamo: fa caldo, ci lamentiamo. Per giunta, non possiamo rispondere. Alziamo le spalle, chi mentre studia, chi mentre lava i piatti. E tu che hai, signor Dj, cosa c'è che non va stasera?
Mette La Gatta di Gino Paoli. Mi sembra ieri che imparavo a suonare la chitarra seduta in giardino con le infradito e questa canzone in uno spartito.
C'era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso e una vecchia soffitta vicino al mare con una finestra a un passo dal cielo blu.. tu tu tutu.
C'era una volta io, un giardino, la Gatta, estati infinite in cui perdersi e ritrovarsi, la menta da bere in silenzio ma con il ghiaccio, i bagni a mare in solitaria, nuotando un po' di qua e un po' di là, tra un sentimento e l'altro, una noia e un sogno. Eravamo noi quelli nella fotografia.
È che si, lo so, lo so che non ho ancora l'età per potermene lamentare, ma era solo ieri che avevo quindici anni e suonavo c'era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso e una vecchia soffitta... Gino Paoli, la conosci vero?
Ed era ieri che le mie dita a mo' di Sol settima su una chitarra.
Una chitarra che ora chissà dove sarà finita. Mangiata dalla polvere di questi sette anni in cui siamo cambiati tutti, tutti nessuno escluso. Era bello. Era bello starmene lì in giardino a beccare l'accordo sulla finestra vicino al mare a un passo dal cielo blu.
"Soffitta vicino al mare" mi correggi.
Non ha importanza.
È che noi, noi inteso come persone, siamo tutti un po' smemorati, ci dimentichiamo chi eravamo, cosa provavamo soprattutto. Siamo degli svampiti con la testa fra le nuvole. Dovremmo avere più cura dei nostri sentimenti perduti nel tempo, sbiaditi dall'assuefazione. Ci preoccupiamo troppo di come cambia il nostro corpo, lottiamo per proteggerci dalle rughe, dal tessuto adiposo, dallo stress ossidativo. Ed è buffo perché arriviamo a quarant'anni che proviamo la metà di quello che provavamo quando eravamo giovani, ma nessuno muove un dito, nessuno fa qualcosa per palestrarsi i sensi e il cuore. Ovviamente, con cuore intendo quel concetto astratto  con cui si designa l'anima fin dall'Ottocento.
"È tutto sbagliato, non trovi?" chiedo.
Ma tu mi dici di "non pensarci e stare calma" che il Tempo alla fine non deve essere qualcosa per cui mettere il broncio.
Non sto mettendo il broncio, ti dico.
Ma si- mi dici- hai anche gli occhiali sul naso come la mia professoressa.
Aspetta. Mi giro, ti guardo da sopra gli occhiali. Hai ragione.
Ed è lì, esattamente lì che ridiamo e invecchiamo e, chi se ne frega, accettiamo di essere umani e mortali, distratti e imprecisi in queste nostre divagazioni, in questi nostri pensieri che sono fragili poiché intuitivi e indimostrabili, assolutamente ascientifici e buffi, invero abbastanza patetici, pensieri che muoiono in una risata, in una tazza di thè. 

30/06/16

Altrove in questo momento

divagazioni di Cristina Taliento




(Non io, Filippo Robboni)

Quaggiù si può correre tantissimo, saltare da un marciapiede all'altro girando l'angolo correndo, quasi scontrandosi con i passanti dietro l'angolo, si. Si può persino cadere, facendo attenzione a non svenire, attenzione a non disidratarsi troppo. E poi un giorno giri un angolo, buio magari, come tutti gli angoli della vita, dove non sai che diavolo ti può prendere alle spalle o di fronte, tutto un fotti fotti generale, per carità, si sa come vanno queste cose... e- dicevo- una mattina, giri un angolo, automaticamente, di corsa, senza pensare, con il tuo programma motorio ben alimentato da tazze di caffè e post-it deliranti sulla motivazione e il Futuro e su quello che sei e quello che non sei e tutte quelli spaventevoli discorsi su quello che diventerai. Pauuuraaaa.  E giri questo benedetto angolo, di corsa, ripeto, perchè certe cose accadono solo se c'è una certa cinetica di base che tat tat tat ti manda in vibrazione le cellule e i mitocondri. Non stai guardando, sei completamente dentro di te, ci sei eppure no. Giri l'angolo e prendi un autobus e chi lo sa dove stai andando. Tu lo sai? Io non lo so. Il mondo c'è, ma non importa, è un dato talmente scontato che può essere sottinteso e, di conseguenza, fatto evaporare. Bene, prendi l'autobus, uno di questi autobus arancioni con i sedili gialli e i posti per disabili sempre occupati da qualche rapper dei miei stivali. Prendi posto laggiù in fondo, insieme ai fantasmi degli introversi che popolano le ultime file di tutte le stanze dell'Universo. Nella tua testa c'è il jazz, c'è John Coltrane, ma ci potrebbe essere anche tuo nonno o chi ti pare, non fa niente. Strati e strati di occhi e persone e frasi e musichette: una montagna di roba. Ma lo sai tu e lo sanno tutti di quanto questo conti poco... L'importante ora è il momento, camminare, andare, quante dita vedi! Quante dita vedi? Vista sfocata. Non vedi un cacchio. Rimetti gli occhiali. Ah, lì c'è scritto "Pizzeria" avevo letto "Pinnerio". Adori giocare con questa tua buffa miopia. E mentre ti rimetti gli occhiali c'è qualcuno che ti sta guardando. Uno sconosciuto, dietro l'angolo, con gli occhi di pianto ti guarda e ti dice teneramente: "mi ricordi tanto una persona". In questo momento tu esci fuori dal mondo, diventi un ricordo che non ti appartiene. La persona continua a guardarti. La velocità della vita si oppone alla staticità di questo momento. Immobile. All'improvviso è come se anche tu ti guardassi dall'esterno. Ti senti parte di un fenotipo e di un dolore. Che non ti appartiene. 
Dici e non sapresti proprio cos'altro dire: "Le persone a volte si assomigliano".


28/05/16

Venti e passa anni stasera sui tetti e tequila



divagazioni di Cristina Taliento 


(Take me away, Ron Hicks, 1966, NY City)


Venti e passa anni stasera sui tetti e tequila da bere ballando perché c'è la luna e la luna si festeggia;  si festeggia ora, insieme, in questo presente dove si ama e si perde, questo presente che ferisce, invadente che ti prende per un braccio e ti bacia come se fosse possibile  (non è possibile) valicare i muri delle nostre austerità, delle nostre tenere ingenuità, quelle parti di noi che aspettano qualcosa senza chiedere, educate, speranzose, disperate. Quelle parti di noi che hanno fame. Che vogliono tutto, compreso perdersi in lande desolate e disperse oppure in spiagge non così solitarie, non così deserte. Festeggiare ora sui tetti, caffè e tequila, un vestito lungo, la luna, i capelli, che belli, i nostri occhi si assomigliano, le storie che ci hanno portato qui, tutto quello che siamo... è poco, sai, quello che siamo è poco. Uno crede di essere complicato, invece siamo tutti così semplici. Siamo semplici. Siamo qui e non vogliamo altro che essere liberi; liberi non vuol dire niente se inteso in senso così astratto e generale, ma liberi vuol dire essere noi, atomi e molecole in movimento nella notte, composti da cellule simili a microscopiche api luminose. Liberi di essere cento miliardi di neuroni e piogge di sinapsi, liberi che se mi gira vengo a chiederti se vuoi ballare e se poi me ne vado, ti sorrido. Liberi come l'acqua di cui siamo fatti e ancora di più se si considera che ci nutriamo di gas, per l'ottanta per cento azoto, gas che sono leggerissimi; ci nutriamo di cose evanescenti, rarefatte, intangibili, invisibili, espandibili. E siamo semplici anche se siamo strani perché ci piace pensarci conservatori e invece siamo progressisti, ribelli, cambiamo idea velocemente. Ci piace immaginarci dentro i confini che con amore e dedizione abbiamo imparato a delinearci intorno: le nostre sicurezze, passioni, le nostre idee, le preferenze, le nostre virtù. E poi ci scontriamo con le ombre di quei confini come se le nostre anime espandibili chiedessero più spazio, come se un giorno ci accorgessimo che non ci piace più lavorare la creta, come se un giorno ci svegliassimo con la voglia di andare lontano. Vai più lontano che puoi. 
Venti e passa anni sui nostri volti cambiati, diversi da quelli che erano quando avevamo sedici anni. I tuoi occhi, mi dici, sono stati sempre un po' riflessivi e malinconici e lo dici perché ti rassicura pensarti un punto, una cosa statica, una cosa che nasce con gli occhi malinconici e muore con gli occhi malinconici. E invece non è vero. Sarebbe bello sapersi sempre noi, sempre quelli, ma noi mutiamo e invecchiamo e il nostro Dna accumula errori, molti dei quali non vengono corretti. Se siamo sinceri, ci contraddiciamo. Cambiamo idea. Amiamo, odiamo. I tuoi occhi quando avevi sedici anni erano diversi, forse l'hai dimenticato, ma guardavano più lontano. La malinconia ha più sfumature, quella di allora non è quella di ora. Come puoi dirti lo stesso di prima?
Sono gli attimi che ci determinano e lo fanno in riferimento a quell'attimo soltanto e nulla più. Tequila stasera sui tetti e una canzone online, musica classica, mentre i satelliti brillano nel cielo e ci proteggono. Lo senti il vento che bello? Come sarebbe no? Cosa hai detto? Abbassa la musica, non ti sento.
E ballare, ballare per festeggiare questo momento, questo momento in cui noi, persone semplici, esprimiamo i nostri potenziali d'azione in compagnia, mentre i nostri sistemi limbici e tutte quelle cose che la Scienza non ha ancora scoperto si scambiano segnali di fiducia e affetto sincero, segretamente. 
Per cui il momento, questo segmento temporale del presente, è l'unico confine possibile che possiamo tracciare in tutta sicurezza, l'unico che ci vede davvero coscienti e collaboranti, convinti dei nostri sogni e desideri, perché il tuo sogno cambierà e i tuoi occhi anche e magari un giorno ti ritroverai a festeggiare da solo con dello champagne chissà dove e chissà perché e avrai il doppio di quello che hai ora, ma vorrai altro o la metà oppure un'altra cosa. E tu, allora, amico mio, ragazzo mio, dovrai ammettere di essere cambiato, dovrai ammettere che non ti piace più la tequila, che non ti piaccio più io, e non dovrai temere la strada che ti aspetta. 
Ma per ora muovi spalle e ginocchia su questo blues barocco e non ci pensare. Amo questo cd.


22/05/16

Un posto al confine

divagazioni di Cristina Taliento



(Rain, steam and speed, William Turner, 1844, oil on canvas, National Gallery, London)


Quella domenica mattina presi la giacca a vento rossa, un ombrello, la mia dispensa di Neurogeografia e partii per un grande volo di fantasia. Pensai se prendere l'autobus oppure no. Durante i giorni festivi ne passava uno ogni ora e io mi rigiravo tra le mani il blister vuoto di Travel Gum contro il mal d'auto. Guardavo la strada, il blister, la strada vuota, il blister vuoto, un bambino su una bicicletta con la catena che schioccava a ogni pedalata. Così mi alzai dal bordo del marciapiede dove mi ero seduta e decisi di farmi la strada a piedi per riempire con i miei passi quell'inconcludente deserto domenicale, per incontrare, cammin facendo, un cestino in cui buttare il blister, la dispensa, l'ombrello e me stessa. Infatti, è così che andò. Dopo nemmeno tre minuti di cammino in direzione Ovest trovai un cestino. Mi ci buttai. E dopo tre minuti ero arrivata in quel posto al confine... Al confine di cosa non lo sapevo, non l'avrei scoperto mai.

Arrivavo lì, su quella scogliera, insieme a uno stormo di uccelli migratori. Ero un uccello migratorio anch'io, in fondo. 
Mi pioveva in testa l'acqua del mare che si infrangeva sulla roccia. Aprii l'ombrello non volendo fare nessun passo che mi allontanasse da quegli schizzi di Paradiso. Era così che io mi immaginavo da sempre l'Idrogeno.
Il cielo grigio balena era sbrindellato qua e là da lame affilate di luce boreale, verde, rosa. Non erano le mie latitudini e non sapevo che ora fosse. D'altronde la domenica non poteva che essere così. 
E mi ritrovai all'improvviso felice, sorridente in quella specie di fiordo normanno, sull'oceano, tra tutti quegli scambi di elettroni. C'erano delle foche sulla spiaggia, file e file di foche ridenti che a turno si lanciavano tra le onde. Avevo messo il costume? Potevo andare a nuotare con loro?
Il vento disegnava nell'atmosfera il ritratto di una ragazza dai capelli lunghi castani. Ero io, mi sorrisi. 
Dove fosse finita quella strada deserta da cui ero venuta non me lo ricordavo più e, lì, in quel momento nel Tempo, dove l'importanza delle cose svaniva nelle sfumature di quel cielo che mutava, capii che c'ero ancora e forse non me ne ero mai andata. C'era l'immensità dello Spazio e le campagne dell'entroterra, c'era l'eterna fragilità del mio essere giovane. I miei sogni, le mie paure e il terzo meridiano dopo quello di Greenwich.
Chiusi l'ombrello in segno di gentilezza e rispetto per quel posto al confine poichè non mi sembrava più giusto difendermi e proteggermi dall'acqua con un oggetto impermeabile inventato da chicchessia mentre l'Infinito si mostrava davanti ai miei occhi. Senza meritarlo, mi lasciai avvicinare, addomesticare dalla vastità dell'Oceano. Ero un pesce anch'io, in fondo.
Mi fu chiaro,  forse più chiaro di quanto già mi era sembravo lo fosse in passato, che noi siamo esattamente quello che vogliamo essere, in ogni momento del giorno, in ogni istante, sempre. Siamo noi e non ce ne andiamo mai per davvero anche se alle volte ci sembra di non riuscire più a ritrovarci, a vederci. Mi fu chiaro, mentre il vento mi diceva di buttarmi in acqua e io gioivo, mentre mi toglievo le scarpe e correvo, correvo libera verso il blu in tempesta, che le nostre energie più profonde sono radici forti come cavi d'acciaio e che le nostre debolezze ci rendono belli, di una bellezza complicata, simile al pianto. I nostri posti al confine dormono dentro di noi; è da lì che veniamo davvero. Ed è lì che rideremo, che ci ci ritroveremo, più pazzi e spettinati e più invecchiati e belli dell'ultima volta che c'eravamo stati. Nei nostri luoghi interiori ci sono tutte le albe e i tramonti di cui abbiamo bisogno,  i giochi di luce e i venti come li vorremmo e c'è sempre la voce di qualcuno che ci parla mentre noi sorridiamo senza capire... di qualcuno che ci dice: "io credo di essermi innamorato di te". 


24/07/15

Mi ricordo della tana certe volte

di Cristina Taliento






Mi ricordo della tana certe volte, quando ho tempo o quando non ne ho. Mi ricordo cioè di quando scrivevo, di quando non avrei mai pensato di mettere un "cioè" così senza virgole nè niente, abbandonato nella frase, nel vento dei ricordi, come il naso di un pagliaccio sulla riva del mare. Io ho avuto un'adolescenza di storie inventate, ma erano per lo più personaggi difficili che toglievano l'aria al contesto e non rimanevano che loro al centro di loro stessi e le mie storie erano proprio come delle bamboline dentro bamboline dentro bamboline. Un'avventura la puoi creare anche con un due polmoni, un paio di occhiali su un naso e un cuore che batte. Non erano poi questo granchè, le mie storie. Però mi ricordo che quando scrivevo ero felice, in un posto sicuro dotato di accarezzatori automatici e asciugatori di lacrime e riscaldatori di brividi e baciatori di spalle. Mi ricordo di me e di tutti quei gatti, di tutti quei sabati nella tana. Che poi, alla fine, la chiamo tana perchè mi sentivo al sicuro, ma la scrittura è sempre stata e sarà il posto più all'aperto del mondo, più del deserto, più delle cascate, più del cielo, dove tutto è così naturalmente ai quattro venti. 
"Ai quattro venti...?" . Torno a studiare va'. 

09/05/15

Quando sta per piovere

di Cristina Taliento



Quando sta per piovere, quando proprio sta per iniziare a piovere, la camomilla profuma di più. E le persone un po' si spaventano, per esempio cambiano programmi oppure si guardano intorno e guardano il cielo e vedono cose che prima non avevano notato. Tipo: una rondine che passa sopra una nube che passa sopra un raggio di sole che passa sopra il cielo. Anche se è primavera poi, c'è sempre qualche foglia che cade o un ciuffo d'erba che trema. Io di solito, se sono in biblioteca, me ne vado a casa. Slego la mia mountain bike colorata di fine anni 90' e penso a cinquecento parole da scrivere su quello che accade al cuore quando sta per iniziare a piovere. Ma mi viene in mente soltanto un mondo dove le persone se ne escono con questa frase. "Sta per iniziare a piovere!". Svegliati, Peppina! Un mondo dove, mettiamo, ci sono due ragazzi fermi su questo marciapiede che sorpasso pedalando. E lei dice: "Ti prego dimmi se ha senso restare". E lui dice: "Sta per iniziare a piovere". Oppure un'altra immagine, dove la signora del letto 22, donde il nome La 22, si toglie la mascherina dell'ossigeno, poi si sfila ad uno ad uno gli accessi venosi e dice: "Bene signori, a me queste chiacchiere non interessano. Mi sono rotta completamente le balle di tutta questa situazione. E' arrivato il momento di tornare a casa ed è bene che mi affretti. Sapete com'è, sta per iniziare a piovere". Un mondo così, un po' ribaltato, un po' normale. Il fatto è che quando sta per piovere, i gatti non li vedi più e in giro non si sentono nemmeno tante risate. C'è silenzio dappertutto. E se qualcuno grida frasi come "oh passami le chiavi" è solo per aprire la macchina, sgommare e lasciare più silenzio. Mah, a me è parso così!

06/09/14

Il momento nella vita

di Cristina Taliento

(The Lake Isle of Innisfree)


Ci sono momenti che non avresti mai pensato di iniziare la frase con 'ci sono momenti', ma è così ed è naturale perché sono solo momenti e sono tutto. Parte una canzone che non è la tua, una che mai avresti scelto e senti il cielo dentro, tu, le chitarre, i violini, gli uccelli delle diciassette e trenta, il libro con gli evidenziatori sopra, i cuori aperti appesi alle pareti. Hanno così tanto senso! Chiudere gli occhi non serve, non conta ballare, è lì, sei tu. E non importano nemmeno gli attimi colti, la felicità cercata, l'amore perso; tu sei nel mondo, tu batti il cinque, sorridi con la bocca aperta. Tu sei quello che volevi essere, hai il migliore aspetto che fa per te. Ogni instante che ti ha portato qui eri tu, eri casa.

26/07/14

Note di fine luglio

di Cristina Taliento


(I giocatori di carte, Paul Cézanne, fine '800, Musèe d'Orsay, Paris)



Vita adulta
Una cosa positiva della vita adulta è che per la maggior parte del tempo dovunque tu sia, con chiunque tu sia, ti senti a casa perchè la tua testa è casa, un posto che ormai conosci bene, armadi, tappeti, librerie e tutto il resto. Quel gradino che ti faceva inciampare quand'eri adolescente, adesso lo scendi di corsa o lo sali in un balzo senza nemmeno guardare. 

Chitarra. 
Appunti, libri, fogli dappertutto, appesi per la stanza , in strada, ai fili elettrici, stesi sugli spicchi degli ombrelli, sui giri cerebrali, mentali, fisici. E c'è sempre qualcuno- qualcuno- che -che- suona la chitarra. A immaginare, saranno ragazzi. Con i loro oceani solitari e scatole di chocopops. 

Nonno.
Non era tanto il fatto, come amava ripetere la prozia, che lui si fosse circondato di persone vere. Io credo che lui avesse attirato, come un magnete puro e senza molte parole, il lato più vero delle persone. 

Cezanne.
I Giocatori di Carte di Cezanne, stampati a colori e fissati al muro un po' storti con quattro strisce di scotch, mormorano, sopra i loro sigari fumanti, cose come: "lo passerà, ha studiato, ha fibra". "Dice che ha paura". "Ah-ah, è un samurai a cui piace lagnarsi, versami dell'altro whisky". "Basta così?". "Un altro dito, non essere timido". "Alla tua salute, ragazza. E anche alla mia. Ecco per te, invece, vecchio amico, una scala reale". "Eh bravo". 

Pioggia.
Dopo vent'anni inizi a preferire i sapori amari, il mare agitato, la tempesta. Il sole va bene, è sempre andato bene. Però la pioggia la capisci benissimo. Possiedi il senso della pioggia di tamburi battenti sull'asfalto. E sorridi. 

Anatomia.
E' la stessa spiaggia di sempre, ma gli altri anni c'erano soltanto corpi che prendevano il sole, che parlavano sulla battigia. Ora vedo mesogastri e peritonei in contro luce, mediastini, arti superiori che impugnano racchette, vene cefaliche, deltoidi, sternocleidi, punti di Murphy, di McBurney, di... passerà.

28/02/14

Descrizioni del suono per non udenti

di Cristina Taliento

SESTO: Flauto traverso, prima ottava




Questa prima ottava la potete immaginare come un gatto in inverno, con il pelo folto, color lavanda. Occhi affilati, blu notte; occhi che diventano verdi quando passate all'ottava superiore. Il gatto entra nella stanza, fluttuante, morbido. Questa nota è il Do grave. Attraversa la stanza e più si avvicina più la sua grandezza aumenta. Non è questione di prospettiva. L'intensità, il volume del gatto aumentano davvero. E' difficile dire quali siano le sue intenzioni, se, ad esempio, vuole delle carezze o se, al contrario, lo state infastidendo. Lui è là. C'è. La sua presenza ha cambiato la stanza, il mobilio appare mutato. Nonostante il pelo caldo e soffice, l'istinto vi impedisce di abbracciarlo. Preferite rimanere immobili, vicino alla finestra, con il mento basso, alzando talvolta lo sguardo per vedere se si è mosso. E ora si è mosso! Questo è il Re. Ha girato la testa verso di voi. Vi guarda. Siete leggermente intimoriti. Sapete che si tratta di un innocuo gatto domestico, ma il pericolo, questa volta, non sta nell'essere attaccati. Provate una strana riverenza per il gatto, come se qualcosa più grande di voi e del vostro giudizio lottasse con fermezza per insinuarsi nelle vostro respiro. Deglutite, siete in equilibrio tra il non abbassate la guardia e il cedere completamente al fascino del gatto. Quello che non vi fa rilassare del tutto è il sentore che sta accadendo qualcosa di diverso; la consapevolezza che un incantesimo con le sembianze di un felino ha sfiorato una parte di voi a cui, di solito, non avete accesso. Quindi, aspettate. Confidate nella svolta. Confidate nell'arrivo del Mi perchè non reggereste ancora lo sguardo di quel Re di un gatto. E il Mi arriva con un movimento della coda. Lunga, sembra un gambo di sedano flessibile. Questa proprio non ve l'aspettavate. Vi sentite spiazzati e, dopotutto, calmi. Impressionante e inoffensivo. Non è una minaccia, lo sapete, ma vi sta cambiando. Poi il gatto si siede simulando un Fa ben eseguito, sostenuto. Il Re si è seduto, come a voler familiarizzare con voi. Così, respirate, stupiti da quel nuovo tratto di sensibilità dopo l'iniziale autorevolezza. Tuttavia, proprio mentre vorreste mormorare un controllato "micio micio", il gatto fa un Sol pazzesco mettendosi a girare per la stanza. Perciò restate taciturni, lo ammirate in tutta la sua bellezza senza scopo nè desiderio; una bellezza armonica che non vi chiede niente e a cui, peraltro, non potreste dare niente, soltanto ascoltare. 
Il gatto si avvicina a voi e vi guarda dal basso, ma la vostra sensazione è ancora quella che vi stia guardando dall'alto. Questa nota è il La. Di colpo vorreste curvarvi per accarezzarlo. Ma il gatto spalanca le fauci colpito da un gigantesco sbadiglio, mostrandovi la grandezza del Si e, soprattutto, della vostra meraviglia nei confronti del Si. 
E se leggete al contrario, ottenete la scala in decrescendo: Si, La, Sol, Fa, Mi, Re, Do! Il gatto, in questo caso, esce dalla stanza e scompare nel silenzio. Per la descrizione del Silenzio consultare il primo punto delle "Descrizioni del suono per non udenti". 
Arrivederci! Au revoir! Sayonara! Hasta la vista! Sampai Jumpa! Feri bethaula! Do zobaczenia! Ta-ta!

12/08/13

Biciclette

di Cristina Taliento

(Bicycles, Taliah Lempert, oil on canvas, contemporary painters) 

I falchi volano alti e lì in fondo ci sono gli Appennini. Ma prima di tutto, dimmelo mille volte, ci sono io, solo io e io e io, sempre se non decide di venire con me anche il cielo e allora in quel caso saremmo in due. Oh posso venire anch'io? chiedono le mie amiche. Oh Romeo, faccio io recitando, non saremo in troppe? Lo sapete che c'è anche la mia bicicletta? Energia pura del sentimento che pedala e grida forte "fate largoooo" senza smettere di ridere oppure usare i freni. Pedalare mentre sfumano le strade e le vie del centro e al loro posto si aprono sentieri dove code di glicine in fiore cadono dall'alto e tutt'intorno i poeti lasciano le divine Muse per incontare le cameriere che smontano dal turno delle otto. E Frank Focaccia cucina per loro la specialità della casa, mentre la nebbia allarga le distanze e mostra il lato riflessivo dei palazzi.  Pedalare sulle onde del mare, sorpassarle e tirare dritto dal verso opposto a quello della spiaggia fino a che non c'è solo cielo verde chiaro sopra il manubrio e stelle e luna quando viene sera. Bambine liberano dal finestrino della casa sull'albero palloncini colorati pieni d'elio. Li vediamo noi, mentre sfrecciamo lungo il fiume guardando dietro a tratti per vedere se siamo ancora tutte. Ma che razza di pensieri, è logico che ci siamo! Niente è così logico, mie care! E gli orologi testimoniano i nostri imperituri diciannove anni. Quasi venti! Piantala, sono diciannove! Venti! Diciannove! Venti, cretina! Ho detto: diciannoooove! Mentre gli automobilisti abbassano i finestrini per vedere chi grida e vedono solo ombre in velocità seguite da lunghi capelli e infinite aspettative comuni, ad eccezione di Laura che ha smesso di illudersi a quindici anni dopo aver letto dell'effetto che avevano scatenato i sogni su Leopardi. Giacomo. Ma che vuol dire, dai. Vuol dire che meno sogno, meno piangerò al risveglio. L'importante,  comunque, è volere adesso. Infatti, io voglio tantissimo.
Pedalare e pedalare e intanto il vento spazza via le virgole dal foglio per sommergerlo di foglie. Tra un mese sarà quasi autunno. Sarà quasi casa e quasi amore. La la lalaaaaa. La la lalaaaaaa. La la la la, la la la laaaaaaa.