03/06/09

"La verità sui muri, la menzogna sui giornali"

di Cristina Taliento




Quattro posti liberi in treno, due verso nord e altri due verso sud, significano esattamente quattro posti liberi in treno, due verso nord e due verso sud, che ti evitano più di quattro sguardi imbarazzanti che si incrociano per sbaglio con chi ti siede di fronte. Quando trovi quattro posti liberi, puoi far ruotare lo sguardo a briglia sciolta perchè non verra mai domato da nessuno, ma quattro posti liberi non sono nè la regola, nè l'eccezione; sono come la pioggia in estate: ci può essere, c'è, difficile che ci sia, non c'è. Ecco non c'è. Niente posti, devi chiedere con quella domanda che afferma "sono liberi?" e prima che ti rispondano ti sei già seduta, immobilizzata come quei mimi nelle strade che ti domandi "sono veri? non sono veri?" e quando l'amica ti risponde che sono finti... pah! e ti fanno l'occhiolino mentre li osservi con la bocca inconsapevolmente aperta e piegata da un lato. Comunque, si... come quei mimi immobilizzi lo sguardo fuori dal finestrino e scruti ogni minimo particolare. Poi, il particolare interessante finisci che lo trovi per davvero e, come nel mio caso, ti dimentichi di quello che ti circonda e ti concentri su quell'inatteso particolare. Una scritta sul muro che faceva "la verità sui muri e la menzogna sui giornali". Pah! Mi ha fatto l'occhiolino e io ho alzato il sopracciglio e... mi sono messa a pensare. Ma va?! Si, tipo Phoebe Halliwell, la più piccola delle Streghe, quando ha una delle sue previsioni del futuro. Per farla breve, nella mia piccola testolina ho collegato tante denunce che già da prima avevo esposto contro la cattiva informazione e, come si dice in questi casi, ho sorriso amaramente. Insomma, sui muri, per chi sa vedere non ci sono solo scritte della no-comment-serie "io e te 3 metri sopra al cielo", ma ci sono anche delle verità che ci sono e non si possono negare, ma non sono nemmeno così ovvie. Sui muri c'è l'adrenalina di chi sta rischiando tanto pur di scrivere qualcosa e lo so che si scrivono tante di quelle cazzate da andarsi a stendere direttamente sulla ferrovia più vicina, ma non è solo questo, c'è dell'altro... Scritte di denuncia sociale, scritte mute che gridano sulla faccia di chi le legge, scritte che ti prendono a schiaffi la coscienza e ti senti un verme a sorpassarle come se niente fosse. Scritte. E io non me ne frego niente se imbrattano i muri delle case per scrivere cose che svegliano la gente dal loro bel sonnellino infinito, non sarò io a dispiacermi per lo spray nero che ha sputato il bianco perla della casa dell' arbitro togato che non fa il suo dovere. No, non sarò io. Abbiamo la testa ovattata da quel che si dice nei TG, quello che ci vogliono dire i TG e io non posso che sentirmi onorata che qualcuno mi abbia detto la verità.

30/05/09

Cartolina dall'Adriatico

di Cristina Taliento

Quando arrivarono le libellule, il sole stava per annegare nell'Adriatico sotto lo sguardo indifferente di una decina di bagnanti. Gli ultimi raggi ramati schizzavano il dorso delle piccole onde e le libellule volteggiavano sulla leggera spuma dorata che si andava a formare all'inizio della bassa marea. Non avevano paura di volare rasente il mare; le loro ali sfioravano il blu senza chiedere il permesso, ma si vedeva che tra di loro si aspettavano, non volevano che nessuna rimanesse indietro. Sapevano dove stavano andando perchè seguivano sempre la stessa direzione, anche se questa era controvento. Forse si andavano a perdere nella notte, forse sarebbero tornate indietro dopo aver toccato la boa rossa, forse volevano imparare ad imparare o a sbagliare, sbagliando. Tutte insieme occupavano nell'aria il volume di un maestoso cigno bianco, ma il loro riflesso nei miei occhi mi riempiva di uno stupore simile a quello che il brutto anatroccolo provò alla vista di una intera nuvola di cigni selvatici. In quelle libellule c'era tutto quello che cercavo, che, per tanto tempo, stavo cercando sotto il mare e che allora mi parve di scorgere al di sopra delle onde. Si allontanarono morbide sull'acqua e mi ricordai che non si vede bene che con il cuore, l'essenziale è invisibile a gli occhi . L'essenziale è sempre invisibile agli occhi, gli occhi riflettono l'invisibile. "Così me ne andai che ero un poco più saggia con tre soldi di dubbio e tre di coraggio".

29/05/09

Credo

di Cristina Taliento

Credo nel credere a qualcosa, credo in chi mi aiuta a credere a qualcosa... credo che il voler fuggire da un paese di appena 15.ooo abitanti significa voler fuggire da te stesso, e da te stesso non ci scappi nemmeno se sei Eddy Meckx. Credo in Dio, perchè se non credessi in Lui probabilmente non crederei neanche al fatto che io possa respirare. Credo nell'amore, nella vita, più di ogni altra cosa... Credo in un sorriso, in un abbraccio, quando le mie amiche per scherzare mi chiamano con parolacce e io mi giro. Credo nello studio, nella cultura che mi ha permesso tante cose e che mi aiuterà a realizzarne tante altre. Credo in quell'attimo di silenzio prima di parlare. Credo nella determinazione, in ogni singola goccia di sudore, in ogni lacrima, in ogni battito. Credo in quella sala prove e anche in quella maledetta pista di atletica che a volte odio e a volte no. Credo che vivere la vita sia come andare in bicicletta, anzi come io vado in bicicletta: ritmo costante, guardare la strada, ma distrarsi, qualche volta, a guardare un mare di grano. Credo in "batti cinque", nel dare vinta una partita a scacchi e giurare che si è stati onesti. Credo nei temporali, quando il cielo "spacca" e nelle nuvole quando si trasformano in pensieri.
Credo che i fatti degli altri rimarranno sempre i fatti degli altri perchè io non sono nessuno per giudicarli. Credo nel desiderio che si esprime al passaggio di una stella cadente perchè credo in chi sogna, spera. Credo nei cantautori e uno, in particolare, che mi ha insegnato a dare un peso alle parole. Credo nella mia famiglia e credo che lo farò per sempre, anche se "per sempre" è una parola grossa, una specie di ghigliottina... Credo nel futuro, nel presente e nel passato quanto basta, perchè credo anche che sia essenziale non guardarsi mai indietro. Credo in chi disse che commettere degli errori non ci assicura a non farli più, ma ci insegna a rifarli con crescente eleganza. Credo nella vita frenetica e nel divano, in un buon libro e in una pizza con gli amici. Credo nella fatica e negli obbiettivi che uno si prefigge. E... credo in uno, nessuno e centomila, io.... Si, si, proprio così... credo in tante cose in alcuni giorni e in altri non credo a niente. Ma in quasi tutti i giorni mi resta quel, non so come chiamarlo... istinto? Si, può andare, mi resta quell'istinto di sopravvivenza che mi grida un bel scandito: " cre-di-ci"

24/05/09

Disordine Notturno

di Cristina Taliento


"Non dire che mi stai ascoltando se non mi stai ascoltando"; "No, parla... anche se chiudo gli occhi ti sento"; "Allora... ho perso il filo del discorso... che stavo dicendo? Ah si! Poi, alla fine, sono andati e... ohi! Ti sei addormentata? Pronto? si...ciao"


Dietro al bancone dell'Osteria la Volpe aveva girato la sedia e si era seduta con le gambe aperte appoggiando il gomito destro sullo schienale mentre l'altro faceva su e giù insieme al bicchiere di vodka che stringeva nella sua lurida zampa.
"Mi scussi sign..o...rinna- disse ubriaco- pottreei ave...?re un altro bicch..ie?re?".
Monna Lisa era stata assunta dal proprietario perchè vantava di avere una certa fama che avrebbe di sicuro attirato numerosi clienti, ma quando si trovava a dover discutere con tali ubriaconi squattrinati si adirava dentro e sfoderava uno sguardo truce, ma mascherato fedelmente da un velo d'indifferenza. In silenzio versò la vodka nel bicchiere della Volpe e ritornò a pulire i bicchieri con la manica del suo vestito.
"G-graz-zie Ggioconda, metta p-p-ure sul conto di messer Pinocchio" balbettò la Volpe con un ghigno in faccia, forse concepito come un sorriso.
Ad un tratto le porte dell'Osteria si spalancarono e un uomo avvolto in una toga bianca parlava ad alta voce e gesticolando.
"Eccone un altro- squittì stizzita Olivia mentre apriva una scatola di spinaci per Braccio di Ferro- questi oratori greci che credono di saperne più degli altri. Scocciatori, ecco cosa sono".
L'uomo continuava a dire:
" Hic, hic sunt in nostro numero, huis urbis..."
"Ma che sta dicendo, ehi! Voglio sapere che sta dicendo! Tu!- esclamò l'Urlo di Munch indicando un giovinetto dai capelli blu e la pelle gialla chiamato Milhouse- Tu! Traduci!"
Milhouse aprì lo zaino, tirò fuori il Vocabolario della Lingua Latina e sfogliando repentinamente, lentamente diceva:
"Qui, sono qui, tra la folla delle nostre... città"
"patres conscripti, qui de nostru interitu..." gridava Cicerone.
"i senatori, coloro che...alla nostra, no... per la nostra... distruzione..."
"qui de huis orbis atque adeo de orbis terrarum exito cogitant."
"che progettano... per la nostra distruzione, coloro che progettano... per la fine di questa città e soprattutto- qui Milhouse s'interruppe vedendo che l'oratore si era bloccato per creare suspense- per la fine del mondo intero".
L'Urlo di Munch si atteggiò la faccia alla sua posa preferita; la Volpe scoppiò in una risata convulsa, alternata con una tosse da cane ubriaco; Olivia prese Pisellino e uscì dall'Osteria annoiata; Monna Lisa sbadigliò enigmaticamente.
Ma una donna, profondamente scossa da quelle parole, aveva il viso rigato da lacrime e lo sguardo perso nel vuoto. Il capitano Achab, che fino ad allora era rimasto in disparte evitando di incontrare gente che gli avesse chiesto a che punto fosse con la ricerca di Moby Dick, andò dalla donna, le prese la mano e mormorò:
"Mia cara, dolce, fedele Penelope... tu non sai quanto io sia rimasto addolorato nel vedere le tue leggiadre lacrime sgoragare dai tuoi immensi e sconfinati occhi. Perchè piangete, milady? Concedetemi, piuttosto, questo ballo".
L'Osteria si tramutò in una discoteca che brulicava di Oche, Maiali, Papere ed Elefanti. Penelope ed Achab iniziarono e ballare, ma le Oche e i Maiali pestavano i piedi alla signora e non chiedevano scusa anzi starnazzavano: " Ma chi è questa? Come si permette a non essere oca come noi?"
La discoteca sparì, Penelope e Achab sparirono, rimasero le Oche e i Maiali che continuavano a ballare Gioca Juer fino a quando il dj gridò "Superman" e tutte le oche caddero esauste sul pavimento con il becco rivolto al soffitto.


Sbatto gli occhi ripetutamente, ore 3. 46 "però... tutte quelle persone mi sembrava di averle già viste".