26/09/26

Il Pattern e l'Intelligenza

 di Cristina Taliento



(Wassily Kandinsky, Komposition VI, 1913)


E poi all'improvviso ci andò a genio l'idea che la Verità, la regola (o quello che era) fosse nello studio del Pattern: nel modello interno di un sistema, nelle sequenze di parole, nelle forme, nei colori, e negli spazi tra di loro, che da vuoti, diventavano numeri o singole unità. La correlazione statistica divenne una Dea premonitrice. La probabilità che ad una data parola seguisse un'altra parola, e così via, fino alla formazione di una frase che aveva, con buona probabilità, senso. Misuravamo il contrasto e la luminosità, le strutture verticali, orizzontali e diagonali della trama. Tutto, se osservato da abbastanza vicino (così vicino da diventare numerico), poteva essere ridotto a un pattern e questo a sua volta essere coinvolto in una qualche associazione con una data variabile. E più identificavamo il pattern, più potevamo astrarne il concetto alla base e questo applicarlo a qualcosa che non credevamo possibile e nel giro di poco trovare la soluzione a un qualche problema. 

L'astrazione. Per qualcuno era l'espressione più alta dell'intelligenza. E per noi cos'era? Che cosa stava diventando quel mondo? Era un bene o era un male? Era più facile o più difficile? Era la coscienza solo roba nostra, umana? Era il pensiero solo nostro? Dove diavolo erano andati a finire tutti i Filosofi? Si aspettavano che scendessi io (dalle liete lande della Gaia Scienza etc..) per fare quel mestiere? Che poi, in quelle liete lande, a dire il vero, ce la passavamo piuttosto bene. L'intelligenza artificiale (AI) in fin dei conti ci piaceva con tutti i suoi difetti. Ma l'uso che ne facevamo era per di più orientato verso un certo obiettivo. E la ricerca del pattern, l'astrazione, erano finalizzati il più delle volte a rispondere a quella specifica domanda. Eppure anche lì, le soluzioni sembravano essere ovunque, e noi ci sforzavamo di tenere il passo con l'identificazione e la comprensione dei problemi. 

Il mondo ci appariva più semplice da leggere, da classificare. Ma a tratti anche più bidimensionale, e almeno per i modelli linguistici, fin troppo probabilmente giusto, statisticamente correlato. E iniziavamo a riconoscere nella logica, nei testi, negli output di quell'Intelligenza quello che, alla fine di tutto, era anch'esso un pattern, uno schema, qualcosa di geometrico che regolava il dare e il prendere indietro. Quell'intelligenza dava tanto, tantissimo, milioni di output, mentre invece ciò che toglieva era piuttosto un leggero solletico, l'impressione di una vaga assenza, il ricordo di qualcosa di indefinito, che forse c'era stato. Però era questo un dilemma: AI toglieva il dubbio? No, spesso lo includeva. AI toglieva il tentativo, la flessibilità, il controllo degli impulsi, il fare le cose per il semplice gusto di farle, la comprensione delle regole? No, spesso includeva tutto questo. E toglieva, forse, l'errore, il fallimento? No, quei sistemi utilizzavano spesso gli errori di previsione come ricompensa intrinseca per migliorare. E allora, magari, AI toglieva la comprensione del problema, del rapporto causa-effetto? Possibile, ma quei sistemi miglioravano costantemente la comprensione della causalità. 

E forse quello che chiamavamo Coscienza non era poi qualcosa di molto diverso da una capacità di risoluzione dei problemi, sviluppata dalla previsione delle conseguenze delle nostre azioni e successivo miglioramento delle relazioni causali. E a proposito, eravamo noi a fare il training dei modelli oppure quei modelli avrebbero cambiato il nostro modo di pensare, il nostro modello interno? Oppure questo sarebbe cambiato in ogni caso? 

Dozzine di artisti ne erano spaventati. E molti matematici non avrebbero mai scambiato una sola congettura risolta da AI con decenni di studio e ricerche per la risoluzione della stessa. Quei decenni, quel cercare, quei fallimenti, avrebbero fatto fiorire un giardino tangibile, pensavano: ad esempio, un dipartimento di ricerca. Sì, ma, potrei obiettare: quella congettura matematica risolta da AI in poco tempo potrebbe portare alla fioritura di un nuovo giardino, situato su un livello più alto. E alla fine tutto potrebbe andare comunque come deve andare, seguendo infine le stesse regole di un pattern di fondo, lo stesso moto circolare interno dell'universo. 

E allora cos'è che manca o cosa potrebbe mancare? Forse l'imprevisto, la variabilità, l'impronta, la libertà della scelta nel selezionare noi quel pattern, l'apprendimento che nasce dall'intossicazione di Caos ed Entropia, senza che questo ci venga spiegato, tutta la Luce che deriviamo dalla nostra fallace interpretazione del mondo, tutte le connessioni che creiamo quando crediamo, certamente sbagliando, di aver letto proprio bene tra le righe, tutte le idee che generiamo o distruggiamo sotto l'influsso delle nostre paleolitiche emozioni, le mie risposte, le mie parole che non avevi previsto, il modo in cui scelgo di usare i connettori linguistici, gli avverbi e le virgole, senza rispettare le regole della probabilità del corretto, il nostro vero modo di scrivere e la nostra idea estetica del mondo che resiste al tempo e agli stimoli esterni. 


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