31/12/12

Le mani

Discorsi di alcune Bic nere cadute per terra e da me ritrovate

di Cristina Taliento

(Monna Lisa, Leonardo da Vinci, 1503-1514, olio su tavola, Louvre)

"Mi dicono spesso di fare la modella ma io sta storia nn la capisco xchè io nn mi piaccio per nnt. Le uniche 2 cose ke mi piacciono di me sn la mente e le mani. La mente xchè sn creativa, so osservare, valuto e prevedo anke in tempi brevi, mi ricordo d cose lette x caso sul giornale a distanza d anni. Mentre le mani sn belle, riescono in movimenti precisi, nn m tremano mai. Quando avevo 3 anni, mia madre mi faceva spostare le tazzine d porcellana xchè sapeva ke nn le avrei rotte. Mente e mani. Fanculo, io da grande farò il chirurgo". (La Bic di Marta)

"Quando è nata mia figlia non facevo che guardarle le mani. Erano piccole e rosa, non color carne, ma proprio rosa. Si, erano proprio rosa e anche le dita erano dita di rosa. E dicevo a mia moglie: guarda le mani, guarda le mani. Ma lei sorrideva come se fosse normale, invece a me sembravano proprio fuori dall'ordinario le sue mani. E continuavo a ripetere: guarda le mani, guarda le mani..."
(La Bic di Leonardo)

"Che non mi si dica che io non l'abbia dimenticato, quel bastardo. Specie da quando mi hanno detto che adesso sta con una certa Carla Qualcosa di non so dove e che a quanto pare è amore. Auguri. Comunque, a parte tutto, non me ne frega più un cavolo. Ci sono giorni che provo a pensare a lui, mi sforzo, ma a tratti non mi ricordo più nemmeno la sua faccia. Soltanto le sue mani ce l'ho stampate in mente, accidenti. Sono passati cinque anni e io vedo ancora le sue mani sul volante, che cambiano le marce, che sfogliano un libro. Maledette mani... quanto ancora le devo sopportare?"
(La Bic di Livia)

"La prima vera cosa che mi ha fatto sentire nostalgia della Spagna è stata presentarsi a qualcuno. Noi spagnoli ci salutiamo sempre con due baci sulle guance, anche con gli sconosciuti, mentre il resto del mondo occidentale ti mette una mano davanti e pone un metro di distanza. Così come il fatto del gesticolare. Io non ci vedo niente di sbagliato ad accompagnare le parole con gesti concreti. Se le mie mani parlano con me, allora avrò due bocche e sarà meglio di un microfono"
(La Bic di Charo)

"Io faccio tamburellare le dita quando sono nervoso. Sembro una specie di pianista impazzito, ovviamente senza pianoforte. Anche quella volta, con te, senza accorgermene iniziai a farlo. Forse stavo sovrappensiero, non so perchè. Certo è che avevo una paura nera di te, dei tuoi occhi e delle tue domande. Insomma, a un certo punto, io stavo lì seduto in quel bar del centro e non mi ricordo se guardavo fuori o verso la cassa. Fatto sta che d'un tratto tu hai bloccato la mia mano con le tue. Vabbè, lo sai come sono andate le cose."
(La Bic di Fulvio)

"Se c'è una cosa che mi fa saltare i nervi è avere le mani sporche. Non faccio che lavarle in continuazione con una media di cinque volte all'ora e obbligo i miei figli a fare altrettanto. Stando al mio analista, è un'ossessione, ma io mi calmo solo con il sapone e quindi non è un'ossessione, dottore, gli ho risposto, bensì una necessità. Lava e lava, insapona, strofina, risciacqua. Un lavaggio dura cinquanta secondi. Io li conto uno a uno. "
(La Bic di Francesca)

"L'amicizia è stendersi sul pavimento immaginando di essere a Central Park e puntare la luce del cellulare sul soffitto e fare ombre di animali con le mani, ma non le rondini perchè le rondini se ne volano sempre via..."
(Le Bic di Lorenzo e Vittoria)

"C'era qualcosa di buffo e di tenero allo stesso tempo in quel suo gesto di incrociare le dita nell'attesa di qualcosa. Studiava matematica, era al terzo anno e non aveva mai creduto in Dio, nè nell'oroscopo, nè alla sfortuna. Ogni volta che qualcuno evitava di passare tra due pali per superstizione, si metteva a ridere. Però, per tutta la durata dell'esame, chissa perchè, chissà per chi, incrociava le dita sotto la scrivania."
(La Bic di Anna)

26/12/12

Descrizioni del suono per non udenti


di Cristina Taliento

QUARTO: GREENSLEEVES (Piano)



Occhi arrossati dal vento e fiati accorciati da corse spietate fino all'ultimo albero di tiglio. Io arriverò in cima alla montagna, arrabbiata coi miei anni e la mia innocenza, alzerò la testa e, poi, mi accorgerò che oltre il mio ego c'è una casa. Sarà la casa di un vecchio sordo di vita e io busserò, ma non mi risponderà nessuno. Continuerò a bussare soltanto per non pensare più a niente, poi spingerò giù la maniglia e la porta, lentamente, si aprirà. La poltrona sarà lì, vicino al camino e lui seduto, mi guarderà per un attimo e poi tornerà a guardare il fuoco. Intanto, fuori, i lupi smetteranno di ululare all'amore e, chinato il muso, si allontaneranno verso una nuova libertà. "Proprio così che finisce la vita, allora?" vorrò gridare io al vecchio. "Che schifo mi fai! Sei solo un vecchio moribondo che pensa di essere già morto e la vita è questa, dunque? Soltanto illusioni? Guardami negli occhi, voglio sapere. Questo, nient'altro che questo?". Non mi guarderai e io piangerò per te; me ne andrò sbattendo la porta.
Poi, in silenzio, come un gatto, ritornerò da te per cercare nelle tue rughe il senso della vita e catturare dalla vecchiaia ciò che resta, oltre la chimica e la cellula, e, nel nome di questi miei studi, ti chiederò da lontano cosa ci fosse prima di quelle stanze buie e di quella poltrona, prima della solitudine e delle aritmie. Seduto con le mani sulle ginocchia, nascosto da una sciarpa, tu non mi risponderai.
 Il giorno dopo tornerò a trovarti e ti chiederò in piedi, sulla porta, se c'è abbastanza legna o se i cani hanno mangiato. Poi appoggerò le camice stirate e i medicinali sul tavolo e ti chiederò che cosa ne sia stato della tua voglia di vivere. Ancora una volta, tu non mi risponderai. E così sarà per altro tempo. Ma se un giorno io dovessi avvicinarmi alla tua poltrona e se un giorno io volessi sedermi accanto a te, ti chiederò di raccontarmi le cose che furono prima dei tuoi polmoni neri  e delle tende calate, dei tuoi modi burberi. E tu vorrai tacere un'altra volta, ma poi le parole usciranno da sole e batteranno come pioggia, scriveranno poesia. Così mi dirai che c'erano pianure estese fino al mare e campagne allagate e biciclette dentro l'acqua e amori dietro, mi dirai che c'erano cancelli dorati oltre i quali i boschi si aprivano in assolate radure di ginepro, campi di papaveri imprigionati da fucili tedeschi  e sorgenti fresche in cui specchiarsi. I tuoi occhi si tingeranno del colore di altri mondi e, piano, mi dirai che c'erano geografie sulle pareti e sconfinate Russie tanto grandi da potersi calare per sempre e sparire, climi freddi e bambini in braccio. Io mi alzerò lasciandoti parlare. Andrò al piano e suonerò una melodia antica. E le note copriranno l'emozione della tua voce e suonerò più forte tutte le volte che parlerai del tuo cuore. Ancora, mi dirai che c'erano ragazzini che si rincorrevano ridendo lungo spiagge straniere e un amore vestito con morbide maniche verdi, mosse dal vento, scogliere e incontri di due mari, c'erano balli d'estate e musica e fughe.
Mi dirai che c'era Greensleeves.

18/12/12

L'umorismo dei cervelli infranti

di Cristina Taliento (non necessariamente autobiografico)


(Self-portrait with skull, Carel Willink, 1936)


Imparai a conoscere tutti gli scienziati di seguito elencati. Ci uscivo insieme i pomeriggi e le sere per dovere o per interesse. In entrambi i casi, cercavo di mettere la mano davanti alla bocca quando mi veniva da sbadigliare. Comunque, metaforico o no, arrivati a un certo punto, loro mi lasciarono sul serio. Per la serie "Giochi innocenti per bambini deficienti" (434 a.C.-in corso), liberamente tratto dalle "Battute più vecchie del mondo", ecco come per l'ennesima volta, teatralmente, sportivamente, venni scaricata.

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-Fermi mi spiegò che in quel periodo si stava frequentando con tutt'altro tipo di bomba.

-Brønsted e Lowry esclamarono all'unisono che era tutta colpa della mia acidità. Volevano che accettassi tutti quegli ioni H+ come facevano quelle brave ragazze alcaline. "Ricordatevi sempre- dissi delusa e quasi piangendo-che ci sono sostanze acide che si comportano da basi e viceversa. Me l'avete insegnato voi.  Mai fidarsi delle apparenze, nè della mia apparente, impacciata indelicatezza..."

-Avogadro mi fece capire che la mia presenza nella sua vita non poteva che incrementare la mole dei suoi problemi. "Ma andiamo Amedeo... lo sai benissimo che la mole è una quantità fissa considerato che le particelle di problemi hanno tutte la stessa massa". "Eh beh si be'... ehm, come dirtelo... dunque, la verità è che non mi piaci abbastanza" concluse alzando le spalle.

-Hertz disse che, in definitiva, era stato un bel periodo, ma era meglio rompere, se intendevo vederlo con così bassa frequenza.

-Boyle già al primo appuntamento manifestò il disagio di sentirsi messo sotto pressione. Non sopportava che facessi confusione chiamandolo Boole. Un altro vecchio amore finito in corto circuito.

-Turing giudicò i miei  pensieri indecifrabili. Mentre con  Morse fu il contrario: era lui ad essere criptico.

-Copernico, oltre alla sostanziale differenza d'età, spiegò che si trattava, per lo più, di una questione di diversi punti di osservazione. Era necessario quel ribaltamento di prospettiva che non riuscivo a compiere. "Mettiti nei miei panni!". "Uffa... di nuovo con questa storia. Tanto non ti crede nessuno!"

-Watson e Crick, quasi contemporaneamente, mi lasciarono non tanto per i caratteri acquisiti quanto per alcuni geni espressi del mio Dna. Era ovvio, dissero, che non c'era complementarietà di basi.

- Kelvin disse che non poteva più  vivere con l'angoscia che lo mollassi per Fareheneit allo stesso modo in cui avevo usato lui per mollare Celsius. "Non vorrai scaricarmi per questo, Lord Kelvin, perdincibacco!". "Mi dispiace- argomentò aiutandosi con la mano- è fin troppo evidente che il calore non può fluire da un cuore freddo come il tuo verso un cuore caldo come il mio. In conclusione, io sono francamente stanco di essere trattato da zerbino o da zero assoluto, qual dir si voglia".

-Planck ammise che già da tempo aveva sospettato che noi due non fossimo sulla stessa lunghezza d'onda, ma, aveva aspettato a dirmelo perchè "in fondo è così divertente uscire con qualcuno per sentirsi superiore". Non trovavo forse? "Che razza di... di... di fotone!".  "Fottone? Come mi hai chiamato, prego?". "Fotone!". "Ah, ho sentito male io, allora".

Graham Bell inventò il telefono appositamente per la gioia di sbattermelo in faccia. Io, allora, andavo a piagnucolare da Meucci che, come un nonno, mi consolava dicendo: "Oh su via... Lascialo perdere quel copione birbante, quel gran monellaccio... ".

-Ohm credeva che opponessi resistenza alle sue idee per il semplice divertimento di contrariarlo. Per questo mi lasciò. E anche perchè continuavo a fingere di meditare facendo "om om om" tutte le volte che apriva bocca. "Devo smettere di farmela con te" disse un giorno. "No, ma perchè, dai, ci divertiamo". Non l'ho più rivisto.

-Coulomb all'inizio sembrava così elettrizzato, ma poi confessò che non ero in grado di dargli la giusta carica. 

-Freud mi disse, davanti i suoi illustrissimi amici, che dovevo seriamente piantarla di psicanalizzarlo. "Così ti impari!" fu tutto quello che mi venne in mente. Corrugò la fronte. "Chi la fa, l'aspetti!" continuai sullo stesso stile. Alzò un sopracciglio. "Non sei nemmeno un vero scienziato, tu!". A questa però ci rimase male.

-Heisenberg manifestò il disagio di dover "subire" la mia organizzazione e "pignoleria" in un mondo in cui "bisognava cedere il passo all'indeterminismo e al caso". Testuali parole. "E quindi, non ho capito, mi lasci per questo dopo anni e anni di fantastici momenti angolari?". "Si, ma non prendertela. Per una questione di principio".

-Newton, prima di beccarmi in fronte con una mela, mi urlò che non ne poteva più di vedere il mondo gravitare inspiegabilmente intorno a me. "Contro ogni legge!" esclamò arrabbiato. Presi la mela e lo colpii a sua volta.
Cadde a terra disteso. "Eccotela di nuovo la tua gravità, imbecille!".

-Faraday lamentò di sentirsi messo in gabbia. "E pensare che mi avevano avvertito" borbottò. "Che vuoi dire?" chiesi subito. "Quel Lavoisier mi aveva detto che gli toglievi l'ossigeno". "Se è per questo Quel Lavoisier credeva anche alla teoria del flogisto. Ci credi anche tu, bello mio?". Non rispose.

-Edison , dopo invani tentativi di "C'mon baby light my fire", m'illuminò dicendo che ero una persona alquanto spenta e che, senza offesa, lui era in cerca di esperienze folgoranti. 

-Mendel, citando uno pseudo De Andrè, disse che comunque era stato meglio incrociarci che non esserci mai incontrati. "Oh Greg- dissi io ridendo forte- solo perchè armeggiavi tutto il tempo con i piselli odorosi, non significa che noi ci siamo incrociati". "Lo vedi come sei? Fai sempre così, non sopporto questo sciocco ridere per ogni cosa! Come se tutto fosse un maledetto doppio senso!" rispose serio. E quindi ci lasciammo.
Soprattutto, lui stava per farsi prete.

-Tesla disse semplicemente che non era scattata la scintilla. Non ricordo se fu lui oppure Franklin a dire poi: "Ahimè, non c'è stato alcun colpo di fulmine!". O forse Galvani? E boh!
-Fleming si scusò dicendomi che non sarebbe rimasto immune al disordine dei miei discorsi.

-Schrödinger disse che la mia intrinseca incapacità di restare seria dinanzi alla morte/ non morte del suo gatto accennava a divergenze delle nostre sensibilità che sarebbe stato difficile colmare in seguito.

-Majorana non si fece più sentire. Zero chiamate. Nessuna motivazione. Sparito.

10/12/12

Necessità del maestro

di Cristina Taliento


(Max Ernst, Engel der Feuerstätte, 1937 ? )
  

Ho cercato a lungo un maestro; un Guglielmo da Baskerville in piedi vicino a qualche fermata dell’autobus, un Gandalf il Grigio del nuovo millennio seduto dietro un giornale; qualcuno che, in sostanza, fosse per me quello che Aristotele era stato per Alessandro Magno. Ho cercato nel mondo, nei libri e nella televisione il mio Virgilio contemporaneo e non l’ho trovato. In un periodo della storia italiana in cui l'istruzione è stata progressivamente depotenziata, dequalificata, privata in parte dei suoi compiti e delle sue virtù, io, tra risate carnevalesche e maschere di botox, ho cercato un maestro perchè non mi sembrava che ci fosse nient'altro di più necessario e importante. Ma non l'ho trovato. Mi sono incolpata di cecità e pregiudizi, quindi, per vedere meglio , ho allontanato il più possibile quelle reti di cui parlava Joyce, religione, lingua e nazionalità. Poi, mi sono messa all'ascolto. Sono salita sulla montagna più alta e ho sentito tutto il rumore del mondo, dopo sono scesa e all'orecchio mi è arrivato un brusio, ma della voce del mio mentore nemmeno una nota. Tutti laggiù a parlare. All'inizio ho pensato che dovesse avere qualcosa di rassicurante e di quasi poetico sentire quelle voci, le voci del mondo, dei miei simili, e ho pensato che, con quelle voci accanto, non fosse mai possibile sentirsi solo, ma poi mi sono detta: "Questo è solo un brusio che cresce, s'infittisce e non produce". Una conclusione arrogante, ho concluso, ma poi pensavo "o forse no". Anche per questo ho cercato un maestro: affinchè mi insegnasse a capire in che modo afferrare e con mano d'artiglio catturare, tra tutte le galassie di pensieri, quello giusto e, da qui, elaborarlo, perfezionarlo, potenziarlo fino a farlo volare da solo come un modellino d'aereoplano sulle teste stupite e sconvolte di una nuova umanità. Si... qualcosa di questo genere.
Sono andata a chiedere al poster di Dylan, non avendo altri nomi della lista che non fossero seguiti da epitaffi.
"Sii il mio maestro" ho detto.
"Non posso. Io sono solo un menestrello stonato che canta della vita" ha risposto.
"Ti prego, Bobby, mi puoi insegnare un sacco di cose"
"Non posso, mi dispiace. Sono un artista, non ho le risposte che cerchi"
"Va bene, non fa niente".
"Aspetta…Quanti anni hai?"
"Diciannove"
"Oh be', nessuno è perfetto. E perché vuoi un maestro?"
"Per parlare dei dubbi che ho, parlare del più o del meno e imparare le cose che credo di sapere e che, invece, non so"
"Uhm. Che genere di dubbi?"
"Su questa società, quello che c’è e quello che non c’è. Facebook, la Palestina, la democrazia…"
"Mi spiace"
"Già, grazie lo stesso, scusami se ti ho disturbato. Continuerò a cercare".

Se ci fosse stato un fiume e non l'asfalto, probabilmente avrei lanciato qualche sasso sconsolato prima di andarmene. E se ci fosse stato un maestro vicino a me e non un ragazzino con gli auricolari nelle orecchie forse avrei parlato così: "Maestro. Non mi riesco a togliere dalla testa quel brusio di voci, semiminime e biscrome". E il Maestro avrebbe detto: "Parla più chiaramente, allieva". "Si, Maestro. Quello che voglio dire è che ognuno ha le sue idee e questo è un bene, perchè l' uomo dopo anni di rivoluzioni, ha raggiunto la sua libertà di parola, la sua libertà di pensiero. Ma a me pare che tutta questa libertà di pensiero ci sia scoppiata in mano come una penna che sporca d'inchiostro il collo della camicia e le guance e i polpastrelli. Siamo diventati i carcerieri delle nostre idee e dei nostri discorsi, i carcerieri del nostro libero pensare. Sosteniamo i nostri pensieri solo perchè ci appartengono e li chiudiamo in singole, isolate, torri d'avorio tutte uguali chiamate "profili Facebook" "Twitter Twoosh"... Non so se sto dicendo bene" avrei detto a quel punto. "Finisci il discorso, i dubbi alla fine..." mi avrebbe risposto il Maestro con lo sguardo chino sulle mani intrecciate.
"Dicevo... Il continuo, sistematico, cieco contraddire è diventato libertà d'espressione, la presunzione nei discorsi, invece, un atto di coraggio. Infiniti decibel di rumore sociale. Tunz tunz. Non c'entra il rumore della città, dei clacson giù per le strade! Io non me la prendo con il frastuono delle fabbriche come facevano Dickens e Parini. Nemmeno con la musica da discoteca, Maestro. A me spaventa il rumore di questo sottofondo di pensieri spezzati, un mormorare di sillabe brulicanti e frettolose, di ingranaggi che fluttuano in gel privi di sostanza. Temo, più dell'inquinamento e delle neoplasie, più dello scioglimento dei ghiacciai e della crisi energetica, la meccanizzazione della mente umana, lo svilimento dell'ascolto e il voler ridurre il pensiero a un pasto fugace imbustato come un Happy Meal, o peggio, un pranzo di pastiglie pseudo-proteiche e sali minerali. Perchè è proprio questo l'equivalente di tre righe scritte su Facebook per un limite massimo di otto. Circa...non so. Ad ogni modo, condividere un link non è appoggiare un'opinione; premere il tasto "Like" non è esprimere reale apprezzamento; dichiarare apertamente a "duemila" amici quali siano le tue paure, i tuoi desideri, non è mandare al diavolo il subconscio e liberarsi di esso. La nostra psiche è solo apparentemente compatibile con queste nuove forme di comunicazione, con i social networks, perchè si tratta di inscatolare metri e metri di un tessuto complesso dentro pagine bianche e blu che, sebbene siano chiamate Home, mai e poi mai potranno essere la nostra casa in quanto, prima di tutto, incorporee. A lungo andare si creerà come una "lettura sfalsata dell'immagine", ovvero quello che ci offre la connessione e quello di cui abbiamo veramente bisogno. E quando il sistema va in tilt, nascono i problemi, le dipendenze, gli attacchi di panico, i costanti mal di testa. Si parla a gran voce di droghe pesanti, delle droghe leggere eccetera e mai nessuno che gridi in tv, in uno di quei seguitissimi programmi del pomeriggio, che noi, signori, signore e signorine, curiamo lo stress a botta di paracetamolo, che siamo tutti drogati e nevrotici come i nostri discorsi e i nostri tic, che non dormiamo più la notte e che chiediamo a Google: chi sono io. Risposta: Babbo Natale".

   Se questi pensieri li avesse letti un Maestro e non un lettore capitato quaggiù per via di Max Ernst, probabilmente mi sarei sentita dire: "Non posso credere che tu abbia chiuso questa riflessione con Babbo Natale. Hai annullato in due parole tutto il pathos, che, presumo, volevi ottenere". "Figo, eh?" avrei esclamato io. No... non è vero, non avrei detto nulla e non per paura o per umiltà, ma perchè mi sarei trovata stanca di sentire la mia voce. Anche adesso, mentre scrivo, non vorrei sentire la mia voce, nè le vostre voci, ma quella del Maestro.
Voglio che tacciano i risonanti tamburi e che il Maestro parli.

05/12/12

Quei ragazzi laggiù con il pastore tedesco

di Cristina Taliento


     (Friday nights, Deborah DeWit Marchant, 2006, pastel, Portland, Oregon)

Erano forti e calmi. Modelli d’integrità morale e coraggio. Erano: cuori di quercia e intelligenti muscoli di ghepardo, denti bianchi chiusi intorno a bastoncini di liquirizia, dita sottili appese a corde di chitarre, capelli morbidi sempre legati, tagliati corti o nascosti dentro sciarpe di lana. Vedevano loro stessi come gladiatori sprezzanti della morte e degli anni diciannove, come i centauri taciturni delle solitarie pianure del  sud; profili di ragazzi persi a guardare il mare. Erano per di più figli maggiori severi e primogenite arrabbiate, riflessive, prudenti. Vivevano in robuste fortezze costruite con la carte da gioco del pensiero e non avevano paura delle raffiche di vento o di vedere quelle carte volare via come uccelli. Pazienti, all’indomani della tempesta, camminavano con sguardi bassi nell’alba e ricostruivano, dalle macerie, i muri delle loro personalità senza chiedere aiuto a nessuno. Erano tra i migliori studenti del Paese, gli inconsapevoli pilastri di una società nuova, potenziali giornalisti e futuri medici, biologi, matematici, scrittori. Ridevano sinceri ai matrimoni, alle feste organizzate per gli amici e, sebbene preferissero i solenni boschi del silenzio e della solitudine, era proprio in quei momenti che svelano il proprio essere; dopo una risata, per esempio, mentre gli altri cambiavano argomento o si versavano altro vino nel bicchiere, loro continuavano a sorridere come di un sorriso nostalgico e piano si toccavano la fronte. Osservare questi dettagli poteva essere quasi come rompere la loro intimità, entrare pubblicamente nel loro privato. Poteva essere come vedere i nodosi rami della loro esteriore, salda, dignità farsi più lunghi e flessibili, allungarsi muti verso fantastiche mete a sonagli di cui mai nessuno degli uomini seduti al tavolo avrebbe sospettato. Spesso erano creduti come giovani dai polmoni di ferro, troppo assenti dal fumo della vita e dai suoi giochi, lontani da ogni sorta di romanticismo e, in definitiva, poco inclini a lasciarsi amare. La sicurezza nel loro incedere, infatti, sembrava eliminare quella vulnerabilità da cui alle volte si innestavano i rapporti, le relazioni. La riservatezza delle loro spalle suggeriva, poi, a quelli che li guardavano da lontano a guardarli solamente, appunto, reprimendo l’impulso di gridare il loro nome per fare così la strada insieme. Oppure era l’emozione suscitata dalla leggera allegria schiva dei loro occhi a provocare negli altri un maggiore desiderio di fuga. C’erano delle sensibilità, soprattutto, che tenevano nascoste alle indagini serali dei loro genitori o nelle confidenze per i fratelli. Nessuno le vedeva, queste sensibilità, anzi i più dubitavano dell’esistenza, però se ne avvertiva il peso quando venivano silenziosamente ferite. Una parola detta per sbaglio ed ecco che il loro cuore si contrae, i loro sguardi si abbassano e scivolano nell’acqua di uno stagno. Una frase! Una frase basta a calpestare la delicata neve bianca che in molti avevano scambiato per marmo. “Ho detto qualcosa di sbagliato?” capita che chiedano i più attenti notando l’impercettibile vibrare del labbro. Oh no, niente. Eppure qualcosa si ritrae, si accorcia; il mento si appoggia deluso su una spalla e gli occhi si arrossano. Le gambe fuggono lontane giù per la campagna accompagnate dalle zampe di un pastore tedesco. Le braccia lanciano arrabbiate una palla che, dopo un po', un muso canino restituisce con tacita discrezione.
  Erano dei ragazzi vincenti, come dicevano i presidi con orgoglio, ben educati, come ripetevano le loro zie versando il tè alle vicine, e feriti, come avrebbero detto loro se avessero avuto voglia di parlare. In segreto, offesi dal mondo. Non lo davano a vedere, dopotutto. Nessun desiderio di sparire, nessuna canzone disperata per consolarsi, pagine di diario annerite prossime a zero. Camminavano invece alti e sicuri e magari gli anziani si inchinavano alla loro preziosa gioventù, forse alcuni coetanei, al loro passaggio, si sentivano stringere il cuore al pensiero di quanto fosse difficile, in fondo, imitarli, così com'erano, così liberi. Ma loro non si accorgevano di nulla e ogni tanto si interrogavano sul perché di quella spropositata sensibilità da occultare. Incolpavano i ricordi di infanzia, il funerale dei loro nonni, il giardino, i cartoni animati tristi, le poesie nascoste dietro le odiate foto sul camino, le illusioni volontarie, le ragioni che avevano portato a quelle illusioni, le paure, le estati trascorse a guardare con finta disinvoltura il cielo distesi sul prato e gli inverni passati sul letto a fissare senza pudore un immobile soffitto bianco, quasi sempre troppo bianco. Eppure non piangevano mai, nè si lamentavano per i mal di testa; rifiutavano analgesici e antinfiammatori. Si giravano sul fianco e prendevano sonno. 

29/11/12

Il Felicitiere


di Cristina Taliento


...e sarà dedicato ai terrestri soltanto



      (Totten Bryce, Ninolou, Alexander Jansson, 2006)


Un giorno scriverò questa storia. E poi potrò prendere per sempre il mare oppure un super gelato con tre gusti più panna. Forse entrambe le cose se il capitano della nave che accetta nuovi marinai è anche il capitano della Grande Gelatiera Baltica. Ci sono buone possibilità che per quel giorno avrò superato i quarantacinque anni e i miei capelli si saranno abbastanza ingrigiti senza contare le rughe e una tosse cronica per via della pipa. Si, perché nel frattempo avrò iniziato a fumare, anzi a quarantacinque anni sarò già con un quindici anni di fumo alle spalle. Oppure con quindici anni di zucchero filato alle spalle. Non lo so, dipende. Però per quel giorno avrò scritto La Storia. Non una vera. Una finta. Questa qui di cui parlo, per l’esattezza. Titolo: Il Felicitiere.
Esistono diversi abbozzi di questa storia. Il primo risale a quando avevo nove anni. Si trattava di una serie di disegni che avevo fatto con i colori a cera. C’erano disegnate delle figure alte più o meno quanto la casa a lato e potevano essere la mia famiglia oppure un gruppo di quei saltimbanchi che mi piacevano tanto. Una volta venne per una  visita un signore inglese e guardando i disegni con gli occhiali sulla punta del naso ripeté più volte “remarkable” indicando con il mignolo un piccolo gnomo che spuntava nei disegni, ora al centro, ora affacciato ad una finestra senza prospettiva.
“What’s his name?” mi domandò come per rubarmi un segreto.
“Il Felicitiere” risposi ad alta voce per far capire che non c'era nessun segreto.
“Il Fieliccittiere? The happy man?” chiese mentre mi osservava da sopra gli occhiali a mezzaluna.
“I just… Well, I think The Happinessier would be more appropriate, sir”.
“Remarkable” disse lui per tutta risposta facendo oscillare l’indice per aria.
   
Quello che non chiese e che probabilmente non sarei riuscita a spiegare in inglese era il ruolo di questa figura, questa specie di folletto con la pelle verde e il cappello viola. Le settimane successive a quella visita, tuttavia, mi concentrai sulla risposta che in un ipotetico passato avrei potuto dare con molta sicurezza e che, in realtà, non avevo dato. Così presi un quaderno a quadretti e scrissi:
“What’s his name, little girl?”
“Il Felicitiere, sir”
“Oh, how wonderful! And may I ask you a question? Who is him? You can certainly explain it in italian”
“Thank you, sir. Il Felicitiere è… quello che mette allegria al quadro e si assicura che va tutto bene e asciuga le lacrime a chi è caduto dalla bicicletta oppure ai grandi quando i grandi stanno male perché magari hanno quei problemi che i bambini non possono capire”.
“Very interesting, indeed. You should write about him”
“Non so se mi piace scrivere veramente”
“Okay. Now…Do you smoke?”
“Not very often, sir. I lost my personal tobacco plant....Can I have a pipe, please?”
“Obviously. Here you are, little girl”.

Non fu una presenza costante questo Felicitiere. Niente di nemmeno lontanamente simile a un amico immaginario  o all’orso di peluche morto di infarto fulminante all’insaputa di tutti (tranne che della mia) il giorno del mio decimo compleanno. Il vecchio orso… credono che sia ancora vivo, lì, seduto rigido sulla spalliera del letto.
  Il Felicitiere entrò per un certo periodo nelle storie che inventavo per i miei cugini, ma nemmeno allora aveva quelle caratteristiche fisse che servivano per identificare un personaggio. Anche il nome: non c’era mai una volta che fosse lo stesso. Per di più erano nomi russi dato che non facevo che leggere libri di scrittori russi. E poi mutava forma, di continuo. A tratti era un fantasma, poi diventava un moschettiere del re, poi ancora un pirata se, per esempio, in quel periodo avevo L’Isola del Tesoro sul comodino. E, a seconda di come mi girava, poteva stare dalla parte dei buoni o da quella dei cattivi. Se metteva la felicità per altruismo o per fare un dispetto, non contava. Non doveva mica essere per forza un timorato di Dio. Più crescevo, più la sua pelle da verde diventava come la mia. Desiderio di conformarsi alla massa, io credo. Ma io lo lasciavo fare.

Al momento non esiste lo  “scheletro della storia” perché è tutto molto invertebrato, ovvero formato per gran parte di idee evanescenti e sentimenti di molluschi marini. Però a tratti ho come delle visioni del suo carattere, di questo personaggio, intendo. Per farvi un po’ capire il tipo, lui è quello che riproduce il rumore della pioggia con le dita sulla carta quando non piove da settimane, quello che balla il tip tap davanti alla televisione quando siete molto tristi o molto soli. Oppure immaginate di essere ad una cena importante di lavoro e state facendo una gran bella figura impressionando tutti con la vostra brillante conversazione quando all'improvviso vi va del cibo di traverso e gli occhi vi iniziano a lacrimare. Gli altri ancora non se ne sono accorti, ma il Felicitiere, seduto a uno dei tavoli a fianco, si alza e simula un abbraccio ridicolo prendendovi alle spalle, ma in realtà vi sta facendo la manovra di Heimlich che, a quel punto, riesce con successo. Tutti si girano, lui sorride, voi siete un po' confusi, ma anche all'incirca salvi. Un altro esempio potrebbe essere quello dell' etichetta. Già, l'etichetta dei vestiti. Capita di camminare da lottatori vincenti su ring-marciapiedi, del tutto ignari di avere l'etichetta della giacca ancora appesa al collo. Beh... lui, il Felicitiere, in quei momenti arriva con una forbice e con un veloce movimento del polso taglia il cartoncino. E il punto è che non vi accorgete di nulla. Così come quando una cosa sparisce, ma come mai...eppure era lì, coma ha fatto a nascondersi. Poi, riappare. Il Felicitiere, che non deve essere per forza un angelo custode o un fantasma, l'ha trovata e siccome non sopporta i ringraziamenti, ha preferito lasciarla sul tavolo, sul punto più visibile della casa. Lui è fatto così.

Io credo che il Felicitiere sia un personaggio di larghe vedute, se così si può definire, perché non è come quei personaggi impazienti che ti assillano una notte intera per avere una storia e quando gliela scrivi, anche abbastanza male, poi se ne vanno ignoranti e soddisfatti e non li vedi mai più, nemmeno nel cestino della carta straccia.
Il Felicitiere sa che forse adesso non ho l’esperienza giusta per parlare di uno come lui perché devo ancora dormire sul dorso di una balena, devo curare i canini dei lupi, devo prendermi un husky, coltivare ortaggi geneticamente modificati. Si chiama Propedeutica dell’Esperienza dello Scrittore Serio, abbreviato P.E.S.S., è un trattato, non è la panencefalite sclerosante subacuta. Molti pensano che sia una scusa inventata da certi scrittori per prendere fiato dalla scrittura e da loro stessi. Infatti, si sa benissimo che se c’è  l’immaginazione non serve altro, solo una penna,  ma questi scrittori che hanno inventato questo trattato si danno un cinque anni circa di vita vera: si tuffano dai ponti, se ne vanno in giro per il mondo, fanno figli, diventano medici. Ciascuno ha il suo programma personale di studi. Così poi ritornano a scrivere belli e vissuti con un sacco pieno di esperienza e scatole di sentimenti intercambiabili. Ma la verità è che hanno ingannato la loro indole e sono piuttosto contenti del fatto. E il Felicitiere questo trattato lo conosce benissimo. Vuole essere scritto da una quarantenne o da una sessantenne perché gli piacerebbe essere scritto talmente bene da essere riadattato per il teatro addirittura. Già se lo immagina: Atto I, Scena I.

Questa storia inizierà così:
un giorno scriverò questa storia e poi potrò prendere per sempre il mare oppure un super gelato con tre gusti più panna. Forse entrambe le cose se il capitano della nave che accetta nuovi marinai è anche il capitano della Grande Gelatiera Baltica…


23/11/12

Barbie è morta

Doppiaggi per intrattenere un pubblico di bambini in gamba


scritto da Cristina Taliento

     (Barbie, Andy Warhol, 1985, synthetic polymer paint and silkscreen ink on canvas)

VOCE FUORI CAMPO: Benvenuti bambini e bambine, sedetevi anche se siete già seduti e spegnete i cellulari anche se non li avete. State per assistere ad un breve spettacolo intitolato "Barbie è morta", per di più uno scambio di battute. I contenuti possono influenzare le vostre idee, pertanto fate attenzione e valutate bene, se è vero, come dicono, che siete svegli , ma sono certa che comunque capirete. Sipario! 

BARBIE: "Ken?"
KEN: "Barbie?"
BARBIE: "Ti ho tradito. Si chiama Ken"
KEN: "Oh, mi hai tradito con me. Che dolce..."
BARBIE: "No, con K-Ken... Shiro"
KEN: "Ken Shiro?! Ken detto Il Guerriero?"
BARBIE: "Ken Il Guerriero, si"
KEN: "Maddai! Vado a farmi un panino" (esce)
BARBIE: (a parte) "Mettici dentro sigarette, antidepressivi e una foglia d'insalata...come sempre"
KEN: (voce fuori campo) "Non capisco ancora come tu abbia fatto! Non ti credevo una ragazza facile, Barbie. Lo sai bene che quando la mia fiducia è tradita, è tradita per sempre"
BARBIE: "Lo so bene che non t'importa, invece. Smettila con questa farsa, ti prego. (a parte) Come se non lo sapessi che per tutti questi anni ti sei lavorato tutto lo scaffale delle bambole:  Barbie Magia delle Feste, Barbie Rockstar, Barbie Veterinaria, Barbie Questo, Barbie Quello".
KEN: (entra) "Però mi infastidisce che tu abbia scelto Ken Il Guerriero, tutto muscoli e niente cervello!"
BARBIE: "Tu invece sei sempre stato così profondo".
KEN: "Beh... si beh! Siamo insieme per questo, accidenti! Sono stato bravo a comprenderti in più situazioni altrimenti chissà quante volte avremmo rotto il nostro amore".
BARBIE: "Ken, santoiddio, come fai a dire certe cose, come fai a chiamarlo amore? Il nostro è un amore di plastica!" (parte la canzone "Un amore di plastica", Carmen Consoli)
KEN: "Che cavolo è 'sta roba?"
CARMEN CONSOLI: "...tu sei quello che non sa quando è il mio compleanno, quando vago nel..."
BARBIE: "Sarà la radio-sveglia, non so".
CARMEN CONSOLI: "...volevo essere più forte di ogni tua perplessità, ma io non posso accontentarmi se tutto quello che sai darmi è... un amooore di plaaastica"
KEN: "Benissimo. (Estrae la pistola e spara la radio) Ecco fatto. Stavi dicendo qualcosa?"
BARBIE: "Proprio questo! Che sei un essere plastificato e inopportuno. Io sono infelice!"
KEN: "Si, ma per quello hai sempre avuto l'alcol. Non ne vorrai fare un problema ora, immagino. Non dopo aver vuotato le riserve del mio whisky".
BARBIE: "Non posso continuare così. Voglio andarmene".
KEN: "Diventeremo gli zimbelli del quartiere. Pensa a cosa diranno i nostri amici". 
BARBIE: "Chi? Quei vermi schifosi che vengono alle nostre feste per commentare i riflessi della mia tintura?"
KEN: "Ma se usi la stessa gradazione di biondo dal 1961".
BARBIE: "Eppure chissà come i loro giudizi cambiano in continuazione! Magari a seconda delle convenienze!"
KEN: "Oh Barbie, Barbie, Barbie... Dolce, fragile, Barbie. Resta. Non vorrai partire con quel Ken Il Guerriero... non pretenderai che la sua figura si abbini ai sedili del tuo camper rosa".
BARBIE: "L'ho venduto. Anzi, ho venduto tutto, anche questa casa. A proposito, devi andartene entro la fine del mese".
KEN: "Stai scherzando?! Che senso ha? Sei una... una... arghhh! Stai, per caso, attraversando la crisi di mezz'età?"
BARBIE: "Dovrai trovarti una sistemazione. Ti ho lasciato la lista dei posti dove stare sul tavolino del telefono. Scegli tu, non mi interessa".
KEN: "E che cosa intenderesti fare dopo?"
BARBIE: "Ho comprato una parte della biblioteca di Oxford".
KEN:  "Una biblioteca. Tu? Barbie? Dimmi: a chi l'hai vista? A Krissy Gambelunghe? La vuoi copiare?"
BARBIE: "Non puoi capire. Fatti da parte. Sta per iniziare il mio soliloquio".
KEN: "Ma io non capisco come parli! Chi diavolo sei tu?!" (esce)

(Si abbassano le luci)


BARBIE: "Millenovecentosessanta. Millenovecentosettanta. Millenovecento ottanta. Novanta. Anni duemila.
Come sei in forma, Barbie! Sempre più bionda, Barbie! Che trucco magnifico, Barbie! Credono ancora che mi trucchi da sola... Ma quando è stata l'ultima volta che ho fatto qualcosa da sola? Ho parlato, forse. A meno che non ci fosse una di quelle voci registrate impiantate nella mia schiena. E allora si trattava di ripetere sempre la stessa frase ogni volta che a un bambino girava di premere il pulsante rosso. "Ti posso offrire del the con il mio fidanzato perfetto?". "Ti posso offrire del the con il mio fidanzato perfetto?". Ti posso offrire del the con il mio fidanzato bastardo, egoista e pallone gonfiato? Questa dannata parola: perfetto, perfezione. Esiste il troppo e il troppo poco,  ma non mi riguarda. Io: perfezione. Insomma, loro ti prendono, ti legano le mani e i polsi ad un cartone, chiudono questo cartone con plastica trasparente e ci mettono l'etichetta Barbie, ma lo sanno tutti che  sotto sotto ci volevano scrivere: perfezione. E lo sanno i bambini, le mamme, le nonne, i papà, gli amici degli amici. Lo sa il mondo. E diventi una specie di modello da prendere in considerazione quando si parla di canoni e misura, una specie di metro in plastica rosa. Che buffo. Tu sei il modello del canone occidentale. Una bella responsabilità, non c'è che dire. Vieni regalata alle feste di compleanno, per i natali e, in fondo, è un augurio: "ti auguro, cara bambina, di diventare così! Ma, mi raccomando, non lasciare la pasta nel piatto altrimenti mi arrabbio eh!".  E che importa se nel frattempo, dall'alto di uno scaffale, vedi generazioni di adolescenti che guardano prima te e poi lo specchio, prima lo specchio e poi te, specchio, te. E uno e due; e uno e due. Che importa se nel frattempo non riesco a togliermi questo stupido sorriso perfetto dalla faccia quando, invece, vorrei digrignare i denti e urlare a tutti che è uno stupido sbaglio, che io non sono la regola, ma che hanno voluto che lo diventassi? Ma il giorno è arrivato e io mi sono ribellata al successo, alla storia della mia vita. Sono stanca di entrare nelle ossessioni dei cervelli degli altri. Io domani metto tutto in valigia e parto. Dove non so. Però prima di farlo prendo un cartoncino bianco e, con il pennarello rosa, ci scrivo sopra: "Barbie è morta". E poi lo attacco al frigo con una calamita". (esce)

(Sipario)

Scritto e diretto da Cristina Taliento

Cast:

-Barbie nel ruolo di....................... Barbie
-Ken nel ruolo di..........................  Ken
-Risate registrate........................... bambini del pubblico
-Voce fuori campo........................ Cristina Taliento
-Personaggi nominati...................... Ken Il Guerriero
-Musica........................................ Carmen Consoli
-Luci e suono................................ bambino con l'apparecchio
-Addetto al sipario......................... bambina con le trecce
-Immagine di copertina...................Andy Warhol
-Per gentile concessione di...............©Mattel
-Dedicato a...................................Sarah fan di Tarantino Quentin

Si ringrazia per i fiori, gli applausi, i fischi, oh non preoccupatevi per il pomodoro, si smacchia.

17/11/12

Gioventù armonica in Re minore

di Cristina Taliento


     (Archivio, 30 ottobre 2010)


Classe 1956: potevate essere comunisti e fratelli proletari anche con due ville al mare. Voi due, seduti sulle scale del liceo classico guardavate le vostre scarpe ricoperte dalle foglie rosse di tutti gli autunni del mondo. Avevate un accordo, occhi pesanti, il ritratto di un  Leopardi pensieroso piegato a quattro come segnalibro e adolescenze senili trascorse a indugiare, conservare, fumare lentamente, baciare lentamente, ostentando strafottenza per Orazio e per i suoi ripetuti carpe diem. La prima volta che l'hai vista era spettinata, piegata ad aggiustare la catena di una bicicletta modello maschile. Ti eri avvicinato e avevi coperto il sole con la tua testa dicendo un imbarazzato "ciao, come ti chiami". E lei, con le mani sporche di grasso, ti aveva risposto senza nemmeno alzare la testa: "Una come me lo sconvolge uno come te". E tu: "Non te ne devi preoccupare. Io sono già sconvolto di mio". Che commedianti eravate. Però ti aveva chiesto di restare, non fosse stato altro per l'ombra  che le facevi. Quanto vi sembrava scontato il barocco delle chiese del centro, scontate le promesse di non lasciarvi mai. Che importava se lei volesse vestirsi con le tue giacche blu a doppio petto o che dopo averla aspettata per tre ore seduto per terra, mentre deluso e triste facevi per andartene, lei sbucasse da qualche parte per prenderti alle spalle con un "ehi, tu, coglione" gridato a distanza. E per un certo tempo, un certo anno, siete stati voi ovunque, voi sulle giostre le sere d'estate, voi visti camminare da lontano, voi che vi abbracciate ridendo, voi inquadrati di spalle mentre osservate un quadro impressionista, che dite cheeeese con gli occhi chiusi, che cercate di imitare un passo di danza classica, voi sulle altalene con gli occhiali da sole, voi che litigate sui meriti del '68, che mangiate pastiglie Valda commentando critici le sceneggiature dei film ("è un finale per polli, dovevano farla morire con più pathos"; "vero... sarebbe bastata una promessa, un rimpianto confessato e anche noi avremmo pianto"; "peccato"),  ancora voi travestiti da annoiati aviatori giapponesi ad una festa, voi che stringete le chitarre con Santa Croce sullo sfondo, che salutate con il sole negli occhi . "Silviaaaaaa!- le gridasti una volta con solo il tuo fiato contro tonnellate di vento e pioggia-  Silviaaa, ricordi ancor quel tempo della tua vita mortale quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitiviiii e tuuuu- ululando su quel tu come un lupo alla luna- lieta e pensosa il limitar di gioventù saliviiiii?". E lei: "Cooosa? Non ti sento, grida più forte". E tu: "Nienteeee, che ti amoooo". E lei: "Non ti sentoooooo".

Venticinque anni dopo,

quando l'hai trovato seduto nel tuo reparto di rassegnazione e morte, quando, pur riconoscendolo all'istante anche dietro il cancro, senza dire una parola hai appoggiato il fonendoscopio sulla sua schiena sposata con la professoressa altra e hai mormorato, poi, "fai un respiro grande", hai auscultato il Leopardi, la sua voce sulla voce di Battisti, l'ultimo verso di quella poesia di Prévert, quel verso che faceva "noi facevamo il male/ Il male era fatto bene". Si, faceva così... quanto fumo e quanta vita. Hai indietreggiato per tenerti al muro e raggomitolarti nel camice e piangere di un pianto disperato e soffocante. Sei riuscita a dire dietro i polsi che ti nascondevano e gli strazianti singhiozzi: "Quel tempo della nostra vita mortale...".
Ha risposto: "Lo so". 


Fine.

"Perchè adesso non fai che scrivere dell'adolescenza?"
"Mah... forse perchè  mi sono accorta che se n'è andata e sono triste"
"Tempus fugit sicut nubes... "
"... quasi naves, velut umbra"
"Già"

11/11/12

Fisicastrolla delle particelle

o "Fisicastrocca", se gradite le C e non la pasta frolla.


di Cristina Taliento

      (Coffee, Sketches, Kumi Matsukawa, 2012, watercolor, from Urban Sketchers)


1930. "Gentili Signore e Signori radioattivi..."
scriveva Pauli riguardo concetti per niente visivi.
Si parlava del decadimento beta e di un'anomalia
che rischiava di portare persino  Bohr alla follia!
Tutti, infatti, si aspettavano che l'asocial neutrone
trasmutasse in due figlioli: il protone e l'elettrone.
Tuttavia con gli esperimenti questa certezza si perse
poichè gli elettroni avevano energie molto diverse...
Per ipotesi se ne spararono delle grosse per davvero
come quella che l'energia non si conservasse sul serio.
Menomale che Fermi prese la faccenda seriamente
e disse "allarme nuova particella, oh bella gente!"
Che fosse di carica nulla era già stato intuito,
la chiamarono neutrino e il gioco era quasi finito,
ma possiamo ancora ricordare tra i fermioni
la classe dei leptoni con i muoni, i tau e gli elettroni.
Quest'ultimi, è risaputo, sono degli spiriti ardenti
che se non prendono o si danno, non sono contenti.
Appartengono alle stessa specie anche i piccoli quark
il cui nome viene dalla penna di Joyce, what a fuck!
Mi rammarico per la nota anglosassone parolaccia,
ma con quark, a parte Mark, fare rima è una faticaccia.
Insomma, essi rispondono alla forza del campo elettrico
cioè la legge di Coulomb, per dire il nome tecnico.
Infatti i quark odiano a morte la solitudine
ed è per questo che si attraggono in ogni latitudine
e nemmeno di stare soltanto in due se ne parla
chè la forza del protone devono essere in tre per farla!
Up (u), down (d), charm (c), strange (s), giù, su...
di elencare le varietà dei quark non si finisce più.
Se poi con uno di essi c'è l'antiquark, ecco il mesone,
ipotizzato da Yukawa, detto pure (non ridete) pione.
Han raggio corto e il mesone π, specialmente
ha carica nulla oppure... prossima a niente!
A cavallo tra le due guerre non ci fu rivoluzione,
bensì quel biennio chiamato "fisica della disperazione".
Quel genietto di Dirac aveva scritto un'equazione
bella sì, ma, molto strana, con molteplice soluzione!!
In realtà, anni prima la fisica classica non era bastata
e ora anche la quantistica era bella e superata.
Vabbè, si esagera, sapete come sono fatta,
eppur l'Antimateria s'imponeva come una prozia matta.
Però quando l'esistenza del positrone fu dimostrata,
questa parente della fisica venne, invero, accettata.
E rimanendo in tema di esempi sulla famiglia
secondo voi, il protone che gemello si piglia?
Non sto parlando del suo cugino scemo neutrone,
ma di antimateria e segno 'meno'. Chi? L'antiprotone!!
Bravissimi, la risposta direi che è esatta,
un'ultima particella ancora e poi è cosa fatta.
Dopo mezzo secolo dalla sua iniziale supposizione,
LHC e CERN ne hanno dato approvazione.
Il bosone di Higgs finalmente ce l'abbiamo in sacco
anche se non si vede e potrebbe ancora farci scacco.
Queste particelle, difatti, solo la matematica le descrive:
nessuno le vede, eppur qualcosa lì dentro vive.
Eeh bravo Peter Higgs, anziano ragazzaccio intelligente
ma con il Nobel, poi, Peterino, non si è fatto più niente?
Ignoranti quelli svedesi! Amico, non ci pensare!
se non quest'anno, il prossimo ce la puoi fare...
Se ho imparato qualcosa da questa fisicastrocca
è: "inverti il gioco e la parola chè la rima poi si sblocca".
E la vita è più bella se stai al ritmo e non ti Fermi;
e per chiudere la metrica, Higgs, scegli: germi o spermi?



"...Perché, secondo l’opinion mia,
A chi vuol una cosa ritrovare,
Bisogna adoperar la fantasia,
E giocar d’invenzione e ‘ndovinare..."

(Galileo Galilei,1590)

07/11/12

Il Somaro

di Cristina Taliento

     (Gli scolari, Felice Casorati, 1928, olio su tavola, Galleria Civica d'Arte, Palermo)


Accadeva che barattassi la teoria per l'esperienza e che interrompessi gli astratti e pazienti  studi per andare a trovare un chimico, una specie di saggio pelle e ossa con la barba bianca e la sciarpa intorno al collo anche in casa. Non aveva mai insegnato, ma io e gli altri lo chiamavamo professore perché a guardarlo non ci sentivamo di rivolgerci a lui  nè con signore o dottore, nè solamente con prof. Professore, quest'esercizio che mi ha assegnato... Professore, questo passaggio, così. Questo punto qui, io non so come fare... ho creduto per un attimo... no, non poteva essere giusto. Poi un giorno- pioveva, i capelli umidi-  dissi: "Professore, il risultato che mi ha dato è sbagliato, perché il mio  procedimento è giusto e ho fatto i calcoli sette volte e ne sono stra-sicura" . Appena lo dissi mi pentii perchè lo conoscevo e anche se era girato di spalle in piedi alle mie spalle, io la vedevo quella metà di sorriso dove si sarebbe dovuta specchiare la mia faccia e pensai che doveva sembrare bella, a quel punto, lì riflessa, la mia arroganza. E allora aggiunsi per non sembrare troppo saccente che poteva esserci un piccolo sbaglio oppure uno troppo grande per essere visto nel suo insieme. Come suonava ancora più sciocca quella spiegazione davanti ai suoi libri, poi...
Silenzio. Scartò una caramella. Doveva essere una Rossana, carta rossa e scritta bianca, gusto miele. Non faceva che scartare caramelle Rossana durante quei lunghi silenzi in cui aspettavo un suo chiarimento e, non sapendo che fare, ricontrollavo io stessa. Guardavo la gigantesca tavola periodica incorniciata sopra la scrivania. Il mercurio. Simbolo: Hg. Mercury. Freddy Mercury. Freddy Hg Mercury. Freddy Hedgehog Mercury... Poi si avvicinò all'improvviso e restando in piedi, senza nemmeno aspettare due secondi, sbatté il dito indice su un punto preciso del foglio e disse: "Qua.  Che hai combinato". Che non suonava proprio come una domanda. Avvicinai la testa al foglio e dissi: "Qui?". "Questo numero, si". "Ho approssimato".
"Uh!" esclamava e già si allontanava verso un mobile su cui erano impilati alcuni suoi fogli. Era un esercizio lungo  che mi aveva dettato l'ultima volta che ci eravamo visti.
"Non è quello il punto. Me ne sarei accorta se il risultato si fosse avvicinato di un po', ma..."
"Ma! Ma! Stai sempre a dire ma, senza neanche sapere che dire. Ti devo chiamare La-comiziante. Hai fatto sessanta e passa approssimazioni su questi fogli e ti meravigli di essere in alto mare con il risultato! Che ti insegnano a scuola?"
Senza fiatare presi la matita e ricominciai a riscrivere daccapo numeri lunghissimi e, a mio avviso, inutili.
"Non mi piace che usi la matita. Correggi con la penna rossa altrimenti non imparerai mai". Feci come aveva detto senza mai alzare le sopracciglia anche se sapevo che non era un errore e nessun professore mi avrebbe mai abbassato il voto per quello.
"L'errore cresce al crescere delle approssimazioni e la Verità si allontana con le parole degli idioti".
Freddy Hg Mercury. Mi veniva da ridere.
"Gli uomini approssimano, non fanno altro che approssimare. E anche i migliori eh, non ti illudere! Approssimano un geoide a una sfera, approssimano l'individuo all'umanità, la paprika al peperoncino e se lo fanno, lo fanno per difetto oppure per eccesso. E se è per difetto sono atei, se è per eccesso evvivano gli angeli e i santi e il Paradiso! Ma io dico, non si potrebbero lasciare tutti i numeri dietro la virgola e tutt'al più comprare quaderni più spessi e teste tanto spaziose da riuscire a contenere la precisione senza tuttavia escludere il dubbio?" 
Lo ascoltavo con la penna rossa in mano, ma poi la penna cadeva sul foglio e mettevo le mani in tasca. Mi sentivo come una bambina di seconda elementare a cui è stato richiesto di trovare alcune parole contenenti il suono  -gn e che, nel chiedere aiuto a un grande, si sente dettare esempi come agnostico, ignominia, gnoseologia, antesignano al posto di gnomo o, semmai, di agnello. Che cosa potevo saperne io. 
"Ho paura che i quaderni di cui parla non siano in commercio, professore... e che certe teste..." mi permettevo di dire- che certe teste non siano state contemplate nella Genesi". E mi pentivo per averlo detto.
Sapevo, come si sanno alcune cose segrete mai dette, che era un uomo pieno di dubbi, un uomo nudo e viveva in quella sua stanza come per dire l'America. Un porto di mare: contraddizioni che urtavano le spalle a pensieri filosofici discriminati, ancore di ferro nero inchiodate sulle sue scarpe di scienziato stanco,  talenti sospesi tra l'infinito e il limite, desideri di grandezza coloniale per grandi insicurezze, amori rinnegati in nome dello Studio, canzoni di cantautori, menestrelli stonati e poi di colpo Schubert, ombre di fede, Darwin, gli extraterrestri, i fullereni, la morte, il dubbio di nuovo, il non aver mai pianto, la collezione di minerali, il ricordo del primo pugno sul naso, il primo "niente", il primo "riprovo", il secondo "niente". E lui che passava le giornate sulle carte e lui che per le feste si trasferiva in biblioteca, che non accettava di non sapere, che imprecava nel sentirsi riconoscere la conoscenza. "Ma quale conoscenza e conoscenza... ". Per questo io non gli dicevo mai che era un grande o, nel mio lessico, una bomba. Però aspettavo che fossero gli altri a dirlo. Per esempio una volta venne alle sette un ragazzo alto con gli occhiali e aveva la lezione dopo la mia. Disse: "Professore, ho passato l'esame, lei è un genio, lei sa tutto, lei è la Scienza scesa in terra".  
E sentivo che lui borbottava qualcosa, sempre girato verso il mobile dove erano disposti i suoi appunti. Il ragazzo con gli occhiali mi domandava a bassa voce che cosa avesse detto da laggiù e io alzavo le spalle. Ma lo sapevo che aveva detto a se stesso: "Un somaro... un somaro...". 

01/11/12

Bagno nel mare d'inverno

di Cristina Taliento


(Veduta in un porto, Caspar David Friedrich, 1815, olio su tela, Staatliche Schlosser und Garten, Potsdam-Sanssouci)


Stesse scarpe di tela rossa per entrambi, stessi jeans chiari strappati sulle ginocchia. Quindici chilometri su strada di una radio locale più un cd masterizzato di Bob Dylan e già si vedeva il mare, una spiaggia infestata da fantasmi di gabbiani e albatross e venti freddi del polo nord. Disse che a salire sulle dune più alte, nei giorni limpidi, si potevano vedere le montagne dell'Albania. Disse che l'università li avrebbe invecchiati e divisi per sempre e che tra qualche anno sarebbero diventati come i loro genitori, lei avrebbe messo le perle e lui la cravatta, già si vedeva padre. Che, a volerlo, la fine dell'adolescenza si poteva ricordare per sempre in quel pomeriggio e che i ricordi si imprimevano meglio se accompagnati da un atto di affermazione assoluta dell'essere. Il bagno nel mare d'inverno oppure un giro rubato su una di quelle barche verniciate di verde e blu, concluse che si potevano fare entrambi, ma si doveva correre per non farsi scoprire dal buio e dai guardiani del faro. Era quella la solenne fragilità dell'essere giovani, la taciturna consapevolezza che il tempo avrebbe travolto gli innumerevoli novembre insieme, la spontanea realizzazione che lui l'aveva amata per tutti quegli anni di lacrime individuali ed egocentrica rabbia, ma che la proiezione finale e segreta dei loro sogni comuni era, in fondo, proprio quello, un sogno soltanto. "Al tre ci tuffiamo". "Inspiro e salto in nome dei moschettieri del re!". "Dammi la mano e stai zitto". "Alterius Jovis altera tela! Uno, due e..."

28/10/12

About Jane


di Cristina Taliento


(Portrait of Florence Coleridge, Sir John Everett Millais, oil on canvas, 1877, Aberdeen Art Gallery & Museums, UK)


"Sei gelosa di Jane? Jane Gallagher?"
"Io sto dicendo soltanto che se tu credevi di conoscere una certa Jane e quella ragazza poi si fa, come dici tu, stantuffare dal vecchio Stradlater o, comunque sia, ci esce insieme il sabato sera, forse e dico forse, ti sei sbagliato sul suo conto o magari ti sei fatto un'idea di lei che non corrisponde alla realtà"
Caulfield si accese una sigaretta. I personaggi di Salinger fumavano un sacco. Quando erano annoiati fumavano e anche quando erano arrabbiati o tristi.
"Che cosa ne sai tu della vecchia Jane, poi- sospirò facendo uscire il fumo dal naso- Aspetta, che ore sono? Sono tornato indietro nel tempo di un'ora!". Guardò prima il suo orologio da polso e poi un orologio digitale in una vetrina. 
"O per meglio dire le convenzioni sociali ed economiche ti hanno costretto a ritornare indietro nel tempo di un'ora. Senti, non ne so niente, è vero, ma ho letto molte volte il tuo libro e a me è sembrato..."
"Sbagliato. Non iniziare la frase con a me è sembrato. Specie se parli di un libro. Lo odio, piantala".
"Comunque, il punto è che nemmeno tu la conoscevi, giovanissimo Holden. Come al solito ti sei perso nell'osservare i particolari, le dannate dame dell'ultima fila e non ti sei preoccupato di capire le cose più grandi, quelle evidenti. E lo sai perché? Per paura, io credo.""
"Quanta solerzia! Che parola sciocca... ad ogni modo, quale paura?"  chiese mentre il semaforo diventava verde.
"Paura di arrivare alla vera umanità. Non sono i dettagli il motore delle nostre azioni. Tu credi che conoscendo le virgole si arrivi al senso della frase, ma non è così! Prendiamo la vecchia Sally, ad esempio. Lei non ti faceva impazzire, te lo dico io per quale motivo: perché la sua personalità te la sbatteva in faccia e tu non la volevi tutta quella chiarezza. Altrimenti dove la mettevi la tua immaginazione?"
"Dio, questa analisi è davvero la peggiore di tutte! Dobbiamo brindare. Vieni, andiamoci a bere un wisky o qualcosa, non so, ma ti prego, andiamo..."
Mentre camminavamo veloci sui marciapiedi stretti e bui, io cercavo di farlo riflettere sul conto di Sally Hayes.
"Holden, ascoltami un attimo. Lei non ti piaceva molto perché quando eri in sua compagnia non occorreva che ti andassi a cercare il particolare per capirci qualcosa della sua identità. Mentre con Jane potevi giocare a fare il piccolo detective tra tutti quei segreti e quelle sue lacrime cui non riuscivi a dare un senso. Ti divertivi di più e nell'osservarla ritrovavi te stesso".
"Two Cokes, please"
"Io no, ti ringrazio".
"Soltanto uno, allora. Senta, non è che ci può schizzare dentro un po' di rum o qualcosa del genere?- e guardando me- Dicevi?"
"... allora, secondo me, il tuo ricordo di Jane Gallagher non è che un sogno ragionato. Ma tu non mi stai ascoltando. Va bene, okay, va bene!"
"No, in effetti, no. Però mi ha lasciato secco questo tuo voler difendere la vecchia Sally, come se mi stessi spingendo a sposarla o qualcosa del genere. E poi quel modo di parlare da avvocato, a furia di sentirlo anche in famiglia, ti è entrato nelle orecchie e mi dispiace davvero per te, ragazza".
"Non è un volerla difendere, come ti salta in mente".
"E' buffo. Tu sei dalla sua parte solo perchè non mi piace. Se mi piacesse, la detesteresti come fai ora con la vecchia Jane. Ad ogni modo, smettila di tirarla in ballo. Tu non la conosci".
"Senti, Holden. Io non so che fine farai dopo il romanzo, ma secondo me nulla di buono. Secondo me, troverai una bella oca con cui andare a ballare ogni santa volta e diventerai più aristocratico dei tuoi genitori. Sei un grande ipocrita, Holden e scusami, ma te lo dovevo dire!".
"Ci manca soltanto che adesso ti metti a chiedere la trasposizione cinematografica di The Catcher in the Rye".
"Si, giusto. Che cosa aspettano a farla? Scherzo, dai. La tua condanna è quella di essere carta. Molte copie stampate, è vero, tantissime, ma carta appunto. Only a frozen moment in time".
"Yes, I am. Tutto questo casino per dirmi che mi ami e che sei gelosa".
"Ma che ti inventi... Io non ti amo affatto".
"Su, riconoscilo! Stai violando un sacco di copyrights per amore. Stai offendendo J.D. Salinger per amore".
"Ho fatto molto di più anche per gioco, Caulfield". Ma lui iniziò a canticchiare una vecchia canzone dei Carpenters: "Don't you remember I told you I love you baaaby? You said you'd be coming back this way again baaaby.  Baaaaby, baaaaby, baaaby baby oooh baby! I love youuu, I really doooo".
"Ssssh! Questa canzone non è dei tuoi tempi"
"Oh nemmeno dei tuoi, se è per questo".
Gli allontanai il bicchiere da sotto il naso. "Smettila di bere, devi sempre trasformare queste conversazioni in grotteschi balli di corte dove ci si ubriaca fino alla morte! Potresti almeno darti un contegno, eccheddiavolo..."
"Non sono mica in compagnia di Jane Gallagher"
"Già. Perchè lei è in una macchina con il vecchio Stradlater, ora. E ricordati sempre una frase di Russell: di due attività che gli siano state insegnate, l'uomo generalmente preferisce la più difficile. Nessun giocatore di scacchi gioca a dama. Si vede che la povera Jane non ha mai fatto scacco matto".
"Perchè la povera Jane non ne aveva bisogno".
Non aspettai che finisse il suo bicchiere. Gli diedi una pacca sulla spalla e uscii nella notte della sua New York proprio come avrebbe fatto uno di quei divi del cinema che lui odiava tanto. 



23/10/12

Descrizioni del suono per non udenti


TERZO: IL TEMPORALE

di Cristina Taliento

      (Kenneth Noland, acrylic on canvas)


Diciannove schiaffi piatti al muro, tap tap tap... tap, al ventesimo ti giri e cadi a terra. Morto. No, ti alzi. Sette    passi, quaranta giri, apri le braccia, di più. Respira forte. Tosse nelle mani e nausea dappertutto, una fitta, è la milza, respira, di fermarti  non ti fermi. Adesso esci, scendi le scale correndo, perché vivi? Che vuoi? Prendi la strada, a sinistra. Più veloce. Inspira con il naso, butta via con la bocca. Non muori, corri. Fari d'auto negli occhi, moscerini sulla lingua, il buio dei vicoli entra nei capelli e nelle rughe. Il tuo passo, la pioggia. La gola ti sta bruciando, lo so, l'aria fredda. Il semaforo è rosso. Reggiti al palo, prendi fiato, uno, due, tre, uno, due, tre, uno, due. Macchine nere, alcune sono grigie, ma le vedi rosse e poi bianche. Tre, respira. Verde, vai adesso. Corri tra la gente, urta le spalle degli altri, non ti girare, non chiedere scusa, veloce. Attraversa i binari, sbrigati.  Che vuoi, ah? Dove stai andando? Non ti sto guidando io, che ne so dove stai andando. Questa strada qui, questa a destra, prendila. Non c'è nessuno. Tosse. Il sudore si gela, le lacrime si gelano, le mani, i polsi, la fronte a zero. Non ti fermare, attento al gradino. Un crampo ti afferra il muscolo, veloce come l'attacco di un ragno o di uno squalo. Cadi. Stendi la gamba, prendi il piede, tira. Respira, non è niente, respira. Stai piangendo? Hai paura? Tira, ma che piangi e piangi... Il cuore si sta aprendo: è un'impressione. Mettiti seduto, stendi la gamba. Piano, ora. Bevi. La pioggia. I denti bianchi risplendono nel buio di una strada a mezzanotte, mordono il labbro inferiore che trema. Con chi te la vuoi prendere? Con me? E chi sono io... una voce. Solo una voce che scivola e che tu puoi sentire, che non ha rumore, che se ne va... Urli e c'è il tuono. Ti addormenti e il tuono scompare, se mai c'era stato. Gli ultimi lampi annegano nell'alba. Sei salvo. 

16/10/12

Domande su aereoplanini di carta

di Cristina Taliento

      (The writers house, Alexander Jansson)


1) Avete mai pensato alle strisce pedonali in termini di pezzi di ghiaccio su cui saltellare se non si vuole essere inghiottiti dal profondo, oscuro, Asfalto Antartico?

2) Perché i fascisti parlano sempre di Che Guevara e i comunisti di Mussolini?

3) Se l'umanità si mettesse d'accordo di gridare per un intenso, entusiasmante, minuto regolando i vari fusi orari e le personali sveglie, buttando fuori tutta la rabbia con la voce, alla fine, non ci sarebbe sempre qualcuno in camicia azzurrina e bastone di legno pronto ad esclamare "tanto rumore per nulla"?

4) Quando la persona con cui stiamo parlando non ride a una nostra battuta o ci guarda male per una cosa davvero brillante che abbiamo detto, non muore per sempre una piccola parte di noi e se si, quante possibilità ha quella piccola parte di noi di essere defibrillata e ritornare in vita?

5*) Provarci con il ragazzo dell'amica è sintomo di deformazione professionale riconducibile, poi,  a quale professione? (ah... retorica. Domanda mancata*)

6) Siamo davvero, davvero, sicuri che tutte, ma proprio tutte, le strade portino a Roma e che una non sfugga al conto e tiri dritto a Minas Tirith?

7) E se invece?

8) "If a body meet a body/ Coming thro' the rye/  If a body kiss a body/  Need a body cry?" (Robert Burns?)

9) Per quale motivo adesso va di moda prendersela a morte con i modi di dire e i luoghi comuni per poi frequentare, allo stesso tempo, social networks simili a palazzi sovietici con il bagno in comune?

10) La carrozza di Cenerentola sta alla zucca arancione come la Champions League sta a ventidue "deficienti" in mutande?

11) Si ama la bellezza o, più che altro, la rarità?

12) Se ogni persona potesse decidere come morire, non trovate che anche allora l'industria della Coca-Cola ne uscirebbe inesorabilmente vincitrice?

13) Il fatto che negli scacchi inizino sempre prima i bianchi deriva da un vecchio stupido retaggio razzista?

14) Il bambino sul marciapiede che ci guarda male quando usciamo di casa ci odia oppure odia tutti e quindi noi, come è giusto che sia, facciamo parte di tutto, di tutti?

15) Se posso ripetere la domanda? Quale?  

12/10/12

Una bella persona

Storia di una breve amicizia


di Cristina Taliento


      (medium shot by Sofia Coppola)



Una delle più evolute forme di egoismo esistenti al mondo è il volontariato. Specie da quando gli psicologi si sono messi a consigliarlo in alternativa allo yoga. Molte persone sono convinte che si tratti di altruismo e senso civico, ma in certi casi è tutto il contrario, ovvero usare gli altri e i problemi degli altri per far stare meglio se stessi. Per noi era per lo più una questione di appartenenza al gruppo e per uscire insieme il sabato sera anche se, alle volte, ci toccava ricordare di non guidare a ventenni ubriachi appena usciti dal pub che ridevano sulle nostre facce serie o che piangevano davanti i nostri sorrisi imbarazzati. Scene che non avevo mai potuto soffrire. Perciò andavo a svolgere il mio turno di due ore al mese, necessario per mantenere attiva la qualifica, in una di quelle case di riposo addobbate come chiese. Non dovevo fare altro che giocare a scopa con gli altri volontari e qualche vecchietta di passaggio. Anche quella volta avevamo raggiunto la terza partita e sembravamo tutti felici così dissi una cosa stupida, come la maggior parte delle volte, dissi che lì c’era un bel calduccio e che probabilmente era per via dei nostri scambi di energia, semplice meccanica quantistica, niente di più. Nessuno ci badò, ma mentre davano le carte, mentre allungavo la mano per prenderle, notai degli occhi, al di là del tavolo, vicino la finestra; due occhi azzurri, solenni come iceberg, che facevano segno di avvicinarmi. Dissi, un momento e mi alzai. Alcune ossa sopra una sedia  a rotelle e questi grandi occhi appoggiati sugli zigomi di un viso scarno. “Parlami- disse- della funzione di distribuzione di Planck e dei casi limite”. Non capii subito, ma poi pensai che forse era per quella frase che avevo sparato prima e dissi che non lo sapevo, anzi, a dire la verità, non ne avevo la più pallida idea. Intrecciò le dita sottili e sagge sul vestito e, senza gridare, incise parole di ferro in quell’aria stantia che sapeva di farmaci e incenso. Disse: “Soltanto gli sciocchi usano a sproposito concetti di cui non conoscono che il nome, di cui ignorano parte o, come presumo, gran parte dell’esistenza”. Annuii piano mentre un raggio di intelligenza attraversava le rughe della sua fronte ampia e si riversava nelle iridi per qui brillare ed espandersi. Tornai a giocare a scopa ed era il mio turno e per la confusione volevo prendere con il dieci di spade un sei più un cinque. Mi fecero no col dito.  
Quando l’orologio suonò le sette, le vecchiette si alzarono per andare a dire il rosario in una stanza resa ancora più religiosa delle altre con il doppio delle statue e il triplo dei lumini rossi. Gli altri ragazzi del gruppo mi salutarono e se ne andarono perché il nostro turno era finito ed io presi il cappotto e nell’attesa che venisse qualcuno a prendermi mi sedetti su una robustissima sedia di legno con teste di angelo intagliate ai lati. Controllai il cellulare come un movimento meccanico. Poi alzai la testa e di nuovo quegli occhi. Seduta accanto alla finestra, respirava piano e mi studiava. Non mi meravigliai di non sentirmi porre le solite domande del tipo quanti ragazzi avessi tutti insieme. Feci un cenno con il mento per dire ehi, ma mi sembrò da maleducati e quindi aggiunsi:
“Lei non dice il rosario?”.
“Tu dai per scontato che io non sia atea. Vedi, è per questo modo di non porre il dubbio che c’è stato il Medioevo”.
“Lei insegnava, non è così?”
“Ed ecco che continui- disse con voce calma e sostenuta- Formuli affermazioni e dai loro un’intonazione di domanda. Mi chiedo… non otterresti più informazioni introducendo la frase con che cosa o perché?”. Poi sorrise e mi sembrò grande. Fu allora, proprio allora, che nacque l’amicizia.
Mi raccontò che aveva studiato biofisica e per un certo tempo aveva lavorato al King’s College collaborando con la Franklin. Risposi che a questa cosa, con tutto il dovuto rispetto, non ci avrei creduto nemmeno ad avere le prove, ma lei alzò le spalle e sospirò come presa da un ricordo lontano. Divenne per certi aspetti la mia Musa, l’incarnazione della vecchiaia, quello che la vita lascia e che, tuttavia, non riesce a togliere. Anticipai in un mese tutti i turni di volontariato previsti in due anni, anche se in realtà, non mi valevano nulla. Un giorno mi disse che per colpa sua non stavo studiando il pomeriggio ed io risposi che avevo imparato più con lei in un mese che in un anno di scuola e che non si doveva preoccupare perché io ero abbastanza egoista e se continuavo a venire a trovarla era più per il mio interesse che per il suo. Ma siccome lei insisteva, proposi di sfruttare il lato utilitaristico di quelle visite approfondendo la meccanica quantistica. Mi vedevano uscire per andare a trovarla e sentivo che dicevano tra loro: “Finalmente si è innamorata”. “Non ci posso credere”. “Sul serio credici, si è presa una cotta per una vecchietta di cento e passa anni”. E gli anni erano quelli, infatti: 103. Eppure certe volte mi sembrava che ne avessimo entrambe otto; quando per esempio le infermiere si entusiasmavano a spiegare i meccanismi dell’azione di un farmaco ripetendo quello che avevano letto chissà dove, lei, che sapeva tutto come nessuno altro, mi guardava per cercare il mio sguardo complice e ce la ridevamo senza che gli altri se ne accorgessero. La sera in cui fu portata all’ospedale mi chiamarono sul cellulare. Capii che sarebbe morta e per uno strano collegamento associai la fine di quell' amicizia con la fine dell’adolescenza.
Mentre era stesa sul letto ed io seduta a lato, indicò una borsa e mormorò: “Aprila”. “Okay”. “La tasca interna”. “Okay”. Era una foto. La riconobbi al centro, più giovane di mezzo secolo e più. Accanto a lei c’erano un uomo e una donna e li guardai. “Oh mio Dio…” fu quello che riuscii a dire. La sentii ridere piano come chi l’ha appena avuta vinta su qualcosa. E poi questa mia lacrima idiota cadde sulla fotografia, precisamente tra la spalla di Wilkins e quella della Franklin. Mi scusai, dissi che non meritavo di essere lì, ma lei non si arrabbiò e invece disse: “Raccontami perché sei triste”. Lei faceva sempre così: voleva che io usassi tutti i che cosa e i perché di questo mondo, ma mai una volta che fosse lei a porre delle domande. Sapeva sempre tutto. Allora dissi che una donna di scienza, senza offesa,  non poteva saperne proprio un bel niente di quello che era accaduto in un solo minuto nel mio cervello e che probabilmente erano state violate un sacco di leggi fisiche eccetera. Anche questa volta non se la prese perché era troppo saggia e intelligente per offendersi e rispose: “Forse la fisica classica no, non potrà mai farlo, ma mi chiedo… che ne dici di considerare la meccanica quantistica?”