30/07/11

La geometria del gatto

di Cristina Taliento


(Vasily Kandisky, Giallo rosso e blu, 1925, olio su tela, Musée national d'Art moderne, Paris)




Flacco Squidegno camminava con le spalle curve, gli occhi sul marciapiede, come se qualcuno, uno qualsiasi, sarebbe dovuto saltar fuori all'improvviso, da lì a pochi minuti, con l'intenzione cieca di percuotere ripetutamente, senza alcuna ragione, alcuna pietà, quelle stesse spalle, quegli stessi occhi.

Sorpassò il Duomo con sospetto, bofonchiando formule matematiche al suo mozzicone di sigaretta e poi d'un tratto si fermò rapito, annientato, da un oggetto che chiunque, ogni muto passante, autista di autobus, sagrestano, avrebbe giudicato inutile alla vista; similmente, quasi del tutto scontato. L'oggetto era un gatto e lui era lui, uomo e mente. Considerava il gatto come una sorta di figura geometrica, scomponibile e ribaltabile come d'altronde poteva essere anche la sua stessa mano, il pollice, la lunetta bianca dell'unghia. Poi veniva il pensiiiero, lo studio della sagoma, il fatto che ogni poligono fosse quadrabile, la sezione aurea, le orecchie si approssimano a due triangoli rettangoli sull'angolo alfa, Euclide, ventidue millimetri per nove, ventidue, nove... stessa area. Fermati bello, non ti muovere. Un orecchio è proporzionale al muso, al canino, all'artiglio, no... un foglio. Frugò nella tasca in cerca di carta, ma vi trovò soltanto lo scheletro di una chiocciola. Rimase a guardarlo per un attimo, poi lo rimise in tasca, spense il sigaro e con quello disegnò su una mattonella del marciapiede segmenti, archi, angoli, esagoni, triangoli retti dove le ipotenuse erano diametri, pi greco sesti eccetera. E se qualcuno, qualcosa, ad esempio un cane, si fosse fermato ad annusare quell'ammasso di simboli e coseni, forse vi avrebbe riconosciuto un gatto con lo sguardo fisso di un'ellisse inscritta in una circonferenza, forse si sarebbe allontanato strisciando svogliatamente la coda. Ad ogni modo, il gatto vero prese a grattarsi il collo con una zampa e Flacco Squidegno contrasse più volte la mascella. Fermo, stai fermo. Quando il lavoro fu finito, il gatto si immobilizzò e, sentendosi curiosamente osservato, miagolò. "Chi mi ha creato?" oppure: "Chi mi ha creato, miao?". Chi lo sa, forse non chiese proprio quello, ma Flacco interpretò così. Si domandò come mai, alla fine di un problema risolto, qualcuno, uno qualsiasi, gli dovesse sempre, ostinatamente, dare giù sulle spalle con quella stupida domanda. Un gatto, poi. Cosa ne sapeva un gatto. Raddrizzò la schiena, la curvò di nuovo e riprese a camminare.

27/07/11

Il vociare delle api

di Cristina Taliento




(Europe after the rain, Max Ernst, 1940, oil on canvas, 54.8 x 147.8 cm, Wadsworth Atheneum Museum, Hartford, Connecticut)



In una testa ci furono delle api. Milioni. Di più. Ebbene, in una testa ribelle furono impiantate miliardi di api che producevano il loro miele intaccando i pensieri di quella landa desolata, altrimenti detta encefalo. No, io chiedo scusa: non era questo il modo per iniziare a descrivere le api. Dunque, le api, il loro vociare nella testa. Cielo, io non voglio annoiare nessuno; questo lessico è, come dire, fuorviante. Il problema è che... nessun problema, coraggio. Se ti senti bene si riparte. Cenno con il capo, tutto apposto. Luci.

Le api: creature nascoste tra le sinapsi, genietti dispettosi che sostituiscono coi loro sussurri la voce narrante dello scrittore. No, no, così non funziona. "Genietti dispettosi"? Non ci posso credere che l'hai scritto. Oh Dio, Gesù... Vuoi un bicchiere d'acqua? Si, grazie. Ecco, bevi. Ce ne sarebbe, per caso, un altro? Ehi, tu, prendi un altro bicchiere d'acqua per questa deficiente... si, oggi è fuori, ma non vedi che occhiaie profonde, non si può lavorare in queste condizioni. Ehm, laggiù, sono pronta. Bene, si riparte. Tre, due, uno VIA.

All'inizio mi chiedevo costantemente chi fosse la causa di quel continuo vociare. Camminavo per le strade e nella mia testa era come se qualcuno o qualcosa mi stesse descrivendo insieme alle case che sorpassavo, all'asfalto che calpestavo, i rumori che mi entravano nelle orecchie. Quella voce narrante continuava a ronzare ed invano cercavo di farla stare zitta. Mi sembrava di leggere un libro controvoglia per il gusto di finirlo e per non dire di averlo abbandonato. Così, se attraversavo la strada la voce narrante bisbigliava: "Ella si fermò e con lo sguardo assonnato decise che non passavano macchine e dunque- mani in tasca, spalle curve- strisciò i piedi fino al marciapiede di fronte". Tacete, infime mosche. Patetici insetti, volate via. Le voci narranti continuavano ed io pensai più volte di attraversare la strada senza nè fermarmi nè controllare: tutt'al più, girarsi all'improvviso e finire muso a muso con un camion. Ma non mi andava, per dirla tutta, di passare per quella che sta a terra piena di sangue, chissà in quale posizione, mentre i passanti si spintonano per guardare. Quindi, sospirai. Un gran sospiro: pfff. Due volte: pfffff, pffff. E finii con il chiamare quelle voci con il nome comune di api, poichè quando ero piccola mi avevano punto e in quel triste ricordo... si accendeva l'offesa. "Ella decise di rendere amico ciò che le era ostile: pensò di chiamarCi api". Il vociare continuava ed io iniziavo a considerare l'idea dell'annegamento in mare, ma-mi dicevo- l'acqua sarebbe stata sicuramente fredda. Tuttavia cercai di consolarmi ripetendomi che cercare di trasportare delle simili api in testa si sarebbe potuto rivelare un ottimo esercizio per diventare, un giorno, una brava scrittrice. Prendi esempio dalle api. Allora non persi tempo ad applicarmi davanti un foglio di carta. Impugnai la penna e presi la mira come per colpire una grande frase d'inizio. Aspettai che le api mi dettassero qualche loro uscita grandiosa. Aspettai. Aspettai. Curiosamente mi accorsi che il vociare era cessato. Quel foglio bianco mi fissava, io lo imitavo. Nell'aria un silenzio bianco da far paura.

24/07/11

Di quando sparai H. Caulfield

di Cristina Taliento


Durante uno dei pomeriggi della mia lunga Convalescenza trascorsi a sentire la tramontana sulla lingua, Holden Caulfield venne a chiedermi che fine avessi fatto. Trascinò una sedia accanto alla mia e lì si sedette al contrario appoggiando i gomiti sullo schienale.

"Non vieni più in biblioteca, non è vero? L'ho sentito dire ad alcuni personaggi dei russi"

"I russi..." sospirai guardando avanti, oltre la veranda.

"Sbruffoni dei russi! Tolstoj, Checov... che razza di scrittori, dico io. Salinger li ha battuti tutti, accidenti. Li ha battuti tutti, sul nome di mia madre- frugò nella tasca della giacca e prese un pacco di fiammiferi con una sigaretta-ah, e quindi perchè non vieni più, che ti è successo?"

"Non posso leggere adesso. Non è previsto nella Cura. Anzi, tutt'al più me l'hanno, vietat... ehi, ma per una volta, puoi non fumarmi in faccia, che diavolo?" gracchiai tossendo ad occhi chiusi.

"Scusami tanto- disse mentre tirava un'altra boccata di fumo- e di che si tratta? Voglio dire, che roba è questa Cura?". Intrecciai le mani sulla pancia:"Una faccenda piuttosto seria, non c'è che dire". Alzò le sopracciglia e piegò i lati della bocca verso il basso in una smorfia teatrale.

"Lo scopo è portare l'individuo alla realtà, dopo che la fantasia gli ha corrotto il cervello, così ha detto il medico". Conclusi e mi strofinai il naso. Holden Caulfield rimase a fissarmi accigliato mentre io aprivo e chiudevo i palmi delle mani come per ammirarli disinvolta.

"E cosa fanno?-esclamò- Te lo dico io cosa fanno! Ti agganciano delle corde alle caviglie e ti tengono attaccata al suolo come uno di quegli stupidi palloncini di elio e tu la smetti di volare e finisci per abbandonarti verso il suolo. Scommetto che non potrei nemmeno venire a farti visita" esclamò con un tono schifato.

"Infatti non potresti- dissi ed aggiunsi- vedi, tu, Holden, non esisti, sei soltanto un prodotto dell'immaginazione di uno scrittore morto e sepolto due anni fa. Io esisto, ma tu, senza offesa, no".

"E questo chi te l'ha messo in testa, vigliacca. Mi compiaccio per il fatto di non esistere. Mi compiaccio per l'essere diverso da te, femminuccia rompiscatole". Lo interruppi con aria meravigliata: "Dio, Gesù... quanto sei infantile, Holden. La fantasia non esiste e se pur in qualche modo compare, è giusto che si curi. Cosa credi di affermare con questo atteggiamento?". Lui si infilò il cappello da cacciatore e si girò la visiera dietro la nuca. Si era arrabbiato. Poi alzò la testa.

"Vergognati-disse-parli come tutti gli adulti più schifi di questo mondo. Parli come il vecchio Spencer".

"Vivaddio, woooh! L'hai detto, finalmente! Bravo, sto invecchiando. Ho già diciotto anni e assomiglio a tutti quelli che vai criticando dal 1951. Stupido idiota."

"Ho detto per il modo di parlare, non permetterti a cambiarmi le dannate parole". Si accese una sigaretta con il fiammifero e rimanemmo in silenzio mentre due gabbiani volavano vicini nel cielo.

Ad un tratto si alzò gettando a terra la sedia e mi guardò con disprezzo. "La verità è che non hai la forza di prendere per la corna questa tua grande fantasia perchè hai paura di rimanerci secca, di rimanere al buio. E allora chiami Convalescenze le grandi evasioni, chiami Cure le più grandi ritrattazioni verso te stessa. Il fatto è che non sai come uscire dalla mediocrità- disse guardandomi mentre avevo smesso di respirare e stringevo i pugni- non sai come fare a liberarti da questo stato dove sei a metà tra la mancanza di talento e la genialità. Sei al di sotto, cara, e questo ti da alla testa e ti fa piagnucolare. Allora preferiresti mandare all'aria il pensiero, l'analisi del sentimento e la scrittura pur di non confrontarti più con i tuoi limiti. Non è così?" mi chiese. Vedevo il suo sorriso invaso di luce e la sua testa spettinata che copriva il sole. Mi venne all'improvviso la voglia di colpirlo. Mi vidi mentre mi alzavo piano con il controllo di un vecchio e mentre lui rilassava le spalle io, bang, un grosso pugno nella pancia. Mi vedevo afferrarlo per il collo della camicia e lui con un rivolo di sangue al lato della bocca mi guardava con aria di sfida ed io, bang, un altro gigantesco pugno sul naso. Poi mentre me ne andavo ecco che lui mi assaliva alle spalle con una snocchettata sulla nuca. Io mi giravo lentamente e afferravo la pistola che tenevo nei jeans e la puntavo con le braccia tese sul suo cuore fantasma. Lui supplicava e implorava ed io:" Chiedi scusa, chiedi scusa!". Supplicava ed implorava, ma niente scuse. Allora lo sparavo.

"Che c'è?- fece Holden Caulfield mentre io lo immaginavo morto- Te ne vai già per pensieri e sentieri fantastici? La mia predichella ha colpito il segno, vedo" ripetè mentre se ne andava con la giacca sulle spalle ed io mi massaggiavo le caviglie dove, evidenti, spuntavano i segni delle corde il cui scopo era quello di riportarmi alla ragione, sulla terra degli stolti.

21/07/11

L'adolescente arrogante - Parte seconda

di Cristina Taliento


(Jean-Baptiste Greuze, Un écolier endormi sur son livre, 1755, oil on canvas, 65 X 64)



Talvolta la si vedeva piangere, seduta sull'erba bruciata delle campagne estive, incespicando le dita tra gli sterpi e la terra brulla. Poi con gli occhi appesi all'orizzonte contava le rondini in cielo e si pentiva malamente con i movimenti convulsi di un insetto preso, intrappolato e schiacciato tra i polpastrelli d'un bambino. Abbandonava il suo violento isolamento tutte quelle volte in cui si accorgeva di aver mozzicato ogni genere di colpa, quando il Dio che per lungo tempo aveva cercato si ricordava d'incendiare il cielo; e, quelle lacrime rabbiose, lente sulla guancia, illuminate e assolte dai raggi del tramonto, non venivano da lei scusate, quasi mai considerate come un fatto di redenzione; tutt'al più erano come schegge appuntite nelle quali lei cercava la causa del suo dolore immotivato, quasi infantile e sciocco, delle delusioni alle sue aspettative, di quel curioso odio verso un universo schivo percepito da lei come una placenta da squarciare con le unghie fino a far uscire la testa e respirare forte, respirare avidi e s'immaginava di gridare, in quel vuoto infinito, ingiurie ai viventi, agli idoli, alla filosofia bugiarda. Si alzava da terra bruscamente e prendeva la strada che portava a casa, imbrigliando lo sguardo tra i fili della luce, tra le antenne sui terrazzi. Mangiava senza parlare, senza rispondere alla madre che aveva smesso di chiedere e alla sera ritornava a trincerarsi dietro i suoi libri, afferrandoli con le mani impacciate e sporche di terra. Criticava gli autori più grandi: Proust, Dostoevskij, Flaubert, Pasternak. Sottolineava alcune frasi e sul margine le riscriveva come lei credeva che suonassero meglio e quelle correzioni in inchiostro nero parevano come merli morti su isole di ghiaccio. Ma quando andava a rileggere quello che aveva scritto, si accusava di mediocrità, di conformismo e giurava che mai ancora avrebbe osservato o riflettuto o, soprattutto, scritto. Più di altri, lei fuggiva la noia. Era il più alto tradimento che ci fosse nell'animo, la figlia bastarda del cuore umano; si annoiava quando le ombre altrui danzavano scomposte attorno ai fuochi di quel che chiamavano divertimento. Finiva moribonda su di un letto a studiare le trame minuscole della coperta oppure la ritrovavano giorni dopo con occhiaie profonde e foglie tra i capelli lunghi. Raccontava di essere stata nei boschi del Canada, tra i deserti del Sahara senza acqua e la voglia di riposare e, invero c'era stata, ma erano visioni della sua mente, strani flash di gloria. Si vedeva al patibolo con il cappio al collo, ancora viva, i vestiti antichi e il sorriso da criminale. "Toglietele la corda!- urlava d'un tratto lo sceriffo- Questa ragazza non merita l'impiccagione. Voglio vederla vivere fino al suo ultimo alito di vita, sissignore!". Poi scoppiava in una risata alcolizzata.