10/12/12

Necessità del maestro

di Cristina Taliento


(Max Ernst, Engel der Feuerstätte, 1937 ? )
  

Ho cercato a lungo un maestro; un Guglielmo da Baskerville in piedi vicino a qualche fermata dell’autobus, un Gandalf il Grigio del nuovo millennio seduto dietro un giornale; qualcuno che, in sostanza, fosse per me quello che Aristotele era stato per Alessandro Magno. Ho cercato nel mondo, nei libri e nella televisione il mio Virgilio contemporaneo e non l’ho trovato. In un periodo della storia italiana in cui l'istruzione è stata progressivamente depotenziata, dequalificata, privata in parte dei suoi compiti e delle sue virtù, io, tra risate carnevalesche e maschere di botox, ho cercato un maestro perchè non mi sembrava che ci fosse nient'altro di più necessario e importante. Ma non l'ho trovato. Mi sono incolpata di cecità e pregiudizi, quindi, per vedere meglio , ho allontanato il più possibile quelle reti di cui parlava Joyce, religione, lingua e nazionalità. Poi, mi sono messa all'ascolto. Sono salita sulla montagna più alta e ho sentito tutto il rumore del mondo, dopo sono scesa e all'orecchio mi è arrivato un brusio, ma della voce del mio mentore nemmeno una nota. Tutti laggiù a parlare. All'inizio ho pensato che dovesse avere qualcosa di rassicurante e di quasi poetico sentire quelle voci, le voci del mondo, dei miei simili, e ho pensato che, con quelle voci accanto, non fosse mai possibile sentirsi solo, ma poi mi sono detta: "Questo è solo un brusio che cresce, s'infittisce e non produce". Una conclusione arrogante, ho concluso, ma poi pensavo "o forse no". Anche per questo ho cercato un maestro: affinchè mi insegnasse a capire in che modo afferrare e con mano d'artiglio catturare, tra tutte le galassie di pensieri, quello giusto e, da qui, elaborarlo, perfezionarlo, potenziarlo fino a farlo volare da solo come un modellino d'aereoplano sulle teste stupite e sconvolte di una nuova umanità. Si... qualcosa di questo genere.
Sono andata a chiedere al poster di Dylan, non avendo altri nomi della lista che non fossero seguiti da epitaffi.
"Sii il mio maestro" ho detto.
"Non posso. Io sono solo un menestrello stonato che canta della vita" ha risposto.
"Ti prego, Bobby, mi puoi insegnare un sacco di cose"
"Non posso, mi dispiace. Sono un artista, non ho le risposte che cerchi"
"Va bene, non fa niente".
"Aspetta…Quanti anni hai?"
"Diciannove"
"Oh be', nessuno è perfetto. E perché vuoi un maestro?"
"Per parlare dei dubbi che ho, parlare del più o del meno e imparare le cose che credo di sapere e che, invece, non so"
"Uhm. Che genere di dubbi?"
"Su questa società, quello che c’è e quello che non c’è. Facebook, la Palestina, la democrazia…"
"Mi spiace"
"Già, grazie lo stesso, scusami se ti ho disturbato. Continuerò a cercare".

Se ci fosse stato un fiume e non l'asfalto, probabilmente avrei lanciato qualche sasso sconsolato prima di andarmene. E se ci fosse stato un maestro vicino a me e non un ragazzino con gli auricolari nelle orecchie forse avrei parlato così: "Maestro. Non mi riesco a togliere dalla testa quel brusio di voci, semiminime e biscrome". E il Maestro avrebbe detto: "Parla più chiaramente, allieva". "Si, Maestro. Quello che voglio dire è che ognuno ha le sue idee e questo è un bene, perchè l' uomo dopo anni di rivoluzioni, ha raggiunto la sua libertà di parola, la sua libertà di pensiero. Ma a me pare che tutta questa libertà di pensiero ci sia scoppiata in mano come una penna che sporca d'inchiostro il collo della camicia e le guance e i polpastrelli. Siamo diventati i carcerieri delle nostre idee e dei nostri discorsi, i carcerieri del nostro libero pensare. Sosteniamo i nostri pensieri solo perchè ci appartengono e li chiudiamo in singole, isolate, torri d'avorio tutte uguali chiamate "profili Facebook" "Twitter Twoosh"... Non so se sto dicendo bene" avrei detto a quel punto. "Finisci il discorso, i dubbi alla fine..." mi avrebbe risposto il Maestro con lo sguardo chino sulle mani intrecciate.
"Dicevo... Il continuo, sistematico, cieco contraddire è diventato libertà d'espressione, la presunzione nei discorsi, invece, un atto di coraggio. Infiniti decibel di rumore sociale. Tunz tunz. Non c'entra il rumore della città, dei clacson giù per le strade! Io non me la prendo con il frastuono delle fabbriche come facevano Dickens e Parini. Nemmeno con la musica da discoteca, Maestro. A me spaventa il rumore di questo sottofondo di pensieri spezzati, un mormorare di sillabe brulicanti e frettolose, di ingranaggi che fluttuano in gel privi di sostanza. Temo, più dell'inquinamento e delle neoplasie, più dello scioglimento dei ghiacciai e della crisi energetica, la meccanizzazione della mente umana, lo svilimento dell'ascolto e il voler ridurre il pensiero a un pasto fugace imbustato come un Happy Meal, o peggio, un pranzo di pastiglie pseudo-proteiche e sali minerali. Perchè è proprio questo l'equivalente di tre righe scritte su Facebook per un limite massimo di otto. Circa...non so. Ad ogni modo, condividere un link non è appoggiare un'opinione; premere il tasto "Like" non è esprimere reale apprezzamento; dichiarare apertamente a "duemila" amici quali siano le tue paure, i tuoi desideri, non è mandare al diavolo il subconscio e liberarsi di esso. La nostra psiche è solo apparentemente compatibile con queste nuove forme di comunicazione, con i social networks, perchè si tratta di inscatolare metri e metri di un tessuto complesso dentro pagine bianche e blu che, sebbene siano chiamate Home, mai e poi mai potranno essere la nostra casa in quanto, prima di tutto, incorporee. A lungo andare si creerà come una "lettura sfalsata dell'immagine", ovvero quello che ci offre la connessione e quello di cui abbiamo veramente bisogno. E quando il sistema va in tilt, nascono i problemi, le dipendenze, gli attacchi di panico, i costanti mal di testa. Si parla a gran voce di droghe pesanti, delle droghe leggere eccetera e mai nessuno che gridi in tv, in uno di quei seguitissimi programmi del pomeriggio, che noi, signori, signore e signorine, curiamo lo stress a botta di paracetamolo, che siamo tutti drogati e nevrotici come i nostri discorsi e i nostri tic, che non dormiamo più la notte e che chiediamo a Google: chi sono io. Risposta: Babbo Natale".

   Se questi pensieri li avesse letti un Maestro e non un lettore capitato quaggiù per via di Max Ernst, probabilmente mi sarei sentita dire: "Non posso credere che tu abbia chiuso questa riflessione con Babbo Natale. Hai annullato in due parole tutto il pathos, che, presumo, volevi ottenere". "Figo, eh?" avrei esclamato io. No... non è vero, non avrei detto nulla e non per paura o per umiltà, ma perchè mi sarei trovata stanca di sentire la mia voce. Anche adesso, mentre scrivo, non vorrei sentire la mia voce, nè le vostre voci, ma quella del Maestro.
Voglio che tacciano i risonanti tamburi e che il Maestro parli.

05/12/12

Quei ragazzi laggiù con il pastore tedesco

di Cristina Taliento


     (Friday nights, Deborah DeWit Marchant, 2006, pastel, Portland, Oregon)

Erano forti e calmi. Modelli d’integrità morale e coraggio. Erano: cuori di quercia e intelligenti muscoli di ghepardo, denti bianchi chiusi intorno a bastoncini di liquirizia, dita sottili appese a corde di chitarre, capelli morbidi sempre legati, tagliati corti o nascosti dentro sciarpe di lana. Vedevano loro stessi come gladiatori sprezzanti della morte e degli anni diciannove, come i centauri taciturni delle solitarie pianure del  sud; profili di ragazzi persi a guardare il mare. Erano per di più figli maggiori severi e primogenite arrabbiate, riflessive, prudenti. Vivevano in robuste fortezze costruite con la carte da gioco del pensiero e non avevano paura delle raffiche di vento o di vedere quelle carte volare via come uccelli. Pazienti, all’indomani della tempesta, camminavano con sguardi bassi nell’alba e ricostruivano, dalle macerie, i muri delle loro personalità senza chiedere aiuto a nessuno. Erano tra i migliori studenti del Paese, gli inconsapevoli pilastri di una società nuova, potenziali giornalisti e futuri medici, biologi, matematici, scrittori. Ridevano sinceri ai matrimoni, alle feste organizzate per gli amici e, sebbene preferissero i solenni boschi del silenzio e della solitudine, era proprio in quei momenti che svelano il proprio essere; dopo una risata, per esempio, mentre gli altri cambiavano argomento o si versavano altro vino nel bicchiere, loro continuavano a sorridere come di un sorriso nostalgico e piano si toccavano la fronte. Osservare questi dettagli poteva essere quasi come rompere la loro intimità, entrare pubblicamente nel loro privato. Poteva essere come vedere i nodosi rami della loro esteriore, salda, dignità farsi più lunghi e flessibili, allungarsi muti verso fantastiche mete a sonagli di cui mai nessuno degli uomini seduti al tavolo avrebbe sospettato. Spesso erano creduti come giovani dai polmoni di ferro, troppo assenti dal fumo della vita e dai suoi giochi, lontani da ogni sorta di romanticismo e, in definitiva, poco inclini a lasciarsi amare. La sicurezza nel loro incedere, infatti, sembrava eliminare quella vulnerabilità da cui alle volte si innestavano i rapporti, le relazioni. La riservatezza delle loro spalle suggeriva, poi, a quelli che li guardavano da lontano a guardarli solamente, appunto, reprimendo l’impulso di gridare il loro nome per fare così la strada insieme. Oppure era l’emozione suscitata dalla leggera allegria schiva dei loro occhi a provocare negli altri un maggiore desiderio di fuga. C’erano delle sensibilità, soprattutto, che tenevano nascoste alle indagini serali dei loro genitori o nelle confidenze per i fratelli. Nessuno le vedeva, queste sensibilità, anzi i più dubitavano dell’esistenza, però se ne avvertiva il peso quando venivano silenziosamente ferite. Una parola detta per sbaglio ed ecco che il loro cuore si contrae, i loro sguardi si abbassano e scivolano nell’acqua di uno stagno. Una frase! Una frase basta a calpestare la delicata neve bianca che in molti avevano scambiato per marmo. “Ho detto qualcosa di sbagliato?” capita che chiedano i più attenti notando l’impercettibile vibrare del labbro. Oh no, niente. Eppure qualcosa si ritrae, si accorcia; il mento si appoggia deluso su una spalla e gli occhi si arrossano. Le gambe fuggono lontane giù per la campagna accompagnate dalle zampe di un pastore tedesco. Le braccia lanciano arrabbiate una palla che, dopo un po', un muso canino restituisce con tacita discrezione.
  Erano dei ragazzi vincenti, come dicevano i presidi con orgoglio, ben educati, come ripetevano le loro zie versando il tè alle vicine, e feriti, come avrebbero detto loro se avessero avuto voglia di parlare. In segreto, offesi dal mondo. Non lo davano a vedere, dopotutto. Nessun desiderio di sparire, nessuna canzone disperata per consolarsi, pagine di diario annerite prossime a zero. Camminavano invece alti e sicuri e magari gli anziani si inchinavano alla loro preziosa gioventù, forse alcuni coetanei, al loro passaggio, si sentivano stringere il cuore al pensiero di quanto fosse difficile, in fondo, imitarli, così com'erano, così liberi. Ma loro non si accorgevano di nulla e ogni tanto si interrogavano sul perché di quella spropositata sensibilità da occultare. Incolpavano i ricordi di infanzia, il funerale dei loro nonni, il giardino, i cartoni animati tristi, le poesie nascoste dietro le odiate foto sul camino, le illusioni volontarie, le ragioni che avevano portato a quelle illusioni, le paure, le estati trascorse a guardare con finta disinvoltura il cielo distesi sul prato e gli inverni passati sul letto a fissare senza pudore un immobile soffitto bianco, quasi sempre troppo bianco. Eppure non piangevano mai, nè si lamentavano per i mal di testa; rifiutavano analgesici e antinfiammatori. Si giravano sul fianco e prendevano sonno. 

29/11/12

Il Felicitiere


di Cristina Taliento


...e sarà dedicato ai terrestri soltanto



      (Totten Bryce, Ninolou, Alexander Jansson, 2006)


Un giorno scriverò questa storia. E poi potrò prendere per sempre il mare oppure un super gelato con tre gusti più panna. Forse entrambe le cose se il capitano della nave che accetta nuovi marinai è anche il capitano della Grande Gelatiera Baltica. Ci sono buone possibilità che per quel giorno avrò superato i quarantacinque anni e i miei capelli si saranno abbastanza ingrigiti senza contare le rughe e una tosse cronica per via della pipa. Si, perché nel frattempo avrò iniziato a fumare, anzi a quarantacinque anni sarò già con un quindici anni di fumo alle spalle. Oppure con quindici anni di zucchero filato alle spalle. Non lo so, dipende. Però per quel giorno avrò scritto La Storia. Non una vera. Una finta. Questa qui di cui parlo, per l’esattezza. Titolo: Il Felicitiere.
Esistono diversi abbozzi di questa storia. Il primo risale a quando avevo nove anni. Si trattava di una serie di disegni che avevo fatto con i colori a cera. C’erano disegnate delle figure alte più o meno quanto la casa a lato e potevano essere la mia famiglia oppure un gruppo di quei saltimbanchi che mi piacevano tanto. Una volta venne per una  visita un signore inglese e guardando i disegni con gli occhiali sulla punta del naso ripeté più volte “remarkable” indicando con il mignolo un piccolo gnomo che spuntava nei disegni, ora al centro, ora affacciato ad una finestra senza prospettiva.
“What’s his name?” mi domandò come per rubarmi un segreto.
“Il Felicitiere” risposi ad alta voce per far capire che non c'era nessun segreto.
“Il Fieliccittiere? The happy man?” chiese mentre mi osservava da sopra gli occhiali a mezzaluna.
“I just… Well, I think The Happinessier would be more appropriate, sir”.
“Remarkable” disse lui per tutta risposta facendo oscillare l’indice per aria.
   
Quello che non chiese e che probabilmente non sarei riuscita a spiegare in inglese era il ruolo di questa figura, questa specie di folletto con la pelle verde e il cappello viola. Le settimane successive a quella visita, tuttavia, mi concentrai sulla risposta che in un ipotetico passato avrei potuto dare con molta sicurezza e che, in realtà, non avevo dato. Così presi un quaderno a quadretti e scrissi:
“What’s his name, little girl?”
“Il Felicitiere, sir”
“Oh, how wonderful! And may I ask you a question? Who is him? You can certainly explain it in italian”
“Thank you, sir. Il Felicitiere è… quello che mette allegria al quadro e si assicura che va tutto bene e asciuga le lacrime a chi è caduto dalla bicicletta oppure ai grandi quando i grandi stanno male perché magari hanno quei problemi che i bambini non possono capire”.
“Very interesting, indeed. You should write about him”
“Non so se mi piace scrivere veramente”
“Okay. Now…Do you smoke?”
“Not very often, sir. I lost my personal tobacco plant....Can I have a pipe, please?”
“Obviously. Here you are, little girl”.

Non fu una presenza costante questo Felicitiere. Niente di nemmeno lontanamente simile a un amico immaginario  o all’orso di peluche morto di infarto fulminante all’insaputa di tutti (tranne che della mia) il giorno del mio decimo compleanno. Il vecchio orso… credono che sia ancora vivo, lì, seduto rigido sulla spalliera del letto.
  Il Felicitiere entrò per un certo periodo nelle storie che inventavo per i miei cugini, ma nemmeno allora aveva quelle caratteristiche fisse che servivano per identificare un personaggio. Anche il nome: non c’era mai una volta che fosse lo stesso. Per di più erano nomi russi dato che non facevo che leggere libri di scrittori russi. E poi mutava forma, di continuo. A tratti era un fantasma, poi diventava un moschettiere del re, poi ancora un pirata se, per esempio, in quel periodo avevo L’Isola del Tesoro sul comodino. E, a seconda di come mi girava, poteva stare dalla parte dei buoni o da quella dei cattivi. Se metteva la felicità per altruismo o per fare un dispetto, non contava. Non doveva mica essere per forza un timorato di Dio. Più crescevo, più la sua pelle da verde diventava come la mia. Desiderio di conformarsi alla massa, io credo. Ma io lo lasciavo fare.

Al momento non esiste lo  “scheletro della storia” perché è tutto molto invertebrato, ovvero formato per gran parte di idee evanescenti e sentimenti di molluschi marini. Però a tratti ho come delle visioni del suo carattere, di questo personaggio, intendo. Per farvi un po’ capire il tipo, lui è quello che riproduce il rumore della pioggia con le dita sulla carta quando non piove da settimane, quello che balla il tip tap davanti alla televisione quando siete molto tristi o molto soli. Oppure immaginate di essere ad una cena importante di lavoro e state facendo una gran bella figura impressionando tutti con la vostra brillante conversazione quando all'improvviso vi va del cibo di traverso e gli occhi vi iniziano a lacrimare. Gli altri ancora non se ne sono accorti, ma il Felicitiere, seduto a uno dei tavoli a fianco, si alza e simula un abbraccio ridicolo prendendovi alle spalle, ma in realtà vi sta facendo la manovra di Heimlich che, a quel punto, riesce con successo. Tutti si girano, lui sorride, voi siete un po' confusi, ma anche all'incirca salvi. Un altro esempio potrebbe essere quello dell' etichetta. Già, l'etichetta dei vestiti. Capita di camminare da lottatori vincenti su ring-marciapiedi, del tutto ignari di avere l'etichetta della giacca ancora appesa al collo. Beh... lui, il Felicitiere, in quei momenti arriva con una forbice e con un veloce movimento del polso taglia il cartoncino. E il punto è che non vi accorgete di nulla. Così come quando una cosa sparisce, ma come mai...eppure era lì, coma ha fatto a nascondersi. Poi, riappare. Il Felicitiere, che non deve essere per forza un angelo custode o un fantasma, l'ha trovata e siccome non sopporta i ringraziamenti, ha preferito lasciarla sul tavolo, sul punto più visibile della casa. Lui è fatto così.

Io credo che il Felicitiere sia un personaggio di larghe vedute, se così si può definire, perché non è come quei personaggi impazienti che ti assillano una notte intera per avere una storia e quando gliela scrivi, anche abbastanza male, poi se ne vanno ignoranti e soddisfatti e non li vedi mai più, nemmeno nel cestino della carta straccia.
Il Felicitiere sa che forse adesso non ho l’esperienza giusta per parlare di uno come lui perché devo ancora dormire sul dorso di una balena, devo curare i canini dei lupi, devo prendermi un husky, coltivare ortaggi geneticamente modificati. Si chiama Propedeutica dell’Esperienza dello Scrittore Serio, abbreviato P.E.S.S., è un trattato, non è la panencefalite sclerosante subacuta. Molti pensano che sia una scusa inventata da certi scrittori per prendere fiato dalla scrittura e da loro stessi. Infatti, si sa benissimo che se c’è  l’immaginazione non serve altro, solo una penna,  ma questi scrittori che hanno inventato questo trattato si danno un cinque anni circa di vita vera: si tuffano dai ponti, se ne vanno in giro per il mondo, fanno figli, diventano medici. Ciascuno ha il suo programma personale di studi. Così poi ritornano a scrivere belli e vissuti con un sacco pieno di esperienza e scatole di sentimenti intercambiabili. Ma la verità è che hanno ingannato la loro indole e sono piuttosto contenti del fatto. E il Felicitiere questo trattato lo conosce benissimo. Vuole essere scritto da una quarantenne o da una sessantenne perché gli piacerebbe essere scritto talmente bene da essere riadattato per il teatro addirittura. Già se lo immagina: Atto I, Scena I.

Questa storia inizierà così:
un giorno scriverò questa storia e poi potrò prendere per sempre il mare oppure un super gelato con tre gusti più panna. Forse entrambe le cose se il capitano della nave che accetta nuovi marinai è anche il capitano della Grande Gelatiera Baltica…


23/11/12

Barbie è morta

Doppiaggi per intrattenere un pubblico di bambini in gamba


scritto da Cristina Taliento

     (Barbie, Andy Warhol, 1985, synthetic polymer paint and silkscreen ink on canvas)

VOCE FUORI CAMPO: Benvenuti bambini e bambine, sedetevi anche se siete già seduti e spegnete i cellulari anche se non li avete. State per assistere ad un breve spettacolo intitolato "Barbie è morta", per di più uno scambio di battute. I contenuti possono influenzare le vostre idee, pertanto fate attenzione e valutate bene, se è vero, come dicono, che siete svegli , ma sono certa che comunque capirete. Sipario! 

BARBIE: "Ken?"
KEN: "Barbie?"
BARBIE: "Ti ho tradito. Si chiama Ken"
KEN: "Oh, mi hai tradito con me. Che dolce..."
BARBIE: "No, con K-Ken... Shiro"
KEN: "Ken Shiro?! Ken detto Il Guerriero?"
BARBIE: "Ken Il Guerriero, si"
KEN: "Maddai! Vado a farmi un panino" (esce)
BARBIE: (a parte) "Mettici dentro sigarette, antidepressivi e una foglia d'insalata...come sempre"
KEN: (voce fuori campo) "Non capisco ancora come tu abbia fatto! Non ti credevo una ragazza facile, Barbie. Lo sai bene che quando la mia fiducia è tradita, è tradita per sempre"
BARBIE: "Lo so bene che non t'importa, invece. Smettila con questa farsa, ti prego. (a parte) Come se non lo sapessi che per tutti questi anni ti sei lavorato tutto lo scaffale delle bambole:  Barbie Magia delle Feste, Barbie Rockstar, Barbie Veterinaria, Barbie Questo, Barbie Quello".
KEN: (entra) "Però mi infastidisce che tu abbia scelto Ken Il Guerriero, tutto muscoli e niente cervello!"
BARBIE: "Tu invece sei sempre stato così profondo".
KEN: "Beh... si beh! Siamo insieme per questo, accidenti! Sono stato bravo a comprenderti in più situazioni altrimenti chissà quante volte avremmo rotto il nostro amore".
BARBIE: "Ken, santoiddio, come fai a dire certe cose, come fai a chiamarlo amore? Il nostro è un amore di plastica!" (parte la canzone "Un amore di plastica", Carmen Consoli)
KEN: "Che cavolo è 'sta roba?"
CARMEN CONSOLI: "...tu sei quello che non sa quando è il mio compleanno, quando vago nel..."
BARBIE: "Sarà la radio-sveglia, non so".
CARMEN CONSOLI: "...volevo essere più forte di ogni tua perplessità, ma io non posso accontentarmi se tutto quello che sai darmi è... un amooore di plaaastica"
KEN: "Benissimo. (Estrae la pistola e spara la radio) Ecco fatto. Stavi dicendo qualcosa?"
BARBIE: "Proprio questo! Che sei un essere plastificato e inopportuno. Io sono infelice!"
KEN: "Si, ma per quello hai sempre avuto l'alcol. Non ne vorrai fare un problema ora, immagino. Non dopo aver vuotato le riserve del mio whisky".
BARBIE: "Non posso continuare così. Voglio andarmene".
KEN: "Diventeremo gli zimbelli del quartiere. Pensa a cosa diranno i nostri amici". 
BARBIE: "Chi? Quei vermi schifosi che vengono alle nostre feste per commentare i riflessi della mia tintura?"
KEN: "Ma se usi la stessa gradazione di biondo dal 1961".
BARBIE: "Eppure chissà come i loro giudizi cambiano in continuazione! Magari a seconda delle convenienze!"
KEN: "Oh Barbie, Barbie, Barbie... Dolce, fragile, Barbie. Resta. Non vorrai partire con quel Ken Il Guerriero... non pretenderai che la sua figura si abbini ai sedili del tuo camper rosa".
BARBIE: "L'ho venduto. Anzi, ho venduto tutto, anche questa casa. A proposito, devi andartene entro la fine del mese".
KEN: "Stai scherzando?! Che senso ha? Sei una... una... arghhh! Stai, per caso, attraversando la crisi di mezz'età?"
BARBIE: "Dovrai trovarti una sistemazione. Ti ho lasciato la lista dei posti dove stare sul tavolino del telefono. Scegli tu, non mi interessa".
KEN: "E che cosa intenderesti fare dopo?"
BARBIE: "Ho comprato una parte della biblioteca di Oxford".
KEN:  "Una biblioteca. Tu? Barbie? Dimmi: a chi l'hai vista? A Krissy Gambelunghe? La vuoi copiare?"
BARBIE: "Non puoi capire. Fatti da parte. Sta per iniziare il mio soliloquio".
KEN: "Ma io non capisco come parli! Chi diavolo sei tu?!" (esce)

(Si abbassano le luci)


BARBIE: "Millenovecentosessanta. Millenovecentosettanta. Millenovecento ottanta. Novanta. Anni duemila.
Come sei in forma, Barbie! Sempre più bionda, Barbie! Che trucco magnifico, Barbie! Credono ancora che mi trucchi da sola... Ma quando è stata l'ultima volta che ho fatto qualcosa da sola? Ho parlato, forse. A meno che non ci fosse una di quelle voci registrate impiantate nella mia schiena. E allora si trattava di ripetere sempre la stessa frase ogni volta che a un bambino girava di premere il pulsante rosso. "Ti posso offrire del the con il mio fidanzato perfetto?". "Ti posso offrire del the con il mio fidanzato perfetto?". Ti posso offrire del the con il mio fidanzato bastardo, egoista e pallone gonfiato? Questa dannata parola: perfetto, perfezione. Esiste il troppo e il troppo poco,  ma non mi riguarda. Io: perfezione. Insomma, loro ti prendono, ti legano le mani e i polsi ad un cartone, chiudono questo cartone con plastica trasparente e ci mettono l'etichetta Barbie, ma lo sanno tutti che  sotto sotto ci volevano scrivere: perfezione. E lo sanno i bambini, le mamme, le nonne, i papà, gli amici degli amici. Lo sa il mondo. E diventi una specie di modello da prendere in considerazione quando si parla di canoni e misura, una specie di metro in plastica rosa. Che buffo. Tu sei il modello del canone occidentale. Una bella responsabilità, non c'è che dire. Vieni regalata alle feste di compleanno, per i natali e, in fondo, è un augurio: "ti auguro, cara bambina, di diventare così! Ma, mi raccomando, non lasciare la pasta nel piatto altrimenti mi arrabbio eh!".  E che importa se nel frattempo, dall'alto di uno scaffale, vedi generazioni di adolescenti che guardano prima te e poi lo specchio, prima lo specchio e poi te, specchio, te. E uno e due; e uno e due. Che importa se nel frattempo non riesco a togliermi questo stupido sorriso perfetto dalla faccia quando, invece, vorrei digrignare i denti e urlare a tutti che è uno stupido sbaglio, che io non sono la regola, ma che hanno voluto che lo diventassi? Ma il giorno è arrivato e io mi sono ribellata al successo, alla storia della mia vita. Sono stanca di entrare nelle ossessioni dei cervelli degli altri. Io domani metto tutto in valigia e parto. Dove non so. Però prima di farlo prendo un cartoncino bianco e, con il pennarello rosa, ci scrivo sopra: "Barbie è morta". E poi lo attacco al frigo con una calamita". (esce)

(Sipario)

Scritto e diretto da Cristina Taliento

Cast:

-Barbie nel ruolo di....................... Barbie
-Ken nel ruolo di..........................  Ken
-Risate registrate........................... bambini del pubblico
-Voce fuori campo........................ Cristina Taliento
-Personaggi nominati...................... Ken Il Guerriero
-Musica........................................ Carmen Consoli
-Luci e suono................................ bambino con l'apparecchio
-Addetto al sipario......................... bambina con le trecce
-Immagine di copertina...................Andy Warhol
-Per gentile concessione di...............©Mattel
-Dedicato a...................................Sarah fan di Tarantino Quentin

Si ringrazia per i fiori, gli applausi, i fischi, oh non preoccupatevi per il pomodoro, si smacchia.