14/12/11

Cielo color del vino

di Cristina Taliento


(Monaco in riva al mare, Caspar David Friedrich, 1808-1810, Berlino, Alte Nationalgalerie)


Pensò che probabilmente viveva dentro scatole di cartone, di metallo, di legno. E che si respirava meglio con una mano sul naso. Scatole oppure edifici: disse che non c'era differenza. Il banco su cui sedeva aveva la forma di una scatola su cui appoggiarsi e le pareti di gesso si sbriciolavano sotto i temporali di dicembre. I treni erano scatole lunghe, come quelle degli alberi di Natale e il cielo era un cassetto grande come Dio e l'Universo. Invece i letti e i tavoli erano piccoli e lui aveva capito fin da bambino che a starci sotto si doveva stare attenti a non urtarsi la testa. Disse che il segreto stava nel non pensarci troppo. "Adesso che me l'hai detto, ci penso invece". "No, non pensarci troppo".

09/12/11

Montaggio di un Personaggio

di Cristina Taliento



(Bindo Altoviti, Raffaello, 1515, oil on wood, 60 x 44 cm, National Gallery of Art, Washington)


La stanza dei Personaggi era grande quanto una scatola di bottoni ed era buia, più buia della notte. Quando andai a prendere il matto Genda, lo tirai per un braccio e mi diressi verso la scrivania per nominarlo cavaliere della prossima storia, ma mi accorsi che in mano avevo solo il suo braccio e che il resto si era staccato del tutto. Glielo riattaccai con dello scotch e un po' di colla. Feci un pasticciaccio, ad ogni modo. "Avanti, siedi" dissi come avrebbe detto mio nonno. Ma quello non si sedeva e mi disse che non voleva lavorare perchè aveva il morbillo. "Perchè?". "Perchè ho il morbillo". "E quali sono, secondo te, i sintomi del morbillo?". "Una tristezza metafisica". Il matto Genda non era uno di quei Personaggi da licenziare per niente, da strappare a pezzetti per un morbillo immaginario. Decisi, perciò, di sbuffare e basta. Lo rimisi nella stanza e stavo per rimmettere a posto il coperchio quando la luce della candela illuminò un angolo della scatola dove era rannicchiato un Personaggio che non avevo mai visto. Lo presi come se fosse stato un uccello moribondo e lo lasciai sulla scrivania. Appoggiai la candela sul piano e stetti a guardare quel Personaggio che chiudeva gli occhi e iniziava a lamentarsi come in un sogno. "Ehi?". Si lamentò. Pensai che fosse per la luce e così misi la candela a terra. "Fiuuuuu" fischiai. Si lamentò e smisi di fischiare. "Macchietta?" lo chiamai con il nome con cui di solito si chiamavano i Personaggi senza nome. Ma quello si lamentava ancora. Allora capii che quella doveva essera la sofferenza di chi vive pur non esistendo e mi ricordai che mai gli avevo dato un nome, un'età. Mi sentii in colpa e subito esclamai, non sapendo cosa esclamare: "Ionio!". Il Personaggio rallentò i suoi lamenti e mi guardò sofferente, con sospetto. "Ionio..."dissi con meno entusiamo. Il Personaggio fece una smorfia di dolore e parlò con una voce da bambino. Disse: "Il nome di un mare?".

"Se vuoi possiamo cambiarlo. Non ti piace?" ma poi mi ricordai che non era possibile cambiare un nome dopo averlo esclamato a quel modo perchè l'idea di quel nome era ormai parte della sua vita.

"Ionio" ripetè a bassa voce il Personaggio per ricordarselo.

Nascosi il sollievo nel vedere che gli piaceva aprendo il terzo cassetto a destra in cerca di un foglio e di una penna.

"Ionio, di', parla" dissi come avrebbe detto mio nonno.

Il Personaggio deglutì e alzò le spalle. Sembrava confuso. Così gli spiegai:

"Io di solito ascolto le storie dei Personaggi e le appunto sulla carta. Certe volte le modificò un po' soprattutto quando si tratta di cancellare episodi che quasi tutti gli scrittori chiamano binari morti. Ma io non sono uno scrittore, per intenderci. Nemmeno una scrittrice, non pensarlo proprio. Il mio ruolo sarebbe facilmente sostituibile da un registratore, ma ogni volta che posiziono uno di quegli aggeggi vicino ad un mio Personaggio, quando poi vado a riascoltare scopro che non ha registrato un bel niente. E questo è davvero scocciante per chi trova più semplice scrivere e non perdere tempo. Comunque se non vuoi che levi i binari morti della tua storia possiamo lasciarli, non fa alcuna differenza. Bene... come iniziamo?"

Il Personaggio riprese a lamentarsi. Non sapevo come calmarlo.

"Senti, senti, senti. Va bene, okay? Il tuo nome è Ionio e vivi in una casa in riva al mare, anzi no, sul fiume. Vivi in una casa vicino a un fiume dove sulle sponde crescono cespugli di rose rosse e tutt'intorno ci sono salici sotto ai quali ti piace piangere perchè.... perchè piangere è il tuo mestiere. La gente ti paga per vederti piangere."

Il Personaggio si mosse appena.

"La gente ti paga per vederti piangere perchè quando piangi sei bellissimo e vederti piangere è come vedere Madama Butterfly oppure stare per ore davanti a un Picasso. Senti, non sto dicendo che sei triste o Dio solo sa cosa, ma tu adesso hai una ragione per vivere e non dovresti lamentarti. Anzi, si, dovresti farlo perchè è il tuo lavoro adesso e se ti piace potrà esserlo per sempre...". Mi morsi il labbro poichè non si poteva cambiare nulla anche se il Personaggio non avesse gradito.

"Sono bellissimo quando piango" ripetè il Personaggio a bassa voce per vedere che effetto faceva.




(Continua...)


22/11/11

Mutismo sentimentale del dottor Schiele - Prima stesura

di Cristina Taliento



Molto tempo fa nei campi si vedeva la figura di un uomo che camminava con in mano delle bende. Quello era il dottor Schiele ed i contadini lo riconoscevano da lontano per il suo passo incerto e gli occhi bassi. Talvolta capitava che insieme con lui si fermassero a giudicare le nuvole con le mani sui fianchi e poi egli se ne andava, perdendosi nelle pianure dell'orizzonte. Qualche altra volta lo si vedeva incidere parole nella corteccia ed allora qualche vecchio si avvicinava spazientito e diceva, avanti dottore dica a me, dica a me quello che vi sta passando per la mente. Questo albero non la ascolterà, avanti, parlate. Così il dottore lasciava appesa la mano all'albero e si girava a guardare stupito la faccia del suo interlocutore. Poi iniziava così: era marzo, i tedeschi stavano attaccando, oppure erano i francesi? Oh... non ricordo. E quando andava avanti nel ricordo si iniziavano a sentire da lontano il rumore delle bombe e degli acquazzoni, qualcuno che gridava "dottore! dottore!" e voci di pianto lungo la riva. Lui era lì, giovane, al centro dei ricordi suoi, con in braccio un ragazzo ferito, la pioggia che cadeva su tutto quel sangue di capodoglio. Il mare, dicevano, si era riversato sulla terra e le strade erano piene di pesce morto, e pezzi di grandi vascelli. E fu allora, di sicuro allora; in quel punto di un'Africa annebbiata e strana, egli conobbe quel dolore spirituale che la letteratura aveva cercato di insegnargli per lungo tempo e fu tanto forte in una sola volta che qualcosa in lui cambiò per sempre. Non fu tanto smettere di provare sentimenti, nemmeno di pensare, più di tutto egli smise di parlare di quello che provava, persino di come poteva essere bella una giornata di sole. Ma, invero, pochi se ne accorsero e, dopotutto, si dice che la guerra tenga gli uomini lontani dai pensieri per altri uomini. L'uomo si spegneva da solo. Una volta una donna gli disse che non era normale il suo modo di fare, di non parlare affatto. Egli aveva sbattutto il pugno sulla scrivania ed aveva preso a tremare. Poi aveva detto intervallando le parole con bruschi e disordinati silenzi: "No, se normale è chi piange, io non sono normale; se normale è chi accetta di farsi amare, io non sono normale! Se normale è chi vuole un abbraccio, io non sono normale! Se normale è chi teme la morte, io non sono normale!". Si era fermato mentre il suo cuore batteva sul ritmo di tutte le mandrie selvagge del mondo.

10/11/11

Il riposo dei cavalieri stanchi

di Cristina Taliento



(Lezione di anatomia del dottor Tulp, Rembrandt, 1632, oil on canvas, 169 x 216 cm, Mauritshuis, L'Aia)



Il re venne sepolto sulla roccia più alta; le navi sarebbero passate silenziose nella nebbia ed i marinai avrebbero guardato muti quella bandiera agitarsi nel vento e all'improvviso si sarebbero accorti che il periodo migliore della loro vita era finito, il tempo glorioso del furor era terminato. I cavalieri stanchi lo pensavano mentre si coprivano il capo con gli ampi cappucci e trascinavano i loro ricordi verso la via del ritorno. Egli aveva detto: "E non vergognatevi mai se vi diranno che esagerate nello studio, che siete troppo competitivi e affamati di scienza perché verranno tempi in cui vi guarderete allo specchio e non vedrete che limiti e allora desidererete di aver letto il doppio di quanto non abbiate mai fatto, penserete con rimpianto al tempo passato accusandovi di aver oziato troppo, vi tormenterete all'idea di non aver preteso abbastanza. Ma se pure non riposerete scegliendo di interrogare la vostra ragione nel buio delle vostre stanze, rimarrete, ahimè, come bambini che rincorrono eternamente il loro cappello di paglia sulla riva del mare. Le primavere invecchieranno sui libri aperti e sulle vostre facce, vi batterà forte il cuore al pensiero di non ricordare nulla. Verranno dubbi lievi che vi faranno riflettere, ma che alla fine riuscirete a sciogliere conversando tra di voi, ricordando il nome di qualche illustre filosofo. Tuttavia ci saranno delle intuizioni oscure, dei malvagi sentori di debolezza per i quali ogni cosa imparata, in un solo attimo, può andare smarrita, ogni convinzione, distrutta. Qualcuno cercherà Dio, altri si chiuderanno nella cieca fiducia della scienza. Gli uni e gli altri avranno creduto. Eppure, cavalieri, non smettete di cercare, di andare per i boschi, di bere dalle sorgenti di acqua pura, di nuotare lì dove gli oceani finiscono ed iniziano gli amori, di guardare il lavoro del fabbro, quello del filatore. Perseverate nell'errore della vostra ricerca invece di sedervi afflitti sui sassi e non ponetevi nessun fine, nessun traguardo. Siate cercatori disillusi, siate bambini che mai afferreranno quel cappello, ma che pur ridono mentre corrono e mai si danno per vinti, mai credono di averlo preso".