12/05/09

Radici per colazione

di Cristina Taliento



Non ho nessun certificato nella tasca del giubbotto, ma credo di essere uscita da quella fase complicata dell'American Dream e anche se non posso dirlo con certezza, perchè sono la regina della volubilità, ho scoperto di aver "messo le radici" sulla mia terra. Anzi, sono stati gli ulivi della mia regione ad attorcigliare le loro radici nodose intorno ai miei piedi e ad impedirmi di scappare, anche solo con la fantasia. Un po' come un'illustrazione del Piccolo Principe, quando Antoine de Saint- Exupery disegna il pianeta B-612 completamente ricoperto dalle radici di 3 enormi baobab. Ecco, io sono il pianeta.

Prima di Natale andavo avidamente in cerca degli Accordi Internazionali tra Italia e Canada per procurarmi in fretta e furia i documenti che servivano per l'espatrio. Naturalmente avrei dovuto comunque aspettare altri 3 anni prima del diploma, ma l'immagine di me che vagava sperduta nei boschi canadesi, con il cappello da esploratore e la bussola smagnetizzata fra le dita, era più vivida che mai.
Non so se saranno stati i consecutivi viaggi, che mi hanno fatto scorrere l'Italia sotto il finestrino, a farmi cambiare idea. Forse è tutta colpa delle idee nazionalistiche che mi hanno corteggiato la ragione o di quella specie di gioia che saliva quando la collina diventava pianura e quando dall'autostrada in discesa si iniziavano a vedere i primi cartelli blu che sembrava dicessero "ti sei decisa a tornare, idiota". Si, probabilmente, tutte queste cose insieme.
Qualcuno ha detto che dopo Natale il mio cervello è cresciuto di qualche taglia e, cavolo grazie, deve essere per questo se ho messo a fuoco un po' di cose.
Ho capito che non ci sono posti più belli di altri, ci sono solo posti che rubano un pezzo di te; ho capito che chi dice di odiare la propria terra mente, non è quella ad essere sbagliata; ho sperimentato che camminare a piedi nudi sulla riva del mare, con i jeans rigirati sulle ginocchia, respirando con lo stesso ritmo dell'onda del mare che va avanti e si ritira, è una sensazione indelebile che non la cancelli neanche con un centinaio di salti nel vuoto. Ho imparato che i fiori di campo crescono anche nella cenere, che i gabbiani mangiano decine di pesci al giorno, che posso andare ovunque, girare il mondo spudoratamente, salire su tutte le metropolitane delle grandi città, scalare monti innevati, andare per mari a caccia di balene bianche, attraversare il Polo Nord... posso fare tutte queste cose, ma avrò sempre una zolla di terra, della mia terra, nella tasca del giubbotto.

08/05/09

Luci di periferia

di Cristina Taliento




Avevi capito che quella serie di "Che ne so?" non ti avrebbe fatto scagionare, così chiedesti una sigaretta e confessasti in fretta. Ti assunsero in carcere senza farti troppi complimenti, ma non smettevi di mostrare il tuo sorriso da cane: sapevi che era roba di un paio di mesi o poco più. Eri nato randagio, al limite della periferia, rubavi come le gazze e ti guardavi alle spalle con lo specchietto di quella tua bella; ci sapevi fare con i lucchetti e quando veniva la sera ti sedevi sui gradini, chiudevi gli occhi e soffiavi nell'armonica un motivetto che richiamava "Blowing in the wind".

Poi, quando il tuo piede si stancava di battere il tempo, ti avvicinavi alla strada e da lontano vedevi sfrecciare le prime auto sulle luci dei palazzi in costruzione e i tuoi occhi estasiati rimanevano fissi su quelle vita che non assomigliavano alla tua.

E adesso forse ti sarai fatto sposare da un pugno di banconote o da un cuore che già ha amato e che con te cerca solo un po' di calore; adesso il tuo sorriso è migliorato, ma quando sorridi i tuoi occhi sono spenti e sulla guancia si forma una ruga: segno che gli anni passano e che i tuoi sono solo falsi sorrisi di cortesia da porgere su piatti d'avorio ai signori che chiami amici.

Adesso ti vergogni a pensare al passato e chissà se avrai dimenticato le richieste d'aiuto che facevi ai più vicini quando c'erano troppe taglie sulla tua testa.

Ma sempre meglio di adesso che vai girando come un principe in carrozza, non sei nessuno e fai il di tutto pur di sembrare qualcosa. Adesso vai a cena con il figlio del commissario, lo stesso che guardavi dalle sbarre, firmi contratti con la tua penna d'oro e sei il maestro dell'ipocrisia. Pedalavi come un diavolo e adesso guardi con ribrezzo i sedili dei tram. Però, prima di andare a letto, quando dall'alto della tua finestra guardi il traffico salire sulla strada, ti saetta l'immagine di un ragazzino un po' lupo e un po' agnello e triste chiudi le tende, pensando che non era quello il sogno che timidamente ti narravi.

01/05/09

Racconto

di Cristina Taliento




Lo schermo del televisore è invaso da ignote celebrità che cantano nel nome del lavoro. Qualcuno si prenota il primo articolo della Costituzione per urlarlo e applauderlo, acutizzando ancor di più la voce sulle parole "democratica" e "lavoro". Io sento, non ascolto. In realtà sto ascoltando il rumore della mia fantasia che graffia sulla realtà. Poi sorrido, mi giro di scatto e mi rivolgo a mio fratello: "Ma te lo immagini l'uomo ragno, seduto con le braccia incrociate sul petto e lo sguardo fisso sul pavimento, con il costume e la maschera ancora addosso dalla sera prima, mentre aspetta il suo turno all'ufficio di collacamento?"
Mio fratello sgrana gli occhi e fa: "Che cos'è l'ufficio di collocamento?" Poi, nell'istante in cui apro la bocca per rispodergli, mi stoppa e dubbioso aggiunge: "E che cosa deve fare l'uomo ragno all'ufficio di collocamento?"

Aspettate un attimo, non crediate che Peter Parker si sia alzato una mattina e abbia pensato di lavorare, nè che, mentre cambiava le cartucce di ragnatele, si sia deciso di abbandonare la sua caccia al crimine. Non lo avrebbe potuto fare perchè: a) lui un lavoro ce l'aveva già ; b) non avrebbe mai pensato di abbandonarlo.
Le ragioni, che lo avevano fatto saltare da un palazzo all'altro con una fretta repentina tale da impedirgli anche di cambiare gli abiti di supereroe ricercato, erano più semplici di quanto si possa credere. Il nostro amico si era stancato di vendere le proprie foto al signor Jameson e siccome i superpoteri non alleviano, se non peggiorano, i morsi della fame si era risoluto di cercare lavoro, qualcosa di non troppo impegnativo, qualcosa che gli avrebbe permesso di saltare sui binari paralleli di quell'altra vita.


Ed eccolo lì, l'uomo ragno, con il broncio visibile dalla maschera, attento a non incrociare lo sguardo di nessuno, le braccia intrecciate, dicevo, e quattro fogli stroppicciati di curriculum sulle ginocchia. Quando una voce lo chiama per nome gira tempestivamente la testa, troppi nemici l'avevano preso alle spalle, ma questa volta si tratta di una donna dalla postura rassicurante, che non nasconderebbe mai un coltello dietro la schiena, ma negli occhi le sfolgora una luce... il riflesso di una lama affilata da più tempo: l'astuzia.
L'uomo ragno, un po' invecchiato e saggio, le porge la mano blu e, per imbarazzo non per arroganza, non pronuncia il noto nome. La donna prende a far domande, legge il curriculum avidamente, gira le pagine con dita affilate appesantite dall'oro di tre anelli , modella la sua bocca ad una smorfia concepita come un sorriso, guarda gli occhi dell'uomo ragno circondati dal rosso della maschera. Sovrappone i fogli sparsi, li impila in verticale e li ripone in un cassetto.
"Le faremo sapere, signor... si, le faremo sapere." Mostra i denti bianchi macchiati dal rossetto rosso sangue, non si alza dalla sua sedia.
L'uomo ragno borbotta qualcosa, esce dalla stanza a testa bassa e rimpiange che il suo costume non abbia tasche perchè ora non sa dove mettere le mani e quando passa dalla sala d'attesa tutti lo guardano in quella sua versione imbarazzata, con le braccia ciondoloni. Una volta fuori, libera dal suo polso una corda di ragnatele e la sua figura vola nera davanti all'arancia infuocata del tramonto.

24/04/09

Oggi non ho "colto l'attimo" e adesso vorrei strappare e fare a brandelli tutte quelle pagine di diario dove un po' per gioco e un po' per noia scrivevo mille e uno Carpe Diem. A quanto pare avevo quello che Francesco de Gregori in suo testo definì come "l'ultimo prezioso tentativo di stupire" e io l'ho calpestato, ho lasciato che scivolasse in una fessura stretta. Ma la cosa più divertente in tutto questo, lo sapete qual è? Che sono qui a scriverlo, con un mezzo sorriso di rassegnazione e giuro, mi faccio paura perchè sembrerebbe proprio che non me importi niente di quello che ho appena perso, quello che ho perso nello stesso istante in cui potevo averlo e non l'ho voluto. Non so se conoscete la sensazione, quella bella e vomitevole sensazione, che si prova quando con le braccia spiegate si gira veloce, più veloce ancora, e si vede la stanza che ruota, le pareti che si confondono con il pavimento, i colori che si amalgamano e tu pensi solo a girare e lotti contro l'istinto di gettarti fuori da quella giostra con il solo peso del tuo corpo e continui a girare, girare, girare. E io sto girando, non so da quanti mesi ormai o giorni o minuti o secondi. La voglia di implorare l'aiuto del pavimento per aggrapparti ad esso è forte; attrae la sua stabilità, la sua fermezza, ma volete davvero mettere un freddo e monotono pavimento contro il sapore dell'aria che ti sfiora quando vorticosamente giri su di essa?
Passerò i giorni a vedere gli altri scarabbocchiare con destrezza la firma sul contratto del loro Carpe Diem più conveniente, io rimarrò oltre il vetro appannato, ma non mi preoccuperò di pulirlo con la manica della felpa perchè anche per allora starò girando con le braccia all'infuori e gli occhi sfacciatamente chiusi.