25/02/20

The ball team - I raccattapalle

di Cristina Taliento

                                                        (Evening marsh landscape, Emile Nolde)



Dopo un periodo post-laurea di onnipotenza, credersi Dio, giovani dentro, giovani fiori, Ego pompato, muscoloso, spavalderia e saccenza, dopo un periodo pieno di tutte queste balle mescolate alla rinfusa a mo' di quei cocktail che mi sparavo la sera con i miei dannatissimi amici e conoscenti, ritornai a spalare limiti e paure in un vecchio ospedale di provincia.
Mi si chiedeva di dover fare la gavetta, giustamente.
Non fu facile accartocciarmi quello stupido illusorio e magnifico ego per farlo entrare all'interno di una nuova vita di stenti. Ma alla fine, vi dirò, fu un sollievo. Di farmi la splendida ne avevo abbastanza, d'altronde fin da piccola provavo entusiasmo per attitudini strane come il sacrificio degli eremiti e i pesanti silenzi dei monaci medioevali. 

Una cosa che mi rincuorava erano i raccattapalle, un gruppo di ragazzini, le schiappe della squadra, addestrati a raccogliere le palle che venivano calciate al di là della rete.
Dalla grande vetrata dell'Ospedale li guardavo, quei poveretti. E tutto sommato li ammiravo. 
Non è forse una grande dote correre da una parte all’altra con un bel mazzo di umiltà e coraggio indossando una maglietta con su scritto Il Team della Palla?

Beh fatto sta che alla fine chiamarono anche me. Chiamarono anche me per fare la raccattapalle.
"Che diavolo vi salta in mente, buon Dio?" dissi sconcertata sulla porta dell'ambulatorio.
"Fai la gavetta, spala" mi risposero.
Così presi l'ascensore con la zaino che mi pendeva sconsolato da una spalla come sconsolati erano i miei sogni di gloria. Tasto meno uno. Giù, agli inferi.

Imboccai uno di quei corridoi nelle retrovie dove esce sempre del fumo da qualche parte indefinita del soffitto e dove uomini vestiti di bianco spingono pesanti carrelli pieni di cibo d'ospedale.
Alla fine arrivai in quello strano posto. Un campo da calcio. Si fa per dire. Un quadrato di polvere e sabbia, due reti, una sola panchina.
Me ne stetti lì ferma vicino alla ringhiera strizzando i miei occhi miopi per mettere meglio a fuoco i giocatori e tutta quell'enorme messa in scena architettata a posta per farmela pagare, per farmi dannare.
Non ero arrabbiata. Come ho detto mi piaceva la vita dei monaci medioevali, zero gratificazioni, zero capricci, zero storie. Era solo che avevo un po' di nostalgia dei vecchi tempi, del vento sul mio sorriso quando ero io a guidare la barca. Avevo anche un cane all'epoca. Un alano che mi seguiva ovunque. Si chiamava Bob. Poi morì. Io mi laureai e la mia vita cambiò.
Così aspettai in silenzio. Dopodiché andai dal capitano.
Dissi: "Buongiorno, sono la nuova raccattapalle"
"Buongiorno, non ha la divisa, signorina".
"Nossignore, in effetti non ce l'ho"dissi guardandomi i jeans.
Mi toccò andare avanti e indietro per tre volte in un lontano posto chiamato Guardaroba. Dimagrivo a dismisura, per lo stress e sempre per lo stress poi aumentavo inevitabilmente di peso. Ma nel frattempo le sere mia mamma al telefono mi cantava che gli eroi erano tutti giovani e belli.
"Gli eroi son tutti i giovani e belli".

E passarono in fretta quei primi quattro mesi a rincorrere i palloni mandati fuori campo. A volte mi sembrava di non star imparando nulla, di star sprecando il mio tempo.
"Voglio battere un rigore" un giorno me ne uscì con questa frase mentre il capitano si allacciava le scarpe.
"E' un mestiere per uomini. Sei un uomo tu?"
"No, sono una tenera femminuccia, ma sto facendo la mia gavetta. Non la faccio bene se non mi fa battere quel rigore".
Giustamente, per colpa della mia arroganza dovetti lucidare innumerevoli scarpe. Non calciai nessun rigore, s'intende.
Eppure, certe volte, solitaria e ostinata, con le scarpe piene di fango e di melmoso liquido amniotico, lì ferma a bordo campo, magari dopo una partita dove avevo corso parecchio, dove mi facevano male milza e orgoglio insieme, beh, quelle volte mi dicevo che, in fondo, non volevo stare da nessuna altra parte, che quella era la mia strada e me la sarei fatta anche a piedi.

Poi un giorno un giocatore si ammalò. Io me ne stavo a spolverare i palloni con una pezza di cotone.
"Gioca tu" disse il capitano. Lo guardai, con la testa inclinata, gli occhi appesi alla bocca morta.
Non solo giocai, ma mi fu chiesto anche di tirare un calcio di rigore.
Come era nel mio stile, lo cannai. Figurarsi.
Tuttavia, quella sera me ne andai fischiettando come Huckleberry Finn nelle sue Avventure.

24/12/19

I tuoi polmoni d’acciaio

di Cristina Taliento

Guardare le persone in macchina
dallo specchietto retrovisore
quando sono sole e cantano
tra il buio della sera e il rosso del semaforo.

Ascoltarti mentre parli di tuo padre,
di quando ti chiamava per prendere il telecomando
anche se eri due stanze più lontano
e lui l’aveva sotto al naso.
Il sorriso che fai, la sigaretta che stringi
mentre ti sfiori la fronte e ti manca.

Decidere all’improvviso di tornare a casa
la vigilia di Natale
buttare un paio di scarpe nello zaino,
prendere al volo le chiavi della macchina,
parcheggiare vicino la stazione,
salire sul treno, evaporare nella notte.

Il tuo spirito guardiano che veglia lungo il corridoio,
la forza delle tue braccia a cui non è permesso
ammettere stanchezza e spavento
mentre nella foga di una manciata di secondi
durante un taglio cesareo
estrai il feto che decelera
e lo butti al riparo nella vita.

I miei, i tuoi polmoni d’acciaio che
pranzano con due crackers, sopravvivono ai guai,
si scambiano sguardi complici d’eroi,
non dicono niente, vincono,
sempre vincono, accidenti se vincono,
ma perché cazzo lottano, questo è un problema tutto loro.

Non lo so, forse è per tutte queste cose
che ancora
scrivo.
Ma se dovessi gettare le penne nel fosso,
una volta per tutte,
canterei a squarciagola anch’io.





21/10/19

Poesie di una lunga estate

di Cristina Taliento





Il mio sguardo
 illuminato dal tramonto,
occhi marroni che diventano verdi gialli.
Spighe di grano, fiori selvatici.
Ritornare, partire
alla fine è quello per cui viviamo.
Autostrada A1,
sempre dritto
al di là di ciò che rincorro,
altrove rispetto a dove sono.

E di casa mia
non ho come immagine la spiaggia,
ma
l’odore
di sterpi bruciati
nei campi
... e una chiesa contorta barocca
friabile
biancastra
carica di ninnoli e cianfrusaglie
come dietro il giornale
una vecchia signora di città.

17/10/19

Questo tempo che abbiamo

di Cristina Taliento


C’e un tempo per capire
nel silenzio di una fredda cucina,
barattoli di vetro pieni di cornflakes e chicchi di caffè,
broccoli lessi che ribollono da mo’.
Forse sono pronti, non lo so.

Un violinista suona Ennio Morricone nella camera di fronte.
Ci vuole un bel fegato per reggere la bella musica
senza fare storie, senza ricordare tutto,
senza frignare come le bambine.
Diceva il mio dentista ieri:
c’è un tempo per capire e uno per scegliere.
E continuava: come viene, conviene.
Con quattro ferri in bocca io, al più, lacrimavo.

Scegliere come fanti in battaglia,
prudenti chirurghi,
giocatori d’azzardo
come lucidi ubriaconi,
con il solenne puro coraggio
di una colomba bianca sull’altare.

E mi alzo in piedi
nel silenzio di una vuota cucina
-marmo nero lucido, lampade led-
non mi va di chiamare nessuno,
spengo il fornello e sorrido.
Ci sono delle cose che è meglio se le fai.
E non mi viene da dire nient’altro.
E la mia vena poetica- come si suol dire- si sta fottendo,
ma, d’altronde,
sto un po’ invecchiando anch’io.