09/10/19

Un donatore di midollo

di Cristina Taliento



(Falesia con spiaggia bianca, Felix Vallotton, 1914)

Ero a bordo di un treno che viaggiava nella notte stellata,  letti buttati sparsi nella carrozza, alcuni capovolti, altri sistemati con bianche lenzuola d’ospedale e flebo accanto ai finestrini.
Un ragazzino pallido seduto di spalle con in mano dei joystick si difende in un videogioco di guerra. 
“Trentatré!” esclamo prendendolo alla sprovvista. È così che mi chiama. Non si gira, concentrato a vincere, a non morire. 
E un vecchio gioca a scacchi anche lui con la Morte, con tutti i Santi e i Diavoli attorno, pronti a scommettere, a tifarli contro e io che nel frattempo- facendomi largo tra quelli spettatori-  gli misuro la saturazione, cambio la sacca di sangue, do uno sguardo triste alla partita, poi cambio carrozza, saltando nel vento della notte tra un vagone all’altro con scarpe consumate e un camice sporco sbrindellato.
“Trentatré!” esclamo al mio ritorno a quelle spalle piccole da ragnetto. Nessuna risposta. Sta perdendo. Una sola vita su dieci pallini.. Mi fermo a qualche metro dietro di lui e mi appoggio al muro a guardarlo con sguardo impotente. E non ho mai avuto tanta voglia di vincere come quella di farlo vincere, e non ho mai avuto tanta paura di perdere come quella di vederlo perdere. 

E poi ci siamo fermati in una stazione. Il vecchio ha interrotto la partita di scacchi per scendere a fumare. La Morte ha sbuffato. Io ho alzato le spalle fingendo dispiacere. Il vecchio ha riso sotto i baffi. Sono scesa anch’io.
“Mi restano le ultime dieci sigarette”
“Le ultime otto” dico chiedendone una. “I farmaci te ne restituiscono cinque ma te ne tolgono una. Fanno quattro”
“Tieni- dice dandomi una sigaretta e poi dice- quattro,  brutto numero”. 
“Almeno non è dispari” dico. 
Mentre siamo lì si avvicina un uomo con il volto coperto.
Il capotreno dice che viene in pace. 

“Vieni in pace?” dice il vecchio squadrandolo dall’alto in basso con la sigaretta tra i denti.
Lo guardo anch’io. 
“Devo salire su questo treno” dice senza fiato.
“Ti conviene fartela a piedi, amico” ride con voce rauca il vecchio guardandolo negli occhi, anche se i suoi occhi sono nascosti da qualche parte nel cappuccio, dentro il buio.
“Biglietto, prego” dico in tono professionale.
“Sono stato chiamato. Sono compatibile con qualcuno qui dentro”.

Così non dico niente, butto la sigaretta, salgo sul treno con le gambe che mi tremano, vado nella carrozza numero cinque, prendo per mano il ragazzino, quel giovane ragnetto, appoggio il joystick sul ripiano con movimenti controllati che nascondono l’emozione.
Andiamo insieme da quell’uomo sconosciuto con la Vita nella tasca del giubbotto.
Il mio ragnetto lo guarda con occhi giganti.
Lo sconosciuto ha una maschera nera, non si riesce a vederlo.
Ma io riesco a vederlo.
Dico “grazie” e piango un po’.
Il vecchio fa un cenno del capo all’uomo. E io mi asciugo le lacrime ridendo mentre lasciamo quel bambino a terra.

Io e il vecchio risaliamo a bordo. La Morte annoiata picchietta il dito sull’orologio da polso. I santi e i diavoli stravaccati sui divani si alzano e si rimettono intorno alla scacchiera.
“C’ha pure il rolex sta maledetta!” mi bisbiglia il vecchio.
“Arriviamo, arriviamo” dico per tranquillizzare gli animi.



3 commenti:

Tomaso ha detto...

Cara Cristina, un racconto da far venire la pelle d'oca, ma certo che se anche è mostruoso cosa spesso succede, bisogna essere ottimisti ugualmente, ci verrebbe che nella fantasia si parlasse anche del bene.
Ciao e buon pomeriggio con un forte abbraccio e un sorriso:-)
Tomaso 

Zio Scriba ha detto...

Johnny & Cri, due grandi dispensatori di umanità e di emozioni... :)
Grazie per questi toccanti minuti.

Il Ballo dei Flamenchi ha detto...

Grazie ragazzi 😃😃