di Cristina Taliento
Era da sempre difetto e vizio derivato dal suo essere miope, quello di fare un'analisi ravvicinata della realtà, appiccicando bollini qua e là di "teorema non risolto", "quasi risolto", "ultimo passaggio mancante" a una buona parte degli eventi che gli capitavano a tiro. "Puoi catalogare i tuoi dubbi, se ti fa felice, ma è sbagliato pensare che siano teoremi, che abbiano in sé una soluzione" dicevo facendo l'avvocato del diavolo. Tutt'al più pensavo che alcune cose si potessero rivelare solo con il tempo. "Si, ma, il pensatore anticipa". Di quanti anni anticipa? Provai a fare una stima. Di quaranta? Cinquanta anni? "Beh, e qual è il vantaggio di predire nel tuo tempo quello che sarà l'epoca di qualcun altro?". Nessun vantaggio, l'amore di dire le cose per come sono, per come saranno. "E credi davvero che il fatto di aver predetto grandi cambiamenti sociali, in qualche modo, servirà a cambiarli o genererà un qualche tipo di effetto?" chiedevo. Questo discorso andava a parare in un'unica direzione, o meglio, era nato con uno scopo per poi prendere molteplici traiettorie. E l'argomento iniziale era: l'intelligenza artificiale e come AI stava cambiando noi, da dentro, e la nostra realtà. "Noi da dentro e la nostra realtà sarebbe già così qualcosa per cui si potrebbe parlare per un tempo infinito e noioso". Si, ma è lo standard di riferimento. "Rispetto a cosa?". Rispetto al cambiamento derivato dalla diffusione dell'intelligenza artificiale. "E da dove deriva questo bisogno di mettersi al centro. Intendo dire: dobbiamo per forza considerare AI come qualcosa con cui competere, o come qualcosa che cambierà questo benedetto Io, quello che tu chiami il noi da dentro? Non possiamo semplicemente considerarlo come un tool che agevola funzioni per cui ha comprovata dimestichezza nel farlo?". La mia, volendo, era una visione abbastanza rassicurante, etero-centrica perché centrata su altro dal Sè. Non credevo, tutto sommato, con l'immaginario assenso di Socrate e dell'intera compagnia cantante, che dovesse arrivare AI per mettere in dubbio le nostre certezze di uomini, donne ed esseri mortali tutti. Grazie al cielo, di dubbi ne avevamo già le tasche piene. "Non puoi davvero credere che AI non ci cambierà. Sopravviveremo, ma diventeremo qualcun altro". I do not believe so. Ich glaube das nicht - rispondevo- siamo già qualcun altro.
Ma aldilà di quell'istinto a sdrammatizzare le grandi questioni e ad ingigantire le più piccole, credevo che AI non fosse altro che una questione di "body of knowledge"/corpus scientiae, unito a un calcolo di probabilità, nemmeno tanto complicato. Era la naturale evoluzione della fruibilità del sapere, che da elitario, diveniva sempre più accessibile. Un tempo era il diritto allo studio. Adesso, la modalità. Una nuova modalità che agevola, dicevo. Vedevo solo opportunità. "E allora che mi dici del concetto di finzione? Ti piace vivere in un mondo dove non sai distinguere il vero dal falso, la logica dalla follia?". Hai appena descritto il ventesimo secolo, ribattevo. E poi giù con un lunghissimo Ted Talk sull'accettare i compromessi, eccetera.
Quelle conversazioni non avevano una fine, e nemmeno una chiara presa di posizione. Su una cosa però concordavamo, che noi tutti stavamo assorbendo il cambiamento ad una curiosa velocità, ed entrambi, da buoni miopi, identificammo nella 'velocità' la parola da cerchiare con il nostro gessetto consumato. In generale, i sistemi si adattano al cambiamento in maniera più o meno veloce a seconda di quanto questo sia "conveniente"/"fit" per loro, ma ciò che è conveniente oggi, può non esserlo domani.
"Se scivoliamo verso qualcosa di più semplice, finiremo per far estinguere un qualcosa che non ci sarà più quando ne avremo bisogno". La spinta creativa? allora chiedevo, smettendo per un secondo di fare l'avvocato del diavolo. Ma poi riprendevo: la facilità con cui otteniamo risposte, non è un invito a fare più domande, ad apprendere di più e meglio? Non è parte anche questo del nostro esercizio alla creatività, all'invenzione?
Quindi, a voler scarabocchiare sulla nostra lavagna: eravamo veloci ad adattarci ad AI perché rappresentava un vantaggio evolutivo, ovvero spingeva verso il minore consumo di risorse. Conseguenze di questo: dubbie, alto rischio di perdita di funzione. Ma questa perdita poteva essere compensata con l'invito a fare domande, tante domande, milioni di domande. Forse avevamo sottovalutato la nostra necessità di un maestro. Qualcuno che ne sappia per davvero.
"Ma allora cosa cambia? I libri sono stati i nostri maestri per secoli". Non lo so, forse avevamo sottovalutato la nostra necessità di avere un sapere direzionato, qualcuno che in poche battiture ti faccia il riassunto di quello che è stato, che ti indichi la via. O forse semplicemente, della necessità di ritornare a fare domande. O della necessità primordiale di avere delle risposte, o ancora, dell'illusione di avere risposte giuste. "O quantomeno, diplomatiche".
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