31/12/16

31 dicembre



Un cd di Neil Young
mio padre che guida
un tramonto sul mare
silenzi leggeri,
vento dal finestrino
caramelle alla fragola:
arriva tutto,
anche la pace.

(C. Taliento)

29/12/16

Il cane lupo

di C. Taliento

E niente, sono uscita,
via per i campi,
in mezzo a questi campi
che danno un sacco di filo da torcere,
pieni di sterpi,
tra gli uccelli migratori,
le volpi, gli insetti,
tra i venti e le prime stelle che
il crepuscolo bacia e svela
timidamente.
E come sempre, mi sono scordata i maledetti guanti,
scordate le promesse,
scordati i sogni. Eh!
Che poi ho fatto fatica anche a ricordare la strada.
E potevo prendermi una bronchite,
O rischiare il morso di un ragno,
una taranta, chissà.

Un rumore- ho paura.
Un cane lupo.
Per un momento - piccolo piccolo momento-
i nostri occhi d'autunno si sono incrociati.
Immobile, sento il mio, il suo
cuore battere, Vivaldi, degli spari,
spari di cacciatori e musiche popolari.

Dice: "Laggiù c'è un temporale"
Dico: "laggiù..."
Dice: "Ragazza, ti sei persa"
Dico fiera: "No".
Mi fa un cenno del capo come saluto.
Rispondo.


24/12/16

Un buon Natale



Auguri a tutti i miei lettori che dal 2009 hanno voglia di leggere un po' di quello che scrivo. Siete la mia Grande Minoranza! Anche quest'anno ho scarabocchiato un disegno per augurarvi un buon Natale.
Con sincero affetto,
Cristina

23/12/16

Nessuno ascolta più la radio

divagazioni di Cristina Taliento


Nessuno ascolta più la radio, se non è per passare il tempo in macchina; tranne se non entri in uno di Quei Bar, uno di questi bar pieni di penombra, con al massimo una lama di luce che taglia di traverso il bancone. Uno di questi bar con quattro cinque vecchi seduti in silenzio a meditare per una soluzione, per nessuna apparente ragione, talvolta soltanto capire come guarire da qualcosa. Vecchi vestiti di bianco, di grigio chiaro, grigio scuro,  senza sigaro, con sigaro, talmente tanti anni d'età che pensi maccheccacchio, solo io bevo ancora latte qui! E, infatti, eccoli pronti a guardarti dietro pensierosi occhi di cavallo saggio, come per dire "beata ingenuità". Tant' è, comunque è da quando ho messo piede qui dentro che mi siete sembrati tutti per i giovani che eravate un tempo. Sarà per questo lampo di mia arroganza nel pensare di cogliere dentro una ruga un rimpianto e dentro un' iride l'oceano, sarà per la mia cauta sempre costante ribellione che mi guardate con fare ancora più sarcastico e dite: "ah 'sti giovani d'oggi, che cipiglio, che cipiglio, pensano di sapere tutto!".
E io vorrei rispondere in versi:

L'ho già detto, signore 
Non è difficile immaginare 
-capire-
Il suo volto ringiovanito,
PensarLa mio coetaneo
Col cuore di un ciclista
O, al più, vedere me vecchia e grigia.


Ordino il mio bicchierino di latte frizzante mentre loro fanno cadere la cenere dei mozziconi nei fondi fumosi di un whisky stantio, complicato.

Forse mi sbaglio.
Forse stanno pensando di dirmi: "ma che cosa ne sai, sei appena arrivata".
In difficoltà, mi guardo le scarpe. Passa in radio: Nino d'Angelo.

"È Nino d'Angelo" sorrido. Vorrei essere altrove.
Dice uno: "Chi diavolo è Nino d'Angelo".
Dico: "Ma come chi è? Se non lo sapete voi! Ve lo devo dire io chi è?".  Io che non ascolto pop music, poi.
Dice alzando le mani: "Signorina saputella mi dispiace non lo so".
Certe volte  è tutto ribaltato, certe volte c'è da alzare le spalle e rispondere:
"Nessuno ascolta più la radio".




14/12/16

Ritratto neurofisiologico di tre gangsters in azione

di Cristina Taliento

(non che ci metta la mano sul fuoco)


Ci sono questi tre gangster paranoici in bicicletta. Allora, Jack Pavimento è il primo. Fa: “Tu sei morto, Capodoglio, sei morto, ho detto”. Capodoglio è il secondo. “Accidenti, piantala di dire ho detto dopo la fine di ogni stramaledetta frase. Mannaggia!”. E il terzo è Carlo Julio Cesare, il quale dice: “No entiendo esta palabra, man-nag-gia.  Puedes traducir?”.
“Mal ne abbia” risponde calmo Jack Pavimento mentre solleva Capodoglio per il colletto della camicia.
“Mal ne abia? Es italiano?”
“Senti, bello…”.
 E avrebbe voluto dire: senti bello, smettila di crederti chissà chi per aver giocato due mesi in serie A, il tempo giusto per gonfiarti il petto come un tacchino e toccarti i capelli in campo per un milione di volte più altre minchiate del genere. La fortuna ti ha aiutato, ma poi sei stato scoperto per la schiappa che eri, che sei e che sarai sempre. Altrimenti, una volta fuori dal giro, non avresti preso trecento chili davanti al televisore, guardando e riguardando con occhi fieri e sognanti le partite in cui, poi, a dirla tutta, ti insegnavano invano a tenere palla come si deve.

Invece, la sua corteccia cerebrale ci ripensa. Si ricorda di quando anche lui era il Gallo di quell’enorme pollaio di Little Wing. Si ricorda, all’improvviso, di quanto fosse stata dura rinunciare a quegli agi offerti per un errore di valutazione ritrovandosi a covare uova e rancori come una chioccia alcolizzata. Ma lui, comunque, aveva smesso di bere e si era iscritto a uno di quei corsi serali per imparare l’alfabeto dei segni. Così aveva trovato un lavoro con i sordomuti, sposando Nora, vedente soltanto, e facendo con lei due bambini, vedenti, parlanti e, se non del tutto, per una buona parte del tempo, persino udenti.

“La differenza tra me e te, caro ragazzo- si limita a dire alla fine, anche se non c’entra niente- la sostanziale differenza tra te e me è che tu piangi quando le cose vanno male e io piango quando le cose vanno bene”. La solennità della frase giustifica il gesto di lasciar cadere Capodoglio per terra. Non è questione di pietà, certe volte, bensì di stile estemporaneo, improvvisato.

“Non sapevo piangessi, Jack” dice Tracy Goldmaster da dietro il balcone. C’è sempre una Tracy Goldmaster o Goldberg che versa alcol in questo genere di racconti. Figuarsi se non ce la mettevo in questo capoverso. Ciò che, però, la distingue dalle altre Tracy monocolor sono i capelli: mezzi biondi e mezzi castani. Grazie a questo vezzo la sua piatta e sterile personalità passa, invece, per una personalità eccentrica. Ma Capodoglio vedrà per sempre in lei anche altre doti più nobili e rare da sposare e servire per il resto della vita. In realtà, non è amore; è l’ossitocina.

“Perché a te, Tracy, tanto per sapere, piacciono gli uomini che piangono?” chiede con disinvoltura Capo massaggiandosi il collo sul punto in cui Jack Pavimento l’ha stretto. Con il massaggio, vengono stimolate le fibre di grosso calibro A beta che eccitano i piccoli neuroni della sostanza gelatinosa di Rolando, nella lamina II del midollo spinale. Questi neuroni liberano encefaline che vanno a inibire i neuroni interconnessi, bloccando la trasmissione delle vie dolorifiche.

“Mah, non saprei” biascica lei con la voce acuta, la chewing-gum in bocca e lo sguardo perennemente perso e annoiato. Così, vaghezza su dubbio, Tracy ha costruito intorno a sé l’immagine di una vera donna del mistero, ma la verità è che non sa mai niente, nemmeno di lei stessa, né della sintassi o del mondo. E se lo sa, non riesce tanto a parlarne. La sua aree cerebrali 44 e 45 di Brodmann che afferiscono al linguaggio sono un vero disastro.

“Los chicos no lloran. Hay una canciòn de los Clash...”
“Eh? Ma che sta dicendo?- chiede Jack andando verso il bancone- Gli uomini che…?”
“Non ho sentito” mormora Capodoglio alzando le spalle.
 “Boys don’t cry, es una canciòn de los Clash”
“Eh?”
“Non capisco”
“Senti, bello…”

E avrebbe voluto dire: senti bello, vivi in Italia da dieci anni, ma sei talmente pieno di te che pretendi che siano gli altri, gli altri che non hanno mai viaggiato, a decifrare la tua lingua che, poi, non è tanto diversa dalla nostra. Ma che ti costa imparare le parole più comuni e risparmiarci questo stancante gioco dell’ “io parlo e tu traduci”, questo snervante gioco dell’ “io sono forte e tu chi sei”, dell’ “io ho avuto la gloria e tu che hai”. La verità è che pratichi giochi che non sai giocare. Ti hanno messo in panchina e non fai che lucidarti le scarpe con i migliori lucida-scarpe e te ne vai in giro dicendo: “oh guardatemi, mi lucido ben ben le scarpe perché tra poco giocherò e li farò secchissimi”.
Intanto, la proprietaria del bar, vecchio medico in pensione –ottanta anni e seduta da venti nell’angolo a destra- chiama con la voce roca: “Jack, Jack! Da bravo, la rabbia è un sentimento che ottenebra l’anima. Ti leggo dagli occhi che ti stai facendo uno dei tuoi pensieracci. Non fare l’insicuro. Respira. Non vorrai esplodere ora come quella volta”.

“Quale volta?”
“Chiedilo a quei ragazzotti là fuori cosa dicono degli uomini che piangono”
“Nessuna volta, niente, dimentica”
“I ragazzotti non san mica un cazzo, il sistema limbico se ne sbatte delle leggi sulla virilità imposte da Leonida e da tutte quelle bistecche spartane”.
“Di quella volta in cui Jack ruppe tre setti nasali, sette costole, una clavicola, due metacarpi, una mandibola…”
“In medicina si dice coste”
“In questo bar diciamo costole”
“Due clavicole. Erano due clavicole”
“Non ci sto capendo niente. Tutti che parlano”
“Vecchia, piantala, ti prego. Capodoglio,  diglielo”
“Ha detto Pavimento di smetterla”
“Di’ a Pavimento, ah-ah-ah” dice la proprietaria del bar, seduta con le mani sul pomello del bastone.

Questa bizzarra confusione, chissà per quale circuito cerebrale, sta divertendo anche Tracy che, giusto per dire qualcosa, esclama: “Ragazzi, sono le sette e cinque!”
“Ehi ragazza, non puoi combattere il Tempo!” risponde Capodoglio con un occhiolino. Lei alza le spalle e poi cinguetta ridendo:
“Guai a te se mi tratti come a una delle tue femminucce, Capo”. La proprietaria del bar alza gli occhi al cielo.
“Non potrei. Sei uno squalo, bambina”.

Ma a quel punto, un gesto, un leggero gesto di mano tra i capelli, fa bloccare le lancette, il polline nell’aria, le gocce di brandy che colano dal bicchiere.

Jack Pavimento odia quando Carlo Julio Cesare si tocca i capelli.

“Ti avevo detto di non farlo” dice lentamente e vorrebbe mantenere il controllo, vorrebbe respirare con calma, con il ritmo di lenzuola che si muovono nel vento, ma la sua arteria temporale inizia a pulsare così insistentemente, il sistema simpatico lavora per il combattimento.
“Estàs hablando conmigo?”
“Si, contigo”.

Carlo Julio Cesare inarca il sopracciglio destro. Jack Pavimento sorride, ma è un sorriso strano, sinistro. Il muscolo zigomatico si contrae, sposta l’angolo della bocca in alto e in fuori e le guance si increspano, ma il muscolo orbicolare dell’occhio non viene contagiato da nessun sentimento. È un sorriso falso mosso soltanto dalla neocorteccia. Nessun coinvolgimento da parte dei gangli della base, del giro del cingolo o della corteccia limbica.

La padrona del bar raddrizza la testa per vedere meglio e mormora: “Oh Gesù, ci risiamo con il sorriso piramidale”.  Venne chiamato così dal neurologo Geschwind dell’università di Harvard per sottolineare la risposta volontaria esercitata dai fasci piramidali sui muscoli coinvolti.  

Poi, di colpo, cambio: assenza di espressione. E, ancora, cambio: rabbia. Segue: ripensamento, silenzio. Continua il silenzio. Un gatto entra nel bar e trova silenzio. Miao. Infine: rabbia.

“Senti bello, smettila. Mi stai facendo arrabbiare. Smettila di fissare quel cellulare, smettila di toccarti i capelli. Smettila, ho detto, smettila! Sei vanità e spazzatura. Smettila di metterti in posa e parlare con quel ghigno che si vuole credere affascinante. Tu mi hai rotto! Mi hai rotto, ho detto! Tu, ragazzo, devi vivere la vita come se non ti stesse guardando nessuno, come se non esistesse nessun ‘mi piace’ su cui cliccare sotto la tua faccia da schiaffi! Tu devi andare a confessarti! A confessarti, ho detto! Da un prete, esatto! Non sto parlando di peccati, per carità. Quelli li facciamo tutti. Si tratta, invece, di andare, sedersi nel buio, trovare dall’altra parte un orecchio che non sia uno stupido monitor, farsi il segno della croce e iniziare a cercare in quella tua coscienza avvolta da ragnatele una cosa profonda da dire, una cosa che non suoni come una stronzata preceduta da qualche cancelletto del cazzo”

“Jack, avanti, dai. Ti stai scaldando inutilmente. Lascia stare il ragazzo. Non ha fatto niente di male. Bevi un po’ d’acqua, forza- dice il medico in pensione indicando con la mano il bancone del bar- Tracy dai un po’ d’acqua a Pavimento. E fate uscire quel gatto, per favore. Questo non è un bar per gatti”.

“È  un idiota. Un vero idiota. Devo smetterla, si può smettere. Bisogna che qualcuno glielo dica. La vita non è questo campo da calcio che c’ha in testa. Questo mare di gente pronta a batterti le mani. Che poi, cheppalle, sarebbe, dico io, poter sapere sempre cosa ne pensino gli altri di ciò che ti riguarda! Che cosa ci vedi in un mondo di consensi! Prima lo capisce e meglio è. Lui crede che le persone si possano prendere e rinchiudere in queste celle sovietiche tutte uguali note anche come Profili Online e complimenti davvero a chi te l’ha fatto credere. E complimentoni –oni –oni a te che sei un gran pollo che ci sei cascato e che mentre eri in caduta libera, come un gran pollo, hai cantato: chicchirichì,  ho tutto sotto controllo”.

“Suvvia, Jack. Lo puoi capire da te che stai un po’ perdendo il filo del discorso. Abbassa un po’ la voce, dai. Ti guardano tutti”

“Nonna, che non  mi si dica quello che devo e non devo fare. Adesso sento che devo tirargli uno schiaffo”. Jack Pavimento  guarda il soffitto per calmarsi. Aspetta che quello schiaffo si verifichi come il destino, come le sette e cinque che diventano, di colpo, le sette e dieci, come le nuvole che diventano, da un momento all’altro, pioggia sui vetri del bar.

“Uno schiafo?- chiede Carlo Julio Cesare portandosi, di nuovo, i capelli indietro.

“Vedi! L’ha rifatto! Me lo fa apposta! Me lo fa apposta!”. Così, accade. In uno scoppio di sinapsi, accade. Jack Pavimento si fionda sicuro su Carlo Julio Cesare. Il programma motorio prevede che il braccio destro venga ampiamente, teatralmente, esteso con lo scopo di intimorire l’avversario e, soprattutto, aumentare l’intensità del tiro. Il cervelletto e i nuclei della base correggono, controllano l’azione affinché l’annunciato schiaffo si realizzi. Nello stesso istante, grazie al riflesso vestiboloculare, per mantenere la fissità dello sguardo, i bulbi oculari di Carlo Julio Cesare si girano nella direzione opposta a quella della testa che, saggiamente, si piega per schivare il colpo. Ma non c’è inclinazione che tenga per sfuggire ai circuiti riverberanti di Jack Pavimento, medaglia d’oro 1988 alle olimpiadi del Salone del Boxe di Via Kennedy, numero 8, scala A.
Intanto, cocktail di ormoni vengono sparati in circolo come polvere rosa in litri di  vino rosso.

Loro due sono lo spettacolo. Le menti di tutti sono catturate per intero dai loro movimenti. Il resto svanisce, non viene colto dalla loro attenzione, semplicemente sfuma: c’è, eppure potrebbe anche smettere di esserci. Quindi, nessuno si accorge del coltello che, sfuggito dalla mano di una ancora più distratta Tracy Goldmaster, cade a picco dal balcone, infilzandosi tra il collo e il tronco di quel povero gatto che era entrato nel bar quando c’era silenzio.

06/12/16

Panorama Afrika


Seduti sulla cima del mondo,
 mentre tutto è più grande di noi e
l'unica cosa
-l'unica cosa davvero-
più grande che abbiamo
è il nostro Niente.

E io non so cosa dire,
a parte dire che posso
-m'incanta-
ascoltare.

(C.Taliento)



29/11/16

Il sentimento del Tempo - Ritratti

di Cristina Taliento


Immagine correlata
(Edward Hopper, East Wind Over Weehawken, 1934)


Non posso fare Narrativa in due righi e non posso pensare di cavarmela con un sorriso. Però, volevo solo raccontare -un momento- di come Carlo quella mattina sentì il Tempo. Era una mattina d'inverno, fredda, forse non c'erano nemmeno tre gradi. Di foglie sugli alberi neanche l'ombra. Era una mattina di lavoro, magari era pure lunedì e tutte le conseguenze, gli stati d'animo del caso. Tipo: la tensione del ritmo ticchettante dell'orologio si abbatteva sui legamenti, i tendini del suo corpo, mentre il ribollire del caffè sul fuoco gli premeva sul collo come se quel rumore non fosse un rumore, ma due dita, due dita di mano di quercia, nodosa.  
Aprì la porta di casa, solo questo. 
Tutto il mondo s'affaccendava nei propri fatti più quotidiani. Il fumo nelle strade faceva assomigliare quel piccolo borgo di provincia a un quartiere industriale post Rivoluzione. Gazze nere percorrevano metodiche, avanti e indietro, le lunghezze dei fili elettrici. Carlo, dapprima, percepì l'Abitudine. La vide sulla sua giacca a doppio petto, nei mattoni rossi del palazzo di fronte e poi la vide lì, nel suo riflesso nella vetrina del parrucchiere. C'erano diverse frasi da dirsi, pensare,  quando le cose prendevano quel verso. Egli usava spesso dire: "E' così". 

Disse, invece: "Auuuuuuuuuuuu". Quanto fiato e quanta vita. Malgrado il diabete, il divorzio, la cardioaspirina, la terza età. Malgrado le canzoni che cantava suo padre, malgrado il fondo pensionistico, gli anni 70, il telo che si stendeva sui sedili della macchina al ritorno dal mare. Quegli anni 70- oh ragazzi- cosa avevano significato per lui. Cosa poco restava ora.
In molti sentirono il suo ululato. 
A tre km di distanza svegliò anche me. Pensai nel dormiveglia: "Endecasillabo sciolto". 
Poi, un cane abbaiò forte. Io lo sentii e mi dimenticai del lupo; tornai a dormire. Lo sentì anche lui e, con spavento, pensò di aver osato troppo. Quindi, cercò le chiavi della macchina e sgommò via in tutta fretta.
Sicuramente, si creò nell'atmosfera una sensazione di silenzio.

24/11/16

Uno stagno ai limiti del Tempo e dello Spazio

divagazioni di Cristina Taliento

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(Illustration by Alexander Jansson)

Chissà se esiste davvero uno stagno ai limiti del Tempo e dello Spazio. Ai limiti, vuol dire semplicemente che la sua posizione non sarebbe influenzata da nessuno dei due. O meglio, un po' lo sarebbe, ma al limite, così e così.
Uno stagno, per esempio, mica tanto grande. Affiancato da un vecchio olmo. Anche se, al momento, un olmo non riesco a immaginarmelo. Beh... uno stagno, un olmo, la nebbia. Proprio questa nebbia qui che c'è a novembre che dopotutto è bella e semplice, senza troppi fronzoli.  Poi ci sarebbero, se vogliamo davvero rimanere al limite del Tempo e dello Spazio, tanto dentro quanto fuori, delle bancarelle. Per l'esattezza, due. La prima sarebbe una bancarella di grammofoni, se non ricordo male il termine. I venditori sarebbero due anziani gemelli con una barba lunga e la giacca a scacchi verdi e bianchi. Un gemello starebbe in piedi a rigirarsi le mani nelle tasche esclamando: "che freddo, che freddo". L'altro gemello, più riflessivo, pulirebbe tutto il tempo i grammofoni con un panno celeste, un panno morbido, morbidissimo. La musica si inoltrerebbe sullo stagno, attraverso la nebbia, tra i rami dell'olmo, nel condotto uditivo esterno, facendo vibrare la mia membrana timpanica e quella di tutti i presenti e i non presenti.
La seconda bancarella sarebbe invece una bancarella di biscotti di proprietà di un bambino sovrappeso che, in realtà, nel momento in cui fa per consegnarti il biscotto, ritira la mano e dice: "Non vorresti meglio un quadro?"
"No, bambino, vorrei un biscotto"
"Sei sicura?"
"Si, però non voglio un biscotto fatto di materia, bensì l'essenza pura del biscotto, ossia la felicità che mi procura il fatto di pensare ad esso"
"L'essenza pura di biscotto è un dipinto che non abbiamo" direbbe il bambino.
"Va bene. Compro il quadro blu allora"
"Quello blu è stato già prenotato" 
"Oh" mi dispiacerebbe.
"Ci sono tante persone che amano il blu e appendono il Blu a un muro" mi informerebbe il bambino dall'alto della sua esperienza nella vendita di quadri e biscotti.
"Che strano, in effetti, appendere il sommo Blu a un muro... è molto strano, è un controsenso" penserei.

E il Tempo passerebbe così, a discutere con un bambino guardando intensamente le radici di un olmo. Quanto allo Spazio, non saprei. La mia immaginazione non riesce dettagliatamente a definire uno Spazio al limite, un posto che c'è e invece no.
 Forse, ci riuscerei soltanto pensando a uno Spazio in cui incontrerei le persone che fino ad ora sono entrate e poi uscite nella mia Storia, persone che tra di loro non si conoscono e, magari lì,  nel maestoso Limite, sarebbero quasi amici.
E certe volte m'immagino di trovarci tutti insieme a tirare i sassi nello stagno. Loro mi insegnerebbero a farli rimbalzare sull'acqua dato che io non ne sarei capace. Un circolo di amici e parenti, stretti, lontani, dove io non sarei nient'altro che l'ultima ruota del carro, la ragazza da non lasciar parlare troppo, le cui minchiate zittire con un silenzio. Per cui, io non dovrei fare altro che guardarvi facendo finta che m'importi davvero qualcosa del sasso. Perché, nel Limite, le cose che ci importano, in realtà, non contano poi così tanto. Magari conta il Momento, solo quello, chissà. Proverei a tirare. Il sasso affonderebbe senza rimbalzare.
Il bambino, comunque, alle mie spalle direbbe: "Per quanto mi riguarda e per ciò che la nebbia mi consente di vedere, quel sasso potrebbe star rimbalzando in direzione di molteplici galassie".

Il gemmello Grammofono direbbe: "Bambino, parla come mangi". 
Ma io, ripeterei annuendo: "In direzione di molteplici galassie".

20/11/16

Il campetto da calcio

divagazioni di Cristina Taliento


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(illustration by Gregory Muenzen)

Mio fratello gioca a calcio con un gruppo di ragazzi neri che avranno vent'anni. Lui è il più piccolo e l'unico bianco. Se la cava abbastanza bene, anche se, come gli dico spesso tanto per ridere, è un pappamolle che gioca senza altruismo e senza fantasia. Lui è quello che porta la palla, quello con le scarpe.
"Non ti puoi mettere le scarpe se gli altri non ce le hanno" gli ho detto.
"Comunista"
"Rischi di fare del male agli altri, di conficcare il tacchetto nel metatarso di qualcuno"
"Vuoi venire a tifare?".

Dovevo studiare.
"Devo studiare".

Ha inforcato la bici e se n'è andato, con i pantaloncini azzurri e la maglietta a righe. Così ho guardato il libro e ho guardato il cielo; ho appoggiato la matita, mi sono alzata e ho iniziato a camminare verso il campo da calcio perché avevo bisogno di vedere qualcuno che facesse un benedetto lavoro di squadra, presa com'ero e come mi avevano insegnato a correre sempre e soltanto da sola.
Il campetto era un quadrato di erbetta sintetica sotto il sole con due porte di reti ai lati. Avevano già iniziato a giocare.
 Mi sono avvicinata alla rete per guardare. Mio fratello si era tolto le scarpe. Gli ho fatto un cenno col capo.
Lì vicino alla rete c'era anche un cane che viveva in una cuccia di legno dove era appeso un cartello che vietava ai vicini di portare lì i loro avanzi. Avevano scritto: "Si prega di non dare cibo in eccesso al cane. Gli animali vanno nutriti il giusto". Ho concordato risentita.

Quei ragazzi facevano la loro partita di pallone in un campetto lontano da casa e io mi immaginavo le loro storie, distorcendole, caricandole di dramma ed eroico coraggio, non sapendo nulla, divagando alla grande sullo stato dei loro sentimenti. Scientificamente, invece, vedevo con maggiore realismo gastrocnemi contratti, adrenalina, iperattività ghiandolare, sudore, ventilazione nella polvere, urti sulla cartilagine, battiti, sentivo i loro cuori tachicardici urlare. No, in realtà, non potevo. Era di nuovo soltanto immaginazione. Magari erano bradicardici e io da laggiù non potevo saperlo. Com'era strano talvolta sforzarsi di considerare soltanto le evidenze, escludendo il resto, compresa l'esperienza, la supposizione. Dei ragazzi che tirano i calci a una palla sono quello e basta, nel momento in cui lo fanno, sono quello e basta. Il presente è potenzialità. Tutto quello che siamo non è ciò che abbiamo vissuto, nè l'idea di quello che verosimilmente potrebbe essere, accadere. La cosa che sei ce l'hai addosso, dentro, nei tuoi muscoli, nel polmone. A partire da questo, potenzialmente, possono eviscerarsi molteplici realtà, azioni, scelte, goal, cadute, triplette, fuori gioco, gioco sporco, gioco pulito. L'esame obiettivo ci dice: a partire da ora. Non importa cosa tu abbia fatto nel primo tempo. Osservazione presente, flash e tutto il resto è futuro.

"Senti, ti va di stare in porta con l'altra squadra?" mi ha detto mio fratello al di là della rete mentre la mia vista era appannata da queste divagazioni, pensieri buffi, senza molto senso.
"Non so" ho tentennato mentre ritornavo alla realtà.
"Dai, tanto la palla non ci arriva nemmeno in quella metà di campo".
"Okay va bene".

Ero una schiappa. Una vera schiappa anche a parare. 





18/11/16

Il viandante nel mare di nebbia - Racconti scritti in novembre


 di Cristina Taliento

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(Viandante sul mare di nebbia, Caspar David Friedrich, olio su tela,1818, Hamburger Kunsthalle, Amburgo)


Una volta- in un inverno enigmatico, nebbioso, purulento- c'ero io, uno che si faceva chiamare Lenny Cohen e il viandante nel mare di nebbia. Eravamo un trio pazzesco. Lenny Cohen probabilmente era per davvero Leonard Cohen o qualcuno di quel calibro lì e il Viandante non ci dava che le spalle, confidenza zero. Io e Lenny gli dicevamo: "Senti, parla ogni tanto". Ma quello non poteva, non voleva. Era, tutto sommato, il personaggio di un quadro dipinto nell' 800 da un tipo tedesco, Caspar David Friedrich. Un tipo veramente tedesco. 
Dovevamo portare a termine un compito assegnatoci dall'Accademia della Crusca, ovvero diffondere l'uso del qual è con l'apostrofo. A quel tempo non c'era Internet, non c'era niente e gli inverni erano lunghi e freddi. Studiavo in una facoltà detta La Facoltà Estrema. Non sapevo spesso che fare, che dire. Finivo il più delle volte a leggere il giornale in un club per anziani ipovedenti (in prevalenza affetti da maculopatia senile) dove c'erano tre camini accesi, musica folk e caffè a volontà. L'età media era ottanta anni. Fu lì che conobbi Lenny. Era chiaramente pallido.
Dissi, per prima cosa: "Come vanno le analisi?"
Lui non si aspettava per niente questa domanda. Pensava che io non l'avessi assillato con quelle storie.
"Oh ragazza, mi sono rotto completamente le balle di tutta questa situazione, sai?" disse accendendosi un sigaro.
"Non dovresti fumare" gli dissi seria. 
Aveva un plaid a scacchi rossi e neri che mi ricordava il Natale. 
"Che c'è di nuovo sul giornale?" mi chiese cambiando discorso.
"L'Accademia della Crusca sta cercando personale per diffondere l'uso del qual è con l'apostrofo".
"Sia ringraziato il Cielo"
"Pensavo di propormi. Vuoi venire anche tu?"
"D'accordo" disse togliendo via il plaid dalle ginocchia ossute.

Così andammo a fare la fila dinanzi all'ufficio Mestieri e Quant'altro dell' Accademia. Lenny fumava il sigaro, io mangiavo caramelle gommose alla fragola mentre pensavo alle più belle frasi da dire per convincere la commissione a ottenere il ruolo. Ad ogni modo, andò tutto alla svelta.
Mi chiesero: "Credi che l'uso del qual è con l'apostrofo possa disturbare la classe media piccolo borghese italiana in un contesto socio-culturale in continuo cambiamento?".
Non capii la domanda, tuttavia risposi: "Onestamente, io non penso". Quel deciso uso del pronome personale "io" mi diede un tono e una credibilità che colpì in senso positivo l'esaminatore. O, almeno, m'illusi che fosse così.

Invece, al mio vecchio amico venne chiesto: "Come argomenterebbe in difesa del qual è con l'apostrofo davanti a una platea di grammatici conservatori poco inclini alle modifiche linguistiche?".
Lenny, a colpi di bronchite cronica, rispose: "Beh, che dire... direi, signori miei, scrivete qual è come cazzo vi pare e andatevene tutti affanculo". 
Mi venne un colpo. 
Comunque, lui arrivò primo in graduatoria. Io venni presa con i ripescaggi di gente che aveva trovato un lavoro migliore rifiutando il posto. 

Così mi andai a sedere sui gradini di un solenne edificio grigio avvolto nella nebbia, rattristata dal fatto che Lenny con la sua risposta si fosse piazzato in graduatoria al primo posto e io, invece, per come stavano le cose, dovevo ringraziare i rinunciatari. 
"Dai non fare la parte della prima della classe che prende otto invece che dieci" disse Lenny che con molta fatica era riuscito a raggiungermi e a sedersi vicino a me.
"Non è questo il punto" mi lamentavo io in uno stato di assoluto melodramma nascondendomi dietro il bavero della giacca.
"Finiscila, smettila. Si sa che queste cose vanno anche a fortuna".
"Tu hai detto anche una parolaccia, non è giusto" continuavo.
"Sei stata presa, basta. Non capisco davvero quale sia il problema" .
E fu lì che,  tra tutta quella nebbia, arrivò il Viandante.
Ci dava le spalle, non parlava. Ci sembrò fin da subito un caso disperato e, tacitamente, accettammo quella presenza sentendola abbastanza vicina ai nostri stati d'animo, sebbene fossimo contrari al Romanticismo europeo e a tutte quelle diavolerie filosofiche sulla sensucht , l'Amore, la Passione et compagnia bella. 
"Sei stato assunto anche tu?"
"..." sospirò.
"Non ho capito, scusa. Puoi ripetere?" chiesi. Magari ero io sorda.
Nessuna risposta.
"Vieni anche tu a diffondere l'uso del qual è con l'apostrofo?". Niente. 
Lenny si mise in piedi. Disse sbuffando: "Roba da matti".
Io non conoscevo il tedesco. Avrei voluto dire "benvenuto" o qualcosa del genere. Così dissi: "Hello". Che, a parte tutto, mi sembrava la cosa più universale che potessi dire.
Lenny alzò gli occhi al cielo e mi fece segno di andare. Mi alzai e andammo. Il Viandante ci seguì.

Avevo una curiosità e quindi domandai: "Viandante, come fai d'estate quando non c'è la nebbia?".
C'era una nebbia pazzesca. La realtà combaciava con la mia percezione miope di essa. I lampioni riscaldavano d'arancio pochi metri d'aria intorno. Tutto il resto era grigio. 
Non rispose. 
Di noi tre non si riusciva a vedere che la punta del sigaro di Lenny che bruciava nella nebbia di quell'inverno enigmatico.

16/11/16

Le ore libere del giovedì

divagazioni di Cristina Taliento

Io penso che noi tutti avremmo diritto a delle ore libere il giovedì, ore da passare in compagnia o in assenza di noi stessi, tipo seduti, qualora fossimo sempre in piedi, oppure in piedi, se di solito, usiamo stare seduti. Ore, per esempio, appoggiati a una ringhiera qualsiasi a pensare a cose diverse, lontane, vicine, cose per cui non si ha tempo durante il resto della settimana. Ore libere, immaginate, in cui andare incontro al proprio destino oppure fuggire da esso; Tempo, nient'altro che tempo in più. Una tasca temporale, in modo da vivere il tutto con meno fretta, lasciando che i ragionamenti diventino pensieri e i pensieri, farfalle. Ad esempio, le ore libere del giovedì potrebbero essere impiegate per la realizzazione di piccoli eventi irrisori, cose che di norma non siamo tenuti a fare.
 Siccome oggi è martedì, io potrei pensare di impiegare le ore libere di dopodomani a rincorrere quella paziente di oggi per ripeterle un'altra volta quello che il medico le ha già detto in modo chiaro, perché anche se non sono un pappagallo, penso che qualcuno le debba ripetere ancora che non si deve spaventare se deve fare un' altra risonanza, che è una cisti, è solo muco, non è una recidiva del tumore che ha già avuto, non c'entra, è un'altra cosa. E siccome oggi è martedì, mi toccherà correre oppure fare un bel passo veloce per tutta la città per beccare la signora che chissà dove sarà arrivata. Lei dirà con la paura ancora negli occhi: "Ma veramente questo mi era stato già spiegato; il medico due giorni fa mi ha detto di star tranquilla". Lo so, lo so. Volevo solo ripeterglielo perché,  sa, io non avevo mai visto cosa fosse davvero la paura prima di vedere le sue lacrime scendere di colpo alla parola risonanza e io volevo dirle ancora che deve stare tranquilla, che non è quello che pensa lei, insomma, ha capito.
"Chi è lei?" allora mi chiederà la paziente.
Potrei rispondere, studente, ma chi cacchio vuoi che sia io, per davvero.
"Nessuno" quindi dirò. 
"E che cosa ci fa qui nelle sue ore libere di giovedì?".
Potrei rispondere, approccio al paziente nel post operatorio, ma che diavolo sto facendo, in realtà.
"Niente" quindi dirò. 
Così, poi me ne andrò, magari prendendo una di quelle vie che portano ai campi da calcio del vecchio convento. Magari mi fermerò dietro la rete a guardare i ragazzini giocare, fino a quando qualche vecchio scorbutico in camicia azzurrina mi urlerà, dal finestrino della macchina, che le ore libere sono finite e che è il momento di pensare allo stato metabolico delle cellule, ovvero preparare la cena, concentrarsi, vivere. E mica pensare a ste cose qua!

05/11/16

Appunti su una campagna in Salento

divagazioni di Cristina Taliento


A noi ragazzi di pianura piace scattare foto con l'ultima luce del giorno, prendendo di taglio quel punto in cui la pianura dà l'idea della profondità addentrandosi in un paese di cui si vedono solo i campanili e i cipressi. La pianura racconta tanto e tutto insieme; si apre all'improvviso, non nasconde. E solo l'occhio e il tempo possono ascoltare quello che è nuovo laggiù, quello che da un punto più in alto si può sentire, senza neanche tanta attenzione, così, continuando a respirare.
 Quel giorno, tutto mi sembrava incredibilmente eccezionale, l'odore della campagna, il profumo del cielo misto alla nebbia. Non so, mi sembrò tutto strano e nuovo e aperto. In fondo ero cresciuta lì, erano le mie campagne, però non lo dicevo per scherzo, né per nostalgia se ogni cosa mi sembrava nuova e così piena di senso, mentre aprivo le braccia a quell'infinito celeste. Chiesi se anche lui notava questa meraviglia, se non era il solo frutto di un mio momento o di una mia illusione. Gli chiesi se anche lui sentiva il profumo di cielo che in altri modi non avrei saputo descrivere, perché probabilmente non contribuiva solo il mosto o l'erba secca o le ortiche, ma anche altre cose; cose oltre il grado di umidità, oltre i raggi di sole.
Sorrise davanti al mio entusiasmo. Non disse niente.
Avrei promesso di vivire lì per sempre.  In quel momento, avrei dato tutto per restare. Fece un fischio al pastore tedesco che già si allontanava verso l'orizzonte, laddove le luci di un paese vicino iniziavano ad accendersi con l'imbrunire. Egli aveva un maglione blu, lo stesso di anni. L'aria fredda imbiancava ancora di più i suoi denti, facendo assomigliare il colore delle sue labbra a quello degli anemoni di campo che spuntano sulle pietre. Pensai che l'idea di quell'attimo non poteva essere che soggettiva, vera solo per me, leggibile dal mio inconscio e, per questo, inspiegabile. Ma lui, lui che era restato, lui che in quel posto ci viveva, mi indicò la stella della sera che iniziava a vedersi sopra gli alberi lontani di una fattoria. E lì capii che egli aveva letto la stessa Bellezza, lo stesso spirito che aleggiava sulla campagna, sulla mia terra.


03/11/16

Novembre di notte

di Cristina Taliento

Risultati immagini per i nottambuli hopper

(I nottambuli, Edward Hopper)


Novembre di notte e luci gialle, arancioni, blu. Perdersi in un'altra città. Mi hanno detto di prendere il 20, di scendere a Celso. Mi hanno scritto di cercare una fermata che si chiama Fanti. Mi guardo intorno, non la vedo. Ho le ginocchia a pezzi. Non fa niente, respiro la sensazione di non sapere dove diavolo andare. Dura poco perchè il mio istinto mi porta nel posto giusto, nella via d'uscita direzione casa, direzione sicura. E salgo su un autobus che è un po' l'immagine delle cose ovvie, delle cose salve, mentre i sogni e le paure e le stelle me le lascio alle spalle. Mi giro prima di salire, l'autista mi guarda, nota la mia breve indecisione. Penserà che sono una di quelle ragazze con uno zaino in spalla come una dozzina di altre. Lo so, me lo sto chiedendo anch'io. è che in queste notti finisce che una non sa più se è quello che è, oppure tutte le altre cose che invece possono essere, comprese le strade in cui non si avrà avuto mai abbastanza fede per perdersi. Mostro il biglietto. Guardi, lasci stare, signor autista, non si chieda quali siano i pensieri che fanno voltare le persone così d'un tratto nella notte. 
L'autobus è vuoto, a parte questo ragazzo con gli occhi d'autunno che mi racconta dei suoi progetti di speranza e inventiva. Fa l'architetto. Dice che ha fatto la tesi sulla rivalutazione di un paesino di montagna. Non ha detto proprio così, ma il senso era che c'è un paesino, magari uno di quei paesi con le case vuote, dove non nasce un bambino da sei anni, dove non c'è niente a parte alcuni recinti con le mucche. E secondo questo ragazzo, una cosa del genere si può risolvere. Penso che è una bella idea, anche l'autista ha sentito. Secondo me sto progetto piace anche all'autista. Butto una cosa da ridere come: "Punta alla luna, male che vada avrai camminato tra le stelle". Il ragazzo mi guarda come se fossi il suo segno, l'angelo di mezzanotte e dieci, il destino. Gli sorrido. In realtà io non so neanche dove accidenti devo scendere.
Poi come in un sogno, ritrovo la comitiva. Finisco in un posto dove si beve, dove si sta in piedi. Mi trascinano a ballare, cerco di divincolarmi mentre sbadiglio spiegando di essermi svegliata alle sei del mattino, ma restare è più semplice e mi faccio strada nella pista, verso la musica, dove il volume è più alto. In mezzo alla gente che si diverte, tra onde sonore avvolgenti, si può pensare persino all'Africa,  alle ciaramelle, ai ghepardi.
Infine ritrovarsi a spiegare con una certa sicurezza al barista che il mondo si divide in allodole e gufi e che io, sissignore, sono un allodola senza alcun dubbio.
"Buonanotte all'Italia" dice il barista. Lo diceva sempre anche mio nonno.


26/10/16

Guarda se vuoi c'è la strada

divagazioni di C. Taliento

Horse Frightened by a Storm, 1824 - Eugene Delacroix
(Cavallo spaventato dalla tempesta, Eugene Delacroix, 1824, watercolor, Museum of Fine Arts, Budapest)


"Guarda, se vuoi c'è la strada" m'ha detto con un gesto della mano, della serie "cammina", della serie "cammina, pivella". E io ho guardato la strada ed era proprio lunga, neanche lontanamente facile da percorrere, con la polvere salata e piante grasse, cactus ispidi e code di ramarri. Ero davvero miope, non vedevo molto bene. Poteva essere ancora più lunga di così, potevano esserci cose pericolose come le siringhe infette abbandonate da cui ero stata messa ben in guardia durante l'infanzia e che non avevo mai incontrato e ora, su quella strada, chissà. 
Non ho risposto. Anzi no, ho detto "beh va beh". Che in alcuni casi, basta e avanza. 
"Guarda, non c'è che la strada" m'ha detto il Maestro, l'unica persona che contasse qualcosa per me, qualcosa tipo l'orecchio, come per dire il mio ascolto. In realtà, io non ascoltavo bene. Camminavo. Non avevo talento, ma dovevo in qualche modo andare.
"E vai, vai" m'ha detto il Maestro con un cenno del capo. 
"Vado" ho detto. E davvero non ho detto altro. Che poi, non c'è mica molto da dire. In genere.
"Vado" ho ripetuto, ma mi sono fermata per guardare i miei piedi fermi nel punto di partenza. 
Il Maestro ha alzato le spalle. E ha sospirato come per tirare dentro la lacrima nel dotto.
"La strada è importante, ma se vuoi puoi restare" ha detto cambiando idea. E con la mano mi ha indicato una casa, piccola ,di legno in cui sarebbe stato difficile soffrire. 
Però non c'era che la strada e mi dovevo muovere. Altrimenti si faceva notte. Inoltre, mi ero rotta.
Però era bella quella casa, col Maestro, con le certezze e poche paure, senza ramarri, senza siringhe, piena di risate e tre orologi di parete che segnavano il Tempo in modo ordinato, sicuro, previsto. Invece, sulla strada si narrava che il Tempo potesse non passare mai e poi scivolare via, tutto insieme. Terribile.
"Si sta facendo notte" tuttavia ho detto con sarcasmo e nostalgia. 
"Guarda la strada"
"Grazie" ed avevo già percorso un metro.

19/10/16

Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti

di Cristina Taliento


Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti si era spesso vergognato della sua intelligenza. E questo lo rendeva stupido abbastanza da far sì che, in fin dei conti, potesse rientrare a pieno titolo nella Media.
Ed entrare nella media era una lotta quotidiana che gli dava una certa soddisfazione.
Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti chissà per quale strano meccanismo, non voleva essere altro che il ragazzo dell'ultima fila, taciturno, pugno premuto sul mento. Non ambiva, tuttavia, ad eccellere nella solitaria parte dell'individio ferito e allora, quando gli altri lo guardavano, diceva qualcosa di vuoto, di ironico, senza senso.
Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti, in realtà, voleva fare il chirurgo del collo o qualcosa di molto simile a quelle fantastiche diavolerie, ma credeva francamente di non meritare tanto, né di essere capace. Così raccontava in giro che due cose, anzi tre, lo affascinavano più di qualunque altra cosa: le branchie, il trapianto, i gatti.
"Che ragazzo giudizioso" diceva suo nonno masticando noccioline.
"Un visionario" commentava suo padre con sarcasmo.
Il ragazzo, tuttavia, in quel clima di mancata approvazione mangiava il dessert con più gusto. Non era un ribelle. Era un codardo. Non voleva trasgredire. Aveva paura delle sue capacità, di quella sua memoria a tratti troppo affilata, delle sue non volute abilità, di quella voglia di conoscere e imparare, quasi come un'ossessione, come se il Tempo non fosse abbastanza. Aveva paura del suo sguardo che mutava quando gli insegnavano qualcosa, della gioia che traeva nell'osservare le minuscole parti dell'infinito. Si svalutava, spaventato da quel piccolo mostriciattolo famelico che gli chiedeva Tutto. Il ragazzo si guardava a lungo nello specchio e, certe volte, vi intravedeva il futuro. Ciò lo faceva fuggire da sé.
"Non avere paura ad essere chi sei" gli dissi. A me piacevano i gatti, ma anche le frasi d'effetto.
Disse: "so quello che valgo".
Dissi: "va beh". E scartai una caramella. Era una caramella gigante, così mi uscì un: "non avee pauaa  di essee il miglioe".
Menomale che non capì.

08/10/16

Emicrania e studio


Continue cefalee,
e mormorii brachiali,
meglio dette parestesie.
Studiava in cucina
nell'ordine minimal del silenzio.

Non era disattenta, ma le faceva male la testa;
ascoltava una musica folk americana,
sapete, Woody Guthrie. 
Beveva caffè
in compagnia dei suoi capelli.

Temperava matite con un coltello,
mentre il Futuro aspettava che scegliesse.
Rispondeva coi triptani.

(C.T.)

25/09/16

Cannella

divagazioni di Cristina Taliento 

Risultati immagini per hopper other painters
(Brooklyn back yard, Robert Lafond, oil on canvas, 2012)


Figure, libri, sguardi, luci che si sussegono veloci, luci dalla strada, lungo la strada, mentre tutto può essere e potenzialmente nulla può accadere. Musiche arabe dalle finestre e un ragazzo indiano mi chiede se voglio comprare un accendino. Sono confusa, sono miope; dico: "io non fumo". E mi accorgo del tenero suono che fa quest' io mormorato nella notte, tra le stelle di settembre, dove esistere è una cosa leggera e se vuoi fumi, se vuoi non fumi, se hai freddo metti il maglione, quello in cotone, color panna, oppure resta qui a sentire sulle braccia questo primo freddo ancora un po', prima che diventi un'abitudine. Le azioni stasera contano sui giornali, le decisioni politico-economiche vengono comunicate nella disattenzione di tutti in un televisore a muro, appeso in alto, in un angolo lontano di una piadineria suburbana. Gli avventori mangiano, il proprietario del locale chiama: "di chi è rucola, crudo e grana?". Qualcuno alza la mano, qualcuno, dall' altra parte del mondo, si chiede tra le bombe se potrà innamorarsi ancora. Segnaletiche luminose, una farmacia, una dinamo. Noi seguiamo le luci. Con le mani in tasca, sorridenti, borbottanti, disperati, seguiamo stregati le lanterne della notte, ovvero le nostre emozioni, totalmente concentrati su di esse. Ignoriamo l'Istat, il Pil, le percentuali d'incidenza delle malattie. Perché non sappiamo chi accidenti siamo, non sappiamo dove andremo, come facciamo a fingere che ci importi davvero qualcosa di Marte. Ci piace pensare alle cose piccole, certe, tipo il caffè, la fatica con cui accettiamo e comprendiamo e qualifichiamo la nostra esistenza, un amico, la famiglia. Siamo divi, ci piace mormorare "io", "io", "io" perché non c'è altro. Siamo solo noi in questo momento, con la nostra nuova passione per il decoupage, il nostro vecchio sogno di costruire una casa sull' albero... Noi innamorati, sfiduciati, noi magnifici, noi poveri stronzi che attendiamo sotto la pioggia, noi a cui non importa e invece si, noi che non abbiamo tempo e che poi lo troviamo sempre se c'è da correre, da sperare, da lottare. Parliamo di noi, ci piace lasciare un discreto segno nello sconfinato vuoto spaziale e temporale.

Una volta ero al parco, sottolineavo righe di scienza in una domenica pomeriggio col cielo annuvolato. Sulla mia panchina si sono sedute una signora anziana e la sua badante.
La signora anziana ha detto: "Eeh la vita, com'è dura, come si fa con la tristezza...".
La badante ha detto: "Per la fredezza interiore io uso la canela, siniora. Un cuchiaio de canella nel cafè".

Noi siamo fatti così. Un cucchiaio di cannella e a nessuno importa chi siamo, un cucchiaio di cannella e vorrei prenderti la mano, un cucchiaio di cannella e va bene ragazzo, dammi quest'accendino. "Io non fumo, sai, è che faccio braccialetti di cotone e brucio le estremità, così poi non si sfilano".
"Ok".


13/09/16

Egli scomparve con la sua andatura verso l'oblio

di Cristina Taliento


Risultati immagini per afinando


Tutte le volte che la Parola finiva, tutte le volte che essa bruciava piano come una scatola di latte sull'asfalto, andavo inutilmente da Genda, un vecchio affetto da una certa specie di mutismo sentimentale, a tratti psicologico, a suo parere neoplastico. 
"Eh?"
"Sono muto perchè ho un tumore delle corde vocali" mi spiegava ogni volta con una mano sul collo. Ridevo. Ma non c'era niente da ridere. E finiva sempre così: ad ascoltare l'eco di quella risata per tutta la stanza finchè poi io non mi inventavo qualcosa di sciocco per farlo brontolare di nuovo. 
"Un fulmine ha ucciso trecento renne in Islanda due settimane fa"
"Umh" faceva frugando in tasca tra i suoi spiccioli. Era sempre impegnato in qualcosa.
"Trecento" ripetevo guardandolo dritto negli occhi, studiando ogni sua reazione, battendo col piede il ritmo ticchettante dell'enormemente giallo plastico orologio da cucina che era appeso al muro.

Non avevamo niente da dirci. Entrambi faticavamo a pensare una renna vera che non fosse una di quelle renne col naso rosso e i calzini a strisce.

In realtà, lui era il mio Personaggio e lo stavo perdendo. Genda era stato per anni un ribelle, uno smascheratore di bugie, illusioni novecentesche, un povero cristo, non lo nego, ma pur sempre il miglior prodotto della mia mente. Egli era quanto di più lontanamente autobiografico potessi creare e per questo mi piaceva; poichè era un ex giocatore  di calcio, ingrassato, ultrasessantenne che leggeva manuali di nuova filosofia sul divano. Mentre io... io studiavo e basta. Inoltre, in quanto ragazza e figlia del mio tempo, ero cresciuta tra tutte quelle convenzioni sociali che mi portavano ad escludere calcio, grasso e filosofia, nonchè il divano, soppiantato dalla modaiola arte del running in solitaria, a cui mi dedicavo ormai da tempo con una certa solerzia.
"Forza, fa' qualcosa. Balla, se credi. Pensati come un dannato musicista, autore di canzoni, un saltimbanco da sfracello. Meravigliami" lo mettevo alla prova.
"Ma che diavolo ne so, ragazzina. Mica puoi incolpare me delle tue mancanze immaginarie, dei tuoi vuoti d'inventiva" diceva accendendosi una sigaretta.
"Bravo, fuma! Fuma! Non sai fare altro. Non un gesto meno banale di questo! Trovami un Personaggio nella storia della letteratura di serie B che non fumi. Trovamene uno!"
"Disse mentre si accendeva una sigaretta" esclamò con tono solenne, imitando la mia narrazione, o meglio, prendendosi gioco del mio essere Narratore.
"Lascia stare- dicevo per farlo spaventare- è ovvio che tu, Genda, non aspetti che un gran finale".
"Un gran finale?"
"Ma si, un'uscita di scena prima che la tua svogliatezza faccia sbiadire le vecchie glorie. Un'uscita indolore, per carità, ma mai e poi mai una vigliaccata come farti partire per sempre per un lungo viaggio".
Quando udiva questa solfa, Genda si animava di un'energica ironia a cui non ero abituata. Con un largo gesto e tono teatrale, recitava cercando di riprodurre il mio accento: "E se ne andò nel buio della notte, con la sua andatura falciante emiparetica, scomparendo tra i fumi della stazione verso il più perenne oblio".
"Sii serio per una volta, vecchio! Un finale così non lo scriverei mai!"
"Cosa posso dirti?" chiedeva allora con la bocca aperta sospirante.
"Niente! Non dirmi niente!"
"Posso dirti forse che ti sei stancata di me? Posso dirti che un freddo bisturi ha tagliato i fili che collegavano la tua fantasia con le mie braccia?"
"Cosa c'entra il bisturi!" esclamavo tutte le sante volte finalmente arrabbiata, per il suo divertimento.
Ma lui se la rideva in un angolo, mentre io continuavo a mormorare "cosa c'entra il bisturi", "cosa accidente c'entra il bisturi". 

Non avevamo più niente da dirci. Tra noi c'era solo l'affetto che lo collegava alle sere della mia adolescenza quando calarmi nei panni di un vecchio matto era quanto di più rivoluzionario potessi fare. Chi lo sa perchè ora la sua voce si fosse spenta. Chissà come mai quel tumore alle corde vocali che non lo faceva più parlare.

"Forse sei solo cresciuta un po'" mi disse una volta, durante uno di quei litigi in cui non riuscivamo a comunicare. Lo disse con lealtà, senza quel disprezzo verso la vita adulta che io stessa per anni gli avevo inculcato.
"Forse sei solo un po' cambiata" disse, guardandomi con austeri occhi di falco.
"Talvolta accade" risposi da vera stronza adulta occidentale stacanovista priva di immaginazione.
"Già" disse il mio bel Personaggio a cui avevo insegnato a incassare una delusione con onore.
"Mi mancherai Genda" dissi poi.
"Metti un po' di me nel prossimo personaggio del cacchio che ti capiterà di torturare".

E se ne andò nel buio della notte, con la sua andatura falciante emiparetica, scomparendo tra i fumi della stazione verso il più perenne oblio. 


03/09/16

La fine dell'estate

di Cristina Taliento

La fine dell'estate, anche se lascia un po' di malinconia, in fondo non è mai stata una cosa veramente seria. A me sembra simile alla fine di un concerto, dove è stato tutto molto bello e i veri fans hanno ancora gli occhi innamorati mentre il ragazzo delle luci inizia già a smontare, ma il camioncino degli hamburger non se n'è ancora andato e se vuoi ti puoi fare un panino senza fare la fila, perché sono tipo le due di notte e chi lo vuole un panino alle due di notte.
"Io" fa Luca.
"Io" dico.
"Io" fa quell'altra.
"Ieu"
"Maiali"
Però c'è in giro un certo grado di calma. E ricominciano a vedersi le ombre dei gatti lungo i muri. E ricominciano a sentirsi i grilli che per le onde sonore che emettono dovrebbero mettere ansia e invece sono peggio della camomilla. Quindi, siamo qui, un gruppo di amici sbadiglianti alla fine dell'estate che, se vi va, ci facciamo una partita a briscola. Ho il liquore della zia. Metto su il cd di Bob Dylan. Va be, dai, ti sei messo la felpa, che esagerato, manco fosse natale.

29/08/16

Descrizioni del suono per non udenti

IL SUONO DELLE DITA CHE STRISCIANO SULLE CORDE DI UNA CHITARRA

di Cristina Taliento


Questo suono non c'entra con il suono prodotto dall' accordo. È come un seme di pomodoro nel tiramisù. Non è musica, né melodia, non è neanche armonico. È soltanto attrito. Sapete, un corpo che sfrega su un altro. Però è energia. Voglio dire, le dita dovranno spostarsi in qualche modo sul manico per suonare una canzone; e nel farlo si sente questo suono che è tipo un rametto che si spezza. Come prendere un rametto e spezzarlo in due. Oppure come un tramonto attraversato da un uccellaccio nero che quasi quasi speri che ripassi davanti perché una cosa che vola contro la luce arancione è davvero una cosa che vorresti rivedere. In questo caso, risentire. Però beh, le piccole cose messe lì a cacchio, che per certi versi rovinano il quadro, la melodia, certe volte rendono il tutto più di questo mondo. E un suono che potrebbe essere paragonato a un sandalo rotto, ci ricorda di quanto in fin dei conti sia semplice ogni nota che sentiamo.

27/08/16

Acqua per vino

di Cristina Taliento


Lui disse, innaffia la vigna quando sarò partito

E lei disse, cosa avrò in cambio.

Lui disse, vino.

E lei disse, acqua per vino, va bene.

Lui disse, se ritrovo la vigna come l'ho lasciata, avrai dieci taniche da cinque litri ciascuna che in totale fanno cinquanta litri.

Lei disse, cinque per dieci cinquanta.

Lui disse, ce l'hai un numero di telefono?

Lei disse no, sono abbastanza contraria alla mia intercettazione. Ho un cuore di bosco io. Se posso, mi nascondo.

Lui disse, oh santa ragazza.

Ma lei disse, però se vuoi ti aspetto.

E lui disse, ho un cuore di bosco anch'io.


23/08/16

Elena - Ritratti dei tristi

di Cristina Taliento


Ed era il tempo, nuovamente il tempo, il suo pensiero dolce che usciva dalla moka insieme ai piccoli schizzi che macchiavano le piastrelle bianche della cucina. No, non voleva lasciarsi coinvolgere. Spegneva il gas. Versava il caffè nella tazzina, beveva nel silenzio. Un cruciverba, una matita, un orologio da polso che avrebbe messo. Che non avrebbe messo. 
Era il Tempo, o meglio, il pensiero del tempo che sedeva a fianco a lei sull'autobus numero 5 delle sette e trenta. No, non poteva. Premeva il tasto che faceva lampeggiare la scritta "fermata prenotata". Scendeva. Si fermava all'edicola per comprare il giornale. Nessuno lo faceva più, ma lei, d'altronde, non avrebbe potuto smettere. Il Tempo, allora, diventava l'articolo che stava leggendo, la fotografia che stava guardando. Girava pagina.
Non voleva, c'era qualcosa di sbagliato nell'amare fortemente il passato, nel costruire ogni giorno un'immagine di sé che s'ispirarasse alla lei più giovane, alla lei di quando loro -tutti loro- erano stati giovani.
Non si poteva, non si doveva.
Non era facile, per niente facile, vivere il presente come se questo fosse già passato, idealizzarlo al punto da collocarlo nella perfetta cristalliera dei ricordi.
 Gianni viveva come uno zingaro; mangiava i momenti senza curarsi di averli digeriti, era vorace, ma dimenticava. Si faceva trasportare da una strada all' altra dalla corrente delle occasioni, delle sue voglie, paure, ambizioni eppure si sbarazzava di un momento come di un pezzo di carta. Non aveva paura di accortacciare in un solo gesto tutti gli scontrini della sua esistenza, buttandoli semplicemente senza guardarli dopo, senza desiderare di non averlo fatto.
Elena non era come lui.  Avrebbe preso quelle cartacce tra le sue mani spaventata dal pensiero di non poterle possedere, di non poter trattenere il mare che ogni anno avanzava sempre di più -sempre di più - rovinando la pittura della casa sugli scogli, dove tutto era stato una volta così bello. E sarebbe corsa laggiù con il vestito bianco, ci sarebbe andata anche in autunno a urlare contro il mare di andare via, via, di lasciare stare quella casa, la casa delle sue estati, di non rovinare niente. Avrebbe preso a calci le onde, maledette evanescenti macchine di rovina, per riprendersi indietro la sua vecchia spiaggia insieme ai suoni delle risate- le loro risate- che ancora oggi lei poteva sentire così vive tra le raffiche di vento. Ma tutto era serio, tranne lei. Tutto era sobrio e mal messo, tranne lei. Tutto così gravemente eroso dalla salsedine. E ciò che non era distrutto, era stato rinnovato, con uno stile molto diverso da quello del 1989.

Gianni aveva una sua visione del mondo, degli avvenimenti. Diceva che le piccole dosi di tristezza saltuaria, se non quotidiana, servivano per preservarti da più grandi sciagure che di solito si abbattevano nei periodi di quiete assoluta. Quando un suo amico era depresso, ripeteva questa teoria e poi se ne andava, lasciando però con il suo fare disattento molta più consolazione di quanto ci si potesse aspettare da un amico premuroso. E con Elena faceva lo stesso. Egli credeva che le menti fragili come quelle di Elena avevano bisogno di una boa a cui aggrapparsi per non annegare. Quella boa era la superstizione, il paradiso, e nel suo caso il pensiero che la tristezza a bassa frequenza andasse bene, che potesse addirittura proteggerla dalle catastrofi. Lei ci credeva, sospirando, borbottando, non voleva fare a meno di annuire perché, alla fine, tutta quella malinconia era il caldo cappotto che l'avvolgeva dandole un'identità e una memoria. Vi era, infatti, in quel suo modo d'essere lontano e distante, la storia della sua vita, la testimonianza che lì era passata la gioia, l'amore, l'avventura e poi il tempo aveva asciugato ogni cosa, prima di sgretolarla, frantumarla fragorosamente nei tuoni e nella burrasca di quel presente in cui ella non riusciva più a riconoscersi, dove per quanto potesse piangere, le lacrime non erano le sue lacrime, i sogni non erano più i suoi sogni e niente che facesse e vivesse si sarebbe potuto paragonare a quel periodo in cui il meglio doveva ancora venire. E detto ciò, si sarebbe potuto festeggiare a lungo, stappando champagne, conversando amabilmente con le mogli dei suoi vecchi amici, ma questa era la sua consapevolezza, quella di non ritornare indietro, di non rincontrarlo più.

Elena viveva nel Tempo. Alcune sere era il suo unico amico, tutto quello che aveva, quello che le era rimasto. Rispondeva al presente accendendosi una sigaretta perché non avrebbe saputo cosa dire, che, che... si, era stata felice, che probabilmente poi dopo non si era sentita più così viva. Il fumo che la circondava ne sfumava i contorni, come se ella stessa non fosse stata reale.
Io la guardavo con dolore. Ella era quella a cui non avrei mai voluto assomigliare.
"Gianni non ti amava. Ha sposato un'altra" ho detto con la schiena appoggiata alla ringhiera del balcone. 
Gianni, poi. Esisteva davvero?
"Accidenti, come fai, come fai a rimanere così vittima dei tuoi sentimenti? Perché non li tratti con meno rispetto? Perché non accetti che qui siamo tutti un usa e getta generale dove si vive e si muore e si dimentica e si va avanti?"
Mi guardò.
Continuai: "Non puoi ricordare così forte. Così sei un fantasma".
E lei che lo sapeva. E lei che avrebbe voluto non saperlo. 




09/08/16

Faro

di Cristina Taliento

Saint George's Reef Lighthouse Watercolor by Thomas A Needham
(St George's Reef lighthouse by Thomas Needham)


Io mi ricordo di un pomeriggio a mare,
 il sole che cadeva di taglio tra le onde,
 la sabbia che volava e diffondeva la luce
 come forse accadeva spesso in quei posti deserti dell'Africa.

Io mi ricordo braccia simili alle mie ora,
braccia che mi trattenevano nell'acqua per non affondare.
E stringermi a quelle era per me allora
l'unico significato possibile di salvezza.

Io m'immagino sempre che laddove sia quel ricordo
lì, sono io.
O, quantomeno, una buona parte di me.

Festa

di Cristina Taliento




(Musique, Henri Matisse, 1910, Museo dell'Hermitage, San Pietroburgo)

È sera e ci sono luminarie. Il sole è tramontato da poco e il suo odore non è ancora scomparso nel buio, la tramontana non l'ha ancora portato via. I raggi di luce, si sa, profumano di grano e di viole. A pomeriggio c'è stato un temporale e il cielo sembra un capodoglio ferito che deve ancora guarire. Ogni tanto si vede una stella e qualcuno pensa che allora l'indomani si potrà andare a mare e ci sono dei vecchi seduti all'uscita del bar che vedono- e chissà se non le vedano davvero- delle sfumature color ruggine tra le antenne delle case. "Rosso di sera buon tempo si spera" dice uno. Gli altri alzano il mento.
Le persone si radunano in piazza perché il Comune del paese ha finanziato un progetto di musica di strada dove, nelle diverse serate, si alternano personaggi ospiti come Renzo Arbore a gruppi di bande provenienti da varie parti dell'Italia, ciascuna con il suo stile.
Stasera è la volta delle bande: sette otto bande che si muovono a suon di musica, girano tra la gente e si fermano di tanto in tanto in un angolo di piazza, lontane abbastanza tra di loro affinché le note non si sovrappongano, e continuano a suonare, facendo qualche numero in più, dato che, quando sono fermi, si radunano gruppi di bambini curiosi con genitori al seguito o comitive di ragazzi in vacanza che stasera hanno preferito il paese alla movida cittadina.
Tante bande tra la tramontana. Le signore, infatti, hanno quasi tutte il cardigan che mettono e tolgono perché sì, a volte fa un po' freddo, ma poi a battere le mani tutti insieme torna presto a far caldo.
C'è in giro un certo grado di tranquillità, di paradossale quiete malgrado gli ottoni e le grancasse. Forse perché ieri, qui, nella stessa piazza c'è stato Renzo Arbore e la folla arrivava fino al Bar Valentino. Le aspettative erano maggiori, i turisti erano tanti e tra i residenti c'era chi assisteva con braccia incrociate per vedere se lo spettacolo valesse davvero quei sessantamila euro della cittadinanza. Così, chi diceva "è stato bello" acconsentiva agli sperperi e chi diceva "beh dai", no. Ieri tutti si sentivano coinvolti, se non nei gusti musicali, nel partecipare con un' opinione o un sorriso. Mentre stasera è un po' come ritrovarsi e basta, senza la pretesa di essere intrattenuti a dovere, perché è una di quelle feste come una volta, quando non c'erano turisti da attirare o eventi da promuovere. Una di quelle feste dove le persone profumano di sapone, hanno camicie stirate e c'è sempre qualcuno che vende palloncini con l'elio e zucchero filato. Ci sediamo a gambe incrociate sul palco del concerto di ieri che oggi è stato invaso da bambini a cui non importa molto ascoltare le bande. A noi, invece, piace, ma ci fanno male le ginocchia e da quassù, poi, la visuale è migliore, anche se il vento è forte e batte sul collo. Prende a tutti una voglia di ascoltare, di lasciare che l'animo del paese ci torni dentro con le sue immagini e le sue atmosfere. Da qui è facile vedere ragazzi che ballano, gente che si saluta da lontano come gli anziani che si scambiano cenni del capo, bambini che battono il cinque, oppure strette di mano, presentazioni, "questa è mia figlia", baci sulle guance. È bello.
È bello davvero. Ci sono cose che rimangono nostre per sempre come la serenità di stare qui, ora, tra i cuori di tutti. A casa. 

19/07/16

I cambiamenti del nostro sentire

divagazioni di Cristina Taliento

"Hello everybody". Il radiofonico dj saluta sempre così all'inizio del suo programma. 
"Hello" bisbiglio automaticamente anch'io come quei sette milioni di ascoltatori in onda.
Il Radiofonico Dj stasera chissà che ha nella voce, mi sembra quasi malinconia. Sono tre volte che chiede "e allora come state" a noi very normal people che si sa come stiamo: fa caldo, ci lamentiamo. Per giunta, non possiamo rispondere. Alziamo le spalle, chi mentre studia, chi mentre lava i piatti. E tu che hai, signor Dj, cosa c'è che non va stasera?
Mette La Gatta di Gino Paoli. Mi sembra ieri che imparavo a suonare la chitarra seduta in giardino con le infradito e questa canzone in uno spartito.
C'era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso e una vecchia soffitta vicino al mare con una finestra a un passo dal cielo blu.. tu tu tutu.
C'era una volta io, un giardino, la Gatta, estati infinite in cui perdersi e ritrovarsi, la menta da bere in silenzio ma con il ghiaccio, i bagni a mare in solitaria, nuotando un po' di qua e un po' di là, tra un sentimento e l'altro, una noia e un sogno. Eravamo noi quelli nella fotografia.
È che si, lo so, lo so che non ho ancora l'età per potermene lamentare, ma era solo ieri che avevo quindici anni e suonavo c'era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso e una vecchia soffitta... Gino Paoli, la conosci vero?
Ed era ieri che le mie dita a mo' di Sol settima su una chitarra.
Una chitarra che ora chissà dove sarà finita. Mangiata dalla polvere di questi sette anni in cui siamo cambiati tutti, tutti nessuno escluso. Era bello. Era bello starmene lì in giardino a beccare l'accordo sulla finestra vicino al mare a un passo dal cielo blu.
"Soffitta vicino al mare" mi correggi.
Non ha importanza.
È che noi, noi inteso come persone, siamo tutti un po' smemorati, ci dimentichiamo chi eravamo, cosa provavamo soprattutto. Siamo degli svampiti con la testa fra le nuvole. Dovremmo avere più cura dei nostri sentimenti perduti nel tempo, sbiaditi dall'assuefazione. Ci preoccupiamo troppo di come cambia il nostro corpo, lottiamo per proteggerci dalle rughe, dal tessuto adiposo, dallo stress ossidativo. Ed è buffo perché arriviamo a quarant'anni che proviamo la metà di quello che provavamo quando eravamo giovani, ma nessuno muove un dito, nessuno fa qualcosa per palestrarsi i sensi e il cuore. Ovviamente, con cuore intendo quel concetto astratto  con cui si designa l'anima fin dall'Ottocento.
"È tutto sbagliato, non trovi?" chiedo.
Ma tu mi dici di "non pensarci e stare calma" che il Tempo alla fine non deve essere qualcosa per cui mettere il broncio.
Non sto mettendo il broncio, ti dico.
Ma si- mi dici- hai anche gli occhiali sul naso come la mia professoressa.
Aspetta. Mi giro, ti guardo da sopra gli occhiali. Hai ragione.
Ed è lì, esattamente lì che ridiamo e invecchiamo e, chi se ne frega, accettiamo di essere umani e mortali, distratti e imprecisi in queste nostre divagazioni, in questi nostri pensieri che sono fragili poiché intuitivi e indimostrabili, assolutamente ascientifici e buffi, invero abbastanza patetici, pensieri che muoiono in una risata, in una tazza di thè. 

15/07/16

Avere cura

divagazioni di Cristina Taliento


(The Lee Shore, Edward Hopper)

Avere cura.
Mi basterebbe essere una persona che ha cura,
di tutto, di una maglietta
del tuo cuore.
Ad esempio, chiederti, prima di toccarlo:
"Ti faccio male?".
Avere cura
come quest'anziana signora a cui chiedo se ha voglia di raccontarmi com'è andata. Lei ha cura dei miei sorrisi, abbassa lo sguardo ed è il suo modo di custodirli. Ha cura anche di sé e del mondo e lo vedi dalle sue mani, come sono presenti, attente allo spazio, alle pieghe della gonna.
Si può avere cura di tante cose, anche piccole, e non è detto che queste debbano essere per forza e solamente cose materiali o ideali.
Mio nonno, ad esempio, aveva cura della pioggia. Si fermava a guardarla, respirarla come per celebrarne la presenza.
Avere cura...
Non è qualcosa che ti ruba il tempo, qualcosa per cui non c'è tempo. Più che altro è un modo di esistere. Un modo di pettinarsi, impugnare la penna, un modo di salutare, un modo di amare. Un modo di leggere, anche. È l'attenzione non richiesta. Quel rileggere e poi interrogarsi, "vediamo se ho capito", "vediamo se il tuo pensiero è questo".
Avere cura, basta poco. Però non basta mai. Oggi, venerdì 15 Luglio, un giorno come tanti, il giorno dopo l'attentato di Nizza in cui sono morte 84 persone. Un giorno dopo anni di guerre e morti e rose calpestate.  Avere cura, come si potrebbe fare, quale sarebbe il modo migliore. Non lo so. Non c'è forse. Ci sediamo sui gradini sporchi di una scala, ci diciamo "ciao" e poi insieme noi piangiamo.

07/07/16

Un libro di seconda mano

di Cristina Taliento 

Ho comprato un libro di seconda mano, ma chi me l'ha venduto credo l'avesse comprato a sua volta da qualcun'altro. Potrebbe essere un libro di quinta mano per quante diverse grafie ci sono nei margini. 
Una mano tra queste si distingue per avere un tocco di matita più leggero. Sicuramente è la stessa mano che poi disegna degli smile accanto ai paragrafi delle leucemie con prognosi favorevole. Resto a guardare la bellezza delicata di quegli smile e le percentuali di sopravvivenza. Forse è solo un trucco mnemonico, ma è molto dolce. A volte è facile dimenticare che tutto questo studiare e lottare e difendersi, tutto questo cambiare e migliorare e cadere è per un semplice, buffo, smile :)
Lo smile di qualcuno, ad esempio, che in piedi davanti alla macchinetta del suo settimo caffè, alle ore tre di notte, si ripete di star calmo ché il cancro di suo figlio può guarire. 

Ciao studente, c'hai proprio una bella grafia. Chissà se un giorno ci capiterà di incontrarci in giro con le stesse speranze e gli stessi brividi di ora, prima che la saggezza offuschi l'emozione. Buona fortuna. Anzi, in bocca al lupo.

02/07/16

Sera d'estate


Sere d'estate in città
 eppure l'aria profuma come in campagna.
Un bambino canta una cosa tipo " la li lo",
deve essere perchè stasera c'è Italia-Germania.

C'è sempre un'Italia-Germania che gioca
 in queste sere d'estate qui
dove ripeto la lezione a un ventilatore,
mentre, dalle finestre, i vicini indiani mi offrono
molecole speziate
e il ragazzo che consegna le pizze
dà il resto e lo scontrino al signore che abita di fronte.
C'è sempre una luna calda in queste sere
dove sembra che tutto sia potenzialmente l'inizio
e l'evoluzione naturale di qualcosa.
Ho stirato la maglietta azzurra anch'io,
sperando che la presa Scart non faccia scherzi.

Sono belle le urla in strada quando qualcuno fa goal.
Sono belli i sorrisi degli altri nascosti dietro birre e patatine.

(C.Taliento)



(shake your hair girl with your ponytail... takes me right back when you were young...)



30/06/16

Altrove in questo momento

divagazioni di Cristina Taliento




(Non io, Filippo Robboni)

Quaggiù si può correre tantissimo, saltare da un marciapiede all'altro girando l'angolo correndo, quasi scontrandosi con i passanti dietro l'angolo, si. Si può persino cadere, facendo attenzione a non svenire, attenzione a non disidratarsi troppo. E poi un giorno giri un angolo, buio magari, come tutti gli angoli della vita, dove non sai che diavolo ti può prendere alle spalle o di fronte, tutto un fotti fotti generale, per carità, si sa come vanno queste cose... e- dicevo- una mattina, giri un angolo, automaticamente, di corsa, senza pensare, con il tuo programma motorio ben alimentato da tazze di caffè e post-it deliranti sulla motivazione e il Futuro e su quello che sei e quello che non sei e tutte quelli spaventevoli discorsi su quello che diventerai. Pauuuraaaa.  E giri questo benedetto angolo, di corsa, ripeto, perchè certe cose accadono solo se c'è una certa cinetica di base che tat tat tat ti manda in vibrazione le cellule e i mitocondri. Non stai guardando, sei completamente dentro di te, ci sei eppure no. Giri l'angolo e prendi un autobus e chi lo sa dove stai andando. Tu lo sai? Io non lo so. Il mondo c'è, ma non importa, è un dato talmente scontato che può essere sottinteso e, di conseguenza, fatto evaporare. Bene, prendi l'autobus, uno di questi autobus arancioni con i sedili gialli e i posti per disabili sempre occupati da qualche rapper dei miei stivali. Prendi posto laggiù in fondo, insieme ai fantasmi degli introversi che popolano le ultime file di tutte le stanze dell'Universo. Nella tua testa c'è il jazz, c'è John Coltrane, ma ci potrebbe essere anche tuo nonno o chi ti pare, non fa niente. Strati e strati di occhi e persone e frasi e musichette: una montagna di roba. Ma lo sai tu e lo sanno tutti di quanto questo conti poco... L'importante ora è il momento, camminare, andare, quante dita vedi! Quante dita vedi? Vista sfocata. Non vedi un cacchio. Rimetti gli occhiali. Ah, lì c'è scritto "Pizzeria" avevo letto "Pinnerio". Adori giocare con questa tua buffa miopia. E mentre ti rimetti gli occhiali c'è qualcuno che ti sta guardando. Uno sconosciuto, dietro l'angolo, con gli occhi di pianto ti guarda e ti dice teneramente: "mi ricordi tanto una persona". In questo momento tu esci fuori dal mondo, diventi un ricordo che non ti appartiene. La persona continua a guardarti. La velocità della vita si oppone alla staticità di questo momento. Immobile. All'improvviso è come se anche tu ti guardassi dall'esterno. Ti senti parte di un fenotipo e di un dolore. Che non ti appartiene. 
Dici e non sapresti proprio cos'altro dire: "Le persone a volte si assomigliano".


15/06/16

Se ti costruisci una barca

di C. Taliento in memoria di S.R. Prof.


Robina YASMIN - Summer Fun - Diptych
(Summer fun, Robina Yasmin, oil)


"Se ti costruisci una barca puoi scegliere tu il colore, anche se è da principianti pensare subito al colore, come se fosse tutto lì, solo quello. Devi sapere che c'è da lavorare il legno e martellare i chiodi con delicatezza e attenzione" disse il vecchio Ferri mettendosi le mani sui fianchi e guardandomi come se non fossi capace. Era un chirurgo ortopedico in pensione. Io in quegli anni scrivevo canzoni. Più che altro, poi, m'intendevo di decoupage. 

"Beh- dissi io mentre mi sedevo su uno scoglio- forse è meglio iniziare".
"Iniziamo" disse Ferri.
E iniziammo a costruire una barca. Una barca piccola, in fondo. Grande come un letto. Però, bella. Una barca per l'estate, per meditare sulle nostre mediocrità, ridere delle nostre mediocrità, bere il caffè nel thermos, dormire.
Io avevo detto un sacco di parole a tanta gente e non sapevo più che dire. Ferri era anziano, poteva essere mio nonno e come la maggior parte degli anziani non aveva paura del silenzio. 
La barca, all'inizio, era un mucchio di assi recuperati qua e là da Ferri nel corso della sua lunga vita durante le passeggiate sulla spiaggia. Era riuscito a costruire una specie di telaio.
Io, figlia del progresso tecnologico, avevo comprato da E-bay un libro in inglese con le istruzioni su come fare. Così leggevo concentrata, mal interpretavo, mi pulivo gli occhiali con la maglietta, mentre Ferri martellava seguendo la sua testa e la naturale inclinazione di quei quattro legni storti.
"Secondo me, stai sbagliando" dicevo.
Ma il vecchio parlava poco e non si difendeva mai. Questa era per me la sua più grande dote. Non gliene fregava niente. Niente.
"Incredibile, è tutto storto. Annegheremo!".
Lavorava con la sigaretta tra i denti. Ogni tanto si fermava, prendeva la sigaretta con pollice e indice e guardava la barca, s'immaginava dei velieri. O magari no, chissà. Due colpi di tosse e si rimetteva a lavoro. E guai a chiedere consigli.

Una volta mi disse: "Blu è un bel colore". Che era il suo modo di coinvolgermi.
"Si, non è male" dissi alzando la testa dal libro.
"Blu è anche un bel nome"
"Mah non lo so se mi piace. È tipo Bleah, tipo che schifo". Si, in realtà mi faceva schifo, come, segretamente, tutto quanto. Il mondo mi aveva offeso. Va be', avevo sedici anni.

"Pensavo di prendere un cane. Lo chiamerei Blu" disse tagliando un pezzo di carta vetrata dal rotolo. 

"Che cane?"
"Un cane blu".

Io volevo un pastore tedesco. 
Arrivò il caldo, quello vero, giallo come i miei capelli che il sole iniziava a bruciare e a schiarire, giallo caldo giallo come il nostro ombrellone. Iniziai a lavorare anch'io, non avendo più voglia né di leggere, né di pensare. Era una barca piccola, ma noi eravamo dei perfezionisti. E dedicavamo tempo. E il tempo passava, ma non era abbastanza. Malgrado il suo enfisema e la mia adolescenza, non c'era posto migliore in cui entrambi non chiedevamo di stare. Insieme, ciascuno per i fatti propri. 

Fu una bella estate. Verso la fine di luglio, mentre pulivamo i pennelli sporchi di vernice blu, attaccarono sull'enorme cartello pubblicitario che ci sovrastava un manifesto dove c'era scritto: "La Vita è come un arcobaleno".  
Io pensai subito che volesse dire una cosa simile a "prima vai in salita e poi ti tocca rotolare verso lo sfascio".

Invece, il vecchio lesse la frase ad alta voce, con quella sua sigaretta sempre al lato della bocca. C'erano almeno quaranta gradi. Prima di parlare aspettava sempre qualche secondo. Disse: "In effetti, è colorata".

Io alzai un sopracciglio. Scettica com'ero diventata. 
E lui aggiunse: "Colorata e bella".
Già.
 Tutti i giovani irrequieti dovrebbero essere affiancati di tanto in tanto da anziani ottimisti e calmi dal sangue fermo. Però, a me manca proprio lui, non l'effetto della sua assenza su di me. 

05/06/16

Tutta la vita

di Cristina Taliento


Ci potrei mettere tutta la vita per cercare una Voce che arrivi alla gente.
Oppure tutta la vita per fuggire da quella Voce,
facendo orecchio da mercante,
decidendo, alla fine, di non voler comunicare niente.
E che sto bene così, stesa al sole senza parlare.

Ci potrei mettere tutta la vita per capire da che parte stare,
se dalla parte di chi composto sorride
o dalla parte di chi raccoglie le chiavi da terra insieme a quelle altre cose che sono cadute, risponde alle chiamate, si mette in macchina e parte.

Ci potrei mettere tutta la vita
a imparare come si salva una vita,
tutta la vita per imparare a mettere anche un solo punto di sutura,
tutta la vita per abituarmi alla morte,
e tutto questo tempo potrebbe non bastare per mettermi in salvo.

Ci potrei mettere tutta la vita per fermarmi un momento,
fermarmi per davvero, staccare la spina dai pensieri e non tormentare di richieste questo Tempo che vivo.
Ci potrei mettere tutta la vita per convincermi fino in fondo che quel che conta è stare bene, quel che conta è respirare per respirare, essere qui, sentire la tranquillità sulla mia pelle.

Ci potrei mettere tutta la vita per sentirmi davvero dove voglio essere,
nel posto esatto, all'ora giusta, tra tutto quello che sento, quello che ora sono,
e quel momento potrebbe durare un minuto oppure non arrivare mai.

Ci potrei mettere un casino di tempo a volere bene,
volere bene davvero o anche amare,
amare senza trattenere, senza andarmene,
soltanto essere qualcuno con cui fare un giro in Vespa la sera, qualcuno da cui è bello tornare.

Ci potrei mettere tutta la vita a imparare come guardare il mare senza la smania di volerlo conquistare o la paura di annegarci dentro.
Tutta la vita per guardarlo attraverso l'obiettivo decidendo, poi, di non fotografare,
che comunque non è lasciar perdere, né rinunciare, ma semplicemente far crescere le cose come piace a loro,
alla maniera di mio nonno che mi guardava pedalare da lontano in piedi sull'uscio di casa. Sorrideva.

Ci potrei mettere tutta la vita,
tutta la vita senza riserve,
per donare a chiunque io incontri,
senza troppe storie o parole,
una parte di me che non abbia neanche la più piccola sfumatura di una balla.

Ma per adesso resto qui a sentire il rumore del fiume mangiando una barretta di cioccolata,
perché ho ventidue anni e qualcuno ha detto che sono una bambina,
ho famissima e devo studiare un sacco. E dormirei,
dormirei almeno dodici ore.