30/08/14

Avventure di un Felicitiere - Il suo lungo indugiare

di Cristina Taliento


(immagine da www.theguardian.com)

Il Felicitiere aveva quasi trent'anni, ma, secondo lei, la sublimazione di sé stessa poteva concretizzarsi soltanto dopo la cinquantina. Comunque, quelle ultime luci di gioventù non le dispiacevano. La domenica, quando non lavorava, vestiva con maglioni leggeri extralarge, si sedeva sulla sedia a dondolo vicino alla finestra che dava sul mare e, con in mano la Settimana Enigmistica, pensava a come sbrogliare il Quesito della Susi, lasciato volutamente irrisolto fino alla sua giornata di riposo. Non ci metteva poi molto. Il Felicitiere era di quel genere di intelligenza che in una donna prende la strada della saggezza piuttosto che della sfida. E così, i suoi silenzi brillavano in uno sguardo pieno di domande; la sua solitudine leggera che si rispecchiava nelle tazze di caffè, dopotutto, si piaceva e allora non se ne andava, restava lì, tra le sue spalle e i suoi capelli che al sole prendevano le sfumature del grano. 
Ma quella domenica dei primi di settembre, a mille chilometri dal mare, nel bel mezzo del Baltico, il caffè che beveva era quello amaro dei pescatori. Girò ugualmente il cucchiaino per dodici veloci volte e bevve. Tutto questo mare, pensò. Tutto questo mare
Faceva il medico a bordo di quella grande nave che era la Regina Sofia, base d'appoggio nelle operazioni di montaggio di una piattaforma petrolifera, la seconda che il governo danese aveva deciso di impiantare durante quell'anno. Per lei non c'era tanto da fare. Passava le giornate sull'albero maestro a leggere i Complotti e Misteri d'Italia, alzando lo sguardo ogni volta che una raffica di vento le gelava il viso o scendendo da lassù quando un marinaio doveva salire a controllare l'orizzonte o la tenuta della vela.
"Is everything okay, doc?" capitava che le urlasse qualcuno dal basso.
"Yes, yes, thank you. Call me if you need me!".
 Con le Converse e la sciarpa, a prima vista più che un dottore sembrava la figlia adolescente di uno degli ingegneri che lavoravano al progetto, ma chiunque le avesse rivolto la parola avrebbe notato nei suoi occhi, dietro gli occhiali da vista, l'autunno, lo studio, la memoria e quel suo lungo indugiare, riflettere sui volti, sulle parole, sui sintomi, su quei piccoli dettagli che sembravano esistere solo nel suo mondo; quel suo mondo che, per questo, appariva pieno zeppo di cose, di occhi, persone, fatterelli, risposte date così per gioco e memorizzate all'istante, custodite e incatenate, pieno zeppo di particolari, di eritemi nascosti, di piccole cicatrici che solo lei aveva notato, pupille più grandi del normale, cuori più grandi del normale. E in quella affollata confusione di oggetti e anime, lei sarebbe dovuta sembrare, a quel punto, molto indaffarata, presa dalla foga di darsi risposte, di analizzare i dati. Tuttavia, era abbastanza calma, sebbene nessuno laggiù avesse mai capito il perchè i suoi capelli apparissero spettinati anche quando non tirava un filo di vento.

4 commenti:

Tomaso ha detto...

Cara Cristina, amo leggere questi racconti.
Quando penso che passano molti mesi l'ontano dalla terra con un lavoro duro e stressanti, gli ammiro.
Buon fine settimana cara amica.
Tomaso

Il Ballo dei Flamenchi ha detto...

Ciao Tom, grazie per la visita, spero tutto bene dalle sue parti, ciaooo

amanda ha detto...

"era di quel genere di intelligenza che in una donna prende la strada della saggezza piuttosto che della sfida"
questa frase vale tutto il pezzo, senza nulla togliere al resto :)

Il Ballo dei Flamenchi ha detto...

Sono contenta doc!