Ad ogni modo mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. Lo so che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

(J. D. Salinger, Il giovane Holden, cap. XXII)

domenica 6 ottobre 2013

Cinque secondi

di Cristina Taliento


Questo, in fondo, è un racconto breve. Brevissimo, nella fattispecie. Non sarebbe stato narrato se nel giorno 24 settembre 2013, venti pedoni fermi al semaforo di Via Gramsci avessero attraversato la via allo scattare del verde. Quando il verde scattò, invece, essi non se ne accorsero per cinque insoliti, buffi, secondi e la vita sembrò, per un momento, evaporare nel caldo fumoso di un’estate ormai finita.  Ciascuno di essi era distratto da qualcosa di diverso che, allo stesso modo, allontanava le loro menti dalla fretta di andare e andare e attraversare le strade del mondo e premere Alt, aspettare ai semafori, ancora andare, salire, scendere, schivare e chiedere indicazioni, ringraziare, di nuovo andare, per sempre andare nell’eternità di un moto che se in apparenza poteva sembrare vario, era, in realtà, rettilineo e uniforme. Gli ostacoli, gli inconvenienti, non erano che parte del percorso, niente di diverso, tutto perfettamente contemplato nella geometria della quotidianità. Un uomo con il cappello esce di casa. Esce di casa e incontra un cane. Esce di casa, incontra un cane e lo accarezza. Lo accarezza e poi continua a camminare. Cammina fino all’edicola e si ferma. Si ferma, compra il giornale. Compra il giornale, mette il giornale sotto il braccio. Saluta l’edicolante. Saluta e continua a camminare. Cammina fino alla ferramenta e si ferma. Si ferma, guarda la vetrina. Guarda la vetrina, mette le mani nelle tasche dei pantaloni. Continua a camminare. Tac, tac, tac. Il ritmo è quello di un metronomo per pianoforte. Il pianoforte è l’uomo ed egli va a tempo. L’uomo aumenta con rigore e ordine il grado di disordine dell’universo.  E lo fa per gradi, per piccole liberazioni di energia e monotone speranze, parole già sentite, vecchie, ingenue, originalità. Egli ignora e cammina. Archivia, smette di pensarci troppo. Fissa bene l’omino rosso perché sa che non appena scatterà il verde, lui saprà cosa fare: con sicurezza andare. Determinato, andare. Sopra ogni altra cosa perché, lui sa che se si ferma è perduto, se si ferma il tempo si dilata, le convenzioni smettono di essere credibili; le ore, i 365 giorni che fanno un anno, le leggi, i semafori, tutto potrebbe sembrare ridicolo all’occhio beffardo di un nullafacente fermo, seduto a scrutare, a smascherare. Finché c’è movimento, al contrario, il fiume scorre liscio e le domande, i dubbi, sono pesci d’acqua dolce che si, pur ci sono, ma seguono anch’essi la corrente. Ma se in questa giostra rettilinea, in questo nastro trasportatore infinito che non gira in tondo, ma va dritto, se su queste strisce pedonali lunghe chilometri e chilometri, il pedone, dovesse fermarsi un attimo e non accorgersi del verde, mentre gli automobilisti in coda si chiedono perché diavolo quello non attraversi la strada, se all’improvviso ciò che dovrebbe muoversi, sta fermo, allora potrebbe sembrare che tutto possa ribaltarsi e l’azione scambiarsi con la staticità. I pedoni si mettono in piedi vicino al semaforo e non passano. Gli studenti alzano la testa dai libri e guardano avanti. Le cassiere del supermercato si rigirano un prodotto fra le mani, poi lo lasciano e appoggiano il mento sulle nocche. I professori universitari interrompono una frase nel mezzo. All’improvviso, come presi da meraviglia, pensare cose come: Toh! Io non lo sapevo che ‘sta strada tagliava per il parco!

2 illustri commenti:

amanda ha detto...

ecco tutto fila tranne i prof universitari, quelli spesso sanno cosa pensare fermi ai semafori verdi, ed anche altrove, pur fingendo di essere perennemente indaffarati

Baol ha detto...

Sempre un gran bel leggere qui, sempre.