06/03/13

Lettere dalla guerra

di Cristina Taliento

In memoria di A.C. (1980-2003)

(Afghan girl, Steve McCurry, 1984, National Geographic Magazine)



Saigon, settembre 1974

Caro Paul,

mentre ti scrivo, mi brucia negli occhi il terrore delle carni dilaniate. Sangue ovunque, sulle palme laggiù, su di me. Uomini con museruole sguinzagliano segugi fatti di gas; ho dimenticato per chi combattiamo, ho dimenticato il colore dei nostri nemici. Vorrei prenderti la mano. Vorrei che il tuo canto calmasse le urla di questo ospedale. Una volta, hai cantato una canzone; guardavi lontano... i tuoi occhi come pianure aperte sul mare.
Il mio unico rimpianto in vita è di non averti mai fermato. Mi scoppia il cuore al pensiero di aver gettato tanto coraggio qui, a tamponare ventri squarciati, a correre nei campi minati, a scavalcare fili spinati e di non esser mai venuta a casa tua a dirti quanto ti ho amato, a dirti quanto sei bello. 
Ho seguito il tuo volo da lontano, pensando che non interferire fosse un gesto di difesa verso la tua libertà. Invece adesso, in mezzo a tutta questa morte, ho capito che l'amore non può essere discreto, non può avere  riserbo. Dovevo irrompere nella tua vita e farmi tempesta, dovevo gridarti sotto la pioggia di stare con me e con me soltanto, dovevo afferrarti per un braccio senza nessuna delicatezza e farti mille domande, insistere per ascoltare le risposte, respirare il tuo ossigeno, scompigliarti i capelli, rubarti il gelato, il Tempo; dovevo entrarti nel cuore come un coltello .
Quando la febbre mi avrà annebbiato la vista e la voce non mi basterà a ripetere il tuo nome, quando tutto si allontanerà, svanirà come in un sogno e la penna scivolerà abbandonata, ti vedrò  e mi ricorderò di quando il tuo sguardo cadde nel mio e per un attimo infinito pensai che in vita come in morte io sarei stata
per sempre tua,

Hannah Jones, infermiera volontaria


***


Venshenskaya, 9 dicembre 1942


Carissimo padre,

dite all'Emanuele che può star contento, adesso, a sapermi finalmente con il capo piegato e le ginocchia tremanti; io che per lui sono sempre stato il ragazzino saccente, sempre in piedi, pronto a farsi la ragione e tutto. Della faccia di schiaffi che ricordava lui, e forse pure voi, non sono rimasti che gli zigomi, appuntiti come i pomelli del vostro bastone. Così a sapere questo, quel grandissimo mentecatto -scusatemi padre-, la smetterà con la voglia di stampigliarmi addosso le sue manate schife sulla faccia. Per quel che va al di là di questo punto, io, poi, qui sono l'ultimo. Peggio ancora che a casa. Anzi, sono lo zimbello, se proprio ci tenete a saperlo. Gli altri soldati, quei poveri scheletri che sono rimasti, sempre seri e scuri in volto, quando mi guardano se la ridono e io che devo fare, oltre che guardarli da sotto questo elmetto che mi hanno dato, tre volte più grande del necessario. Ridono perchè non sono ancora morto, così gracilino, come dicono loro. Sono dei farabutti, dei maledetti animali, ecco che sono. Si fanno i superiori ripetendomi di stare attento, di stare in guardia. Roba che se il gelo mi azzanna un dito o mi becco una fucilata nel petto, finisce che la colpa è mia perchè non ho fatto attenzione. Per di più sono ignoranti, questi compagni miei. L'altra sera, per fare un esempio, è morto il Giacomo, uno delle isole, forse. Io mi sono messo a leggere quel libro di poesie greche, quello che mi ha regalato il prefessor Leucci e quelli indovinate che fanno? Ce la trovano sulla lingua. Non sapevano nemmeno dell'esistenza del greco, roba da offendersi a morte, che vergogna. Così mi son messo a tradurre qualche verso a occhio, ma qualcosa l'ho inventata io, giusto come mi veniva perchè il freddo sporco e assassino da un po' mi fa dimenticare le frasi e i pensieri e pure le parole. Fatto sta che, alla fine, menomale, quei quattro orsi si sono messi a piangere e, va be', io pure stavo piangendo e mi colava il naso, ma a queste temperature tutto scompare, perfino le lacrime. Se ne volano, si cristallizzano e non ti danno nemmeno la gioia di sentirtele scendere. Che gran fregatura. Però, siccome non posso cancellare e gli scarabocchi non mi piacciono, non dite a Emanuele che piango, papà. Sarebbe troppo per lui, l'avrebbe vinta ancor di più e noi qui stiamo già perdendo... non si riesce ad accendere il fuoco e le scarpe sono rotte da settimane. Questi continuano a dire che è per la patria, che prima la patria e poi la morosa, un sacco di frasi così, ma io penso che la patria poteva comprarcelo un cappotto un po' più pesante, se proprio ci voleva bene come dicono. A ricordarmela, scriverei qualche massima latina per chiudere, ma chissà dove è finita la mia memoria e chi lo sa come mi sento. Spero che la lettera la riceviate asciutta. Dite a Emanuele che è stato un buon fratello, dopotutto, forse il migliore che si potesse avere e che se vuole può anche ricordarmi come il solito seccatore irriverente, piantagrane e via discorrendo, basta che non mi dimentichi. E che non lo facciate nemmeno voi. Addio, padre, Dio vi benedica,

Giovanni


4 commenti:

F. Lupis ha detto...

Tu vuoi farmi piangere...neevverroo? T.T

Il Ballo dei Flamenchi ha detto...

non ho queste velleità, di far piangere gli altri.

Qui, basta che piango io :)

Adriano Maini ha detto...

Uno zio paterno risultò disperso a gennaio 1943 nella Sacca del Don. Questo é un mio modesto pensiero per unirmi al sentimento dovuto alle vittime innocenti - anche i soldati di leve obbligatorie lo sono - di guerre, che sono quasi sempre ingiuste: uniche eccezioni forse solo le lotte dei partigiani in Europa.

Il Ballo dei Flamenchi ha detto...

grazie Adriano :)