30/12/13

Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti - Prima parte

di Cristina Taliento


(Ritratto di giovane con libro, Lorenzo Lotto, 1526, Pinacoteca del Castello Sforzesco, Milano)


Quando, sui gradini della biblioteca, Steve Pirotecnico venne lasciato o meglio, quando venne mollato come una molla e scaricato come uno scarico, la sola cosa che volle veramente dire fu: "Oggi avevo finalmente compreso i meccanismi biochimici dell'ittero e tu mi hai rovinato questo momento. Perchè questa decisione di farla finita non l'hai presa martedì, quando ero alle prese con la cinetica enzimatica? Eh no, tu, subdola e egoista, hai aspettato pazientemente che io arrivassi a provare questo forte senso di soddisfazione personale per imporre lo stupido ricordo di te nella mia memoria, per il resto della mia vita, pensando con astuzia di farti associare al giorno in cui espugnai l'ittero e lo feci alleato del mio sapere".
E, quasi tutte le volte, stringendo il libro bianco e rosso in mano aggiungeva: "Aveva ragione Isacco a chiamarti volpe giuliva!". Dove per Isacco lui intendeva Isaac. Anacronisticamente, Newton.
"Ah bello! Te c'hai qualche problema" era, di solito, la risposta. Ma Steve Pirotecnico non aveva grandi problemi, se non una insolita tendenza ad esagerare gli eventi, i sentimenti, oppure ingrandire gli oggetti o addirittura la realtà, giocando con una perversa lente d'ingrandimento annessa di fonendoscopio per auscultare i suoni, si, auscultarli, invece che sentirli solamente. Da bambino era stato arruolato, per opinione dei più grandi, nelle nicchie affollate degli introversi e dei sognatori. Passava le giornate a scrivere racconti su una vecchia rubrica del nonno. A tredici anni pubblicò "Le foglie secche del vecchio Tobia", una ballata in onore di uno spaventapasseri malato di depressione che un giorno scappa dal campo con in spalla un corvo chiamato Crello.  L'insegnante d'italiano aveva fatto leggere il racconto a l'insegnate di storia e tutte e due, nella sala del caffè, avevano scosso la testa e alzato le spalle. "Povero figlio" aveva detto l'insegnate di storia. 
Poi, crescendo, abbandonò l'espressione riflessiva di quell'infanzia solitaria, per un carattere, chissà come mai, estroverso. Avrebbe potuto ridere di tutto, di un funerale, di un telegiornale, di una foglia lasciata in bilico su un muretto. "Era così chiuso in se stesso e ora... ora, guardatelo, come ride" mormorarono gli offesi, i commenti nell'aria. "In realtà, questo è un costante, quotidiano, esercizio di socialità che ho prescritto a me stesso per capire meglio le menti di voialtri" esclamava all'aria. 
A sedici anni e mezzo, comunque, passati i giorni delle risate sconnesse e insane, con lo stesso ardore con cui si era dato alla gente, si diede alla scienza. Ogni volta che qualcuno parlava di scienza, i suoi peli del braccio si drizzavano teatralmente e talvolta le sue mani iniziavano a tremare. I suoi genitori avevo smesso di farci caso da quando avevano compreso quale razza di commediante, esagerato, esaltato, iperattivo, curioso, fosse quel loro figlio. E allora preferivano assecondarlo con il labbro inferiore sovrapposto su quello superiore e un ciondolare ipnotizzato del capo. Lui, per tutta risposta, si mise a lavorare al Progetto, lo stesso del titolo: impiantare le branchie ai gatti. Iniziò una ricerca esasperata di atlanti inglesi dell'anatomia del gatto e del pesce. Ordinò online scheletri di felini. Le domeniche mattina andava a pescare pesci vivi per lasciarli nuotare in una vasca da bagno abbandonata a cento metri dallo stagno. Poi, si stancò degli animali. Così, dopo la maturità classica, si iscrisse al corso di laurea di medicina umana. Tuttavia, non smise mai di lavorare al Progetto. 
Uno dei pomeriggi delle prime settimane di luglio, una bambina, Meredetta Berta, si avvicinò al tavolo della biblioteca dove lui studiava quel giorno e dove aveva studiato per gran parte delle settimane degli ultimi anni.
"Ciao" disse la bambina.
Steve alzò gli occhi dal foglio, indurì la mascella infastidito per essere stato interrotto, respirò profondamente e, senza guardare altro se non l'orizzonte immaginario che si apriva nella stanza, tornò a rileggere la frase.
"Ciao" ripetè Meredetta Berta piegando la testa di lato.
"Vattene, bambina. Vattene, mosca" borbottò Steve Pirotecnico preso da altri pensieri.
"In realtà io ho dodici anni. Sono entrata con successo nella prima fase di quella che gli psicologi chiamano adolescenza"
Steve prese a tamburellare le dita con insistenza. Poi chiese di botto: "C'è qualche motivo in particolare per il quale tu abbia deciso di lasciare ciò di cui ti stavi occupando per venire a scassarmi così insistentemente la minchia?"
"Oh... ecco..."
"Ti sei persa? Vuoi dei soldi? Ti senti sola? Ti sei innamorata di me? Vuoi un gelato? Non sai fare le addizioni-sottrazioni? Cielo, le moltiplicazioni, giusto! Aiutami, no? Sto cercando di capire quali intenzioni possano spingere una bambina di dodici anni a disturbare un ragazzo di venti nel bel mezzo del suo sforzo cognitivo"
"Mi servirebbe l'Anatomia del pesce" disse la bambina indicando il libro che Steve aveva sotto il naso. Il ragazzo che voleva impiantare le branchie ai gatti sbattè le palpebre.
"Lo prendi in prestito tutti i giorni dalle quattro alle sei ed è proprio quando io posso venire in biblioteca perchè esco da scuola alle tre e mezzo, ma tu prendi in prestito il libro tutti i giorni dalle quattro alle sei..."
"Asp-aspetta bambina, ti stai ripetendo. Quando si esprime un problema, lo si deve fare nel modo pù sintetico possibile, scegliendo le parole più brevi e i costrutti meno articolati. E' ovvio che le ripetizioni sono bandite, al fine di dare all'interlocutore, in breve tempo, un piccolo database di informazioni pulite su cui può lavorare intellettualmente"
"Si si, infatti" constatò la bambina che aveva imparato a dire "si si infatti" quando le persone iniziavano a parlare velocemente.
"Un solo si, prego"
"Si"
"Bene. Dicevamamo. Il libro. Bene. Non so a cosa possa servire un simile libro a una bambina che ha appena imparato a leggere e scrivere. Io, personalmente, sto lavorando sull'impianto di branchie su mammiferi cordati, in particolare su Felis silvestris catus. E tu?" aggiunse sporgendosi in avanti e incrociando le braccia sul tavolo.
 "Uuh che bello!" esclamò la bambina appoggiando le mani sul tavolo.
"E' buona educazione-continuò Steve guardando quelle piccole mani con distacco- rispondere alle domande poste dall'interlocutore prima di aggiungere qualsiasi altro apprezzamento"
"Vorrei andare a pesca, ma non ne so abbastanza sull'argomento"
"Dunque io ti rispondo, bambina, che ti servirebbe un libro più semplice, nonchè adatto alla tua età, e possibilmente ricco di immagini" concluse Steve mentre le parole 'tua' e 'età' risuonavano nella stanza.
"Ho già letto gli altri libri, ma, sai, vorrei saperne di più sulla pinna natatoria"
"Bambina, parliamoci chiaro- disse Steve Pirotecnico togliendosi gli occhiali da vista e muovendoli nell'aria per argomentare meglio- Lo scopo dei tuoi studi è puramente egoistico e sterile e, se mi permetti, nocivo nei confronti della fauna marina e illegale se considerate le nuove normative restrittive in fatto di pesca nel nostro territorio. Al contrario, i miei scopi sono altruistici, inseriti nel contesto nobile della ricerca scientifica, per di più sono studi non retribuiti e avulsi dagli esami universitari che devo preparare. Io studio medicina e per studiare questo libro studio due ore in più la sera. Quindi, ti prego, non venire a pormi queste richieste e lasciami riflettere in pace".
"La cultura è un diritto" disse forte e chiaro Meredetta Berta che da piccola giocava ai guerrieri.
"E, come ogni diritto, può essere negato. Arrivederci".



25/12/13

Auguri da 'Il Ballo dei Flamenchi'




Per tutti i lettori che seguono questo blog, con vero piacere e affetto, ho spennellato i miei auguri di un sereno Natale e di un memorabile Anno Nuovo. E siccome questo è il terzo anno che apro la scatola degli acquerelli per pubblicare una cartolina, inauguro questa tradizione sperando, come si fa in questi casi, che continui!

Tanti saluti a voi che errate,
Cristina

22/12/13

Il pescatore, il panino e il narratore raffreddato

di Cristina Taliento


C'era questo pescatore. Sempre se sono in tempo a scrivere. Se non ho disimparato, cioè. Vediamo. Vediamo se sono ancora capace. (Un tempo, quand'ero giovane, mi dilettavo con la scrittura).
C'era questo pescatore - cappello di lana, sciarpa color del vino, occhi marroni- che aveva vent'anni. Ed era di sesso femminile, diciamo. Ma rimaneva comunque un pescatore perchè a sentirsi chiamare 'pescatrice' le sarebbe venuta in mente la rana pescatrice che da mangiare non era poi così buona. Secondo lei.
Ovvio che ho disimparato a scrivere. Ho scritto 'diciamo'. Va bene, fermarsi non mi aiuterebbe. Coda tra le gambe e si continua su questa riga qui. Questa qui, si. Allora, la ragazza... il pescatore non aveva nulla di che... si, nel senso che non era questo granchè, diciamo. L'avrebbe detto anche lei. ("Non sono poi questo granchè"). Ma suonava l'armonica, se può interessare. O anche se non può interessare, lei suonava l'armonica, era un dato di fatto nato non per destare particolare meraviglia, dopotutto. Dove, post scriptum, per armonica si intende l'armonica a bocca e non la fisarmonica come molte volte si potrebbe erroneamente pensare. 
Andando al punto o più precisamente al faro, la specialità di questo pescatore era, più del pesce, il panino al prosciutto. Niente di che. Insomma. Nel senso che. Nel senso che lei prendeva la barca, scioglieva i nodi. Anzi, scioglieva i nodi e prendeva la barca. Di solito, lo faceva quando il cielo era di quell'azzurro omogeneo che solo i pittori iperrealisti potevano capire. Tre, quattro colpi di remo ed era lontana abbastanza. E questa era una bella misura: abbastanza. Non era facile, per niente facile, capire quando si è lontani abbastanza dalla spiaggia. Sulla carta, a parole, si potevano perdere giorni interi a deciderlo, ma nel mare, coi remi in mano, uno lo sentiva quando poteva smettere di remare, quando poteva tirare su col naso e respirare, guardare la spiaggia e sentirla alla giusta distanza e sentire che così poteva andare, che così andava bene. E a quella distanza, il pescatore prendeva il panino incartato d'argento, spostava la carta con le dita e poi, in mezzo a quel mare, ci dava un morso. Perchè il panino era una di quelle cose che avevano senso. Nel senso che era nutriente. E questo bastava. A lei, dopotutto, bastava poco per dare un senso alle cose, senza nemmeno inventare scuse. Si insomma, quelle che per gli altri erano le 'piccole cose odiose' per lei erano più cose da arricciare il naso e poi magari sorridere e quelle che per gli altri erano invece le 'grandi cose odiose', per lei erano semplicemente grandi. Grandi cose. E anche l'odio, poi, aveva una certa grandezza che gli conferiva un certo, considerevole, senso. 
In mezzo al mare con un panino al prosciutto, a una distanza sentimentale decisa dall'istinto, era assodato (diciamo) che le cose avessero tutte un senso. Ma da laggiù, o da lassù, dipende, quello stesso senso si sfumava, saliva sulla creste delle onde e con esse se ne andava a largo, o a riva o chissà dove. A questo punto dei pensieri, di solito, il pescatore, buttava giù un altro morso. 
Una volta arrivò la Capitaneria di Porto e affiancò la barca del pescatore e il pescatore, tutto imbacuccato tra sciarpe e maglioni, disse, indicando il panino: "Favorite". E il capitano di porto, se così si chiama, disse: "Con piacere, signorina pescatore". E il pescatore, spezzò il panino e gliene diede metà, ovvero la metà che non era stata morsa. "Grazie". "Le pare". 
Il Capitano ancora non se ne andava. Il pescatore annuì due volte senza che fosse stato detto niente. Poi il Capitano disse: "Okay che tutte queste cose hanno un senso, ma qual è il senso che queste cose hanno per te. Tu vuoi queste cose?"
Il pescatore disse: "Mah, credo di si". Testuali parole. 
"E cosa vuoi tu, nello specifico?"
Il pescatore: "Innumerevoli cose, signore".
Il Capitano, allora, se ne uscì con la frase: "I migliori vogliono cose diverse, cose che magari nessuno vuole".
E allora la ragazza, che nel frattempo aveva dato un morso, mentre masticava, si mise a ridere e quindi si coprì la bocca con una mano. Poi dopo aver deglutito e tossito e deglutito ancora esclamò: "Caspita capitano, lei è un vero spasso!"

22/10/13

Io sono qui


Che noi siamo fatti,
educati, cresciuti così,
educati, bla bla, cresciuti, siamo.
Che io non ero,
non sono così,
che sono,
che io non sono,
ero, io ero,
sono stata, io ero
in questo modo,
preciso, così.

Se è vero il Sono, 
non è vero il Non Sono.

Non lo so chi sono.
Io sono qui.

(C. Taliento)

19/10/13

Le vite umane


di Cristina Taliento


E c'ha sempre 'ste benedette vite umane in bocca. Ogni confinato minuto. Non riesci a distrarla, cavolo, non ci riesci! Perchè la testa è lì, alle vite umane e notte e giorno e notte e giorno, non come un vezzo, non come studio. E tutto per le vite umane, per salvare vite umane. Non si fa così! Non ci si comporta così! 'Sta foga insana di correre e rifiutare appuntamenti e sbattere porte in faccia all'amore e riaprirle chiedendo scusa, se sono vite umane. Le vite degli altri. Fare, mangiare, bere e dormire per le vite degli altri. Ma che persona sei. E poi, considerare gli altri solo per accertarsi che stanno bene e che c'hanno il polso apposto e che i linfociti e che le valvole e che...mah. Per poi fregarsene alla grande se alle vite umane piace il tè al limone. Il tè al limone? Buon Dio, siamo seri, ma come può toccarti una cosa simile? Vite umane, come per dire, prendili e salvali e poi vattene, schiocco di guanti e clac, sparita. Come si chiama in medicina 'sta sindrome alla supereroe maniera? Come la chiamate, ahn? Quali traumi e carenze barra eccessi di affetto motivano la necessità di dimenticarsi e prostrarsi alle vite umane? Perchè è questo. Non c'entra venerare l'uomo, non c'entra venerare l'umanità. Per lei, sono le vite umane. E' diverso. Prima era l'immensità dei Greci e Latini, nonchè del genere umano tutto, adesso sono le vite umane. Non capisce, non riesce a capire che non può essere così, che è solo protocollo, che ci sono i pazienti e ci sono i medici, che esiste una dannata cosa chiamata professionalità, distanza e compagnia bella. Il suo cervello sta così dentro, non riesce a vedere, immaginare, altro che benedette, maledette, vite umane e ogni cosa deve essere sempre così stupida e banale se rapportata alle sue fragili vite umane. Le vite umane... che ridere. Come per dire: New York vista dall'ultimo piano dell'Empire State Building. Ma, dico io, perchè non te ne torni a casa? Perchè non vai al cinema? Guarda solo i telegiornali, lei. Alza il volume quando parlano delle guerre. Non si rende conto che a un certo punto bisogna prendere il dannato telecomando e mettere su Real Time e commentare anche solo con ironia le minchiate che sparano. Dice che non riesce a seguirle, dice 'vado a letto'. Ma sono importanti le minchiate, sono alla base dell'equilibrio. Come puoi pensare sempre e così solennemente alle... come puoi sentire su di te, dentro di te, questo grande amore per le... fanculo, chi ti credi di essere per avere l'arroganza  di crederti così impegnata, nel profondo coinvolta, così concentrata in questa tua missione, in questa tua sentita occupazione? Quanto ti prendi sul serio per metterti l'elmo e prendere le vite umane così sul personale e farne una tua crociata e farne la tua vita? Il mondo è un po' come viene, le persone si prendono il raffreddore, le cellule impazziscono, i cuori un bel giorno si fermano eppure nell'incertezza, intuiamo cosa fare, come sopravvivere. Le persone fanno i funerali, si fanno regali, si comprano coperte, poi ricominciano a ridere e il sabato cucinano pollo arrosto. Ma tu rimani lì, con il solito sguardo da paladina sconfitta, a pensare a come ostinatamente tenerle in vita; ne senti la responsabilità come se le avessi fatte tu, 'ste vite umane. Ti attacchi a loro e la cosa più dura è che tu non hai conti in sospeso con nessuno, conosci te stessa e questa vocazione non è la reazione contraria a un bel niente. Non hai somatizzato un cavolo. Non sei psicologicamente guaribile perchè sei pulita. Sei sincera e sei fissata e sei pulita. Vuoi soltanto sapere al sicuro le vite umane. Vuoi che siano nei loro letti con i bronchi liberi. Riguardo ai loro sogni, quando te li raccontano, sorridi, ma, in fondo, non t'importa. 

06/10/13

Cinque secondi

di Cristina Taliento


Questo, in fondo, è un racconto breve. Brevissimo, nella fattispecie. Non sarebbe stato narrato se nel giorno 24 settembre 2013, venti pedoni fermi al semaforo di Via Gramsci avessero attraversato la via allo scattare del verde. Quando il verde scattò, invece, essi non se ne accorsero per cinque insoliti, buffi, secondi e la vita sembrò, per un momento, evaporare nel caldo fumoso di un’estate ormai finita.  Ciascuno di essi era distratto da qualcosa di diverso che, allo stesso modo, allontanava le loro menti dalla fretta di andare e andare e attraversare le strade del mondo e premere Alt, aspettare ai semafori, ancora andare, salire, scendere, schivare e chiedere indicazioni, ringraziare, di nuovo andare, per sempre andare nell’eternità di un moto che se in apparenza poteva sembrare vario, era, in realtà, rettilineo e uniforme. Gli ostacoli, gli inconvenienti, non erano che parte del percorso, niente di diverso, tutto perfettamente contemplato nella geometria della quotidianità. Un uomo con il cappello esce di casa. Esce di casa e incontra un cane. Esce di casa, incontra un cane e lo accarezza. Lo accarezza e poi continua a camminare. Cammina fino all’edicola e si ferma. Si ferma, compra il giornale. Compra il giornale, mette il giornale sotto il braccio. Saluta l’edicolante. Saluta e continua a camminare. Cammina fino alla ferramenta e si ferma. Si ferma, guarda la vetrina. Guarda la vetrina, mette le mani nelle tasche dei pantaloni. Continua a camminare. Tac, tac, tac. Il ritmo è quello di un metronomo per pianoforte. Il pianoforte è l’uomo ed egli va a tempo. L’uomo aumenta con rigore e ordine il grado di disordine dell’universo.  E lo fa per gradi, per piccole liberazioni di energia e monotone speranze, parole già sentite, vecchie, ingenue, originalità. Egli ignora e cammina. Archivia, smette di pensarci troppo. Fissa bene l’omino rosso perché sa che non appena scatterà il verde, lui saprà cosa fare: con sicurezza andare. Determinato, andare. Sopra ogni altra cosa perché, lui sa che se si ferma è perduto, se si ferma il tempo si dilata, le convenzioni smettono di essere credibili; le ore, i 365 giorni che fanno un anno, le leggi, i semafori, tutto potrebbe sembrare ridicolo all’occhio beffardo di un nullafacente fermo, seduto a scrutare, a smascherare. Finché c’è movimento, al contrario, il fiume scorre liscio e le domande, i dubbi, sono pesci d’acqua dolce che si, pur ci sono, ma seguono anch’essi la corrente. Ma se in questa giostra rettilinea, in questo nastro trasportatore infinito che non gira in tondo, ma va dritto, se su queste strisce pedonali lunghe chilometri e chilometri, il pedone, dovesse fermarsi un attimo e non accorgersi del verde, mentre gli automobilisti in coda si chiedono perché diavolo quello non attraversi la strada, se all’improvviso ciò che dovrebbe muoversi, sta fermo, allora potrebbe sembrare che tutto possa ribaltarsi e l’azione scambiarsi con la staticità. I pedoni si mettono in piedi vicino al semaforo e non passano. Gli studenti alzano la testa dai libri e guardano avanti. Le cassiere del supermercato si rigirano un prodotto fra le mani, poi lo lasciano e appoggiano il mento sulle nocche. I professori universitari interrompono una frase nel mezzo. All’improvviso, come presi da meraviglia, pensare cose come: Toh! Io non lo sapevo che ‘sta strada tagliava per il parco!

16/09/13

Ritratto di Augusta Sempiterno nata Ottavi

Come combattere gli attacchi di panico

di Cristina Taliento


Cinquantasei, cinquantasette, cinquantotto, cinquantanove... che qualcuno, qualcosa, mi faccia passare la rabbia e l'ansia, sessanta, mannaggia Giuda, sessantuno, calmati per favore, sessantadue, sessantatrè, sessantaquattro, ma che cazz... sessantacinque, sessantasei, porca miseria, arghhhh, sessantasette. Ritratto di Augusta Sempiterno nata Ottavi. Scrive: Cristina Taliento. Silenzio. Un accidente. Mi ci vuole uno pseudonimo, non ne posso più di mettere la faccia per queste puttanate! Oddio, ti prego, non così. Non lo dire... non lo dire, non lo scrivere. Cazzo! Ecco. I miei complimenti. Sei ufficialmente una ritrattista professionale, ma che cosa c'entrino i genitali con Augusta Sempiterno, non ne hai idea. Niente! Va bene. E' una fottuta esclamazione! Si, va bene, ma non mi sembra giusto aprire un ritratto in questo modo, il ritratto di Augusta Sempiterno, poi. Nata Ottavi, poi. Si chiama violazione di proprietà privata. Tu entri con la tua rabbia nel ritratto scritto di un'altra persona. Tu inganni l'intelligenza altrui. Sono il narratore, faccio quello che mi pare. Me ne fotto! Si, ma non è corretto lo stesso, nè per i lettori, nè per la Sempiterno in questione. Fanculo ai lettori! Quelli non se ne fregano niente dell'Augusta. Vogliono solo divertirsi, come le ragazze. Smettila! Smettila! Smettila! No! Calmati, diavolo, calmati! Senti, io nemmeno lo so chi sia questa Augusta Sempiterno, nata Ottavi e francamente, ora lo ammetterò, non me ne importa nulla di lei o del marito da cui prese il nome perchè è una dannata copertura. Comunque, tutti i personaggi sono coperture, qualcuno di cui parlare, qualcuno da mandare a morte alla fine del capitolo. Non dire parolacce. Se vogliono sentire parolacce, o peggio ancora leggerle, si fanno un giro su uno di quegli autobus dell' Essetipi, non attraversano chilometri e chilometri di web, connessioni e satelliti. E ora, una volta per tutte, parlaci di questa santa donna. Io non ho mai detto che sia una donna. Dunque, è un uomo? No, è una donna. Appunto. Ora l'ho detto. Va bene, continua. Che non mi si dica quello che devo fare, cazzo! Come vuoi, come vuoi. Un giorno. Sentite, gli idioti iniziano con 'un giorno'. Sei un'idiota? Si. Ti vergogni di questo? No. Allora inizia pure così. 
Un giorno Augusta Sempiterno morì. Ma tutti muoiono. Non è questo il punto! Era mai nata? Si, lasciami scrivere. Lei era nata, un giorno. Si... un giorno. Lei era nata Ottavi, suo padre si chiamava così. Ebbene? Ebbene. Ti sei calmata? Ora si. Grazie. Prego. Grazie. Prego. Grazie. Prego. Piantala. Okay. 

10/09/13

La panchina sul molo e altre sedie

di Cristina Taliento


(Blue Jay 2, Serge Zhukov, oil on canvas, at http://sergezhukov.com/ )


Il cuore sta lì. Bello che batte. Il collo, lungo, lungo, lungo, è il molo, con le assi di legno, illuminato dal tramonto. La bocca è la panchina. Gli emisferi cerebrali sono lo Ionio e l'Adriatico che si incontrano, calmi e forti come due soldati che vengono in pace. E questo per millenni. Soltanto nel più recente passato, poi, c'erano due lacrime, una dalla parte dello Ionio, l'altra da quella dell'Adriatico, che scendevano sulle labbra e lì brillavano: Erica e Davide, seduti alla fine del mondo, tra i due mari, sulla panchina dei millenni e degli antichi mari. 
Lui le aveva detto a pomeriggio, diventi più bella ogni giorno che passa, ma la sera stessa era partito per l'università. Normale, era settembre. Vabbè e tu che farai? Le aveva chiesto prima di andarsene. Resto.
Pensava di restare, in fondo, su quella panchina tornando a casa soltanto per dormire e farsi il tè da portare sul molo. Invece, durante l'intera invernata, ci tornò anche per cambiare i libri ogni volta che ne finiva uno, per sorridere a sua madre dopo un esame andato bene, per il bagno e la cucina. Per il resto, nessuno più la vide e d'inverno il molo sembrava un altro posto. Alcune volte pioveva forte, il mare si agitava e lei apriva l'ombrello, incastrando il manico tra le bande metalliche della panchina. La prima pioggia forte della stagione, non la ricordava così forte. Gli uomini sono smemorati anche per questo, scrisse quando tornò il sole, per vedere le stagioni come se fosse la prima volta. L'attesa, insieme alla neve e ai temporali, veniva dimenticata e nel tempo, santificata, fino a quando si accorse che, malgrado i messaggi inviati, i ti prego torna e le fotografie, dopotutto, lei non stava aspettando. Forse, era più probabile che, seduta su quella panchina, di notte, di giorno, con le maniche corte o vestita di lana, lei stesse guardando la vita e le cose senza sentirsi coinvolta. Era, infatti, un posto da spettatore. Chi aveva costruito quelle panchine lo aveva fatto nel 1992 per una gara mondiale di vela. La sua, poi, era stata montata sugli ultimi assi di quel piccolo molo di pescatori che da anni più nessuno usava. Il massimo della contemplazione del mare, pensava. Contemplare. La gente lo faceva mangiando il gelato prima di tuffarsi ad agosto ed era allora che le capitava di trovare altri seduti al suo posto. Passata l'estate, il lungomare si allungava ancora di più nella sua solitudine di lampioni grigi e fogli di giornale visti volare prima da vicino e poi visibili ancora da lontano e più lontano... Certe volte non poteva non dubitare di tutta quella contemplazione. Sua sorella le gridava che doveva alzarsi e darsi da fare, ma a lei pareva che non ci fosse azione più grande del vivere fuori, seduta, eppure all'aperto. Non in piedi, ma nemmeno a casa. Lì, appunto. Stava vivendo nel modo in cui credeva di essere lei. Stava facendo della sua vita, lo specchio della sua personalità. Lei era una panchina sul molo.
E allora, fammi capire, io dove dovrei vivere? Le chiese Davide quando tornò per Natale.  Che ne so io di come sei tu, rispose Erica e aggiunse, davvero. Davvero. La Gente Davvero è diversa, una cosa completamente diversa, lei lo sapeva. Alle volte affibbieresti a qualcuno una vita in poltrona, magari bordo piscina, champagne e bicchieri di cristallo su un tavolino posto di fianco e, invece, è un ramo di albero, scomodo tra foglie e scoiattoli. La Gente Davvero si siede nei posti di cui non avresti sospettato. Un fatto delicato, le sedie degli altri. E lei non voleva immaginarla la vera sedia di Davide. Lui le aveva detto che stava diventando bella giorno dopo giorno e, stando così le cose, a quel punto, doveva essere diventata bellissima, ma lui se n'era andato, aveva incontrato altre persone, altre sedie. La sua era una panchina sul molo e tutt'intorno mare, al diavolo gli altri posti a sedere.
Non puoi stare tutto il tempo seduta qui, è triste, disse cambiando argomento. No, non è vero, mormorò voltandosi dall'altra parte. Si, è triste, di un triste pesante, è come se non ti volessi impegnare in nessuna promessa. Alzò le spalle e se avesse avuto una sigaretta, se la sarebbe rigirata tra le dita; se avesse avuto un orologio, avrebbe sistemato il cinturino. Invece, sospirò e disse soltanto mi piace, è il posto in cui voglio stare veramente. Trovare le cause, sarebbe stato come trovare lei. E lei era lì, identità, anima, cuore, mente, tutte quelle cose erano lì e volevano restare. C'erano dei posti-secondo lei- dei posti che ci raffiguravano e in cui l'essere si riconosceva e si pacificava. Mentre per alcuni poteva essere semplice chiudere gli occhi, immaginarsi seduti in un posto assoluto, per altri questo non bastava. Si poteva vivere tanto tempo, viaggiando da Nord a Sud senza mai trovarla, la sedia. Quelli erano i pendolari, li chiamava così. Animi da metropolitana, giacche e cravatte prive di volontà, fantasmi, nient'altro che fantasmi che si trascinavano con le loro ventiquattrore vendendo promesse vuote, soldi, azioni e mai loro stessi. Non avevano sedie. Rimanevano in piedi, sconfiggendo l'inerzia infilando la mano morta dentro le maniglie sopra i finestrini. E a chiederli di chiudere gli occhi e immaginare il loro posto, non avrebbero visto che fumo e allucinazione.
Questa è una tana vista mare, rise Davide prendendole la mano. Tu non hai idea di cosa sia capace il mare in inverno, a cosa sia esposta io, disse Erica. Questa è una tana vista mare esposta alle intemperie. Lei amava le intemperie. Quand'era piccola e c'erano i tuoni, mentre sua sorella piangeva, apriva la porta che dava sul giardino e restava a sentire la pioggia sulla lingua. Si, forse il suo rifugio era in mezzo alla tempesta.
E il tuo posto qual è? gli chiese per non parlare sempre di sé.
Una gru.
Sei seduto su una gru? Che megalomane del cavolo. 
Sta parlando la panchina sul molo, signori miei. Una gru metallica quando viene sera e allora?
Una gru nel cielo stellato usciva da dieci mesi con una panchina sul molo. Non poteva essere altrimenti. 

29/08/13

Le cause e il contesto

di Cristina Taliento


(L'Annunciazione, Leonardo da Vinci, oil on wood, 1472, Galleria degli Uffizi, Firenze)

"Il contesto! Le cause stanno nel contesto. Il nostro agire, amare, sognare non è frutto di un solo grande atto, amore, sogno, ma del tempo, del contrasto luce-ombra, del ragazzino cinese che ci fissava mentre prendevamo, affrettati e sconvolti, quella decisione. L'intorno, l'ambiente! Credete davvero che L'Annunciazione di Leonardo sarebbe altrettanto bella se fosse appesa tutta storta in un incasinato spogliatoio di liceali ubriachi in Florida?".
Il professore Antonio Genda squadrava gli allievi, pur non riuscendo a distinguerli affatto. In piedi, sul palco, smascherava le illusioni dei maghi e della società.
"Si- rispose una voce, dopo un attimo di silenzio- è bella lo stesso".
"Così mi sta dicendo, chiunque lei sia, che le cause non sono nel contesto?" chiese nel buio Genda, con i fari puntati sugli occhi.
"Si, è esatto"
"E dove si trovano, di grazia, le cause?"
"Nella Bellezza che scatena le emozioni e, quindi, l'agire umano". Gli altri allievi, nel buio, mossero un muscolo. Chi il buccinatore, chi l'orbicolare dell'occhio. Genda si avvicinò al banco del tè. Se ne versò una tazza tenendo la testa piegata fissa di lato. Pensava, prendeva tempo.
"E il contesto?" domandò prima di dare un sorso.
"Non conta davvero. Il ragazzino cinese è solo una macchia di colore al centro del quadro, la luce che ricordiamo è quella che vuole vedere la mente. La nostra volontà o le cause, come dice lei, non rispondono al contesto. Esso influisce soltanto quando non vogliamo, quando non desideriamo. Pensiamo di seguire mille sentieri contemporaneamente e, in realtà, ne inseguiamo solo uno, lo puntiamo con impaziente calma e non cediamo finchè non saremo arrivati alla fine".
"Non le pare, questa, una visione semplicistica della realtà, una visione miope o,di più, una cataratta?"
"No" negò la voce.
"E quindi?"
"E quindi, niente, è così. Siamo belve apparentemente distratte dal contesto, con le zampe trattenute dai rovi, gli occhi arrossati dalla polvere, ma corriamo con tutte le nostre intenzioni verso la Bellezza e poi la chiamiamo felicità, realizzazione dell'Io, viaggio, piacere. Ma è Bellezza e noi ne siamo ossessionati"
Genda incrociò le braccia, anche se, come lui stesso diceva, non bisognava mai incrociare le braccia quando si stava sul palco.
"Mmm- nascose la bocca sotto il baffo- e che mi dice dei liceali ubriachi dello spogliatoio con L'Annunciazione di Leonardo?"
"Si sarebbero sentiti..."
"Inadeguati?"
"No"
"Confusi? Avanti, come si sarebbero sentiti?" esortò Genda piegandosi in avanti, davanti al buio in cui erano immersi gli allievi.
"Si sarebbero sentiti bene". E la voce sorrise.


22/08/13

I muri

di Cristina Taliento

A volte penso che la mia scrittura abbia muri alti sei metri e io, invece di sfidarli, mi metto a giocare nell'ombra che fanno. I miei personaggi sono codardi e si nascondono, amano e dicono di non amare, vogliono essere tutto l'infinito afferrabile, ma poi finisce che se ne vanno sempre e io li vedo allontanarsi di spalle. Che cosa ci sia dietro quelle spalle, non lo so e una cosa che non posso immaginare, è una cosa che sto guardando controluce, come se non potessi vederla mai nitida o, nel mio caso, descrivibile.
Le storie sono, per me, allergie di primavera. Mi arrossano gli occhi, mi corteggiano il naso con uno starnuto che non viene, un pianto che rimane lì attaccato. Mancanza di talento, Taliento. In questi casi c'è poco da fare. 
Forse dovrei davvero andare in una tabaccheria. Comprarmi un pacchetto di sigarette. Fumarmele una ad una come gli scrittori di New York. Dimenticare gli effetti della nicotina. Forse dovrei smetterla di rompermi le palle da sola. 
Il mio stile di scrittura è quello di una ragazza seduta sui gradini della casa di sua nonna mentre guarda gli altri passare. Dovrei fischiarli da dietro quei passanti, gridare a pieni polmoni "ehi tu senza la maglietta!". 
Ah-ah-ah, ehi tu, si tu, senza la maglietta, dico a te! 
Ma lo stile, qualcuno ha detto, è la verità che uno si porta dietro. Nella mia verità, nessuno gira a torso nudo. Io, forse, scrivo come se non volessi togliere la maglietta a nessuno. E cullare le coscienze con quello che tutti già sanno.

20/08/13

Una storia tanto per


di Cristina Taliento 


Questa è una storia tanto per. Tanto per scrivere. Come gli scemi che non sanno che dire e parlano. Come me che non ho una storia e narro. Questa è una storia e tanto basta, che sia per o, soltanto, così. 
Parla di una ragazza molto corteggiata, molto intelligente, molto di tutto, una fuoriclasse nel suo genere. Lei, un giorno, fa lo zaino e parte e la cosa bella è che non va a girarsi l'Europa come fanno gli altri perchè lei è anche molto creativa. Se ne va in un' isola, per dirla tutta. Già.
Se questa non fosse una storia tanto per, forse la ragazza avrebbe un nome, ma con questo genere di storie, si sa, le parole non stanno mai ferme come si deve al foglio, ma volano e certe volte si staccano, seguono le correnti d'aria generate dal ventilatore. I nomi, poi... pfff, i nomi non vale nemmeno dirli per quanto valgono poco. E quindi... e quindi niente, questa ragazza parte, prende un aereo, il primo che trova, atterra in un posto, un posto che non ha nome, poi da lì prende un autobus e va a finire in un altro posto dello stesso tipo e alla fine sale su un traghetto che dopo, diciamo, tre ore, approda in un' isola. La ragazza si guarda intorno, si mette la mani sui fianchi e dice "eccoci qua", come i vecchi che dicono "eccoci qua" piegando la testa di lato. E il traghettatore dice "oè, ragazzina! Ma non lo vedi che non c'è nessuno su quest'isola?". E la ragazza, giustamente, risponde: "E voi allora perchè non cancellate il viaggio di trasporto passeggeri?". E il traghettatore, se questa non fosse una storia tanto per, di sicuro, avrebbe risposto qualcosa di molto sensato, ma invece se ne esce dicendo: "Mah, così!". Allora, la ragazza schiocca la lingua e si siede su uno scoglio. E sta lì. Finchè non arriva un temporale e lei capisce che deve mettersi al riparo se non vuole bagnarsi i capelli. Ma poi dice dentro di sè: "E che male c'è?". Quindi, piove, piove, piove, il mare si agita, ma lei sta lì, sullo scoglio. Poi arriva un granchio e la ragazza gli sorride perchè lei, tra l'altro, flirta un sacco con tutti, grandi e piccoli, biondi e bruni, aventi endoscheletro, aventi esoscheletro. Si, la ragazza flirta un sacco. 
Nello specifico, al granchio dice: "Ehi tu". 
E il granchio dice: "Aha, quindi è così..."
La ragazza, senza smettere di flirtare, si mette i capelli dietro l'orecchio e dice: "Così come, granchio?
E il granchio, tutto scocciato, fa: "Ovvio, no? Quindi questa è una di quelle storie dove parlano gli animali..."
In realtà, il granchio non lo sa, questa è una storia tanto per, dove i personaggi non vogliono comunicare nessuna emozione, anche se pure il silenzio è comunicativo. Bisogna ricordarselo. 
"Può darsi" sospira la ragazza guardando il mare e come se non bastasse, aggiunge altro indeterminato mistero aggiungendo un enigmatico, doppio esclamato "chi lo sa!!".
A un certo punto, in lontananza arriva di nuovo il traghettatore e la ragazza si chiede se non sia cosa buona andarsene e lasciare il granchio marcire nella sua inospitalità. 
"Senti, granchio!- fa la ragazza alzandosi in piedi- Devo dire che è stato un piacere, ma ora me ne vado!"
"Dove?- chiede il granchio con la classica espressione da schiaffi- A Quel Paese?". Poi si mette a ridacchiare con le chele che si massaggiano gli addominali. 
Se questa qui non fosse stata una storia tanto per, la ragazza si sarebbe fatta valere con un'arguta risposta. 
"A dire il vero...- prova, invece, a controbattere con i pollici intorno alle fasce dello zaino- A dire il vero, la tua battuta non mi fa ridere poiché io... poiché io la strada per il Paese non conosco affatto".
"Ohooo! Ma posso insegnartela io, mia cara!" propone il granchio con fare da gentiluomo. 
"Grazie!- esclama la ragazza con vera riconoscenza- Ve ne sarei davvero molto grata, non ho cartine con me e qualche indicazione mi farebbe molto comodo, grazie granchio! Prenderò appunti!". E si toglie lo zaino dalle spalle, lo apre, prende il taccuino, sfila la penna dall'occhiello e si mette in posizione per scrivere. 
"Oh, guarda! Lì infondo!" dice il granchio indicando con una chela l'Est. 
La ragazza si gira, si mette una mano sopra gli occhi per farsi ombra dai raggi, annuisce sorridendo e si chiede se non sarà troppo impervio il cammino. Si gira verso il granchio per domandare ad alta voce ciò che ha pensato, ma il granchio è sparito. Del granchio, senza ogni dubbio, non c'è traccia. 
"Che scemo di merda" pensa la ragazza capendo lo scherzo. 
Certo, se questa non fosse stata una storia tanto per, lo scherzo avrebbe fatto, senz'altro, ridere.  
Ma, ahimè, è proprio una di quelle storie. 

18/08/13

Indice dei racconti

  
 
Premessa. Non tutti i racconti che sono stati pubblicati su Il Ballo dei Flamenchi sono presenti in questo elenco. Qualcuno l'ho regalato e mi è sembrato giusto cancellarlo perché un regalo è solo di chi lo riceve. Alcuni di questi racconti sono stati scritti quando avevo quindici anni (2009). Altri sono più recenti e scritti meglio, ma questo non vuole dire che siano migliori. In sincerità, non so se vi possa piacere leggerli, ma io credo che continuerò a scriverli. 


16/08/13

I labirinti evanescenti della personalità di X7

di Cristina Taliento

(Tomas Sanchez, oil on canvas, contemporary painters)

Quella volta andai a trovare X7 in ospedale, dopo aver sbagliato due volte l'autobus e aver salvato un esame. Per anni, fin dalla prima elementare, avevo avuto in cura la sua personalità, prescrivendo risate dopo i pasti e attività sportiva su taccuini rosa di Hello Kitty, ma quella volta la psiche non c'entrava molto. Era ricoverato in Cardiologia e stava morendo.
"Questi cazzo di medici!" borbottò non appena mi vide. Era seduto sul letto con la schiena appoggiata sui cuscini.
"Cosa c'è che non va?"
"Tutto! Sono dei gran maleducati, ma io... Oh io, quant'è vero Iddio, mi regolerò di conseguenza!"
Per quel che ne sapevo, la vita di X27, in generale, era quella di un uomo che si era regolato si conseguenza, modificando abitudini e negando gentilezze in virtù di singole lezioni imparate, ben recepite.  Sia che andasse contro i pareri degli altri, mosso dall'orgoglio o dalla vendetta, sia che, invece, agisse per soddisfare i gusti della gente, la sua vita dipendeva dall'intorno e mai da una spontanea, insensata, decisione presa per seguire, che so, il cuore. Così la sua personalità era come quei sentieri nella sabbia che cambiano continuamente, di ora in ora, a seconda delle raffiche del vento e un attimo prima portano a sud e un attimo dopo si rivoltano, tornano indietro, dimenticando tutto, restringendosi, ritraendo i margini, vergognandosi un po'.
"Lo sai quello che dico sempre? Quello che non ti uccide... ti stronzifica. Non sto dicendo bene?"
E X7 lo sapeva di star dicendo bene perchè ne aveva fatto il suo credo, aveva fatto della sopravvivenza la peggiore landa di sentimenti raccattati e avanzi di spontaneità. La mia conferma, in quella sala di ospedale, contava quanto una frazione di secondo in un mare di mesi e di anni. Niente.
"Si, è così".
Nascosi la pena che provavo per lui guardando fuori dalla finestra le altre migliaia di finestre che crescevano in altezza e larghezza e che nascondevano, a loro volta, altre facce e storie ed emozioni, interpretazioni di emozioni, per lo più sbagliate. Noi non eravamo nessuno in quel reparto al terzo piano e non lo eravamo nelle strade, in riva al mare. Le nostre entità si perdevano di fronte alla sconfinata e fragile vastità del mondo e della mente. Qualcuno pensava qualcosa, la diceva, la scriveva, ma non restava davvero. Se ne volava sulla spiaggia come un petalo di papavero. Io mi sono comportata così perchè. Io ho reagito così perchè. Lui mi ha fatto questo perchè. Vola... Ci siamo lasciati perchè. Fluuu vola nell'acqua, si perde tra le onde. Oscilla, brilla, vola, sale, sale, scende, sfiora l'acqua, affonda e nessuno lo vede, nessuno. E resta comunque silenzio, senza che ci sia stata la gioia. Rimane uno scacchista che fronteggia l'avversario copiando le sue mosse, regolandosi di conseguenza. E se quello muove l'alfiere bianco, quell'altro posiziona il nero secondo uno schema speculare di ridicola precisione. Ma se, un giorno, tu dovessi arrivare alla conclusione che tutto è menzogna e fraintendimento, allora capirai che il tuo agire non era che l'ombra sfocata di un inganno durato una vita. Teneramente, la tua.
Per questo, alla fine, dissi: "Mi piacciono quelle persone che, se non restano uccise, non barattano il proprio essere con la speranza di sopravvivere qualche anno di più. Mi piacciono se poi continuano a sorridere e riescono a perdonare perchè stanno al di sopra di tutto, mi piacciono un casino quando non tradiscono la propria anima per le esperienze che hanno avuto".
X7 storse la bocca in una smorfia. "Smettila di considerarti una tra gli ultimi fottuti eroi metropolitani". Proprio così: senza macchia e senza paura, forti e calmi, puri di cuore, onesti fino alla morte, homo sum, umiltà, riconoscenza, timore di Dio, rispetto per i padri. 
"Puttanate- concluse sputando il muco nel fazzoletto- tra vent'anni avrai cambiato idea".
Rimasi in piedi vicino alla porta con il giubbotto appeso al braccio. Poi mi andai a sedere su una sedia a fianco al letto, gli raccontai una barzelletta, ridemmo, dopo mi allontanai un attimo con la mente, mi misi a ricordare, lui disse qualcosa, io sorrisi, poi piansi, mi alzai di nuovo, camminai fino alla finestra, tornai a sedermi, parlammo ancora, sospirammo, incrociammo le braccia, ridemmo di nuovo, presi una delle rose sul comodino, me la regalò, grazie, di niente, ora vado, va bene, okay, va bene, allora ciao, va bene, ciao, salutami la mamma, okay, ciao. Ciao.

12/08/13

Biciclette

di Cristina Taliento

(Bicycles, Taliah Lempert, oil on canvas, contemporary painters) 

I falchi volano alti e lì in fondo ci sono gli Appennini. Ma prima di tutto, dimmelo mille volte, ci sono io, solo io e io e io, sempre se non decide di venire con me anche il cielo e allora in quel caso saremmo in due. Oh posso venire anch'io? chiedono le mie amiche. Oh Romeo, faccio io recitando, non saremo in troppe? Lo sapete che c'è anche la mia bicicletta? Energia pura del sentimento che pedala e grida forte "fate largoooo" senza smettere di ridere oppure usare i freni. Pedalare mentre sfumano le strade e le vie del centro e al loro posto si aprono sentieri dove code di glicine in fiore cadono dall'alto e tutt'intorno i poeti lasciano le divine Muse per incontare le cameriere che smontano dal turno delle otto. E Frank Focaccia cucina per loro la specialità della casa, mentre la nebbia allarga le distanze e mostra il lato riflessivo dei palazzi.  Pedalare sulle onde del mare, sorpassarle e tirare dritto dal verso opposto a quello della spiaggia fino a che non c'è solo cielo verde chiaro sopra il manubrio e stelle e luna quando viene sera. Bambine liberano dal finestrino della casa sull'albero palloncini colorati pieni d'elio. Li vediamo noi, mentre sfrecciamo lungo il fiume guardando dietro a tratti per vedere se siamo ancora tutte. Ma che razza di pensieri, è logico che ci siamo! Niente è così logico, mie care! E gli orologi testimoniano i nostri imperituri diciannove anni. Quasi venti! Piantala, sono diciannove! Venti! Diciannove! Venti, cretina! Ho detto: diciannoooove! Mentre gli automobilisti abbassano i finestrini per vedere chi grida e vedono solo ombre in velocità seguite da lunghi capelli e infinite aspettative comuni, ad eccezione di Laura che ha smesso di illudersi a quindici anni dopo aver letto dell'effetto che avevano scatenato i sogni su Leopardi. Giacomo. Ma che vuol dire, dai. Vuol dire che meno sogno, meno piangerò al risveglio. L'importante,  comunque, è volere adesso. Infatti, io voglio tantissimo.
Pedalare e pedalare e intanto il vento spazza via le virgole dal foglio per sommergerlo di foglie. Tra un mese sarà quasi autunno. Sarà quasi casa e quasi amore. La la lalaaaaa. La la lalaaaaaa. La la la la, la la la laaaaaaa.

08/08/13

Disse laggiù c'è un temporale

 
di Cristina Taliento





(Tramonto sul mare, Giovanni Fattori, 1890, olio su tela)

Disse le cime sono destinate a rimanere sole. Tu sei una cima.
Dissi non è vero. Per un fico secco e strasecco.
Disse eh...
Dissi non sospirare, vecchio. Io ti rispetto, ma non sospirare.
Disse laggiù c'è un temporale.
Dissi ma come, c'è il sole.
Disse sei giovane.
Dissi poi mi spieghi che c'entra.
Disse c'entra, c'entra.
Dissi so osservare, se è questo che vuoi dire.
Disse non credo.
Dissi allora, non sono nè cima nè sola. Buon per me.
Disse prendi la vita come viene e non temere.
Dissi let it go.
Disse come prego.
Dissi lasciala andare, più o meno.
Disse no.
Dissi in che senso.
Disse tieni stretta ogni cosa.
Dissi non so se ne sono capace.
Disse sei brava.
Dissi non è vero.
Disse laggiù c'è un temporale.


01/08/13

Una ragazza selvatica torna sempre

Dialoghi rubati al vento poichè ascoltati e messi per iscritto.

di Cristina Taliento


     (Truls Espedal, oil on canvas, contemporary painters)

 
Quando è tornata l'ex del vicino, l'ho vista arrivare- minigonna nera, capelli biondi- da dietro l'oleandro che divide le due verande. Avevo appena finito il capitolo sugli idrocarburi e stavo per iniziare a studiare il mitico benzene e tutti quanti se n'erano andati in spiaggia a guardare le stelle mentre, per me, del mare nemmeno il suono, nemmeno l'odore e su tutta la strada gli unici a essere rimasti lì, nel caldo spietato d'agosto, eravamo io, il Vicino che leggeva libri tutto il giorno- a giudicare dal volume, Dostoevskij- e quella nuova, forse vecchia, arrivata. Per il resto, deserto. Erba illuminata dalla luce arancione dei lampioni, un po' di grilli nei cespugli, la sigla di un notiziario a chilometri di distanza.

"Ehi" ha detto la Vecchia Ragazza del Vicino con la voce di pianto.
Il Vicino ha alzato la testa dal suo libro e in un attimo si è tolto la sigaretta di bocca, l'ha spenta premendola più volte nel posacenere in bilico sul ginocchio, ha tossito- bronchite cronica- ha piegato la testa come in un tic nervoso. Io ho ripreso a sottolineare con la matita, ma poi:
"C'è una parabola..." ha iniziato a dire la Ragazza.
"Crist'Iddio!- ha sbottato lui con un tono divertito e disperato, mentre si alzava dalla sedia a dondolo facendo leva sulle braccia - Hai idea...? Che cazz...? Lo sai per quanto tempo...?"
"Senza scherzi. Una parabola. Del Vangelo." ha insistito alzando le spalle.
Il Vicino si è seduto di nuovo.
"C'è un padre che chiede a un figlio se fa una certa cosa e il figlio dice, oh si papà, puoi mettere la mano sul fuoco che la faccio, ti puoi scommettere tutte le tue galline e le vigne e i vitelli, dovesse essere l'ultima cosa che farò, ma sono solo parole, il padre lo sa... alla fine, il ragazzo, non combina un cazzo- scusa- non combina niente, si dimentica, non mantiene la promessa. E poi c'è quest'altro figlio che dice sempre no e no e no e suo padre, che poi è Dio nel Vangelo, anche se questo, ai fini del mio... non importa - e suo padre un po' è stanco di questi no, però sa - anche questo sa- che su di lui può contare, che, il ragazzo, torna sui suoi passi ed è capace di mandare la sua vita all'aria pur di fare la cosa giusta..."
"Senti- ha detto il Vicino alzandosi di nuovo- senti, mi dispiace, non ho seguito il discorso, se vuoi ripetimelo, altrimenti fai che vuoi... Non so, andartene, entrare, spezzarmi il cuore di nuovo, quello che ti pare...". Sapevo già di questa vena melodrammatica del Vicino.
"Ti ho detto un sacco di no e poi alla fine ho fatto il contrario. Sono tornata, cavolo" ha esclamato l'Ex del Vicino asciugandosi le lacrime.
Il Vicino ha sfilato una sigaretta dal pacchetto e si è messo a cercare l'accendino. "Mi hai lasciato in nome di una stupida libertà che io non ho mai capito- ha detto sforzandosi di non urlare.- Io amavo la tua libertà però tu non l'hai voluta condividere con me e ora non provare a... Non ci provare proprio!"
"Non siamo tutti baci e amore al primo colpo e sei un gran egoista se lo pensi, ma tu non sei egoista, no, ma lo sai che non siamo tutti baci e amore al primo colpo e io all'inizio ti odiavo! Odiavo tutto di te, bastardo! Non mi convincevi per niente con le tue arie da egittologo bambino dei miei stivali. E anche quando siamo stati insieme, io non lo sapevo che ti amavo così. Ha perso tutto di senso. Il vino è diventato aceto, porca putt... Le rondini sono diventati uccellacci tristi se non c'eri tu! E io, che cazzo, quando mai mi sono fermata a piangere? Quando mai, dimmelo! E non mi fare l'aria da vittima chè qui la vittima sono io!"
Il Vicino si è seduto di nuovo e questa volta ha messo i piedi sulla sedia a dondolo stendendo la testa sullo schienale. "Tu invece mi hai sempre messo paura. Avvicinarti è stato come avvicinare un lupo".
L'Ex Ragazza del Vicino ha fatto qualche passo avanti verso il Vicino, sedendosi sul gradino più basso con il casco ancora in mano. Riuscivo a vedere la sua moto dietro il cancelletto nero.  
"Rifiutare l'amore era il no più giusto e grande con cui mi fossi potuta difendere e cedere adesso è come dirti di si per sempre".
Mi sono scritta questa frase a lato del paragrafo dei fullereni e quando ho alzato la testa per vedere la reazione del Vicino, lui non era più seduto sulla sedia a dondolo. Doveva essersi seduto sul gradino accanto all'Ex Ragazza. Per un po' non ho sentito niente, ho abbassato lo sguardo sul mitico benzene che dopo quella conversazione non mi sembrava più tanto mitico a confronto. Mi è venuta voglia di alzarmi e uscire. Magari camminare fino alla spiaggia, vedere i miei amici, buttare qualche frase per farli ridere.

"Eri una ragazza selvatica, ma sei tornata"
"Questi stupidi lupi solitari finisce che sono i più fedeli di tutti".

25/07/13

Il segreto - Ritratti dei tristi

di Cristina Taliento

(Self Portrait as a Young Man, Sir Anthony van Dyck, ca. 1613-1614, oil on canvas, 43 x 33 cm, Akademie der Bildenden Künste, Gemäldegalerie, Vienna)



Chi lo guardava, guardava il segreto. Non lo conoscevano il segreto, quegli altri, ma vedevano lui e sapevano che nei suoi occhi si era impressa una luce non svelata, qualcosa che, nel buio, lontano da tutti, l'aveva cambiato talmente tanto da essere diventato la sua postura, le sue rughe leggere, il suo modo di voltarsi, annuire, appoggiare il mento sul palmo.
Lui era il suo segreto. Gli altri non facevano domande.
Era successo, talvolta, che qualche ragazza, passeggiando, si fosse innamorata di lui scoprendo più tardi, con sincero dolore, di non poter competere con il segreto, ingombrante come una terra senza nome, più rivale di un tradimento;  oppure accadeva che, dopo anni dall'abbandono, quella stessa ragazza si accorgesse che, in realtà, quell'amore per lui non era che amore per il segreto, adagiato sulle sue spalle, così magico come un velo trasparente, figlio di un altro tempo, dimensione.
Alcune di loro si innamoravano del suo segreto. Ed era buffo, perchè, appunto, non lo conoscevano. Altre  volevano a tutti i costi guarirlo, confessarlo per sempre, liberarlo per poi vederlo felice, ma poi finivano per stancarsi di quei sorrisi nostalgici, così difficili da capire, malinconici come note di flauto solitario su un fiume.
Senza dire niente, se ne andavano. Senza sbattere la porta, uscivano per sempre dalla sua vita e la cosa che più le faceva soffrire era l'idea che in quella vita, malgrado gli attimi insieme, i baci e le stelle- in quella vita, mai, in fondo, vi erano davvero entrate.
Così, invecchiò. Da solo, come un albero in mezzo alla savana, come una casa in balia del vuoto. Invero, intorno alle sue caviglie cresceva l'edera; l'edera si attorcigliava, poi, sulle gambe della sua sedia a dondolo, i capelli cadevano come l'intonaco, le ossa presero a fare gli scricchiolii delle porte, ma la sua casa non era vuota. Chi, d'altronde, avrebbe potuto pensarlo? Nella sua casa vi era il suo segreto, solenne, seduto sul trono di velluto del piccolo, modesto, salotto. Eppure era di velluto rosso. La sedia più importante, rispettata, di tutte. Perchè chiunque sapeva entrando in quella casa, che poteva essere il vecchio rudere in Via degli Artisti o più semplicemente la sua persona, che non si doveva gridare, nè dire qualcosa capace di ridestare il segreto.

"Tutti hanno segreti- lo aveva sgridato, una volta, la sua prozia Matilde Terza la Svedese- Smettila di fare tanto il coinvolto. La vita coinvolge, che bella scoperta! Lo sappiamo tutti! Ti colpisce, ti atterra, bravo. Smettila, ho detto, di fare quella faccia". Ma lui si era tolto gli occhiali per pulirseli con il polsino della camicia.  "Con permesso" aveva detto e poi era uscito.
Un'altra volta, invece, un insegnante di filosofia in pensione, gli aveva mormorato dietro la barba bianca: "Ad avere un segreto, certe volte, è come prendere troppo sul serio il passato... Lei non crede?"
"Che razza di uomo è quello che lo dimentica?" aveva risposto con la paura negli occhi, ma era il segreto che parlava.
"Un uomo che vive il presente, suppongo"
"Io sono anche memoria, professore".
"Eh... Perchè non prova ad aprirsi. Parlarne, intendo. Lei non deve dimenticare il passato; la strada giusta è accettarlo, elaborarlo, guardarlo da un'altra prospettiva. Mi segue? ".
"E se non fosse mio questo segreto?"
"Allora perchè fa come se lo fosse?".
La risposta, se mai c'era stata, non doveva aver soddisfatto l'interlocutore più di un solo, pesante, sospiro.
Era andata avanti per anni quella storia, quel silenzio. Lui non la smetteva di morire. Ogni giorno, alle sette di sera, davanti al gioco a quiz del primo canale.
"Ma che gli costava parlare, benedetto uomo! Che gli costava parlare!" se ne usciva, di tanto in tanto, il ricordo di Matilde Terza che, nel frattempo, giaceva da anni in un cimitero in Svezia.
Sebbene gli uomini taciturni e schivi spesso siano guardati con diffidenza, lui, al contrario, forse per la svelata onestà dei suoi occhi tristi, venne trattato con un più accennato rispetto.
Divenne per gli altri, con suo stupore, una specie di leggenda. Se, ad esempio, dei bambini avessero giocato a calcio vicino la sua finestra, magari una signora, passando da lì, avrebbe detto: "Andate più lontano, non qui! Qui c'è un uomo che vuole riposare...- e tra se e se si sarebbe detta- povero uomo, che coraggio, che sopportazione".

E poi alla fine, un giorno, così, chissà perchè, all'improvviso, un quarto prima delle sette, a un ragazzino:
"Il mio segreto... mi piacerebbe raccontartelo".
Il ragazzino smise di respirare, iniziò a sudare, spalancò la bocca, gli occhi, le narici. Conosceva la storia di quell'uomo e del suo segreto. L'aveva sentita sulla veranda di sua nonna tante volte, aveva immaginato omicidi, suicidi, vendette, figli nascosti, cospirazioni, spionaggio, fughe, rapimenti, richieste di riscatto, gioco d'azzardo, debiti, massoneria, illuminati, ordine dei Templari. Aveva giocato con un cavallo di plastica pensando al segreto di quell'uomo. E quando quell'uomo, che era diventato un vecchio, si era seduto a fianco a lui, tutta quell'immaginazione, il rispetto per il segreto, risalirono con impeto alla sua vista.

"Perchè io. Io..." iniziò il vecchio.
Ma il ragazzino era lontano. Vedeva lotte, spade che si scontravano, campi di battaglia, pistole, sangue. E quando il vecchio lo scosse per un braccio chiedendo- "E' buffo, vero?"- il ragazzino annuì, senza aver ascoltato una sola parola. Mentre il segreto sbiadiva nel vento come sbiadiscono gli anelli di fumo.