30/12/11

Canto notturno sui gradini della Cattedrale

di Cristina Taliento


La notte era un bambino
con gli occhi di bruno stupore
nel viso due sguardi d'amanti
e corone di stelle sui fianchi.
Disilluse gambe, brandelli
di giacche camminano
per le strade con a fianco
la morte e schivano il giorno,
nel viso lo fuggono,
lo odiano fino a spezzarsi il cuore.
Ma nel sonno s'ammazzano
in faccia alla vita e piangono sangue
e punture d'insetti,
allungano i muscoli come
ghepardi digiuni affetti da noia
e dal delirio più nero.
Li ho visti baciarsi e
prendersi a schiaffi,
scottare nel corpo di
una febbre squassante,
chiedere acqua
con voce stremata, fumare
sui tetti dei treni e
morire. Morire, poi vivere
ancora come una giostra
notturna d'agosto,
cantando nel buio
ubriachi e prudenti
i vecchi canti del gladiatore.
E tutti li videro uscire
dal loro pallore
dilaniando le carni mosse
dal vento, buttarsi d'un tratto
nell'oceano d'inverno
ed urlare al mondo
ci sono.

29/12/11

Tribute to Holden Caulfield

by J. D. Salinger (Chapter VII)



[...Quando fui pronto per andarmene, con le valigie e tutto quanto, mi fermai un momento vicino alle scale e diedi un ultimo sguardo a quel maledetto corridoio. Stavo quasi piangendo. Non so perchè. Mi misi in testa il mio berretto rosso da cacciatore, girai la visiera dietro, come piaceva a me, e poi urlai con tutta la maledetta voce che avevo in corpo "Dormite sodo, stronzi!". Scommetto che svegliai tutti quei bastardi di tutto quel piano. Poi me la filai. Qualche idiota aveva buttato i gusci delle noccioline sulle scale e per poco non mi ruppi questo maledetto collo.]

28/12/11

Il ragazzo che piange

di Cristina Taliento


Questa specie di storia inizia al crepuscolo come altre specie di storie già state scritte; inizia quando i cuori infranti salgono sui terrazzi e fumano sigarette, quando si mettono a piangere e a riflettere sul passare del tempo. Il crepuscolo di questa storia vide molti cuori infranti. Alcuni di loro camminavano tra la folla con passo svelto e sguardo altero, emozionati dalla loro stessa resistenza alla sofferenza, altri scrivevano su taccuini mentre sedevano nelle sale d'attesa degli ospedali, altri ancora sorridevano ai bambini come per cercare un dialogo con il loro passato e poi, si accorgevano che non sapevano che dire e sorridevano per l'ultima volta prima di premere un pugno sulle labbra. "Papà, papà, perchè quel signore è triste?"; "Papà, papà, se è triste, perchè non piange?". "E che cosa vuol dire, decoro?".

Un ragazzo, invece, piangeva alla stazione e non nascondeva le lacrime, non si vergognava. Si chiamava Riccardo, ma lo chiamavano Narciso perchè la sua bellezza era così struggente che le persone non potevano sopportarla e pensavano che fosse giusto per la pace della loro anima attribuire un qualche vizio come la vanità, per esempio, a quel ragazzo che la vanità non conosceva affatto. "Tu piangi" disse a un tratto un uomo d'affari mentre si sfilava i guanti per stringergli la mano.

"Perchè piangi?" chiese piano mentre lo studiava come un raro fiore sbocciato tra i binari.

"Sono innamorato e mi ha lasciato e non riesco a studiare, non riesco a mangiare, non ce la faccio a vivere. Voglio morire, voglio morire..."

L'uomo d'affari lo guardò negli occhi e per un istante si emozionò. Capì che egli era un'opera d'arte e che tutti dovevano ammirarla. Era come un fiore bagnato dalla rugiada.

"E, dimmi, piangi spesso ragazzo?"

Il giovane alzò la testa per guardarlo e rispose: "Non è per colpa mia".

Pochi mesi più tardi il ragazzo era diventato una star. Tutti i telegiornali parlavano di quella perla del Sud che aveva fatto commuovere i re e le regine del mondo. Le persone del paese smisero di chiamarlo Narciso e iniziarono a chiamarlo Chiangimortu perchè era assurdo! impossibile! che qualcuno si guadagnasse da vivere soltanto col pianto. "Andiamo, Marietta, tu non sei bella come lui quando piangi, non essere cattiva...". "Ridicolo! Le persone serie lavorano, ecco cosa fanno!". In realtà le persone iniziarono a lavorare di più per guadagnarsi i biglietti dei teatri dove non si recitavano opere o musical, ma dove c'era la garanzia di poter vedere il vero Riccardo che piangeva per loro. Era un successo. L'uomo d'affari divenne ben presto l'uomo più ricco del mondo e dovette rispondere a diverse interviste, molte delle quali terminavano con la domanda:

"E cos'è che lo fa piangere?"

"Egli ha il dono della sensibilità-rispondeva calmo, sebbene accecato dai flash- Le sue lacrime sono di rabbia, di tristezza. E ciò che le procura è il mondo, cari ascoltatori. Siamo noi, siamo noi che lo facciamo piangere. Sono le sue ragazze che l'hanno lasciato per Dio sa quale motivo! Sono le guerre, la sofferenza tutta, le morti infantili. Bene, e mentre noi ci indigniamo e sbuffiamo e bestemmiamo, egli, al contrario, piange".

"La ringraziamo. Da qui è tutto, restituisco la linea..."

Riccardo cresceva e viaggiava per i più grandi teatri del mondo, ma più diventava famoso e più il suo pianto perdeva del candore iniziale tanto che i critici avevano cominciato a scrivere recensioni negative sul suo conto. "Le sue migliori lacrime sono già state sparse" disse in tono solenne un critico con i baffi e il frac. L'uomo d'affari continuava a sorridere ai flash, ma, quando tornava a casa, se la prendeva con la moglie e gridava: "Al diavolo la Monnalisa con quel sorriso da ebete! Al diavolo la Ragazza con l'orecchino di perla e quell'altra con l'ermellino! Cosa sono loro al confronto del mio ragazzo? Niente! Mi fanno sbellicare dalle risate! Ma io, ma io... un giorno...!". Quel giorno arrivò senza che l'uomo d'affari potesse deciderlo. Lo decise, invece, una ragazza che studiava Storia dell'Arte e che una mattina volle poter ammirare il bell'Apollo, come lo chiamavano in Francia. La platea non era piena come una volta, così potè avvicinarsi al palco e si sedette al primo posto. Iniziò a parlare da lì seduta e Riccardo poteva sentirla. Disse:

"Hanno ragione quando dicono che le tue lacrime non sono belle come quelle passate. Non sono belle perchè stanno passando di moda, ma anche perchè tu sei passato di moda a te stesso. Voglio dire, prima piangevi e non eri visto da così tante persone. Il tuo pianto era tuo e basta, mentre adesso gli occhi della gente lo stanno seccando. Non lo sai che alcuni fiori si chiudono con la luce del sole? Sentimi, scappa. Vattene da questi teatri e piangi da solo perchè altrimenti la tua anima sarà corrotta e te ne accorgerai tardi".

Il ragazzo pianse meglio a sentir quelle parole, ma questo non bastò a cambiare l'opinione della critica. Partì. E la sua immagine cammina ancora nel tramonto, perchè è nel tramonto che finisce questa storia, se mai era cominciata. Questo ragazzo, infatti, che piange è un fiore, un momento ghiacciato dell'immaginazione dei cuori infranti. Ogni cuore infranto, infatti, sa che egli esiste o che la sua idea esiste. E' l'idea di un ragazzo triste che purifica il mondo con le sue lacrime.


FINE


P.S. Dispiaciutissima per averlo pubblicato. Dispiaciutissima, davvero.

21/12/11

Gli occhi marroni dell'autunno

di Cristina Taliento



(La dama con l'ermellino, Leonardo da Vinci, oil on wood, 1488)


Le strade d'inverno brillano per i riflessi delle luci arancioni. La mia ispirazione in questo momento vive nel cuore di questo ragazzo che vedo dalla finestra. Sta in piedi e aspetta e alza la testa ogni volta che una macchina lo abbaglia. Adesso batte il tempo con un piede; un ritmo lento come la noia. Ecco, un falcone si è posato sulla sua spalla. Il ragazzo non è più lo stesso. Ora sulla sua fronte vedo legata stretta una striscia di stoffa verde. Vedo i suoi occhi marroni d'autunno divenire grandi e cattivi, ideatori di sommosse. Vedo l'avventura e vedo la testa di un lupacchiotto che esce dalla tasca del suo giubbotto. Il libro di filosofia aperto sul comodino si dà una scrollata e tutte le parole cadono a terra: Stuart Mill, il pazzo Kant, Schiller... I filosofi prendono a ballare sopra i miei occhiali, il ragazzo della finestra salta a bordo di una nave che scivola calma sull'asfalto. "Ci imbarchiamo di mercoledì sera, giovanotto!" grida il capitano. "Sissignore, ogni giorno è buono per prendere il mare, signore". Allora Hegel si avvicina con gli occhi sognanti alla finestra e appoggia le mani al vetro freddo e vorrebbe prendere anche lui il mare. Ma la nave fischia già che sembra un treno. Mi viene da ridere in un modo pazzesco.


"Perchè?" mi fa la Coscienza o l'Ispirazione. Questa voce potrebbe essere chiunque. "Che cosa perchè?". "Perchè finisci per raggirarmi?". "Raggirarti?" rido. "Si, raggirarmi. Tu, razza di giullare, finisci per trasformare questi esercizi di scrittura in grotteschi balli di corte dove ci si ubriaca fino alla morte!" grida la voce. "Oh... ma non ti arrabbiare. Non è mica mia la colpa" mi difendo. "Studio! Concentrazione!"; "Ma lasciami perdere, o benedetta Illusione, chè noi gente di poco talento ci divertiamo così e non sopportiamo i corsetti. Noi vediamo le cose che non sono perchè quelle che sono ci hanno escluso da tempo!" esclamo io e poi sto zitta, ma tutti i filosofi scoppiano a piangere per le risate così finisco per ridere con loro e se avessi in mano un bicchiere, giuro sulla mia testa, lo alzerei al cielo.

17/12/11

Non era il cuore, non era il cuore

di Cristina Taliento




Dove il vento inizia, lì c'è una casa. E' la casa della tua Convalescenza dove c'è un medico senza volto che ti lascia i farmaci sul comodino e dice: "Con queste ritornerai giovane. E riprenderai il mare". Dove il vento di due anni fa iniziava, lì c'era la casa della Convalescenza di un adolescente che adesso è cresciuto talmente da essere ringiovanito. Ha preso le medicine; ha detto di essersi trovato bene. Io, invece, andai a trovarlo, due anni fa, e dovetti avanzare controvento per duemila anni e, siccome sono miope, non distinsi la casa nella nebbia fino a quando non fui veramente arrivata. Può darsi che delle aquile imperiali stessero volando sul tetto e che in lontananza un cane si stesse lamentando... oppure fu un pastore tedesco che mi riconobbe e io gli abbaiai per tutta risposta. Ad ogni modo entrai nella casa e il vecchio adolescente era seduto su una poltrona con le pantofole, una giacca di lana e una sciarpa piegata doppia sul collo. Chiunque l'avrebbe scambiato per un anziano perso nel cielo di una stanza. Ma sapevo che aveva sedici anni, due anni fa.

Tossì. Tossii anch'io in piedi vicino alla porta. Le mani buttate nelle tasche del cappotto.

"Sei venuta a trovarmi" fece mentre si grattava la fronte.

"No, vi sbagliate, principe."

"E che sei venuta a fare? Perchè cavolo mi ami così tanto?"

"Un uomo onesto, un uomo probo tralalalallatralalallero s'innamorò perdutamente d'una che non lo amava niente. Gli disse portami domani tralalallatralalallero gli disse portami domani il cuore di tua madre per i miei cani" canticchiai con la voce profonda. Io faccio e dico sempre cose senza senso logico quando non so che dire e quando voglio divertirmi. L'adolescente fece un ghigno da vecchio scorbutico e tirò su con il naso.

"Vattene via, non mi serve la tua compassione, nè la tua superficialità" esclamò di botto.

"Non era il cuore, non era il cuore tralalalallatralalallero non le bastava quell'orrore voleva un'altra prova del suo cieco amore" continuai. L'adolescente fissava il pavimento.

"Fuori soffiava dolce il vento... vuoi una caramella?"

Presi una caramella e allungai il braccio senza muovere un passo.

"Se però non la vuoi, ti prego, non prenderla. Mi sono rimaste solo queste due: una alle erbe aromatiche dei boschi norvegesi e l'altra al miele rosso delle api del Timbuctu".

Aspettò un minuto e poi disse: "Norvegian Wood". Gliela lanciai sbuffando.

Entrò il medico per sorvegliare la situazione. Feci un cenno di saluto con il capo. Se ne andò guardandomi per l'ultima volta insospettito.

"Avrà pensato che sei venuta per rapirmi"

"E allora andiamo!" dissi subito.

"Non posso, sono malato" mormorò mentre si massaggiava gli occhi con i polpastrelli da vecchio.

Tirai fuori dalla tasca del giubbotto un foglio ripiegato in quattro. "Leggi. E' un racconto che ho scritto". L'adolescente guardò di nuovo in basso.

" Non posso leggere, lo sai. Me lo vietano. Altrimenti non ringiovanirò mai."

Mi arrabbiai: "Che maledetta stronzata! Giuro, è la cosa più patetica che abbia mai sentito. Dio, Gesù... voglio dire, ti rendi conto di quanto sei ridicolo?"

"Senti, tu! Questa è la mia Convalescenza! La mia Cura! E dovrebbe essere anche la tua! Leggere ti invecchia dentro e scrivere, scrivere è da megalomani ragni del buio..."

"Leggilo!-urlai- Leggilo immediatamente."

L'adolescente prese il foglio che gli stavo dando e lo dispiegò sulle sue ginocchia. Io rimasi a fissare le tende arrabbiata ed ogni tanto sentivo che tirava su con il naso mentre leggeva e mi dispiaceva.

"Bello" disse alla fine e me lo ridò.

"Bello un corno, è un lavoro da dilettanti"

"Non lo so. Ho smesso di intendermene" mi rispose con tono freddo. A quel punto nei film c'era sempre quel personaggio che si sedeva appoggiando i gomiti sulle ginocchia e intrecciando le mani. Poi con lo sguardo di chi crede che di te abbia capito tutto, iniziava la frase con "John, dobbiamo parlare. In questi giorni ti ho osservato...". Oppure "John, io lo so perfettamente che tu sei sensibile, ma c'è qualcosa che mi preoccupa...". John, io lo so perfettamente che tu sei un gradasso, pallone gonfiato, vanitoso e, pure, un pezzo di merda che rifiuta la sua natura e scappa da se stesso, che dice di essere un principe malato eccetera eccetera. Ma John, credimi, mi vergogno di te e della tua testa e della tua Convalescenza, della tua nuova noia che hai per i libri e del fatto che ti vergogni di essere nato vecchio e di essere nato e basta. Perchè a me piacevi così come eri e adesso vorrei che tu fossi qui per dirti di andartene via dalla mia vista, la quale vista non tollera gli idioti smidollati come te, vestiti da vecchi in punto di morte che aspettano il prete. Ti odio infinitamente come tu odieresti te stesso se fossi in te. E mi addormenterò ripetendomi che ti odio, che ti odio. Che ti odio. E che vorrei fossi qui per mandarti dal diavolo una volta per tutte. E vorrei tu fossi morto, John. Vorrei elevare il mio cuore ad una tale malvagità da riuscire ad esprimerti l'odio e la pena che provo per te.

"Sta nevicando" dissi invece.

"Non mi è permesso guardare la neve, lo sai"

"Lo so. Troppo poetica, immagino" dissi alzando le spalle.

Poi lo sentii cercare le parole. " Il tuo racconto non era male, ma io avrei messo un lieto fine. Qualche volta ce lo puoi mettere un lieto fine". Sorrise appena.

"Perchè dovrei? Non sono mica uno di quelli psicologi che dicono che va tutto bene. Non curo nessuno, io. E tantomeno me stessa. Quindi..." risposi risentita.

"Dico solo che il lieto fine nella vita non esiste, ma esistono i momenti di gioia e uno scrittore può decidere di far terminare le sue storie proprio in quei momenti. E così rimarrà l'illusione che quella gioia sia infinita e... per sempre" ripetè per sempre due volte. Proprio così.

Quello che più odiavo di quel vecchio adolescente era che le nostre conversazioni finivano ogni volta con io che avrei potuto abbracciarlo e che poi non lo facevo perchè avevo il cuore impacciato di una quercia e nessuno ha mai sentito di una quercia che abbraccia una betulla che si muove lì dove inizia il vento.

14/12/11

Cielo color del vino

di Cristina Taliento


(Monaco in riva al mare, Caspar David Friedrich, 1808-1810, Berlino, Alte Nationalgalerie)


Pensò che probabilmente viveva dentro scatole di cartone, di metallo, di legno. E che si respirava meglio con una mano sul naso. Scatole oppure edifici: disse che non c'era differenza. Il banco su cui sedeva aveva la forma di una scatola su cui appoggiarsi e le pareti di gesso si sbriciolavano sotto i temporali di dicembre. I treni erano scatole lunghe, come quelle degli alberi di Natale e il cielo era un cassetto grande come Dio e l'Universo. Invece i letti e i tavoli erano piccoli e lui aveva capito fin da bambino che a starci sotto si doveva stare attenti a non urtarsi la testa. Disse che il segreto stava nel non pensarci troppo. "Adesso che me l'hai detto, ci penso invece". "No, non pensarci troppo".

09/12/11

Montaggio di un Personaggio

di Cristina Taliento



(Bindo Altoviti, Raffaello, 1515, oil on wood, 60 x 44 cm, National Gallery of Art, Washington)


La stanza dei Personaggi era grande quanto una scatola di bottoni ed era buia, più buia della notte. Quando andai a prendere il matto Genda, lo tirai per un braccio e mi diressi verso la scrivania per nominarlo cavaliere della prossima storia, ma mi accorsi che in mano avevo solo il suo braccio e che il resto si era staccato del tutto. Glielo riattaccai con dello scotch e un po' di colla. Feci un pasticciaccio, ad ogni modo. "Avanti, siedi" dissi come avrebbe detto mio nonno. Ma quello non si sedeva e mi disse che non voleva lavorare perchè aveva il morbillo. "Perchè?". "Perchè ho il morbillo". "E quali sono, secondo te, i sintomi del morbillo?". "Una tristezza metafisica". Il matto Genda non era uno di quei Personaggi da licenziare per niente, da strappare a pezzetti per un morbillo immaginario. Decisi, perciò, di sbuffare e basta. Lo rimisi nella stanza e stavo per rimmettere a posto il coperchio quando la luce della candela illuminò un angolo della scatola dove era rannicchiato un Personaggio che non avevo mai visto. Lo presi come se fosse stato un uccello moribondo e lo lasciai sulla scrivania. Appoggiai la candela sul piano e stetti a guardare quel Personaggio che chiudeva gli occhi e iniziava a lamentarsi come in un sogno. "Ehi?". Si lamentò. Pensai che fosse per la luce e così misi la candela a terra. "Fiuuuuu" fischiai. Si lamentò e smisi di fischiare. "Macchietta?" lo chiamai con il nome con cui di solito si chiamavano i Personaggi senza nome. Ma quello si lamentava ancora. Allora capii che quella doveva essera la sofferenza di chi vive pur non esistendo e mi ricordai che mai gli avevo dato un nome, un'età. Mi sentii in colpa e subito esclamai, non sapendo cosa esclamare: "Ionio!". Il Personaggio rallentò i suoi lamenti e mi guardò sofferente, con sospetto. "Ionio..."dissi con meno entusiamo. Il Personaggio fece una smorfia di dolore e parlò con una voce da bambino. Disse: "Il nome di un mare?".

"Se vuoi possiamo cambiarlo. Non ti piace?" ma poi mi ricordai che non era possibile cambiare un nome dopo averlo esclamato a quel modo perchè l'idea di quel nome era ormai parte della sua vita.

"Ionio" ripetè a bassa voce il Personaggio per ricordarselo.

Nascosi il sollievo nel vedere che gli piaceva aprendo il terzo cassetto a destra in cerca di un foglio e di una penna.

"Ionio, di', parla" dissi come avrebbe detto mio nonno.

Il Personaggio deglutì e alzò le spalle. Sembrava confuso. Così gli spiegai:

"Io di solito ascolto le storie dei Personaggi e le appunto sulla carta. Certe volte le modificò un po' soprattutto quando si tratta di cancellare episodi che quasi tutti gli scrittori chiamano binari morti. Ma io non sono uno scrittore, per intenderci. Nemmeno una scrittrice, non pensarlo proprio. Il mio ruolo sarebbe facilmente sostituibile da un registratore, ma ogni volta che posiziono uno di quegli aggeggi vicino ad un mio Personaggio, quando poi vado a riascoltare scopro che non ha registrato un bel niente. E questo è davvero scocciante per chi trova più semplice scrivere e non perdere tempo. Comunque se non vuoi che levi i binari morti della tua storia possiamo lasciarli, non fa alcuna differenza. Bene... come iniziamo?"

Il Personaggio riprese a lamentarsi. Non sapevo come calmarlo.

"Senti, senti, senti. Va bene, okay? Il tuo nome è Ionio e vivi in una casa in riva al mare, anzi no, sul fiume. Vivi in una casa vicino a un fiume dove sulle sponde crescono cespugli di rose rosse e tutt'intorno ci sono salici sotto ai quali ti piace piangere perchè.... perchè piangere è il tuo mestiere. La gente ti paga per vederti piangere."

Il Personaggio si mosse appena.

"La gente ti paga per vederti piangere perchè quando piangi sei bellissimo e vederti piangere è come vedere Madama Butterfly oppure stare per ore davanti a un Picasso. Senti, non sto dicendo che sei triste o Dio solo sa cosa, ma tu adesso hai una ragione per vivere e non dovresti lamentarti. Anzi, si, dovresti farlo perchè è il tuo lavoro adesso e se ti piace potrà esserlo per sempre...". Mi morsi il labbro poichè non si poteva cambiare nulla anche se il Personaggio non avesse gradito.

"Sono bellissimo quando piango" ripetè il Personaggio a bassa voce per vedere che effetto faceva.




(Continua...)


22/11/11

Mutismo sentimentale del dottor Schiele - Prima stesura

di Cristina Taliento



Molto tempo fa nei campi si vedeva la figura di un uomo che camminava con in mano delle bende. Quello era il dottor Schiele ed i contadini lo riconoscevano da lontano per il suo passo incerto e gli occhi bassi. Talvolta capitava che insieme con lui si fermassero a giudicare le nuvole con le mani sui fianchi e poi egli se ne andava, perdendosi nelle pianure dell'orizzonte. Qualche altra volta lo si vedeva incidere parole nella corteccia ed allora qualche vecchio si avvicinava spazientito e diceva, avanti dottore dica a me, dica a me quello che vi sta passando per la mente. Questo albero non la ascolterà, avanti, parlate. Così il dottore lasciava appesa la mano all'albero e si girava a guardare stupito la faccia del suo interlocutore. Poi iniziava così: era marzo, i tedeschi stavano attaccando, oppure erano i francesi? Oh... non ricordo. E quando andava avanti nel ricordo si iniziavano a sentire da lontano il rumore delle bombe e degli acquazzoni, qualcuno che gridava "dottore! dottore!" e voci di pianto lungo la riva. Lui era lì, giovane, al centro dei ricordi suoi, con in braccio un ragazzo ferito, la pioggia che cadeva su tutto quel sangue di capodoglio. Il mare, dicevano, si era riversato sulla terra e le strade erano piene di pesce morto, e pezzi di grandi vascelli. E fu allora, di sicuro allora; in quel punto di un'Africa annebbiata e strana, egli conobbe quel dolore spirituale che la letteratura aveva cercato di insegnargli per lungo tempo e fu tanto forte in una sola volta che qualcosa in lui cambiò per sempre. Non fu tanto smettere di provare sentimenti, nemmeno di pensare, più di tutto egli smise di parlare di quello che provava, persino di come poteva essere bella una giornata di sole. Ma, invero, pochi se ne accorsero e, dopotutto, si dice che la guerra tenga gli uomini lontani dai pensieri per altri uomini. L'uomo si spegneva da solo. Una volta una donna gli disse che non era normale il suo modo di fare, di non parlare affatto. Egli aveva sbattutto il pugno sulla scrivania ed aveva preso a tremare. Poi aveva detto intervallando le parole con bruschi e disordinati silenzi: "No, se normale è chi piange, io non sono normale; se normale è chi accetta di farsi amare, io non sono normale! Se normale è chi vuole un abbraccio, io non sono normale! Se normale è chi teme la morte, io non sono normale!". Si era fermato mentre il suo cuore batteva sul ritmo di tutte le mandrie selvagge del mondo.

10/11/11

Il riposo dei cavalieri stanchi

di Cristina Taliento



(Lezione di anatomia del dottor Tulp, Rembrandt, 1632, oil on canvas, 169 x 216 cm, Mauritshuis, L'Aia)



Il re venne sepolto sulla roccia più alta; le navi sarebbero passate silenziose nella nebbia ed i marinai avrebbero guardato muti quella bandiera agitarsi nel vento e all'improvviso si sarebbero accorti che il periodo migliore della loro vita era finito, il tempo glorioso del furor era terminato. I cavalieri stanchi lo pensavano mentre si coprivano il capo con gli ampi cappucci e trascinavano i loro ricordi verso la via del ritorno. Egli aveva detto: "E non vergognatevi mai se vi diranno che esagerate nello studio, che siete troppo competitivi e affamati di scienza perché verranno tempi in cui vi guarderete allo specchio e non vedrete che limiti e allora desidererete di aver letto il doppio di quanto non abbiate mai fatto, penserete con rimpianto al tempo passato accusandovi di aver oziato troppo, vi tormenterete all'idea di non aver preteso abbastanza. Ma se pure non riposerete scegliendo di interrogare la vostra ragione nel buio delle vostre stanze, rimarrete, ahimè, come bambini che rincorrono eternamente il loro cappello di paglia sulla riva del mare. Le primavere invecchieranno sui libri aperti e sulle vostre facce, vi batterà forte il cuore al pensiero di non ricordare nulla. Verranno dubbi lievi che vi faranno riflettere, ma che alla fine riuscirete a sciogliere conversando tra di voi, ricordando il nome di qualche illustre filosofo. Tuttavia ci saranno delle intuizioni oscure, dei malvagi sentori di debolezza per i quali ogni cosa imparata, in un solo attimo, può andare smarrita, ogni convinzione, distrutta. Qualcuno cercherà Dio, altri si chiuderanno nella cieca fiducia della scienza. Gli uni e gli altri avranno creduto. Eppure, cavalieri, non smettete di cercare, di andare per i boschi, di bere dalle sorgenti di acqua pura, di nuotare lì dove gli oceani finiscono ed iniziano gli amori, di guardare il lavoro del fabbro, quello del filatore. Perseverate nell'errore della vostra ricerca invece di sedervi afflitti sui sassi e non ponetevi nessun fine, nessun traguardo. Siate cercatori disillusi, siate bambini che mai afferreranno quel cappello, ma che pur ridono mentre corrono e mai si danno per vinti, mai credono di averlo preso".

06/11/11

L'uomo che visse per sempre e poi morì

di Cristina Taliento


Forse fu l'arrivo della sua maggiore età oppure il cambio di stagione: disimparò. Il vecchio adolescente che si sedeva a comporre sulle radici del tiglio ombroso era morto di Pragmatismo. I gatti si burlavano di questa parola. E così perse la sua profondità, la saggezza giovanile di chi è timido e pensa. All'improvviso si ritrovò incapace di far poesia e, come il pescatore che dopo aver pescato per tutta la vita si accorge che il mare si è prosciugato e, riavvolta la lenza, pensa a nuovi laghi, gloriosi acquitrini, egli si sedette, sospirò e scrisse quello che poteva offrire. Racconti sciocchi, in memoria di se.

L'uomo che visse per sempre e poi morì


Ascoltai questa storia per la prima volta in cima al campanile della Chiesa Addolorata. Il sole era appena tramontato ed i gatti iniziavano le loro assemblee per concordare la divisione del territorio, dividendo il numero delle code per quello degli isolati. Io me ne stavo appoggiata alla pietra antica con le spalle agli infiniti tetti delle case e quando riuscivo a decifrare uno di quei miagolii disinvolti pensavo di aver capito l'intera frase e subito l'appuntavo sul taccuino di pelle rossa che mi aveva regalato il fantasma di John Keats. Un gatto robusto -doveva essere l'assistente del capo- mi miagolò qualcosa ed io capì la parola "iniziare", quindi immaginai che avesse detto: "Impugna bene la penna, stiamo per iniziare". E mi affrettai a rispondere allegramente: "Certo certo, la penna è al suo posto!". Il gatto obeso mi guardò con diffidenza e poi si schiarì la voce: "Prima di contare il numero delle nostre code, fatta eccezione di Medoro che di code ne ha due- disse e tutti guardarono il gatto malformato che stava agonizzando con una palla di pelo nella gola- è con grande dispiacere che devo annunciarvi la morte del signor Ud". Vidi i gatti che miagolavano sottovoce tra di loro abbassando ogni tanto lo sguardo triste. "Così è morto" disse un persiano con tono solenne. "Era da tempo che il vecchio minacciava di andarsene" disse Miagolo Bob. "Non essere indelicato nei termini" lo rimproverò Miagolo Tom. Da un balcone vicino qualcuno stava suonando il piano e girandomi, invece, potevo vedere la finestra illuminata di una casa dove qualcun altro tirava dei pugni su un cilindro di gomma. "E poi Ud aveva abbandonato l'idea di vivere per sempre già da tempo" stava dicendo un gatto chiamato Geremia. A quel punto non riuscii a trattenermi ed esclamai cercando di pronunciare bene il suono felino: "Nessuno vive per sempre!". Poi presi impaziente il vocabolario e cercai la parola "impossibile" e miagolai pensando veloce: "L'organismo umano non può vivere per secoli, per millenni. Questo è... impossibile!" I gatti fecero finta di non sentirmi ed io promisi di diventare un pesce muto, sebbene fosse noto che i gatti mangiassero i pesci ed io avevo solo dodici anni. Il capo disse: "Oh, è stato un grande uomo, un gigante e se ha deciso di cambiare l'eternità con la morte non possiamo che comprenderlo. Voglio dire, chi vorrebbe vivere per sempre e non smettere mai di cacciare topi? Ve lo dico io, signori: nes-su-no. Nessuno che abbia buon senso e Ud ce l'aveva". Miagolo Tom non sembrò d'accordo: "Egli aveva curiosità ed io dico che l'hanno costretto!".

"Tom, Tom, Tom, ma cosa sono queste insinuazioni?-chiese Miagolo Bob studiandosi la lunghezza delle unghie- egli ha vissuto una vita strabiliante lunga tre millenni e una sera di queste avrà detto sono stanco e la mattina non si è svegliato più. Che c'è di male a non voler vivere per sempre?"

"Invero io non ne capisco il motivo! Più cose avete visto in vita e più hai vissuto, più razze di topi hai visto e più puoi dirti cacciatore! Che diavolo importa se non trovi l'amore quando l'hai visto negli occhi di migliaia di persone, sempre uguale, sempre rosso, che importa se non hai avuto la gloria quando hai vissuto tre millenni per capire che è solo gloria e non eternità? Avanti, ditemelo. E io vi dico che non è tanto come vivi, ma quanto vivi, quanto riesci a vedere".

"No, Tom. Non è tanto quanto vivi, ma come vivi, il valore che dai all'amore, alla gloria, alla morte" disse Bob imitando il tono stridulo della voce del suo gemello.

"Smettetela, voi due- li rimproverò il capo- sicuramente sta tutto nell'equilibrio: est modus in rebus. Il vecchio Ud non so se è morto soddisfatto, se ha gradito la sua vita, ma il fatto è che, amici miei, quando intuisci che puoi avere più tempo, te la prendi con calma e non riesci a terminare in un anno quello che in altre condizioni avresti fatto in un giorno e mezzo. La pressione aiuta, mi capite?"

"Sciocchezze-continuò Tom- nient'altro che sciocchezze! Noi abbiamo la paura costante di quello che sarà o non sarà quando i nostri occhi saranno spenti e voi fate come se non fosse questo il punto. Io sono a favore di una vita immortale, diciamolo tutti. E credo che Ud fosse stanco, ma anche troppo rincitrullito per capire quello che aveva in mano!".

"Invece io penso che Ud sia stato un esempio memorabile per tutti noi-annunciò con voce grave il capo- egli ha deciso di scomparire portandosi via la sciocca brama animale dell'immortalità. Grazie Ud, riposa in pace". A quel punti i gatti si misero a graffiare il pavimento ed io credetti che applaudire fosse tutto quello che avrei potuto fare per non essere di meno.

25/10/11

La morte incantata del lupo

di Cristina Taliento

a J.D. Salinger


(Morning, Caspar David Friedrich, 1821, oil on canvas, Niedersachsisches Landesmuseum, Hanover)


Le dissero che lo avrebbe trovato dietro la collina delle rose e che per arrivare doveva camminare attraverso quei sentieri battuti dai pastori. Si avvolse la sciarpa tre volte e non aspettò che il gallo cantasse. Il lamento di un violino malinconico si trascinava sulle rive del piccolo ruscello che attraversava la valle . Nei prati le foglie invecchiate dal tempo si rincorrevano come farfalle e lontano crescevano foreste di alberi atterriti dall'oscuro sentore della loro stessa ombra. Al centro della valle c'era un tavolo con una tovaglia bianca e due candelabri d'argento, due sedie poste ai lati e un uomo seduto su una di esse. La ragazza lo vide da lontano e con lo sguardo basso lo raggiunse. L'uomo seduto era cieco; il collo di una camicia bianca sfiorava il suo collo increspato, le mani strette intorno ad un bastone di legno. Un lupo dagli occhi colore del cielo aspettava vicino alle sue gambe.

"Vi ho cercato a lungo, maestro" disse piano mentre accarezzava il lupo studiando quegli occhi di cielo.

L'uomo non rispose. "Vostra figlia vi sta cercando. Dicono che siete impazzito, alcuni hanno detto che il vostro libro pubblicato a marzo è l'ultimo. Vi danno per morto".

"Potete rispondere che sono morto e sto bene, grazie. Se ne vadano al diavolo tutti quegli imbecilli che per anni hanno inchiodato la mia ispirazione in un piatto di spaghetti. Via! Via! Farabutti schifosi, che il diavolo se li porti!".

"Maestro, non potete vivere aspettando in silenzio per sempre, fermo a guardare il cielo invecchiare e le stagioni morire, gli alberi e le volpi crescere... Non era questa la vita. Non vi ricordate?"

"Sono triste, lasciami stare. La mia Convalescenza non è finita, forse la mia cura è quella di non guarire e rimanere in questa valle per sempre. La mia cura è stare qui seduto e nutrirmi delle ghiande che gli scoiattoli mi lasciano in queste porcellane e dimenticare il tempo con gli occhi chiusi per metà. La mia cura è restare sotto la pioggia a bagnarmi le sopracciglia e poi morire come se non fossi mai nato. Oh, per Giove, lasciami stare!"

La ragazza non aveva mai detto altre parole che non fossero prego, la ringrazio, si accomodi. Sospirò e si fermò a guardare l'Incantato Scrittore, il vecchio maestro che le aveva letto la poesia. Era invecchiato e lei lo sapeva, ma in quella valle soltanto le nuvole restavano uguali... e il vento e i sassi. Si mise a piangere strillando: "No, voi dovete venire con me, non mi lascerete sola! Non potete farlo, maestro! Mi chiuderò nella mia tristezza, smetterò di uscire, di amare il rumore delle onde, non leggerò mai più uno di quegli stupidi libri che voi amate tanto!" Singhiozzò e si pentì per aver pianto, tuttavia non riuscì a smettere. Indurì la mascella bagnata dalle lacrime "Sono solo carta da strappare per accendere il fuoco. Le parole non sono vere, i racconti sono meschini come le vostre promesse, i personaggi di cui vi siete servito mi fanno ridere tuttora, i consigli che mi sussurravate mentre mi esercitavo sul foglio bianco non erano che bugie! Bugie! Bugie!"

"Smettila di insistere per riportarmi nel luogo da cui sono scappato! Tu non mi piaci, il mondo in cui vivi insieme a quelle belve non mi piace" urlò scontroso mentre iniziava a tuonare.

"L'arte che cercavate di insegnarmi porta, dunque, a questo? Finirò come voi, vecchio brontolone che pretendete la solitudine matto come siete nel vostro egocentrismo idiota?"

"Vi ho detto- scandì il maestro-che questa è la mia dannata cura e tu devi rispettarla, ragazzina!"

"La vostra dannata cura è un lusso che non vi permette di vivere. Scrivere significa vivere, cosa produrrete seduto a questo tavolo vergine, in questa landa dei cuori spezzati?"

"Sono già morto, non lo vedi?!" urlò il vecchio mentre le gocce iniziavano a cadere sul manto del lupo, sulle sue spalle, dai suoi occhi.

La ragazza pianse più forte: "Maestro, maestro!" gridò più volte fino a quando il rumore della pioggia non divenne assordante. Il lupo ululò di dolore. Poi l'incantò svanì.

15/10/11

Manifesto della Letteratura Smarrita


di Cristina Taliento



(Large Flowers, Mihàly Munkàcsy)



"Inizierai a darti delle arie, Cri. Inizierai a scrivere in corsivo con una bella grafia col gusto di spaventare i lettori". "Guarda! Una farfalla!". "Dove? Non la vedo". "Ma è lì, ma è lì! Mi è presa la paura: ho temuto, per un attimo, che fosse una foglia d'autunno!". Era un sogno romantico che mi era apparso alla mente... volevo scrivere una poesia e un sacco di altre cose, ma non c'era che aridità, un sacco riempito di mele afflosciato nell'angolo della cantina. Ma che cosa sto cercando? Tempus fugit. Era la voce del marinaio lesso. Un marinaio che perì nel Golfo del Messico mentre cercava la via di casa. E mentre cercava la via di casa- dicevo-una grandissima orca lo divorò per intero. Persino il suo giacchetto, tutto. Inoltre, nella mia mente sdraiata sotto le nuvole accecanti di ottobre c'erano quadri: cornici e cornici di quadri accatastati alla rinfusa sopra altre tele, altra pittura. Un maestoso miscuglio di nature morte e fiori dappertutto. Da lontano vedevo una giovane con un ermellino in mano che mi guardava zitta, immobile con gli occhi di fuoco bruno, rimaneva così per un po' e, all'ultimo, mi diceva piano: "Hai perso il tuo furor, sei venuta a cercarlo nelle cantine di Giove". Il mio furor, le cantine, non lo so. A dire il vero, ero uscita a prendere una rosa per masticarne i petali e adesso mi sono persa... voglio dire, questa non è casa mia, non è la mia ispirazione. La Dama adesso sorrideva, poi girava appena la testa e si immobilizzava per sempre, come se non si fosse mai mossa. Tutto ciò mi pareva strano, anche se strano non è un bell'aggettivo, stilisticamente parlando eccetera eccetera. "Questo è il punto- urlò qualcuno alle mie spalle- ti perdi nel suono degli aggettivi, nell'uso di quel verbo, su come canta il verso e poi non ascolti la tua voce, le tue esigenze, la tua sacrosanta sperduta ispirazione! Assurdo! Assurdo!". Era la voce di Willy Shakespeare, oppure di Dio. Allora rispondevo:

"A dire il vero, mio signore, io fuggo l'ispirazione e mentre parlo, perfino, vorrei non aver parlato a questo modo"
"Quale modo?" chiedeva Shakespeare oppure Dio.

"Ispirazione, poesia, scrittura. Vorrei non aver mai conosciuto queste parole, aver abusato del loro fragile significato. Fragile! Vedete? Che razza di aggettivo! Io non voglio mai più, mai più, dico e lo giuro, leggere di quel san Leopardi, del san Rimbaud. Mai più ammirarli, scrivere di loro, adoperare goffamente la loro arte".

E proprio mentre desideravo una risposta o un forte strattone, non mi arrivò indietro una parola, uno schiaffo, ma una pesante pietra mi colpì la testa. Era una spazzola quella che mi avevano lanciato? Me la meritavo? Si?

Avevo diciassette anni fino a questo momento, poi questo oggetto che mi ha colpito la testa mi ha fatto ricordare che potrei averne trenta, ottanta oppure essere già morta (e riposare sotto un pero selvatico, accanto ad un alveare). Chiudete i libri. Quale filosofo, ragazzi, vi è piaciuto di più? Io, credo, Hume. Poi si potrebbe incendiare tutto.

Non sei più concentrata. Puoi alzarti, dare una fine a questa meravigliosa e dolce farsa.

28/09/11

Leggerezza di Iro

di Cristina Taliento


(Egon Schiele)



Quel pianto lontano lo distrae, vorrebbe non averlo mai sentito. Una poesia! Una poesia non riesce ad accarezzare la sua mano. Ha smesso meccanicamente di commuoversi quando si è girato per il fischio del caffè. "Mi vuoi sposare?" chiede all'improvviso mentre l'autunno muove le tende. Sorride e si tocca la fronte. Una penna sul tavolo, accanto alla frutta, è sfiorata da Iro. Scrivere è il suo mangiare, gridare, nitrire giù per le praterie russe, salire e scendere, premere il grilletto, catturare lucertole, fumare il sigaro, stirare le camicie, suonare il piano, guardare i bambini quando giocano, arrotolare il filo dell' aquilone, lavarsi i denti, riparare la catena della bici, andare al cimitero, riordinare la scrivania, ringraziare Dio, prendere il mare, innamorarsi, piangere come neve, correre come grandine, studiare la scienza, mordersi le nocche, pettinarsi, ammazzarsi, pugnalarsi al cuore con un tagliacarte e stramazzare sul marmo, un rivolo di sangue al lato della bocca e non essere più né la scrittura né se stesso o le vecchie papere del defunto Eustachio Rop. "No, signore, non mi dica-non mi dica- che sono distratto. No, signore, per favore-per favore- non mi dica che sono distratto". La distrazione è un vento che sradica i pensieri ed i pensieri delle azioni dalla testa di Iro. Andare a fare la spesa e tornare con le tasche e le scarpe piene di sabbia. "Allora è questo il modo in cui vuoi vivere? Rispondi". Iro chiude gli occhi, vorrebbe qualcosa addosso di più pesante, ma c'è solo la sua testa piegata di lato che nasconde le spalle bianche. "Come fai a non capire che la società in cui viviamo-la società in cui viviamo- ci vuole presenti. Stringimi la mano, Iro". Lui si avvicina e non ricorda la sua ultima frase. Crede di averla sentita, ma stava pensando all'infinito, a Blake, alle porte della percezione. "Stringimi questa dannata mano". Iro non capisce, non sa... cerca con lo sguardo la maniglia della porta. Esce. Una poesia! Una poesia che non riesce a baciarti gli occhi! Lo studio della cellula che non riesce a coinvolgerlo, il ricordo dei suoi nonni che parlano davanti al camino non lo scuote, la foto del suo primo amore rimane a terra tra le formiche come se quel primo amore non fosse mai esistito, confuso, smarrito nel vento. "Piantala di scrivere, lavora!". Iro annuisce, strappa le carte, l'Autunno lo incoraggia. Ogni volta che ha un'ispirazione, concentrato la rinnega, matto, compila le sue giornate crociando le conquiste, i progressi apportati alla società. Matto, vive senza la sua arte.

24/08/11

Strambi e sospetti racconti

di Cristina Taliento


Mi trovai più volte ad ascoltare in piedi una storia curiosa che parlava di un tale Berti finito morto per inverosimili circostanze dovute, secondo chi narrava la storia, alla sfiga, al caso, anche se, a mio parere, niente l'aveva più coinvolto in quella fine della sua eccessiva ingenuità. Eh si... tale che chiamavano Berti, sei caduto sconvolto non appena hai visto la realtà che tu tanto credevi normale alzare le spalle come per dire "non mi dire proprio di aver fatto affidatamento su di me". Berti era un giornalista sui 45 anni, uno di quegli uomini che diresti "a posto", talmente "a posto" che è proprio questa la prima caratteristica su tutte le altre che gli altri notano di loro. Andava a lavorare tutte le mattine e scriveva articoli per diverse riviste, ma non si occupava nè di cronaca, nè di politica. Voglio dire, nessuno scoop, nessuna inchiesta, zero querele e zero minaccie di morte: una persona "a posto". Una mattina era andato a prendere sua figlia dalla scuola materna e dopo aver parcheggiato la macchina vicino al lago aveva preso una busta di pane grattato. La figlia allora capendo all'istante cosa comportava quella deviazione sulla via di casa, quella busta piena di pane, aveva esclamato: "Sono arrivati i cignoli!".

Iniziò in quel momento il suo tormento, la curiosa drammatica storia del tale Bertoli.

"Cignoli? Piccola Anna, si dice cigni. Dovresti saperlo" disse ridendo. La bambina non lo ascoltò poichè già gridava di gioia alla vista di quei grandi volatili dalle piume bianche. Intanto passò la prima mezz'ora senza che padre e figlia si stancassero di chiamare gli uccelli con lo stesso verso con cui la gente richiama di solito i gatti. Arrivò dunque una coppia di giovani, entrambi coi capelli rossi e le sciarpe di lana colorate. Salutarono. Poi il ragazzo chiese al nostro giornalista: "Lei sa da quanto tempo sono arrivati i cignoli in città?".

L'uomo rimase immobile per un attimo, poi alzò la testa e credendo di aver compreso male, rispose normalmente riprendendosi da quel breve silenzio: "Questi cigni- disse indicando con la mano davanti a sè- sono arrivati da poche settimane, io credo". I due ragazzi si guardarono e la ragazza trattennè un sorriso imbarazzato, poi si allontanarono in fretta.

"Papà mi compri un cignolo?" chiese d'un tratto sua figlia. Egli tossì, si aggiustò gli occhiali con il pugno chiuso.

"Piccola Anna, suvvia, si dice cigno e non cignolo. Ripeti."
"Ma tu hai sempre detto cignolo, anche prima!"

"Prima quando? Avanti, ripeti: cigno"

"Cigno"

"Bene".

Tutto sarebbe finito lì, se non fosse stato per la moglie che, sentito il portoncino chiudersi: "Siete andati a vedere i cignoli?". Berti non rispose e senza togliersi la giacca a vento andò nel suo studio, prese il primo dizionario della lingua italiana che vide-un tascabile alto dieci centimetri- e cercò: cigno. Non lo trovò. Sbuffò spazientito e, aperta la libreria di legno, prese il più autorevole dei dizionari in commercio, ma anche qui non ci fu nulla da fare. Pareva che la parola "cigno" non fosse stato che un vezzo momentaneo, come ad averla sognata per non sapere che altro inventare. Sentì la testa pesante e tuttavia non si trattenne dall'accendere il computer, aprire la pagina di Google e digitare con dita risolute la parola: cigno. Tirò un sospiro di sollievo quando vide quella parola scritta da altri, ma a ben osservare si accorse che i primi risultati del motore di ricerca non indicavano altro che cognomi: Giacomo Cigno, costruzioni ed edilizia; Luisa Cigno, fratelli Cigno e Co. Inoltre vide- e qui, tirò un urlo- che in alto c'era la scritta: forse cercavi cignolo. Da allora egli credette di aver perso se stesso, la sua ragione. Sentiva che qualcuno si stesse burlando di lui, della sua attività di giornalista, di uomo "a posto". Vorrei poter raccontare in queste ultime righe ch'egli si riprese dopo aver scoperto che non si era trattato altro di uno scherzo dei suoi colleghi i quali, magari, si erano presi la briga di ristampare due dizionari che ignoravano la parola "cigno", dopo aver naturalmente coinvolto la figlioletta e la moglie. Niente di tutto questo. Il tale Berti morì tre anni dopo, di crepacervello, non so come altro definirlo e morì, morì, così, semplicemente.

19/08/11

Talento zero

di Cristina Taliento

Quando mi sono trovata
seduta sulla spiaggia
nella pioggia come tramontana
capelli volati e mal di testa
briciole amare di chi se ne frega
residui di scogliera dietro
gli spazi delle mie dita
indifferente alla burrasca
e agli anni diciasette
finta sorda e finta muta
penna tra i denti
spirito fuori nell'acqua
ferita al braccio da una spada
bendata con una cravatta
niente mascara e vernice
talento e tecnica zero
fischiettando al vento
senza riconoscere il fallimento
vita parallela e astuta follia
offesa per nulla
borbottante e scadente
ho tracciato svogliata
disegni immaginari nel cielo
per poi alzarmi e andarmene.

16/08/11

L'educazione degli ammutinati

di Cristina Taliento



(Il giuramento degli Orazi, Jacques Louis David, 1784, Louvre, Parigi)


Venimmo accusati d'ingratitudine perché lasciavamo in disordine i nostri cassetti e dubitavano della nostra educazione, pur essendo giudicati allo stesso tempo come uomini e donne senza capacità di giudizio, privi d'analisi critica, inutili, dicevano, al miglioramento delle condizioni sociali del Paese. "Il dubbio non porta a niente! Lavoro! Lavoro!" ci gridavano alle spalle, dalle bocche dei tunnel in cui vivevamo. C'erano anarchici, intellettuali, spacciatori e antichi esattori delle tasse e nessuno, nessuno, che sapesse fare il caffè. "Ehi Francè, questa poltiglia mi fa schifo". Bleah. Ci trovavamo al centro esatto del mondo senza sapere che cosa fosse davvero il mondo, ma noi stavamo tra presente e passato con la testa bassa, l'aria tenera dei briganti, il mento sulle nocche, il freddo negli occhi. "Siete puliti, voi?". "Come ti permetti? Noi siamo gente apposto. Siamo gente apposto, noi. Ehi, come ti permetti". Quelli che ci guardavano ci dicevano vagabondi, bugiardi, ma non c'è bugia nelle mani di chi sbuccia un'arancia, di chi col naso cerca di sapere da che parte tira il vento, nelle mani rugose d'un vecchio che ti rispondono "non so, figlia mia, non so". E muti riuscivamo a camminare nell'incendio della Biblioteca d'Alessandria, assistevamo al suicidio di Lady Macbeth, all'attentato alle torri gemelle, cercavamo di mettere i libri in salvo dall'Arno in una giornata del '66 e facevamo tutto questo pur dovendo nascere mesi, anni e anni dopo. La grandezza della vita ci portava a studiare la sconfitta di Cartagine, la presa della Bastiglia, l'assassinio a Cesare, il processo a Giordano Bruno, ma poi finivamo attorcigliati come serpenti ai bastoni della filosofia e nessuno voleva questo. "Non voglio farti del male, avvicinati". "No, ti prego. Ho paura di te". "Hai paura di me?". "Si, ho paura". "Di cosa hai paura?". "Ho paura che tu mi possa confondere, prendere e uccidere ora". La filosofia non ha mai contato molto per noi, né per i nostri cani o per il nostro gregge. Dicevamo di essere innamorati dei campi, di Oliver Twist, Jane Eyer, delle barchette costruite con la carta, dei coleotteri, di Caravaggio, un quadro in particolare, di alcuni popoli decaduti nei secoli, della pioggia, di maggio e novembre, di una balalaica lontana di cui non ricordavamo il nome, ma, invero, l'amore non l'avevamo mai conosciuto e talvolta lo ignoravamo come fa una cattiva madre coi suoi piccoli. Scrivevamo poesie d'amanti che parevano filastrocche per bambini, ninna nanne cadenzate da ritmi infantili e noi fuggivamo la fanciullezza, quel sapere ancor meno, e per questo inventavamo d'essere cresciuti, così, all'improvviso, sotto un albero di oleandro, prima che il sole tramontasse, prima che venissimo chiamati per cena. "Dio è amore e il suo amore in noi è perfetto". "No, questo amore io non lo conosco". "Giuda! Traditore! Tu non sai quello che dici". L'amore era immobile, statico, qualcosa che rivestiva la religione e noi correvamo come tori e ragni, proiettili e fuochi d'artificio. "Vossignore- mi dice ad un tratto la Silvia-vossignore, ho da obbiettare. Che obbietti? dico io, qua tutto è lindo, fresco di bucato. No-dice e ripete-vossignore ho da obbiettare sulla vostra condotta di ciarlatano. Ciarlatano a me? Io tramando la mia conoscenza, ma che discorsi. Stai capendo la gravità di cotale irriverenza?". Molti di noi non credevano, parlavano nel sonno, ma mi avevano raccontato di qualcuno che pregava ogni sera, in ginocchio. Sentivamo il peso del nostro dovere e contraevamo i muscoli per simulare un affermato senso del rigore. Ed era per quello, io credo, che alla fine caricavamo i nostri bagagli sulle navi o sopra lunghissimi treni a due piani e poi qualcuno andava in guerra, altri prendevano a fare il medico, altri ancora diventavano marinai delle ultime file o bracconieri oppure scrittori, ma tra questi nessuno, nessuno, che sapesse fare il caffè. "Ehi Francè, questa poltiglia mi fa schifo". Bleah.

30/07/11

La geometria del gatto

di Cristina Taliento


(Vasily Kandisky, Giallo rosso e blu, 1925, olio su tela, Musée national d'Art moderne, Paris)




Flacco Squidegno camminava con le spalle curve, gli occhi sul marciapiede, come se qualcuno, uno qualsiasi, sarebbe dovuto saltar fuori all'improvviso, da lì a pochi minuti, con l'intenzione cieca di percuotere ripetutamente, senza alcuna ragione, alcuna pietà, quelle stesse spalle, quegli stessi occhi.

Sorpassò il Duomo con sospetto, bofonchiando formule matematiche al suo mozzicone di sigaretta e poi d'un tratto si fermò rapito, annientato, da un oggetto che chiunque, ogni muto passante, autista di autobus, sagrestano, avrebbe giudicato inutile alla vista; similmente, quasi del tutto scontato. L'oggetto era un gatto e lui era lui, uomo e mente. Considerava il gatto come una sorta di figura geometrica, scomponibile e ribaltabile come d'altronde poteva essere anche la sua stessa mano, il pollice, la lunetta bianca dell'unghia. Poi veniva il pensiiiero, lo studio della sagoma, il fatto che ogni poligono fosse quadrabile, la sezione aurea, le orecchie si approssimano a due triangoli rettangoli sull'angolo alfa, Euclide, ventidue millimetri per nove, ventidue, nove... stessa area. Fermati bello, non ti muovere. Un orecchio è proporzionale al muso, al canino, all'artiglio, no... un foglio. Frugò nella tasca in cerca di carta, ma vi trovò soltanto lo scheletro di una chiocciola. Rimase a guardarlo per un attimo, poi lo rimise in tasca, spense il sigaro e con quello disegnò su una mattonella del marciapiede segmenti, archi, angoli, esagoni, triangoli retti dove le ipotenuse erano diametri, pi greco sesti eccetera. E se qualcuno, qualcosa, ad esempio un cane, si fosse fermato ad annusare quell'ammasso di simboli e coseni, forse vi avrebbe riconosciuto un gatto con lo sguardo fisso di un'ellisse inscritta in una circonferenza, forse si sarebbe allontanato strisciando svogliatamente la coda. Ad ogni modo, il gatto vero prese a grattarsi il collo con una zampa e Flacco Squidegno contrasse più volte la mascella. Fermo, stai fermo. Quando il lavoro fu finito, il gatto si immobilizzò e, sentendosi curiosamente osservato, miagolò. "Chi mi ha creato?" oppure: "Chi mi ha creato, miao?". Chi lo sa, forse non chiese proprio quello, ma Flacco interpretò così. Si domandò come mai, alla fine di un problema risolto, qualcuno, uno qualsiasi, gli dovesse sempre, ostinatamente, dare giù sulle spalle con quella stupida domanda. Un gatto, poi. Cosa ne sapeva un gatto. Raddrizzò la schiena, la curvò di nuovo e riprese a camminare.

27/07/11

Il vociare delle api

di Cristina Taliento




(Europe after the rain, Max Ernst, 1940, oil on canvas, 54.8 x 147.8 cm, Wadsworth Atheneum Museum, Hartford, Connecticut)



In una testa ci furono delle api. Milioni. Di più. Ebbene, in una testa ribelle furono impiantate miliardi di api che producevano il loro miele intaccando i pensieri di quella landa desolata, altrimenti detta encefalo. No, io chiedo scusa: non era questo il modo per iniziare a descrivere le api. Dunque, le api, il loro vociare nella testa. Cielo, io non voglio annoiare nessuno; questo lessico è, come dire, fuorviante. Il problema è che... nessun problema, coraggio. Se ti senti bene si riparte. Cenno con il capo, tutto apposto. Luci.

Le api: creature nascoste tra le sinapsi, genietti dispettosi che sostituiscono coi loro sussurri la voce narrante dello scrittore. No, no, così non funziona. "Genietti dispettosi"? Non ci posso credere che l'hai scritto. Oh Dio, Gesù... Vuoi un bicchiere d'acqua? Si, grazie. Ecco, bevi. Ce ne sarebbe, per caso, un altro? Ehi, tu, prendi un altro bicchiere d'acqua per questa deficiente... si, oggi è fuori, ma non vedi che occhiaie profonde, non si può lavorare in queste condizioni. Ehm, laggiù, sono pronta. Bene, si riparte. Tre, due, uno VIA.

All'inizio mi chiedevo costantemente chi fosse la causa di quel continuo vociare. Camminavo per le strade e nella mia testa era come se qualcuno o qualcosa mi stesse descrivendo insieme alle case che sorpassavo, all'asfalto che calpestavo, i rumori che mi entravano nelle orecchie. Quella voce narrante continuava a ronzare ed invano cercavo di farla stare zitta. Mi sembrava di leggere un libro controvoglia per il gusto di finirlo e per non dire di averlo abbandonato. Così, se attraversavo la strada la voce narrante bisbigliava: "Ella si fermò e con lo sguardo assonnato decise che non passavano macchine e dunque- mani in tasca, spalle curve- strisciò i piedi fino al marciapiede di fronte". Tacete, infime mosche. Patetici insetti, volate via. Le voci narranti continuavano ed io pensai più volte di attraversare la strada senza nè fermarmi nè controllare: tutt'al più, girarsi all'improvviso e finire muso a muso con un camion. Ma non mi andava, per dirla tutta, di passare per quella che sta a terra piena di sangue, chissà in quale posizione, mentre i passanti si spintonano per guardare. Quindi, sospirai. Un gran sospiro: pfff. Due volte: pfffff, pffff. E finii con il chiamare quelle voci con il nome comune di api, poichè quando ero piccola mi avevano punto e in quel triste ricordo... si accendeva l'offesa. "Ella decise di rendere amico ciò che le era ostile: pensò di chiamarCi api". Il vociare continuava ed io iniziavo a considerare l'idea dell'annegamento in mare, ma-mi dicevo- l'acqua sarebbe stata sicuramente fredda. Tuttavia cercai di consolarmi ripetendomi che cercare di trasportare delle simili api in testa si sarebbe potuto rivelare un ottimo esercizio per diventare, un giorno, una brava scrittrice. Prendi esempio dalle api. Allora non persi tempo ad applicarmi davanti un foglio di carta. Impugnai la penna e presi la mira come per colpire una grande frase d'inizio. Aspettai che le api mi dettassero qualche loro uscita grandiosa. Aspettai. Aspettai. Curiosamente mi accorsi che il vociare era cessato. Quel foglio bianco mi fissava, io lo imitavo. Nell'aria un silenzio bianco da far paura.

24/07/11

Di quando sparai H. Caulfield

di Cristina Taliento


Durante uno dei pomeriggi della mia lunga Convalescenza trascorsi a sentire la tramontana sulla lingua, Holden Caulfield venne a chiedermi che fine avessi fatto. Trascinò una sedia accanto alla mia e lì si sedette al contrario appoggiando i gomiti sullo schienale.

"Non vieni più in biblioteca, non è vero? L'ho sentito dire ad alcuni personaggi dei russi"

"I russi..." sospirai guardando avanti, oltre la veranda.

"Sbruffoni dei russi! Tolstoj, Checov... che razza di scrittori, dico io. Salinger li ha battuti tutti, accidenti. Li ha battuti tutti, sul nome di mia madre- frugò nella tasca della giacca e prese un pacco di fiammiferi con una sigaretta-ah, e quindi perchè non vieni più, che ti è successo?"

"Non posso leggere adesso. Non è previsto nella Cura. Anzi, tutt'al più me l'hanno, vietat... ehi, ma per una volta, puoi non fumarmi in faccia, che diavolo?" gracchiai tossendo ad occhi chiusi.

"Scusami tanto- disse mentre tirava un'altra boccata di fumo- e di che si tratta? Voglio dire, che roba è questa Cura?". Intrecciai le mani sulla pancia:"Una faccenda piuttosto seria, non c'è che dire". Alzò le sopracciglia e piegò i lati della bocca verso il basso in una smorfia teatrale.

"Lo scopo è portare l'individuo alla realtà, dopo che la fantasia gli ha corrotto il cervello, così ha detto il medico". Conclusi e mi strofinai il naso. Holden Caulfield rimase a fissarmi accigliato mentre io aprivo e chiudevo i palmi delle mani come per ammirarli disinvolta.

"E cosa fanno?-esclamò- Te lo dico io cosa fanno! Ti agganciano delle corde alle caviglie e ti tengono attaccata al suolo come uno di quegli stupidi palloncini di elio e tu la smetti di volare e finisci per abbandonarti verso il suolo. Scommetto che non potrei nemmeno venire a farti visita" esclamò con un tono schifato.

"Infatti non potresti- dissi ed aggiunsi- vedi, tu, Holden, non esisti, sei soltanto un prodotto dell'immaginazione di uno scrittore morto e sepolto due anni fa. Io esisto, ma tu, senza offesa, no".

"E questo chi te l'ha messo in testa, vigliacca. Mi compiaccio per il fatto di non esistere. Mi compiaccio per l'essere diverso da te, femminuccia rompiscatole". Lo interruppi con aria meravigliata: "Dio, Gesù... quanto sei infantile, Holden. La fantasia non esiste e se pur in qualche modo compare, è giusto che si curi. Cosa credi di affermare con questo atteggiamento?". Lui si infilò il cappello da cacciatore e si girò la visiera dietro la nuca. Si era arrabbiato. Poi alzò la testa.

"Vergognati-disse-parli come tutti gli adulti più schifi di questo mondo. Parli come il vecchio Spencer".

"Vivaddio, woooh! L'hai detto, finalmente! Bravo, sto invecchiando. Ho già diciotto anni e assomiglio a tutti quelli che vai criticando dal 1951. Stupido idiota."

"Ho detto per il modo di parlare, non permetterti a cambiarmi le dannate parole". Si accese una sigaretta con il fiammifero e rimanemmo in silenzio mentre due gabbiani volavano vicini nel cielo.

Ad un tratto si alzò gettando a terra la sedia e mi guardò con disprezzo. "La verità è che non hai la forza di prendere per la corna questa tua grande fantasia perchè hai paura di rimanerci secca, di rimanere al buio. E allora chiami Convalescenze le grandi evasioni, chiami Cure le più grandi ritrattazioni verso te stessa. Il fatto è che non sai come uscire dalla mediocrità- disse guardandomi mentre avevo smesso di respirare e stringevo i pugni- non sai come fare a liberarti da questo stato dove sei a metà tra la mancanza di talento e la genialità. Sei al di sotto, cara, e questo ti da alla testa e ti fa piagnucolare. Allora preferiresti mandare all'aria il pensiero, l'analisi del sentimento e la scrittura pur di non confrontarti più con i tuoi limiti. Non è così?" mi chiese. Vedevo il suo sorriso invaso di luce e la sua testa spettinata che copriva il sole. Mi venne all'improvviso la voglia di colpirlo. Mi vidi mentre mi alzavo piano con il controllo di un vecchio e mentre lui rilassava le spalle io, bang, un grosso pugno nella pancia. Mi vedevo afferrarlo per il collo della camicia e lui con un rivolo di sangue al lato della bocca mi guardava con aria di sfida ed io, bang, un altro gigantesco pugno sul naso. Poi mentre me ne andavo ecco che lui mi assaliva alle spalle con una snocchettata sulla nuca. Io mi giravo lentamente e afferravo la pistola che tenevo nei jeans e la puntavo con le braccia tese sul suo cuore fantasma. Lui supplicava e implorava ed io:" Chiedi scusa, chiedi scusa!". Supplicava ed implorava, ma niente scuse. Allora lo sparavo.

"Che c'è?- fece Holden Caulfield mentre io lo immaginavo morto- Te ne vai già per pensieri e sentieri fantastici? La mia predichella ha colpito il segno, vedo" ripetè mentre se ne andava con la giacca sulle spalle ed io mi massaggiavo le caviglie dove, evidenti, spuntavano i segni delle corde il cui scopo era quello di riportarmi alla ragione, sulla terra degli stolti.

21/07/11

L'adolescente arrogante - Parte seconda

di Cristina Taliento


(Jean-Baptiste Greuze, Un écolier endormi sur son livre, 1755, oil on canvas, 65 X 64)



Talvolta la si vedeva piangere, seduta sull'erba bruciata delle campagne estive, incespicando le dita tra gli sterpi e la terra brulla. Poi con gli occhi appesi all'orizzonte contava le rondini in cielo e si pentiva malamente con i movimenti convulsi di un insetto preso, intrappolato e schiacciato tra i polpastrelli d'un bambino. Abbandonava il suo violento isolamento tutte quelle volte in cui si accorgeva di aver mozzicato ogni genere di colpa, quando il Dio che per lungo tempo aveva cercato si ricordava d'incendiare il cielo; e, quelle lacrime rabbiose, lente sulla guancia, illuminate e assolte dai raggi del tramonto, non venivano da lei scusate, quasi mai considerate come un fatto di redenzione; tutt'al più erano come schegge appuntite nelle quali lei cercava la causa del suo dolore immotivato, quasi infantile e sciocco, delle delusioni alle sue aspettative, di quel curioso odio verso un universo schivo percepito da lei come una placenta da squarciare con le unghie fino a far uscire la testa e respirare forte, respirare avidi e s'immaginava di gridare, in quel vuoto infinito, ingiurie ai viventi, agli idoli, alla filosofia bugiarda. Si alzava da terra bruscamente e prendeva la strada che portava a casa, imbrigliando lo sguardo tra i fili della luce, tra le antenne sui terrazzi. Mangiava senza parlare, senza rispondere alla madre che aveva smesso di chiedere e alla sera ritornava a trincerarsi dietro i suoi libri, afferrandoli con le mani impacciate e sporche di terra. Criticava gli autori più grandi: Proust, Dostoevskij, Flaubert, Pasternak. Sottolineava alcune frasi e sul margine le riscriveva come lei credeva che suonassero meglio e quelle correzioni in inchiostro nero parevano come merli morti su isole di ghiaccio. Ma quando andava a rileggere quello che aveva scritto, si accusava di mediocrità, di conformismo e giurava che mai ancora avrebbe osservato o riflettuto o, soprattutto, scritto. Più di altri, lei fuggiva la noia. Era il più alto tradimento che ci fosse nell'animo, la figlia bastarda del cuore umano; si annoiava quando le ombre altrui danzavano scomposte attorno ai fuochi di quel che chiamavano divertimento. Finiva moribonda su di un letto a studiare le trame minuscole della coperta oppure la ritrovavano giorni dopo con occhiaie profonde e foglie tra i capelli lunghi. Raccontava di essere stata nei boschi del Canada, tra i deserti del Sahara senza acqua e la voglia di riposare e, invero c'era stata, ma erano visioni della sua mente, strani flash di gloria. Si vedeva al patibolo con il cappio al collo, ancora viva, i vestiti antichi e il sorriso da criminale. "Toglietele la corda!- urlava d'un tratto lo sceriffo- Questa ragazza non merita l'impiccagione. Voglio vederla vivere fino al suo ultimo alito di vita, sissignore!". Poi scoppiava in una risata alcolizzata.

18/07/11

Colui che andava scalzo

di Cristina Taliento



C'era un uomo, un vecchio, che abitava la Via di un tale Bertola, giù per le strade che portavano al cimitero. All'inizio non sapevo bene come chiamarlo: Antonio Genda oppure Antonio Genta. Non capivo bene il suono mentre le vecchiette sputacchiavano il suo nome e cognome dalle dentiere. Lo vidi camminare sul lungomare senza scarpe, con i capelli pettinati indietro, le bretelle, i pantaloni scuri ed una camicia a righe celesti. Le ragazze del catechismo mi salutavano e poi si giravano per guardare i piedi nudi di Antonio Genda e si mettevano a ridere tra di loro. Le sentivo dissolversi alle mie spalle nei fruscii dei loro capelli; io restavo con gli occhi appesi alla bocca morta mentre vedevo Antonio Genda allontanarsi barcollante e vecchio e pensavo che presto sarebbe crepato, morto e sepolto a due passi da casa sua e il giorno dei morti le persone avrebbero guardato il suo epitaffio: giace qui, Antonio Genda, colui che andava scalzo. "Matto furioso" avrebbero borbottato senza fermarsi le vecchie con le dentiere. Un'auto mi sfiorò la giacca di pelle, poi il lamento di un clacson. Mi spostai dalla strada tirando su gli occhiali con la mano e seguii lo Scalzo. Era come addomesticare un gatto selvatico e starlo a guardare per ore senza muovere un muscolo; portare cibo, acqua e qualche storia da raccontare senza mai avvicinarsi o accarezzare, accettando il compromesso di rimanere immobile e invisibile per la curiosità di studiare il suo linguaggio nascosto, di far venire alla luce il suo curioso segreto. Mi fece segno di sedermi ed io obbedii confusa dai libri sugli scaffali. C'erano libri ovunque: sul tavolo, a terra, su delle mensole che circondavano gli infissi delle porte. Pile e pile di libri accatastate sulle scale, dentro cassetti aperti completamente. Mi diede una tazza di tè e la presi bruciacchiandomi i pollici. La appoggiai a terra siccome il tavolo era lontano e alzandomi avrei spaventato il gatto.


"Tè bollente! Questa è la punizione per i giovani spioni come te!"


Tossii e mi riaggiustai gli occhiali sul naso. "Qualche volta la curiosità fa dell'uomo uno spione perchè non si possono cercare le risposte più difficili rimanendo al proprio posto, senza mostrare la minina sfrontatezza. Io odio chi se ne sta al proprio posto" conclusi fingendo disinvoltura.


"Avanti, chiedi allora!-brontolò camminando per la stanza- ma non pensare nemmeno per un santissimo attimo che otterrai delle risposte ogni volta che avrai deciso di spostare il sedere dalla dannata sedia!"


"Io non lo penso, ma voglio sapere perchè lei cammina scalzo. La gente la giudica pazzo ed anch'io l'ho creduto, ma poi tutti questi libri... non lo so". Antonio Genda mi squadrò come un padre che vede l'occhio nero ad un figlio e non ha le parole per chiedere come ha fatto per procurarselo. Poi chiese:


"Come hai fatto, come fate voi giovani ad essere così superficiali e bonaccioni! I libri non escludono un bel niente. Io posso benissimo essere pazzo ed aver letto un milione di libri e averne scritti la metà. Ma che domande!". Mi mossi sulla sedia e lo lasciai continuare.


"Personalmente-disse dopo una specie di rantolo o sospiro- personalmente, questo mio gesto è la cosa più normale che abbia fatto finora. Mi tolgo le scarpe, ecco. Io nella vita ero prima di tutto un avvocato, uno dei migliori di questo paese, stimato e certificato dalla gente con la garanzia di Normale Cittadino Onesto. E' strano che venissero considerate per normalità tutte quelle finzioni a cui mi sottoponevo: postura ritta e sorriso da miglior cane vivente, ricevimenti con mia moglie, viaggi all'estero con la comitiva dei cosiddetti amici, cartoline di Natale, passeggiata domenicale e successiva visita alle prozie, trisavole, suocere, club degli scrittori, club dei donatori di sangue. Un mucchio di fandonie che non mi rappresentavano affatto ed io mi lasciavo trasportare e più venivo sballottato in quel vento e più mi dicevo: te lo stai facendo fare bella, Antò."


Vuotò la tazza del tè in un fiato e poi schioccò la lingua.


"Alla fine mia moglie è morta e ho pianto perchè non mi veniva proprio da piangere, nemmeno a strizzare gli occhi. Così ho traslocato. Oh... la pena che mi facevo. Fa un po' schifo, parliamoci chiaro, scoprire che la propria vita trascorsa è stato un continuo recitare. Recitare per essere un bravo figlio, un bravo marito, un bravo avvocato, uno di quegli uomini che non si fanno mettere i piedi in testa, il mago del prato ben curato". Si mise a ridere. "Tu adesso hai sedici anni, quanti...?"


"Quasi diciotto" risposi destandomi dalle nebbie del suo discorso. "Tu adesso hai diciotto anni e che ne sai... che ne sai. Sei venuta per sapere perchè camminassi scalzo e te l'ho detto: per protestare. Per protestare contro me stesso, contro le bugie che mi sono ripetuto per tutti questi mesi, anni. Per- si fermò come se avesse visto se stesso bambino in uno specchio- per... ritagliarmi la mia parte di normalità, di vera essenza, come diceva Charles Morgan. Sono io scalzo e voglio che gli altri mi vedano così e se mi chiamano pazzo, va bene, che lo gridino fino a perdere la voce."


"Puoi essere te stesso e non dirlo a nessuno" dissi piano.


"No, sarai te stesso quando gli altri ti vedranno senza una scrivania, senza un paio di scarpe e ti vedranno in quello che sei: pazzo, bugiardo, vecchio, ricattatore, opportunista. E nei loro sguardi ti rivedrai per quello che volevi, credi, senti di essere. Nei loro sguardi confermerai che hanno visto quello che sei davvero e giurerai a te stesso di essere esistito."


"Giurerai a te stesso di essere esistito" ripetei mentre mi dirigevo alla porta, mentre in silenzio me ne andavo da quella stanza lasciandomi Antonio Genda alle spalle, mentre camminavo con le mani sudate in tasca, mentre passavo davanti le porte della gente e prendevo la via di casa mia, mentre al tempo stesso mi dicevo "non è vero, un mare di stupidate", mentre mi guardavo le scarpe con la gomma bianca sporca di fango.

10/07/11

Il ragazzo dietro la panchina

di Cristina Taliento


(Head of a Boy, Lucien Freud, 1956, oil on canvas, Private Collection)


Alle volte diveniva di colpo serio e guardava il mare come per contenerlo nel suo secchiello e poi berlo tutto d'un fiato. Invidiava quei gabbiani che addomesticava sulle sue spalle e si muoveva con la stessa grazia delle mani di una pianista. Aveva grandi occhi gentili dietro cui si nascondevano desideri peccaminosi di conoscere le regole della natura insieme ai significati più indecenti della religione. A tratti iniziava a snocciolare i suoi pensieri sulle fronti di quegli individui che i passanti cercavano di ignorare; interlocutori che non avevano mai letto un libro, gente presa per la maglietta dalla società, ingiuriata, dichiarata moralmente ubriaca, lebbrosa e lui era curioso dell'effetto che potevano suscitare le sue frasi dentro quegli occhi vergini o su quei denti canini che smettevano lentamente di masticare tabacco e ascoltavano zitti. Parlava un italiano fatto di teneri arcaismi, nomi presi dal dialetto, quelle espressioni degli adolescenti squarciagolate sulle rive dei fiumi. Certi pomeriggi si sedeva sui gradini di pietra e scrutava i vecchi ed i loro colli rugosi e, in quel mentre, sentiva delle lacrime che si incagliavano tra le ciglia lunghe e si allontanava con la rabbia di un gatto a cui è stata calpestata la coda. Rimaneva incantato dai suoni impacciati di una chitarra giovane, dal vacillare del vino nella bottiglia di vetro, dalla campanella che il chierichetto suonava al momento della genuflessione; gli piacevano i libri di mitologia greca, gli scarabocchi dei bambini, i quadri di arte barocca, le filastrocche popolari, gli indovinelli, i romanzi dell'Ottocento, le canzoncine degli intermezzi pubblicitari, palpiti di diversa andatura. Immergeva i capelli corti nelle nebbie di sguardi discreti, riflessioni, spietati dubbi e prima di dichiararsi morto, prima che l'ultimo alito d'ossigeno si fosse spento, si ridestava e annotava quello che aveva visto o, persino, toccato. Studiava con la voracità di un'aquila madre che ha da sfamare il nido e ostentava la più vivace ignoranza alzando le spalle indifferente. Ogni azione quotidiana veniva volta da lui come un' ultima mossa estrema, ma questo era un segreto: ripudiava quegli eroi del cinema o dei best-seller, cosiddetti ridestatori di coscienze, che brulicavano sulle magliette e nelle citazioni dei profili Facebook; li riteneva uomini rimasti intrappolati dal masso della vita che tentavano la via della salvezza convincendo gli altri a fare di meglio. Noi siamo eroi che facciamo riflettere sul valore del singolo minuto, noi spingiamo gli uomini a cogliere l'attimo. No, pensava, voi siete predicatori imbroglioni, schifosi assassini da usare come cavie per gli esperimenti dei vaccini. Castigava così la sua stessa indole. Si addormentava sfuggendo il pensiero e, non potendolo evitare del tutto, apriva gli occhi nella penombra e distorceva gli oggetti con l'immaginazione: prima un drago, poi un mazzo di margherite sul comò diventava un volto diabolico. E rideva, rideva quando non piangeva l'ira. Rideva per la più volgare comicità, nel vedere un gatto morto, tutte le volte che si contraddiceva e non la smetteva fino a quando il ricordo di un futuro attraversava il suo presente. Quelli che lo circondavano credevano che fosse pazzo e lui, ridendo, diceva: "No no, io sono normale, sono come tutti voi".

07/07/11

La notte dei gatti lunari

Storie per spaventare i bambini quel tanto che basta per scrivere in silenzio altre storie


di Cristina Taliento

Gina Floow non era un gatto. Freya lo era, ma lei viene dopo. Gina rispondeva alle chiamate dello studio dentistico dottore Mauro Lauro. Dalle otto alle venti e trenta di lunedì, mercoledì e venerdì e dalle quattordici fino alle diciannove di martedì e giovedì, lei prendeva la cornetta e la soffocava nel cuscino di capelli rossi e senza neanche accorgersene blaterava: "Studio dentistico dottore Mauro Lauro, desidera?". Questa storia ebbe inizio quando Gina Floow stava strisciando le All Star verso casa con le mani buttate nelle tasche di un impermeabile di seconda mano. La luce arancione appesa nel mezzo di un filo d'acciaio illuminava le code dei topi che sfioravano i palazzi. Alcune finestre erano aperte e da una di esse sgattaiolò la voce di Marcello Mastroianni che stava dicendo: "Si, Sylvia, vengo anch'io, vengo anch'io... ma si, ha ragione lei. Sto sbagliando tutto. Stiamo sbagliando tutti". I grilli riempivano l'atmosfera con il loro continuo respirare e un gatto...eccolo! Un gatto grande come una pantera girava l'angolo come in un sogno. Gina Floow si ritrasse spaventata e poi strinse gli occhi per mettere a fuoco: non c'era più nessuno. Infilò la mano sotto la montatura pesante di occhiali Frank & Co simili a due televisori e si sfregò le palpebre stanche. Un miagolio. Si girò allarmata come un gatto. Annusò l'aria con le piccole narici e decise di spostarsi in un angolo buio di via 12° Reggimento Fanteria. Incastonò la testa tra le spalle intimorite e tra i rovi rossi dei suoi capelli. Dall'altra parte della strada qualcosa aveva mosso una bottiglia di vetro che ora aveva preso a rotolare sull'asfalto e prima ancora che Gina potesse girarsi a controllare, dieci, quindici, cinquanta teste di gatti si sporsero dai terrazzi ed insieme, in un unico coro, trascinarono un'assordante "Miiiiiiiao". Gina Floow, dal suo canto, non si scompose; rimase a guardare quelle teste di gatto che presto divennero gatti interi svelati alla luce della luna e nelle sue iridi gialle si specchiò il riflesso di file di felini che si riversavano verticalmente sui muri delle case. I gatti rossi inchiodarono i topi con i loro artigli e affondarono i baffi nella carne sudicia, il sangue grigiastro veniva sputacchiato sui muri e sull'impermeabile di seconda mano di Gina Floow. Ad un tratto le orecchie dei felini si rizzarono, i loro occhi di smeraldo appuntito guardarono un'ombra alta scivolare calda sul portone del conservatorio "Giovanni Pierluigi di Palestrina". I topi fuggirono nei tombini e nello stesso istante in cui la luna raggiungeva la sua massima estensione apparve Freya, il gatto gigante, padrone di tutte le zampe e gli artigli di questo mondo. Ogni gatto chinò la testa e Freya, con il collo sostenuto, diede ordine di montare delle scale infinite e puntarle alla luna. Nessuno si permise di fare domande, ma c'era un gattino nero tra le prime righe che con la testa chinata miagolò un flebile "perchè, regina Freya?". Allora la Gatta lo infilzò con stalagmiti di ghiaccio che fece uscire dai suoi occhi e il gattino morì dissanguato. Poi, ella ruggì: "Per vivere intensamente, sciocchi!". Ricevuto l'ordine finale, i gatti si disperdettero in cerca di legno, scardinarono le porte delle case, con i pali dei segnali stradali costruirono i pioli delle scale e le corde trovate nel porto le utilizzarono come funi per issare i collegamenti alla luna. Dopo un'ora le scale erano pronte e Freya per prima saltellò verso l'alto nel buio stellato come una scheggia nell'oceano scuro. L'impermeabile di seconda mano di Gina Floow, spalmato sul muro, guardava quello che accadeva. Quando i gatti approdarono sulla luna, Freya sotterrò la testa nelle polveri lunari, ma queste, presto, fecero starnutire tutti i gatti. Ecciù, ecciù. Ogni nuovo ecciù risuonava tetro come se fosse stato il primo. Allora Freya che voleva vivere intensamente si mise di colpo a saltare da una parte all'altra del satellite miagolando: "Mauro Lauro! Mauro Lauro! Mauro Lauro!". I gatti iniziarono a guardarsi con sospetto mentre continuavano a starnutire. Freya notò l'imbarazzo dei gatti e si ricompose, severa. Ma le polveri lunari erano già entrate nelle orecchie dei gatti e stavano causando curiose allergie: si grattavano, sanguinavano, sputavano palle di pelo lunare, lacrimavano, fumavano dalle narici. Freya capì che non poteva uccidere il suo esercito e decise di tornare sulla Terra. Come decine di operai sottopagati che tornano dalle miniere borbottando tra sé, così i gatti lunari scesero le scale da loro stessi costruite consapevoli del fallimento. "Vivere intensamente un corno!" miagolò violentemente un gatto rosso. "Vivere intensamente un fico secco!" rispose in lontananza un gatto nero. "Uccidiamola" propose un gatto grigio. "Ucciderla?" chiese onesto un gatto bianco e puro. "Ci comanda ed è solo schiava delle sue frenesie" sentenziò un gatto dotto di colore indefinito. E così i gatti azionarono gli artigli e con orrore colpirono Freya alle spalle come era accaduto miliardi di anni prima ad un vecchio umano chiamato Giulio Cesare. E mentre gli artigli affondavano nel pelo e nella pelle, l'ombra delle orecchie appuntite di Freya si arrotondò, la sagoma del corpo si slanciò e prima che Freya potesse accorgersene, gli occhiali di Gina Floow giacevano rotti sull'asfalto ed i capelli ricci erano più rossi del solito: verniciati di sangue illuminato dalla luna.

29/06/11

Parole in un quarto d'ora di volo

di Cristina Taliento


Ehi Bob, pubblicità permanente e vento che soffia nella giacca: non esiste la fantasia. Il tuo mondo era solo finzione, un piccolo palcoscenico scorticato sul davanti con il sipario lacerato dove ci sono burattini con la mandibola scettica e pezzi di ricambio sul fondale. Oh America! Oh Dylan, veniteci ad afferare al volo mentre stiamo farfugliando questo Amleto della periferia, mentre stiamo aspettando appoggiati al lampione appena verniciato. La fantasia non è mai stata molto per me... solo pioggia evanescente di cenere e palazzi crollati nei boschi del Canada. Acconsento; io posso firmare che l'immaginazione me la sono inventata, che i sogni e le visioni, sissignore, erano ricordi del passato e che io non ho mentito e mai lo farò. Posso giurare per chi vuole che eravamo puliti e camminavamo dritti nella realtà masticando gomma rosa e radici di liquirizia. Ma voi mi volete accusare d'alto tradimento! Oh Bob, ma cosa vogliono questi scellerati figli di assassini e farabutti? Bob, mi hanno cantato una canzoncina battendo le mani sulle sbarre. Una canzoncina, Bob, non so se la conosci... faceva: Du-du-du-du ora te ne stai nella Prigione della Ragione du-du-dudu... senza colpa nè approvazione. E poi dalle loro bocche uscivano delle note nere, come quelle del pentagramma. Si, insomma, tutte quelle semiminime e biscrome insieme ai diesis che fluttuavano tra le pareti della mia cella. E tutto quello che dopo ho visto è stato questa specie di poliziotto che ha sparato alle note e quelle se ne sono scappate di corsa sotto il lettaccio che mi avevano dato. Si è messo a gridare: "Ohi, ohi, sei stata tu! Non devi creare queste stupide immagini nella tua mente". Tanta la paura che il mio cervello ha fatto TRAC, come un uovo che si schiude. E poi sono morta, Bob. Capisci, per Giove? Morta, Bob. Senza dire una parola. Però sapevo di essere morta e questo, sulle prime, m'è parso un poco strano, non c'è che dire. La gente muore e basta e non sa mai quando è proprio morta. Al che ho pensato, spaventissima: non è che mi sono immaginata tutto? Ma il punto è questo! La fantasia non esiste, ma io?

26/06/11

Il fantasma di Tixy Toc

di Cristina Taliento



Accadde un pomeriggio d'estate al campo da tennis. Non sapevo più tenere la penna in mano e passavo i pomeriggi a guardare i bambini mentre sventolavano pantaloncini bianchi e collanine con la croce. Un giorno faceva troppo caldo ed erano andati tutti a mare, così il campo era vuoto e neanche uno schiocco di racchetta nell'aria. Appoggiai i gomiti sul recinto di ferro alto poco più di un metro e guardai il campo sotto quel sole straziante tentando di trovare lo sviluppo di un racconto a cui stavo lavorando, un ammasso schifo di vocali e luoghi comuni intitolato Il fantasma di Tixy Toc. Iniziavo con l'intenzione di volere bene al personaggio, amarlo e stimarlo fino ad addormentarmi insieme a lui, ma finivo per farlo morire due volte, incespicato goffamente tra i rovi delle sue banalità, che poi erano anche i miei e di tutti i sicari mandati per uccidere nel buio la mia misera creatività. Quei ragionamenti troppo seri non mi fecero vedere il fantasma nel momento esatto della sua apparizione e forse non mi sarei mai accorta di lui se egli stesso non si fosse avvicinato agitando la capigliatura inconsistente nel punto in cui il mio sguardo si era inchiodato pur restituendomi una visione sfocata della scena.


Riconobbi Tixy Toc per come me l'ero immaginato, anche se questa volta aveva un cappellino da tennis e una pallina giallo evidenziatore in mano. Tixy Toc era un poeta di stracci, niente a che vedere con Byron e con gli altri. Girai la testa per vedere se qualcuno stava guardando. Nessuno. "Che vuoi?"


"La mia dannata storia" rispose lanciando in un sorriso la pallina e riacchiappandola con un largo gesto.


Mi dispiaceva guardarlo in faccia e dire: "Mi spiace Toc, qui non c'è più pane. Ti licenzio, via. Non mi guardare così. Sparisci, non so più scrivere, lo vuoi capire? Avanti, non sono mica al tuo servizio. Odio, odio, odio i personaggi come te che tornano per chiedere il conto. Perchè non te ne vai all'inferno? Mi innervosisci e basta. Ciao, va bene? Ciao!". Ad ogni modo il fantasma mi intimoriva più di ogni altra ombra sulle pareti alla sera. Per codardia o per compassione alzai le spalle e battei le mani in un solo colpo. "Mmm!" feci in tono convinto come per mostrarmi sicura e soprattutto in possesso delle mie idee.


"Voglio che parli di quando barattai la mia casa per il quadernetto di Borel, indimenticabile episodio mai del tutto compreso e poi c'è quell'altra storia..."


"Ascolta, fantasma di Tixy Toc- lo interuppi- tu sei stato un grande poeta e ti nascondo dietro questo ridicolo pseudonimo e mi dispiace sul serio, ma il nocciolo del dilemma è che io, sincerità per sincerità, non posso darti la tua storia".


Il fantasma si ritrasse in una teatrale mossa di sdegno. Mi sembrò L'Urlo di Munch con più capelli.


"Che cosa intendi, scribacchina minorenne?"


Sorrisi appena. "Ho smarrito l'ispirazione e il tuo personaggio mi blocca alla carta. Puoi andare ad aggrapparti alla penna di qualchedun'altro" dissi guardando le linee sul campo da gioco.


"Sai bene che non è possibile. Sai bene che sono nato dalla tua testa e lì devo morire: vendendomi mi cambierai l'anima, metterai a fuoco i miei vestiti, mi vedrai marcire tra le pagine di un Ospizio per Personaggi Diseredati, morirò..."


"Va bene, non continuare- sbuffai- non c'è bisogno che continui"


"Tu mi prendi in giro. Prima te ne andavi a spasso con la penna tra le dita mentre adesso non leggi nemmeno. Mi sembra di vedere un fuggitivo che lascia la guerra e la terraferma per la tempesta. Alcuni di noi sono condannati a questa vita."


Il fantasma di Tixy Toc, dopotutto, era un poeta sensibile.


"Non lo so, Tixy Toc. Non lo so" mormorai mordendomi le nocche della mano.


"Scrivere non è uno sport che hai scelto di praticare. Non è come guardare montagne di film, nè come andare a scuola di cucito. Tu non puoi fuggire l'ispirazione e poi ricordarla con nostalgia mentre fissi due idioti in mutande che rincorrono una palla"


"Il tennis è divertente" provai a dire risentita.


"Quasi quanto mentire a te stessa?" chiese avvolto nella sua scomoda e pungente intelligenza.


Promisi al fantasma che avrei presto scritto una storia sulla sua vita. E non feci in tempo a salutarlo che, come tutti i fantasmi del mondo, era già sparito per quella curiosa fretta che attanaglia gli spiriti nullafacenti.