01/09/10

Il Dattilografo

di Cristina Taliento




Gennaio, 1963. Ricordo ogni angolo, vicolo e strada di Freno. Ogni sbattimento di ciglia dei passanti, ogni indice puntato nei miei occhi azzurri, ogni filo di cotone attorcigliato dal vento. Ricordo le lunghe sciarpe nere dei ragazzi che si sporgevano sul ponte e poi ricordo quella mano ossuta che mi tirò il maglione da dietro, come per fermarmi da quella nostalgica passeggiata di inizio Novembre. Era la mano del Dattilografo, ma allora non la conoscevo. Mi sembrò vecchio fin dal primo momento, notavo la stanchezza nei suoi pesanti occhi grigi, manifesti di un’ insana voglia di rimanere estraneo alla vita.
“Scappa- mi disse- scappa dal cancro della scrittura. Scappa.”
E ricordo che il mio sorriso era esteso solo d’un lato e gli diedi il braccio perché era zoppo e non aveva il bastone. Non chiesi come, nessun perché e neanche un quando. Mi raccontò la sua storia per motivare la sua preghiera. Io ascoltavo meravigliata e spaventata, ma spaventata non troppo perché già avevo capito quanto comico fosse aver paura delle sfide che si trovano per la strada.

Scappa, figlia mia. Sei giovane, sei giovane… Non ti perdere dietro le parole. Non buttarti via.”
E forse ho guardato in basso oppure verso il fiume, ma quel che ho detto è stato di sicuro:
“Non è vero”. Un sussurro con il quale mi consolavo e mi rispondevo.

Mentre ascoltavo la storia del dattilografo mi saliva un prurito sul cuore come una specie di coinvolgimento e non era tanto perché egli fosse pratico della macchina da scrivere dall’età di sette anni, né che la sapesse adoperare con una velocità straordinaria, ma la ragione del mio stupore in quella storia stava nel potere furibondo che le parole avevano su quelle mani ossute che non smettevo di guardare.

“La scrittura mi rapì” ripeteva sempre queste quattro parole con rassegnazione, debolezza.

Mi disse che in ogni giornata della sua esistenza, in ogni ora, senza limiti di sole o pioggia, lui era rintanato nella sua camera a battere i suoi polpastrelli sulla macchina da scrivere. E già dai tempi dell’adolescenza egli capì che non poteva opporsi al potere delle parole. Così, se aveva una conversazione, doveva andarla a scrivere immediatamente e se le avide fauci della sua mente catturavano una percezione, non c’era ostacolo che potesse impedirgli di inchiodare ogni cosa sui tasti consumati di quella macchina infernale.

“E a cosa serve l’amore ad un povero dattilografo se non a comprendere quello dei suoi personaggi? Lui è schiavo. La sua vita non conta.” disse il dattilografo mentre mi lasciava.

Io lo guardavo allontanarsi e mi chiedevo se il suo lamento fosse giusto o sbagliato.

Mi dicevo che quell’uomo non si era sposato per scrivere, non aveva avuto il tempo per prendere il mare. Mi dicevo che la scrittura si era rubata la vita di quell’uomo. E se, invece, la sua vita fosse stata riempita dalle parole scritte, da quei miscugli irreali d’infinito?

Ed io tuttavia credevo che il Dattilografo fosse un audace vestito da servo, un uomo diviso a metà che fingeva di opporsi alla scrittura per assecondarla completamente.


9 commenti:

amanda ha detto...

perchè il 1963? che curiosa coincidenza, oggi vieni a trovarmi sul nostro blog ed io, curiosa da sempre come una scimmia, vengo a cercare tracce di te che hai scritto un racconto ambientato nell'anno in cui sono venuta a questo mondo, curiosa coincidenza davvero :)

Scrivi bene

il monticiano ha detto...

Mi sono ritrovato, almeno in parte, in questo tuo racconto anche perché quel lavoro l'ho fatto per parecchi anni.
La scrittura rapisce, è vero.
Ciao grande talento.

Andrea ha detto...

La scrittura rapisce. Può cambiare le persone che scrivono, può non farle sposare o non farle andare al mare si.. ma può anche cambiare il mondo! Bello, mi ha fatto venire in mente John Fante, e la storia di Arturo Bandini in "Chiedi alla polvere", la sua mania ossessiva di volere scrivere per forza qualcosa su quella macchina da scrivere, di abbandonarsi alle parole perchè la sua vita in qualche modo potesse cambiare...

Il Ballo dei Flamenchi ha detto...

@amanda: è la data di nascita di mia madre :)

@il monticiano: Ciao! Che belle le macchine da scrivere di una volta...
@Andrea: Era tra i libri che avrei dovuto leggere quest'estate. Lo leggo sicuro dopo aver letto tutti i romanzi di Kerouac. Ho trovato in biblioteca un libro della collana Meridiani (che tra l'altro non mi volevano dare per via dell'età giovane) e praticamente raccoglie quasi tutto di Jack K. Magnifico... non so quanto tempo mi ci vorrà per finirlo!

Zio Scriba ha detto...

che bel brivido questa figura del dattilografo, un dio e un fallito nella stessa persona, una benedizione-maledizione che ti scorre nel sangue, che ti salva e ti uccide, che ti avvelena e ti inebria... Be', non so quanto illustre possa essere il mio commento di scribacchino conciato anche peggio di quel dattilografo, però mi piace come scrivi, quindi non smettere altrimenti mi arrabbio... :D

mi piace persino l'avvertenza anticensura qui sopra: con parole diverse somiglia a quella che ho messo chez moi...

Itsas ha detto...

"“Scappa- mi disse- scappa dal cancro della scrittura. Scappa.”"

non lo fare, cristina, non scappare
il tuo è un dono venuto da qualche parte, afferralo e non te lo fare sfuggire mai più
dopo che ce l'hai fatto provare, sentire e vedere,
ora non ne hai più il diritto

stealthisnick ha detto...

@itsas
a me questa cosa del dono non entusiasma per niente
a parte che mi puzza di divino e poi mi sembra che sminuisca i suoi meriti
insomma, se scrive così bene probabilmente è perchè ha letto un sacco, scritto di più, perchè ha immaginazione e fantasia
insomma è merito suo e non di qualcosa che è venuto da chissà quale parte
e quindi ha tutto il diritto di fare quello che vuole delle sue capacità

Andrea ha detto...

Si diventa schiavi delle nostre passioni se le lasciamo correre: e sebbene dolce, dobbiamo impedirglielo per evitare questa fine. Il dattilografo è fortunato, perchè egli è personaggio di sé stesso e leggendosi si capisce meglio di altri schiavi di altre passioni.

Mi ha fatto venire a mente i "Sei personaggi in cerca d'autore" di Pirandello, sebbene i messaggi che colgo sono molto diversi :)

Il Ballo dei Flamenchi ha detto...

Ciao ragazzi, scusate il ritardo nel rispondere. Sto lavorando ad un racconto particolare che non so bene con quale stile affrontare.

Riguardo ai commenti di Itsas e Nick, posso dire che sono stupita.

Prima su questo blog non ci passava nessuno, poi ho iniziato a promuovere un po' e sono arrivate le visite.

Sapete, a me non piace dire che scrivo. La mia famiglia non ha mai letto niente, forse solo qualche racconto. E nemmeno.
L'unico cosa che metto è la firma sul blog, poi non voglio che nessuno mi riconosca niente, nessun talento che comunque sento di non avere. Non so perchè, ma a volte vorrei che i miei racconti si scrivessero da soli per non passarci di mezzo. XD